Monday, April 23, 2018

Leicester adieu

I font delle ferrovie e altri cartelli pubblici sono celebri e
 ad altissima leggibilità. Io ho scoperto quest'affascinante
storia in "Just my type" ma potete farvi un'idea anche qui.
 Chiudo la mia visita a Leicester alle 12.18, prendendo dalla stazione di London Road il "CrossCountry" di tre carrozze con destinazione Stansted Airport. Il treno attraversa queste lande verdi e ben curate con grandi pascoli e montagnole morbide appena accennate, punteggiate di pecore e qualche cottage.  Continuerà così per due ore e venti, nell'Inghilterra centrale con fermate varie fra cui nientepopodimeno che Cambridge).

Sono nel paese di Thomas Cook, l'inventore delle gite organizzate e delle agenzie di viaggio che portano il suo nome.  Ha lavorato qui, cristiano battista e attivista anti-alcol delle lega per la temperanza, ha spostato centinaia e poi migliaia di persone con le sue excursions, portava i clienti a vedere Londra o la Scozia utilizzando per la prima volta quella meravigliosa innovazione che fu la ferrovia.  In effetti, ogni volta che salgo su un treno in UK penso che le ferrovie le hanno inventate loro e si vede: le stazioni e le infrastrutture hanno un che d'antico e britannicamente industriale, mattoni rossi e pensiline di ferro ottocentesche.

Addento il mio panino, comprato da Jacks' durante la mia visita del centro di Leicester, a passo lento e un po' bighellonato, senza furia e senza grandi mete.  Ho percorso la New Walk, una passeggiata urbana alberata e vittoriana che ti porta in centro.  È là da 200 anni, non sorprende nemmeno tanto che si chiami new, evidentemente sono in un paese in cui il passato è abbondante e sempre presente.  Mi compro The Big Issue da un signore di una certa età, ormai è una tradizione e raramente torno dal Regno Unito senza il giornale di strada più geniale del mondo.


Tornando al panino, non è stato semplice sceglierlo al posto della jacked potato (''giaccapatata'' per consumatori accaniti come noi) ma non ho resistito alla baguette con bacon e stilton, "Would you like butter?", "Yes, please". A questo punto, dopo robuste English breakfast molto gradite, continuo a fare l'indigeno fino in fondo. La commessa mi dice che me lo scalda e lo avvolge nella stagnola, così resta caldino.  Ha ragione e in treno mi gusto, con mente e papille, questo panino sensato e ben radicato sul territorio.  Fra l'altro, ci siamo appena fermati a Melton Mowbray, Rural capital of food (così recita un cartello di benvenuto) e luogo d'origine proprio del formaggio Stilton con cui sto impercettibilmente oliando la tastiera.

Stamane, dopo aver raccolto le mie cose e scritto qualche email, sono partito alle 10.00 a piedi per il centro, tirando il trolley lungo la rettilinea Queens Road che pare una di quelle strade tipiche e un po' da cartolina, piena di negozi dal look britannico. Mi fermo anche al Post Office per vedere se posso mandare a casa tre volumi, pesanti come bimattoni, del CFA training program. Li ho raccattati in corridoio al dipartimento di economia dove molti si stanno disfando dei libri inutili per via di un trasloco.  Ci sono numerosi italiani in quel corridoio, fa sempre impressione vedere il numero di connazionali trapiantati all'estero.  Ma forse dovrei dire espiantati perché promanano una forte sensazione di precarietà e logorio psichico e fisico: raramente sembrano felici e pienamente integrati, continuano a parlare in italiano del'Italia, un po' trasandati, ossessionati dal tasso di cambio, dal tax rate, impauriti o, in ogni caso, preoccupati di come evolvono le cose e della pressione burocratica, sempre coi piedi in due scarpe a raccontarti anche che stanno "guardandosi intorno" per vedere se possono tornare.  Insomma, non mi hanno dato l'impressione dei fighi che lavorano all'estero di cui talvolta fantastichiamo e osservo, ancora una volta, che non sembrano per nulla fare la bella vita.

La commessa del Post Office è indiana e sveglia, mi dice che se spedisco tutti insieme i libri del CFA pago più di 30 sterline; prova con tre pacchetti separati ma mi servono sempre 25 pounds + 3 buste.  Nope, me li porto a casa in spalla col sudore della fronte.  Con grande gentilezza mi cambia le monete fuori corso di cui parlo in un altro post, anche se in teoria avrei dovuto andare in banca e aprire un conto.  Esco contento con un biglietto da 10 valido ma ancora di più perché ci sono ancora persone (di un piccolo ufficio di periferia) che inseriscono il cervello e l'anima per una piccola grande cosa, senza dire sempre no, non si può, non si deve...

Cattedrale di Leicester
 Dopo la new walk ho visitato la cattedrale, scortato dalle signore volontarie che mi hanno raccontato, fra l'altro, ogni dettaglio sul drappo che ha coperto la bara di Riccardo III, che è stato sepolto qui nel 2015. No, non sono fuso: RIII, come lo chiamano qui, è l'ultimo re d'Inghilterra morto in battaglia nel 1485, a Bosworth Fields. Il corpo però era andato perso, cose che capitano nel medio evo.  Ma la buona sorte ha voluto che le spoglie di RIII siano state trovate qualche anno fa.  Alla fine, con tanto d'expertise dei docenti della locale università e test del DNA, dopo avere accertato che le ossa erano proprio del sovrano, è stato risepolto e ora riposa finalmente in pace nella cattedrale.

È uscito un sole bello forte, l'altoparlante del treno gracchia più o meno che non funziona l'aria condizionata e che ci possiamo recare in un altra carrozza.  Non ci penso nemmeno ma mi devo spostare dalla finestra verso il posto sul corridoio a caccia di ombra, continuando a godermi questo caldo tropicale con le maniche della camicia tirate su.  Verso la fine del viaggio scambio la grandiosa cattedrale di Ely per una chiesa di Cambridge. Infine, arrivo a Stansted con robusto anticipo e, tenuto conto che il corntrollo di sicurezza è rapidissimo, finisco bivaccando due ore nell'area comune.  Anyway, I'm back!

Monday, April 16, 2018

A fossil in Leicester

Salgo sull'autobus, "One way to Leicester, please", "Seven thirty please". Fin qui tutto ok ma poi, quando sto contando le monetine, l'autista mi dice che le quelle monete da un pound sono fuori corso, vecchie, e sono state sostituite da quelle nuove. Mi sento un fossile sbarcato sul pianeta Regno Unito con l'armamento del secolo scorso comprendente monete scadute e paccottiglia varia.

