Sunday, March 02, 2025

Cina

Infrastrutture. il treno ha già rallentato, abbandonando la velocità di crociera di circa 275 km/h, più o meno quella di un Frecciarossa. frena, sono le 15.39, sempre più piano, dico: "arriva pure in anticipo?", M sorride: "vedrai se non apre esattamente alle 41", il treno va avanti lento, la gente si alza, sono svizzeri o cinesi quelli dell'alta velocità? 15.40.35, tutti con zainetto in spalla e trolley teso, pronti a scattare verso la città, sempre più piano, 15.40.51, si ferma, hostess in pole position, i secondi girano, 55, 56, 57, vuoi vedere che... la porta scatta, il primo passeggero mette il piede a terra esattamente alle 15.41.01. ridiamo, questi ci mangiano i risi in testa! è la fine del viaggio sul treno cinese, tratta per Shanghai delle 15.14, forse c'erano altre opzioni ma abbiamo deciso di vedere Suzhou Station (ci sono anche la North e South station, più recenti) e di osservare da vicino come funzionano i treni e l'infrastruttura del Dragone. 

sotto sotto restiamo pendolari nell'anima (che spesso è anche uno stato esistenziale, no?) e vogliamo sperimentare un viaggio che ci costa 68 yuan (元, così si denota informalmente il renmibi) , meno di 10 euro. in effetti "experience" è la parola giusta: la Suzhou station è grande come un aeroporto, somiglia a un'astronave o a Stansted nei giorni in cui la sua grande hall è affollata. controllo bagagli col metal detector all'ingresso, si entra solo con passaporto, dentro spazi dilatati pieni di sedie per i passeggeri, negozi, doppia fila di enormi toilette pubbliche per maschi e femmine sia su un lato che su quello opposto (questa dei bagni pubblici l'abbiamo vista spesso, locali ben tenuti, pipì come se piovesse per un miliardo e rotti di persone). andiamo a prenderci un caffè ma non ci sono molte scelte, o non le vediamo, e finiamo al MacDonald. ordine sullo schermo touch in cinese e inglese, cappuccino e liscio, "confirm order", esce lo scontrino a stampa numero 32353, dobbiamo attendere il ns turno di fronte al banco dove una signora assembla gli ordini e scandisce con voce stentorea il turno che, ovviamente, appare anche su un display, a me danno anche un contenitore con acqua bollente a parte, in modo da poter allungare il caffè, Daniela sarebbe felice! la signora sorride quando le diciamo scziee-scie, "grazie", l'unica parola in cinese del repertorio oltre a "nihao". si fa tanta strada a suon di grazie, che ormai storpiamo con nochalance in scie-scia, e ciao, roba da non credere che due parole ti aprano il mondo (va ben, diciamo che aiutano anche se a volte vorrei avere più argomenti...), ognuno attende il suo treno vicino al  gate. come... gate? già, che sembra un aeroporto l'ho già scritto, ci chiamano 15 minuti prima della partenza, viaggiatori in fila, altra guardatina al passaporto e siamo sui binari chiusi da una barriera che automaticamente si alza solo quando il treno è fermo, chissà se la usano anche per ghigliottinare i ritardatari che, tapini, provano a saltare sul treno all'ultimo minuto! Il materiale rotabile ha qualche anno, in seconda classe ci stanno 5 persone per fila, in prima 4, sbircio la business dove le poltrone sono ancora più larghe. comincia la toccata e fuga a Shanghai, treni e stazioni e tutto il resto ci hanno impressionato, in Cina è l'ennesima volta che resto a bocca aperta, a metà fra l'attonito e il meditabondo, cercando di allineare quello che pensavo prima con quello che vedo ora, la teoria con la pratica, gli articoli dei commentatori italiani ed europei con le facce, i grattacieli, le città.

Alba nei pressi dell'albergo Dushulake.

Rischio. è stato un viaggio intriso di inquietudini varie, per la prima volta mi avventuro seriamente fuori casa col microinfusore. è andato tutto bene e anche se è un piccolo passo per l'umanità è pur sempre un gran passo per me: tenere a bada la glicemia senza sapere che cosa si mangia e che cosa ordinare, con lunghi tratti a digiuno o camminate al freddo dell'inverno di Sozhou, per vedere anche qualcuno dei giardini che hanno reso celebre la città. per avere qualche margine di sicurezza avevo portato di me un po' di tutto: oltre alle penne di rapida, una di lenta nel caso estremo in cui toccasse ripartire dalle microiniezioni. e poi sensori, cavo per caricare il trasmettitore, pure pump-base di scorta. le cose essenziali erano "doppie", riposte sia nello zainetto che in valigia, in modo da poter far fronte anche allo smarrimento del bagaglio. in tutto ho una sporta di roba. paranoico? si. forse. o no? il punto è proprio che il "rischio" è quella cosa che ti fa passare per mona se capita e non eri preparato (perché lo sapevi prima!) e che ti fa passare per mona lo stesso se eri pronto ma non succede un bel niente (perché ti eri preoccupato troppo). bel dilemma ma... meglio così! 

La Cina è uno strano paese e non mi è chiaro come si esce da un problema: non oso pensare a cosa può succedere se perdi il passaporto o te lo rubano, il documento serve anche solo per entrare in stazione o in aeroporto, te lo domandano in continuazione, scansioni e controlli, lo devi fotografare e spedire ogni volta che Alipay e le sue sorelle app si imbizzariscono. l'inquietudine aumenta quando ti rendi conto che, generalizzando un po', non parlano una parola di inglese che sia una. l'incomunicabilità in Cina è maestosa e granitica, persone e tassisti non capiscono la lingua al punto che spesso si bloccano e diventano quasi rigidi e ostinatamente muti. quando parlano loro non c'è verso per noi di afferrare un brandello del senso. io sono rimasto molto colpito anche dal fatto che non ci si capisce nemmeno a gesti, non capiscono i nostri movimenti e ogni tentativo di descrivere gesticolando li lascia sbigottiti, gli leggi negli occhi "che czzrla sta facendo questo qua?", parole zero, a motti nemmeno, è dura, anche negli alberghi, anche in città, anche con poliziotti o altri funzionari, anche in grandi magazzini (se non, forse, quelli posh e zeppi solo di brand occidentali delle metropoli). a questo si aggiunge il fatto che gli ideogrammi cinesi sono, semplicemente, inacessibili a un profano che finisce per guardare questi disegnini annaspando e battendo in immediata ritirata. in spagnolo, o francese o anche in altre lingue più abrasive, capita di intuire il senso di una parola scritta ma lasciate ogni speranza se entrate in Cina e non avete studiato. dopo una settimana so riconoscere solo gli ideogrammi per uomo 人, banca 银行, yuan 元 (perchè il matematico che è in me ci vede un pi greco!) e Cina 中 (perchè l'avevo imparato da bambino collezionando francobolli). ci fai poco nella vita, con filosofemi come "uomo cinese in banca", che non saprei comunque pronunciare e "grazie-ciao" di prima. provate a ordinare una cosa al ristorante... è molto meglio se ci sono le figure e tu indichi le pietanze col dito!

Non ho la più pallida idea di cosa segnifichi, non so nemmeno se sono ideogrammi tradizionali o semplificati... 

in realtà con un cinese ogni dieci si può parlare in un inglese funzionale, un altro qualche parola la infila, un terzo si ingegna e sorride e interagisce lo stesso, scatenando