Sopra le tre monete (dette anche sovrane, ma va?) andate fuori
corso e sostituite dalla due bimetalliche che raffigurano tanto
per cambiare Elisabetta sempre sia lodata.
Inutile dire che alla mia domanda se ho il tempo di fare bancomat risponde negativamente, non ha tempo né tanta voglia di attendere che un relitto si organizzi. Non mi perdo d'animo del tutto e, in pochi secondi, domando a una persona che aveva atteso l'autobus con me se mi poteva dare una banconota da 10 sterline in cambio di euro. Lo avevo sentito parlare in italiano, con una specie di accento romano. Dribbla la domanda ed evita di rispondere a tono, forse non ha nemmeno capito che non sono un barbone che chiede l'elemosina, eppure parla italiano come me... Al suo fianco però c'è Pieralberto e la storia prende un'altra piega. È italiano pure lui, mi paga il biglietto e gli do 10 euro resistendo al suo tentativo di darmi il resto (mi ha appena salvato la vita... altro che resto!)

Ci sediamo insieme e via via ne esce una cosa serendipitosa: ha appena finito un PhD in statistics a Warwick dove lo hanno assunto fresco fresco come teaching fellow, che è una posizione accademica centrata sulla didattica più che sulla ricerca (un po' come Robin che fa Math1B alla Ca' Foscari- Harvard Summer School). Poi viene fuori che è un matematico, che ha studiato a Padova, specializzazione sui metodi Monte Carlo e che abita a Castelfranco Veneto (yes, Casteo! a due passi da Riese e a 1500 kilometri da Leicester). Potenza della buona sorte, sono seduto a chiacchierare con un giovane entusiasta di didattica, ricco di pounds di qualità e, per certi versi, simile a un clone di quello che forse ero io nel mesozoico (fossile, no?)

Bella quest'Inghilterra che vedo di scorcio nei finestrini del bus finché chiacchiero con Pieralberto, il giardino del vicino è sempre più verde ma qui, veramente, è tutto tanto verde e le case sono quelle inglesi d'ordinanza, mattoni rossi a facciavista e inserti in legno bianco e infissi tradizionali.  Sono in UK e mi ritrovo a pensare a quanto sono cambiato rispetto ai decenni che mi separano dai tempi di Canterbury UKC, metà anni novanta. Le monete sono cambiate (anche se quei pound li ho raccattati ben dopo), tutto mi sembra anche tecnologico e avanzato, i bus ogni 20 minuti che portano dall'aeroporto di East Midlands (non proprio il belly button of the world) a Derby, Nottingham, Donington (nomen omen da queste parti dato che ciascun toponimo ha la sua storia di partite epiche, foreste infestate da affascinanti banditi e circuiti automobilistici) e, last but not least, Leicester. Sarò fossilizzato ma pensavo che in UK accettassero la carta di credito ovunque ma nel bus nisba e non finisce qui. Scendiamo e saluto Pieralberto alla S. Margaret Bus station e decido di prendere un taxi, se ciave sparagnar, guidato da un simpatico e attempato sikh con cui attacco bottone e che parla un bell'inglese. So far, so good ma al momento di pagare (poco più di 8 sterline) mi dice che non accetta la carta. Ma come, nemmeno tu? E io che pensavo che voi fosse moderni, ormai convinto dalla propaganda italiana, evidentemente pompata dalla Agenzie delle Entrate, che se usi il contante sei un lestofante e pure ignorante del progresso che avanza (dove?) "Dont worry, let me ask" Già, sono di fronte all'hotel dell'università e non ho dubbi whatsoever che mi anticiperanno 10 pounds sulla fiducia.
Una delle palazzine del College Court: moderno e
confortevole... ma portatevi quantità generose di contante!
Sono o non sono un loro ospite? Mi possono mettere in conto quel che gli pare. Non ho dubbio alcuno anche perché in famiglia ci facciamo un vanto di arrivare alla cassa, accorgerci che siamo senza soldi e fare il simpatico numero di chiedere credito sulla fiducia. Ci succede, di tanto in tanto, dal benzinaio, al supermercato, dal giornalaio... mica te li frego e tanto te li porto a breve quando ripasso a rifare il pieno, ricomprare la verdura o "Il corriere". Ma il receptionist chiede alla collega supervisor, che mi dice che deve chiedere al manager, che arriva e, non sapendo a chi altro chiedere, mi dice che mi posso fare portare a un bancomat e pagare. Bravo, complimenti, si vede che sei manager e non hai né le balle né l'autorità morale e sostanziale di anticipare 10 pounds a un cliente che ti ha appena dato  la sua carta di credito al check-in: proprio beo, anzi bueo! All in all, tre persone: receptionist, supervisor, manager, faceva poco più di tre a testa, mah!

La prendo bene, rimonto sul taxi-sikh e andiamo a caccia di un bancomat che troviamo abbastanza presto. Incasso 50 pounds e pago il conducente: adesso, fra tira, molla, consulta receptionist, supervisor, manager, speta, vai al bancomat e ritorno, il conto è salito a 13 sterline. Rifletto su questa modernità inglese e sulla mia antichità italica e fuori corso, è stato un flash suggestivo: il taxista si scusa molte volte e pure io, alternando "dont worry" a scuse a  mia volta per non avergli chiesto prima se accettava la carta che pensavo in UK ormai accettassero anche al mercatino dei fumetti usati, quello che fanno le bambine sveglie sulla coperta a bordo strada.


Mi rifiuto di mangiare nel ristorante chic e moderno del "College court" che mi ha appena negato un "prestito" usa e getta e mi faccio indicare un pub nelle vicinanze. Finisco al "Cradock Arms Knighton" -nec temere nec timide- e sono momenti di gloria: assaporo una pinta e mezza di Plum Porter, mangio carrots and coriander soup of the day e un grandioso fish and chips. Sono stato bene ma sorvolo sull'accento simil-scozzese e sul cibo. Al momento del conto la cameriera, tanto per non fossilizzarsi, mi chiede se voglio usare la carta di credito in modalità touch... gasp! Io di solito firmo e non digito nemmeno il codice! È un giorno di contrasti, nella mia testa e nei mezzi di pagamento, sono passato da monete fuori corso alla prima volta della carta touch che in effetti è una spada: uno sfioramento leggiadro e 20.20 sterline sono dedotte dal conto con facilità estrema e un filino preoccupante per un flinstone come me in libera uscita nelle Midlands.

Austero muro esterno dello storico pub (il sito invece è moderno, oggi va così).In ogni caso merita una o due o più visite, anche per la mirabile selezione di ales e vini (inclusi prosecco Bolla da 20 cc a 7 sterline e prosecco S. Orsola, quello che si fa pubblicità in una gondala, a 20 sterline).

Thursday, December 21, 2017

Solstizio d'inverno

Se fossi un americano sarei uscito con lo scatolone sotto il braccio, con gli effetti personali che ti porti a casa dall'ufficio quando lasci il lavoro.  Invece ho con me una borsa di stoffa con qualche fascio di carte e piccoli memorabilia come un poster del decennale della Ca' Foscari Harvard Summer School.

È stato un pomeriggio speziato in cui all'inizio ho patito un po' la stretta dell'ultimo giorno e le sensazioni strane da apnea di futuro.  Poi mi sono ripreso, mi sono messo a guardare e buttare fogliacci di appunti e ciarpame assortito, ho firmato gli ultimi decreti, facendo il punto con Anna.  E a poco a poco, ho ritrovato il ritmo e il beat della School of International Education, dove per 28 mesi abbiamo messo in cantiere cose di cui vado fiero.  In ordine sparso: i corsi di Academic Lecturing con Camel, Ada, Elena e perfino Paola; SeiXSIE su Scarpa alla guida di un commovente e lirico Guido, corsi di scrittura creativa, mindfulness con Franco, giornalismo, web, design thinking, competenze trasversali; corsi di italiano di varia foggia e livello, serali, con le strategie d'apprendimento, visite a musei; Marco Poli con cinesi spaesati e ``muti''; programmi estivi, con o senza appendici leisure, per cinesi di Souzhou e Jilin, coreani di INHA da Incheon e chi più ne ha più ne metta; scuole estive con alcune fra le perle della Ivy League come Harvard e Columbia; Math1B con 50 ore di Robin e la potenza tutoriale di Molly; scuola di orientamento; corsi curricolari in inglese con le nuove Contemporary history of Venice di Gilda e History of Italian Design di Martino, teacher ``free-style'' a detta degli studenti; tutti e due hanno fatto il primo corso in inglese della loro vita; inizieranno a breve anche i corsi di comunicazione interculturale e i rapporti fra Venezia e l'Oriente, prime assolute nella nostra offerta; e poi Utrecht, Joroon, Enrico e Paolo mi ricordano le cose che ci son andate storte, tanto per non farci sentire onnipotenti.

È un lungo elenco, non me lo toglie nessuno, e allo stesso modo mi resta la sommessa e potente soddisfazione di aver conosciuto e spesso raccolto buoni frutti dal lavoro di colleghi e amministrativi.  L'aver rischiato e scommesso sul loro talento ha fatto crescere me e tutti noi.  Forse non saprei fare il lavoro in altro modo, "All men choose the path they walk". Credo sia andata bene così.



C'è una parte di me che, in riferimento a certa parva gens, altolocata e proterva, continuerebbe con altre citazioni sanguigne. Non è il caso di riesumare l'anatema di Fausto Tonna, ma una scoperta recente è appropriata: ``The end comes no matter what, the only thing that matters is how do you wanna go out, on your feet or on your knees?  I bring that lesson to this job.  I act, knowing that someday this job will end, no matter what'' (da ``The Kingdom'', citazione completa e video).

Resisto alla tentazione e decido di nutrire il lupo compassionevole e pacifico che è in me e non la belva feroce e vendicativa che pure mi appartiene (il riferimento, se volete è nel video in fondo). Mi tengo i momenti belli, la lucidità e il senso istituzionale che vola alto come colomba; mi resta in mente la forza maori, bionda e ``unstoppable'' dei collaboratori; metto via persone, volti, sorrisi dolci e musi lunghi, studenti stanchi e studenti contenti, impegno, fatica...  me ne ricorderò.  Il tempo è passato veloce e leggero, anche in mezzo agli inevitabili colpi di ventura.  Che la forza SIE con voi!

Non sono un americano con lo scatolone ma alle 17.30 sono sul ponte di S. Sebastiano, pestando sulle gambe per vedere Luca in treno, con la mia borsa e i miei cimeli.  È il giorno più buio dell'anno, lo si potrebbe anche prendere per un cattivo presagio.  Respiro profondamente l'aria, tanto fredda e affilata stasera quanto morbido e luminoso era stato il pomeriggio al mio arrivo nel giardino del convento.  Solstizio d'inverno: forse invece è il giorno giusto, perché da oggi la luce riprende a poco a poco il sopravvento.

Thursday, October 19, 2017

TEDxPaolop

Montello. Domenica 15, the day after, parto alle 14.04, per prendermi scientificamente le ore più calde del giorno, 25 gradi fra le 14.00 e le 16.00.  Pedalo immergendomi in questo sole morbido e diagonale, nell'aria tiepida e avvolgente.  Mi dimentico la borraccia a casa e solo dopo l'incrocio di Giavera, quando mi trovo a mormorare "è uno spettacolo", realizzo che sto assaporando la bocca secca, deglutisco con fatica ma penso che il corpo ricorda la desertificazione papillare che ho avuto durante e dopo lo speech al TED.

Procedo con regolarità massima, 200 pedalate al minuto, alla fine né farò 20000, assieme a 3500 respiri, un bel mantra uno dietro all'altro.  Per il TED ho ripetuto il discorso (almeno) 22 volte, ogni mattina e ogni sera negli ultimi 11 giorni.  Luca ha fatto di meglio: timer ogni due ore negli ultimi giorni.  Potenza dell'allenamento che serve sia quando si parla in pubblico che quando si va in bici, è tutto facile, mi godo il percorso benchmark, la mia razione di sopravvivenza ciclistica, un su e giù fatto centinaia di volte in cui pompo aria nei polmoni e sgombro lentamente la mente concentrandomi sul respiro.  Un Ashtanga su due ruote: un'ora e 5 minuti per arrivare in cima vuoto e poi 4 minuti di rilassamento in discesa, lo si fa per questo no?


Pennac. È forse famoso per la serie di Malaussene ma non ricordo nemmeno bene quelli che ho letto, forse "La fata Carabina".  Ma lui ha scritto due libri che resistono dentro di me da decenni.  Il primo è una storia per bambini da 8 a 88 anni, "L'occhio del lupo".  Anche i lupi hanno un grande anima e ci sono motivi se la nostra cagnolina si chiama Pailette.  Ma oggi parlo di "Diario di scuola" in cui Pennac racconta, fra l'altro, che faceva imparare i testi a memoria.  Ecco alcune delle sue parole:
E perché non imparare questi testi a memoria?  In nome di che cosa non appropriarsi della letteratura?  Forse perché non si fa più da tanto tempo?  Vorremmo lasciare volar via pagine simili come foglie morte solo perché non è più stagione?  È davvero auspicabile non trattenere simili incontri?  Se questi testi fossero persone, se queste pagine eccezionali avessero volti, dimensioni, una voce, un sorriso, un profumo, non passeremmo il resto della vita a morderci le mani per averli lasciati scappare via?  Perché condannarci a conservarne solo una traccia che sbiadirà fino a essere solo il ricordo di una traccia...
Pennac faceva imparare ai suoi allievi brani celebri e potenti in modo che, per sempre, i suoi studenti potessero avere munizioni su cui ragionare e sparare senza pietà durante conversazioni varie e dispute.  O anche solo per "rimorchiare ragazze"!  Per anni ho pensato che non fosse possibile e non mi riferisco al fatto che la memorizzazione è demonizzata da quando io avevo 10 anni.  È che non credevo proprio che si potesse memorizzare un testo lungo.  Invece il mio discorso al TED l'ho mandato a memoria: 8200 caratteri, 1260 parole, fra 8 e 9 minuti per dirlo.  Certo: dozzine di prove e affinamenti ma da ora so che impossible is nothing e Pennac aveva ragione!


Ora so anche che i grandi speaker non hanno il dono di andare a braccio, ho capito che quella naturalezza, quell'argomentare serrato e travolgente, quella scioltezza disarmante non viene improvvisando e pensando alle battute cammin facendo.  È tutta gente, se conoscete eccezioni ditemelo please, che si è smazzata ore e ore di prove, memorizzando passaggi, snodi, modulazione di voce, cariche e ritirate.  Sono debitore a Francesca di avermi convinto che non c'era altro modo di essere naturale.  Mi ha detto che se il discorso è tuo, se ce l'hai dentro e lo domini, poi te lo godi: in un certo senso, aveva ragione.

Pressione. Luca ha parlato di sensori che misurano in tempo reale pressione arteriosa, battito e altro.  Non credevo che il palco dell'Accademico fosse questa cosa qua, ma salire su un palco è semplicemente devastante.  Non ho mai provato prima una sensazione simile.  "Devastante" vuol dire tante cose e per me significa (anche) memorabile, impressionante, emozionante e sconvolgente.  Si può pensare che dopo mezzo secolo di vita io sappia parlare in pubblico.  Beh, forse.  Ma il mio pubblico non è quello di un teatro meraviglioso; il mio parlare è diverso, meno teatrale appunto, più allungato e didattico, pieno d'incisi e ripetizioni per conficcare concetti nelle menti.  Qui no, al TED è diverso.

Primo, non si vedono facce, parli a un muro nero coi fari negli occhi e l'eye-contact te lo immagini solamente.  Poi, gli 8 minuti volano, le ripetizioni sono escluse, gli errori anche, tutto deve filare dalla prima all'ultima parola.  Terzo, quelli prima di te sono stati bravissimi, ci sono mamma e papà in platea, ti s'impasta la lingua, "ma dove sono capitato?".  Elisabetta ha detto che il teatro è una realtà aumentata: sembra paradossale, il palco era di semplicità zen, quasi glabro, eppure è vero e pare di vivere due vite in un colpo solo.  Ed è terrificante sentire il pubblico celato dietro il muro nero, respirare e quasi mugghiare a ritmo col discorso, ridere alle battute, sciabordare come una marea in certi passaggi riusciti.

Proprio dopo una battuta, stento a riprendere il filo perché non mi aspettavo la reazione divertita della sala.  Esitazione, non so se lunga o corta ma a me pare una vita, respiro, non mi viene in mente nulla, ri-respiro (forse).  Poi riesco a dire una frase abbastanza del menga ma riparto.  Da quel momento ho la sensazione di volare forse perché sentivo di averla scampata e di non aver più nulla da perdere, via fino in fondo senza prendere prigionieri e benedicendo la memorizzazione del testo.

Non auguro a nessuno quell'esitazione, per un po' mi pareva di essere in un universo nero parallelo, non saprei come dirlo altrimenti.  E da ora in poi non crederò più, come per altro da sempre fanno i buoni detective, ai testimoni oculari.  Io stesso, che non solo c'ero ma addirittura ero in azione, non saprei dire che cosa ho fatto o quanto è durato.  I testimoni, adesso lo so, raccontano non quel che è successo ma quel che gli è rimasto impigliato fra sensazioni e ricordi a cavallo fra il reale e l'autoindotto.


Team. La forza dei ragazzi del team è stata contagiosa.  La loro capacità di essere presenti, sorridenti, carichi come pallettoni e in grado di sprigionare scintille positive continue, è stata trascinante.  Giulia si è presa cura di me con discrezione avvolgente, precisione, umanità.  Mi sono sentito da subito in una botte di ferro.  Namaste, veramente!

Ho anche capito quanto le compagne/i degli speaker abbiano contribuito alla nostra preparazione.  Cesira, ormai sa il discorso a memoria quanto me, ma è stato commovente vedere che tutte/i si sono sorbiti patemi e recitazioni per giorni.  E poi dicono che non c'è dialogo nelle coppie!  Ora che ci penso è un dialogo per modo di dire con uno che dice sempre le stesse cose e l'altro che corregge le minuzie, fiscale come la finanza...


Energia. Diversi colleghi speaker mi hanno scaldato con l'emozione del "nucleo", di loro adesso mi fiderei ciecamente, mi hanno "aperto finestre sul mondo", di sicuro gli interventi hanno dato nuova linfa alla palude stagnante dei pensieri, non temo più la strana coppia di un cane e di un uomo, ho capito che con un po' di fortuna un asteroide non mi colpirà...  Spero di non fare torti a nessuno ma Luca ha raccontato una storia di magnitudo, vibrante e bellissima e io non resisto a signore bionde che dicono, citando George Steiner, "Siamo monadi perseguitate dal desiderio di comunione" (come in Pennac o nel "Postino di Neruda" certe frasi poetiche rimorchiano alla grande!)


A proposito di energia, alcuni pezzi del discorso hanno emozionato i matematici presenti in sala, più d'uno.  Un ragazzo mi ha inseguito mentre andavo alla macchina per complimentarsi e ci siamo subito intesi sulla regina delle scienze e sulla bellezza di fare didattica.  Frequenta il secondo anno a Padova e gli sono grato per avermi fatto il pieno per i momenti di carestia affettiva e quelli in cui la matematica a Economia e Management sembra la figlia della serva.  Queste persone mi hanno ricordato quanto io senta ancora quella sensazione di capire i matematici e di essere capiti a una profondità che è preclusa ai non matematici.  Ad esempio, mi fanno enorme simpatia gli ingegneri che mi hanno contattato dopo lo speech, li sento vicini, abbiamo parlato addirittura di controlli lineari, raggiungibilità, sistemi embedded, perfino Laplace e poli.  Ma c'è una affinità viscerale coi matematici, e solo con loro, che è indelebilmente incisa nel pericardio.  È il "richiamo della foresta" di noi matematici ululanti alla luna.

È la seconda volta che cito i lupi e forse è il momento buono per mettere in cassaforte questo strepitoso ed emozionante TEDxPaolop.

Monday, October 16, 2017

La matematica ai tempi di Facebook

Questo è, parola più parola meno, il mio intervento al TEDxCastelfranco del 14 ottobre 2017.

La tecnologia può sostituire la presenza dei docenti nella scuola?  E quanto internet e i social networks possono cambiare il modo tradizionale di insegnare e di apprendere?

Vi vorrei raccontare una storia iniziata sei anni fa, la storia di un corso in cui Facebook per la prima volta è stato usato come supporto alle lezioni universitarie.  Vi racconterò com'è andata e dell'enorme intensità che si è sprigionata in classe e online.

Poi mi soffermerò su una indagine più rigorosa, meno legata all'adrenalina del momento, in cui abbiamo analizzato scientificamente gli effetti di questo strumento, provando ad essere lucidi e forse cinici.

Infine, mi piacerebbe condividere con voi alcune conclusioni su questo viaggio e magari trarre qualche spunto legato ai possibili usi di internet, sulla scuola di domani e se sia veramente possibile fare a meno dei docenti e della scuola che tutti abbiamo conosciuto.

Sono un matematico e mi piace fare didattica e provo a convincere i miei studenti spesso con l'uso del computer, quanto la matematica illumini il mondo con applicazioni pratiche e con la sua bellezza immortale.  Poco più di 6 anni fa entro in una classe con oltre 400 studenti di primo anno.  400 sono tanti, sono più di tutti gli spettatori dell'Accademico, non riuscivo a vederli in faccia, erano troppi.  Fra me e me pensavo che era impossibile fare lezione in questo modo.  in realtà, ero infuriato anche con il mio ateneo che mi obbligava fare lezione in queste condizioni.  Come si fa a insegnare qualcosa a questa marea di persone?  Come si fa a seguirli, Conoscerli, guidarli?  Come si fa a capire se hanno capito?

Mi sono detto che serviva uno scatto, un supplemento d'anima, cercavo un modo di parlare a centinaia di studenti, i miei studenti, senza poterlo fare in classe.  E mi venne in mente Facebook.  Il più famoso social network al mondo, pensai, può forse essere usato per discutere problemi, esercizi e fare domande.  Non era semplice: come sapete Facebook è tradizionalmente legato a un uso personale e raramente ci si pensa come se fosse uno strumento di studio e lavoro.  Nel mio caso bisognava fare di necessità virtù: bisognava usare Facebook per parlare di cose serie e aiutarsi a colmare l'impossibilità di comunicare in modi tradizionale con diverse centinaia di persone.  Vedete la pagina che ho creato alle mie spalle, si chiamava Matemates.



Dopo qualche giorno di cautela reciproca con pochi post, gli studenti hanno iniziato a scrivere qualche breve pezzo e a mettere qualche like.  io rispondevo più velocemente che potevo e continuavo ad esortarli in classe ad usare la rete per rendere sensato e proficuo un corso così stracolmo.  A poco a poco, i post aumentavano, sempre più, sempre più velocemente.  E io sotto con le risposte, i contro-like, le amicizie.  A un certo punto il ruscello di post è diventato un fiume e poi un'inondazione.  Mia moglie a un certo punto mi disse che ero fuori di testa, ringhiava ``Paolo, non puoi stare su Facebook tutto il giorno''.  In effetti non ce l'avrei fatta ma la cosa bella era che gli studenti ormai iniziavano a rispondersi fra di loro.  E, in secondo luogo, arrivarono Alessandra e Maryna a rispondere a tutti.  Il loro aiuto e la loro dedizione sono state fondamentali.  Avevano caratteri diversi: Alessandra si materializzò come un personaggio dei manga giapponesi che ama così tanto, velocissima, tecnica, asciutta, rispondeva a decine di domande, secca, precisa.  Maryna era anche più filosofica ed empatica, dava risposte condite di commenti più personali e ironici.  A un certo punto l'intera classe si rese conto che quello che stava succedendo era qualcosa di speciale, di noi parlò un blog definendoci "una tribù'' e chiamandoci ``quelli di Facebook''.  In questo delirio di Facebook, teoremi, esercizi, post finimmo sul Corriere del Veneto, sul Gazzettino e sui media locali.  Gli studenti erano gasati e convinti che Facebook gli avrebbe dato due o tre punti in più all'esame finale e i primi dati sembravano confermare la loro impressione.  Ero gasato anche io e nel mio piccolo mi pareva di avere fatto la storia.



Ma adesso fermiamoci un attimo.  Dopo questa euforia cominciai a chiedermi che cosa fosse successo, intendo che cosa fosse successo veramente.  Sono uno scienziato e so quanto sia difficile provare la presenza di cause ed effetti.  Per fare un esempio, prendete gruppo di persone con l'influenza e dategli un bicchiere di acqua fresca ogni mattina e sera e basta.  Dopo una settimana metà di loro sarà guarito.  Potete concludere che l'acqua fresca cura l'influenza?  Ovviamente no, sappiamo che non è così e infatti metà di loro sarebbe guarita comunque anche senza acqua e anche, a dir la verità, senza niente.  Allo stesso modo, come potevo sapere se Facebook aveva migliorato la performance dei miei studenti?  Magari erano bravi di suo, magari ero stato largo di manica nei voti, magari l'aria della città di Treviso è più buona di quella di Venezia...  Come si fa a sapere se una cosa ha effetti?  Nella scienza si fa un epserimento con un gruppo di controllo.  Noi non ce l'avevamo ma ci venne l'idea di confrontare rigorosamente i cosiddetti studenti di Facebook con quelli cui s'insegnava lo stesso corso senza Facebook.  Per 4 anni abbiamo raccolto dati per valutare le abilità degli studenti, attendendo che finissero la carriera universitaria per escludere che i buoni risultati fossero dovuti, per puro caso, a un gruppo di studenti straordinari.  Abbiamo perfino controllato la qualità di tutte le scuole superiori da cui provenivano e ci siamo creati un gruppo di controllo formato dagli studenti dei corsi paralleli.  Nuovamente, una studentessa speciale mi è venuta in aiuto.  Shira a quel tempo era una dottoranda della Bocconi e lei mi aiutò a setaccìare senza sosta dati e matricole per distinguere e capire se c'erano differenze fra ``quelli di Facebook'' e gli altri.  Da scienziati eravamo entrati nella modalità ``Caccia a Ottobre Rosso''.  Vi ricordate del film in cui gli americani cercano di beccare il sottomarino russo nascosto negli abissi e comandato da Sean Connery? Noi volevamo, come in quel caso, catturare l'effetto di Facebook che era nascosto e si era immerso in un oceano di potenziali altre spiegazioni.  Ad ogni controllo, l'effetto di Facebook scendeva e scendeva: prima tre punti su 30, poi due punti, poi 1, poi 0.75 e avanti, limatura dopo limatura, alla fine siamo arrivati a mezzo punto.



Ecco siamo ormai arrivati all'epilogo di questa storia: quanto vale Facebook?  Intendo, quanto vale dopo che hai lavato via l'euforia, il divertimento e tenuto conto della bravura degli studenti, della qualità del loro diploma, e del mio contributo come docente.  Ecco, quanto vale?  Mezzo punto!

È poco?  È tanto?  Ok, lo lascio decidere a voi ma a me pare poco.  Da un lato lavoriamo duro proprio per ottenere piccoli miglioramenti e mezzo punto è proprio questo, un piccolo miglioramento.  Ma è forse poca cosa, ti accorgi appena di mezzo trentesimo anche se è distribuito su tutti i 400 studenti della classe.

Se ci pensate forse la cosa è anche ragionevole.  Forse eravamo matti a pensare che internet avrebbe cambiato tutto, sconvolgendo il modo di imparare.  Forse è ovvio che studiare costa fatica, che non ci sono scorciatoie, che le sudate carte non te le cava nessuno.  Che servono ore sui libri.  Forse servono buoni docenti, gente che ti guarda negli occhi e ti rispiega se capisce dal tuo sguardo che non hai capito.  Di quei professori, di quelli bravi, ne abbiamo avuti tutti.  In qualche caso ci hanno veramente salvato la vita.  Forse era ingenuo pensare che Facebook o un altro social network o la rete ci avrebbe reso geni a colpi di post e di like.  Pensiamoci la prossima volta che all'ennesima riforma della scuola non si parla altro che di lavagne interattive, LIM, di ipad e di smart phone, Ricordiamoci magari che servono anche docenti in gamba, impegno e buone strutture.  E internet?  Sì, sì, serve anche internet!  Fa bene e diverte sia noi adulti che voi nativi digitali.

Ma a conti fatti, alla fine della fiera le persone sono importanti e internet conta solo mezzo punto!

Grazie!

Tuesday, August 22, 2017

Monte Grappa downunder

Strisce di muscoli mi bruciano ancora forte e chiaro, è una cosa superficiale ma quadricipiti e tibiali sottocute sono ancora in fiamme a distanza di due giorni pieni.  È merito del sentiero 106 da Cima Grappa al Santuario della Madonna del Covolo. Venerdi 18 agosto sono ritornato in Grappa, dopo che ci ero stato in notturna il mercoledì precedente. Non mi capita spesso di andare su e giù per il Grappa, che pure è forse l'unica montagna nota e amica, ma avevo un compagno d'eccezione e ho fatto discesa e salita con Andrew, un trentenne australiano incontrato la sera prima.

In questo piccolo mondo capita che Cesira, mentre attendiamo un tavolo all'aperto alla Piola, si sente chiedere ``Hiccups, eh?  Did you drink too much?''  Pardon?  Andrew aveva scambiato i suoi singhiozzi liberatori, quelli che dissolvono a volte mal di testa latenti, per i postumi di una birra.  È un inizio e alla fine chiacchieriamo tutta la sera, lui ordina una seconda birra mentre noi finiamo la pizza e di ciacola in ciacola veniamo a sapere che è di Brisbane, è stato nell'Australian Army per 5 anni e che poi ha lavorato in servizi di security in Afganistan, anche per la sua ambasciata, e altrove.  Non immaginatevi Rambo, tutt'altro: di media statura, compatto e di carnagione chiara tendente al pel-di-carota, parla un inglese facile da capire (cosa non sempre scontata per un Aussie), è reduce da 35 giorni di cammino di Santiago, da Roncisvalle a Finisterre, inserendolo in un viaggio di 3 mesi circa in Europa.  Gli chiediamo come mai è a Treviso e ci dice che, proprio sul cammino, ha conosciuto tante persone e amici di Motta di Livenza e Udine lo hanno invitato dalle nostre parti.  Detto, fatto: dal Queensland a Treviso-Motta via Santiago, non è la prima volta che osservo che le varie walks of life seguono percorsi non geodetici, arabescando uomini, paesi ed esperienze in modi non lineari e degni di nota.  Andrew clearly "got the action, he got the motion".  Questo, poi è un blog figlio del continente giusto, Sydney nel nome, viaggi e lontananze-vicinanze fisiche e mentali nelle storie e nelle assonanze (e per altro il Grappa è già entrato in queste pagine, lettore compulsivo sei avvisato!)

Il punto è che il Grappa lo tira fuori lui, "vorrei andarci, ho sentito parlare del monumento ai caduti, ma non ci si riesce con l'autobus..."  È appena stato a vedere Villers-Bretonneux (credo) dove stanno migliaia di suoi connazionali, mandati sotto comando inglese a morire per gli stessi motivi che anche da queste parti hanno generato migliaia di caduti.  Taglio i dettagli, ci fa (tanta) simpatia questo ex-militare fresco di Kabul, con la leggenda dell'ANZAC e Gallipoli nel cuore, sobrio e apparentemente senza coltello fra i denti, che ci parla della necessità di ricordare e che ha letto del Monte Grappa e del suo sacrario.  Penso che, in effetti, andare in Grappa in autobus non si può e, in ogni caso, ci si impiegherebbe un tempo così lungo che tanto vale andarci a piedi...

Cesira mi sorprende, non sempre dà confidenza agli sconosciuti, specie se le fanno notare il singhiozzo, e propone di offrirgli un passaggio all'indomani fino all'attacco del sentiero 151 di S. Liberale.  Detto, fatto.  Ci salutiamo con l'appuntamento per le 9.00 del mattino dopo, il piano è di scarrozzarlo e di lasciarlo andare su da solo lasciando che si trovi in autonomia un modo (non ovvio) per tornare a Treviso.  La notte porta consiglio e alla fine decido che posso fare andata e ritorno con lui, conosco il sentiero 151 come le mie tasche e mi rendo conto che per prendere la corriera MOM (Mobilità di Marca) delle 17.15 da Crespano del Grappa a Castelfranco serve metodo e organizzazione.  Inoltre non salgo in cima di giorno da tanto tempo e, fresco visitatore di Redipuglia, rivedere l'ossario m'incuriosisce specie in compagnia di un ex-fante del Commonwealth.

Partiamo alle 10.20, su per ``Plan of the Ball'' lungo quel bel serpentone di sassi bianchi, piccole pause per bere, banana, foto, in una giornata sfolgorante.  Facciamo, come da tradizione una pausa e selfie a Pian dea Baea e poi via per l'ultimo tratto verso la cima che raggiungiamo alle 12.22 e dove  non manca un discreto traffico di turisti venuti su in macchina, moto, pullman.  Come gli avevo raccontato speranzoso anche la galleria Vittorio Emanuele è aperta e per la prima volta posso visitare il tunnel, di recente restauro, scavato sotto la cresta sommitale dal febbraio al giugno del 1918.  Il manufatto è impressionante: una lunghissima galleria, con sotto-gallerie che portano a quaterne di nidi di mitragliatrici o postazioni di calibro 75.  Tutto è ben curato e riporta, a distanza di quasi un secolo, a quei tempi umidi e bui, dove i soldati come talpe hanno combattuto rintanati per mesi.



Usciamo alla luce del sole e ci dirigiamo all'Ossario, "Gloria a voi soldati del Grappa": cimitero italiano con circa 13000 morti; cimitero austriaco, altri 12000 a sancire quasi un pareggio che, a me pare, mostra come in un certo senso non ha vinto nessuno (sì, sì lo so, abbiamo vinto noi, ci mancherebbe, è dai tempi di Pirro che uno vince e uno perde senza che sia chiarissimo a nessuno dei due chi sia arrivato primo...).



Percorriamo la via Eroica, gli racconto quel che so, e torniamo al rifugio.  Vedo che Andrew fa delle fotografie in cui inquadra un braccialetto nero.  Mi dirà poi, mentre stiamo mangiando un piatto di pasta prima di spararci la discesa, che porta con sé il ricordo di un compagno d'armi, morto in un conflitto a fuoco in Afganistan, prova a nutrirne il ricordo mentre visita questi incredibili posti di memoria, orrore e valore.
Through these fields of destruction
Baptisms of fire
I've witnessed your suffering
As the battle raged higher
And though they did hurt me so bad
In the fear and alarm
You did not desert me
My brothers in arms 
Dire Straites, "Brothers in arms"

Tornando a toni più lievi, sapevo che per prendere la corriera bisognava scendere celermente da un altro sentiero e opto per il 106 che percorre una valle che sbocca a Crespano del Grappa.  Non lo facevo da anni anche perché si tratta di un sentiero ripido che non a caso è denominato "la direttissima".  Sì, in vari tratti il 106 è solo un'idea: una linea molto dritta fra il punto A (Malga Ardosetta) e B (Covolo), una vera e propria stambeccata in mezzo a boschi ameni con la luce che filtra a macchie di leopardo e in cui spesso viene voglia di usare anche le mani perché non è semplice muoversi su simili pendenze stando in piedi.  Se mi volete ascoltare, è già duro in discesa e consiglio di non farlo in salita o forse provate solo se avete cattiveria, polmoni e gambe da vendere.  D'altro canto, proprio perché il 106 è "direttissimo" e altimetricamente spietato, si rotola giù presto e in un'ora e quaranta siano al Covolo.  Andrew scende con le sue scarpette da ginnastica (o almeno sembrano tali) mentre io, come un dinosauro, in montagna continuo ad andare con lo scarpone da trekking che erano in auge una trentina d'anni fa (alla fine metterò il culo a terra una sola volta e già ridevo prima ancora di aver toccato il suolo, di solito è buon segno!)
La vista da "El balcon", 1265 m, lungo la direttissima  106.
Abbiamo un'ora per raggiungere il centro di Crespano e scendiamo nuovamente dritti come fusi lungo la Via Crucis asfaltata che dal centro porta al Covolo.  È un'altra strada di pendenza accentuata, come sanno tutti i ciclisti che una volta o l'altra nella vita hanno sacramentato cercando per puro orgoglio di raggiungere il santuario.  Tagliamo a sinistra e arriviamo al piazzale dell'autostazione, un po' discosto dal centro e dalla chiesa, alle 16.45.  Passiamo la mezz'ora che ci separa dalla corsa 203 per Castelfranco bevendo alla fontanella, scattando qualche foto del Grappa che incombe sul paese e chiacchierando del più e del meno.  Mi dice che è fed up e che spera di non occuparsi più di sicurezza ed è iscritto a distanza a un corso di Management e leadership, riesco perfino a domandargli due cose tecniche relative ai corsi e alle tecniche di elearning che usano alla Southern Queensland University.

Mi offre il biglietto della corriera, 4 euro, siamo gli unici due passeggeri che vanno verso Castelfranco, zigzagando e ripercorrendo tratti di strada avanti e indietro per raggiungere angoli sperduti di frazioni come Bessica.  Saluti, good luck e scambio di whatsapp per memorizzare i numeri.  Io scendo a Ramon, è il posto più vicino a Riese e m'incammino verso casa con la consapevolezza che potrei marciare per ore e che i kilometri sono (anche) astrazioni.  Sono quelle strane idee, alla Forrest Gump, che ti vengono dopo che le gambe girano per ore e sembrano non volersi fermare più.  Thank you Andrew, have a safe trip back!



Wednesday, July 26, 2017

Grande fiume, portami via!

Alle 17.30 parte la corriera per S. Donà di Piave, cambio, Caorle, e ultimo balzo verso Porto S. Margherita.  Mi succede quasi sempre: i viaggi, piccoli o grandi, mentali o fisici, scompongono la realtà, asportano pezzi dolorosi e insensati mentre distillano brani d'essenziale semplicità. Oggi è un giorno in cui la peggior romanità, burocratica e assurda, ha rialzato la testa facendomi sentire con le spalle al muro. Vorrei le ferie, questo meta-luogo meta-fisico in cui ci si riappropria di un minimo di profondità, lasciando andare alla deriva urgenze fintamente importanti e vincendo la sindrome che ti fa pensare di essere indispensabile.

Compro il biglietto dal cinese del tabacchino, magrissimo e bene informato, "parte dalla corsia 8". Mi prendo pure un caffè che mi viene servito da una commessa nostrana che chiacchiera con quei bei tipi degli autisti in breve pausa prima della corsa seguente.  Come sempre sono uno dei pochi bianchi caucasici che prende la corriera, molti fra gli altri che attendono sono neri africani diversi nella tinta dai colori più tenui e mediorientali cui siamo forse più abituati. Questa neritudine di pece contrasta col cromatismo accecante del vestiti, spesso sgargianti al punto da mettermi di buon umore.


Partiamo con qualche minuto di ritardo, alla guida c'è una signora piccola e atleticamente tozza, sui 35 anni, con un accento meridionale forte che non riconosco.  Si mette immediatamente a chiacchierare con una passeggera che scenderà in periferia a S. Donà.  Un po' le chiacchiere, un po' la statura rischiano di non farle vedere che mamma e due bambini non hanno ancora finito di scendere dalla porta posteriore e accenna a ripartire mentre un paio fra gli 8 a bordo le urlano "aspetta!".  Si scusa, "non li avevo visti".

La corriera fa un percorso che è un esempio di come per andare da A a B, nei viaggi come nella vita, si possa fare un arabesco anziché una linea retta.  Su e giù, destra e sinistra, da Monastier in poi ci infiliamo su vie strette e frenate brusche per fare salire e scendere gente non chic che mi fa simpatia.  L'autista di tanto in tanto tira delle belle inchiodate perché siamo su strade arginali (o marginali, scegliete voi), sopraelevate rispetto al livello campagna, e non ci passano una macchina e una corriera.  Attraverseremo Zenson di Piave, Fossalta di Piave, Musile di Piave sempre diretti, con cantilenante consecutio, a S. Donà di Piave.  Realizzo che il Piave, come i gatti, ha tante vite.  Alcune le conosco: mi sono familiari il greto di Lentiai, il fiume sacro alla patria del Montello e le Assicurazioni ValPiave.  Ma mi rendo conto che questa zona mi è nota né più né meno della Lusiana e del suo Mississipi. Zero! Comincio a pensare "Grande fiume, portami via", lontano dalle rive ministeriali del Tevere, in mezzo a campi di mais e ortaggi e casoni di bonifica e fossi.  E pensare che il fiume lo si vede poco e solo in qualche tratto d'un verde cupo e militare (in effetti, l'abbinamento ha senso...)  ma m'immergo in questo viaggio di un'ora e mi pare una transiberiana su quattro ruote targate ATVO, dove la "O" sta per orientale, cazzarola, fra argini, canali, tagli e strade di campagna di questo esempio di Veneto profondo.

Sono le 18.30 e a S. Donà chiedo all'autista se ce la facciamo a prendere la coincidenza per Caorle.  La signora prende un tremone, "non la vedevo e pensavo che non fosse rimasto nessuno a bordo" .  Constato che per guidare basta vedere bene davanti, visto che lo specchietto non lo sa usare o non è regolato giusto.  Capisce che siamo un po' in ritardo e, sempre chiacchierando, ci mette impegno e addirittura taglia per una stradina in centro, abbandonando il percorso ortodosso, per fare prima.  "Sa, alle sei tutti tornano dal lavoro, c'è così traffico...'', (si, dice "così traffico"!)  e aggiunge "Ho il cellulare scarico sennò chiamerei la stazione, ma non si preoccupi che ce la facciamo".  Come in Luisiana, anche qui nessuno ti molla, il mio destino è Caorle e addirittura mi dice con malcelato orgoglio: "Però, due tratte belle lunghe, prima da Treviso a S. Donà e ora fino a Caorle".


Wow, sto per decollare: già ero in modalità onirica ma con due ore di viaggio in Piave-shire mi sento poco meno di Phileas Fogg nei suoi 80 giorni in giro per il mondo!

In ogni caso, ipse dixit e infatti arriviamo in autostazione a S. Donà in tempo e posso salire, senza colpo ferire, sul mezzo per Caorle, con altre 12 persone senza tanti ariani di mezzo oltre a me (alla fine poi gli autisti cazzeggiano e partiamo pure con 8 minuti di ritardo).  Dev'essere la suggestione dei meandri del Piave ma le strade dirette qui non hanno successo.  Noi, per andare a Caorle in macchina, avremmo preso percorsi diversi ma qui si passa per Eraclea e Ottava Presa, terre di latifondi e di bonifica, di zanzare in picchiata come Stukas, sono cose belle.

Cesira mi raccoglie a Caorle e mi accompagna a Porto Santa Margherita e al suo mare che nulla ha da invidiare a Portofino (de gustibus, no?).  Porto S M, penso che si scrive PSM e sono trafitto dall'analogia con PQM, "per quanto motivato"!  È evidentemente una fase della vita in cui le sentenze mi danno la (s)carica.  Eppure, 5 euro, due ore col grande fiume e l'umanità viaggiante e al volante per queste terre mi hanno rimesso in sesto o forse, veramente, mi hanno portato via.  Non so quanto durerà ma costa molto meno dello psicanalista.

La vista di PSM mi dà sempre i brividi per modernità e bellezza del mare. Ah si?  Zommate bene fra i due grattacieli...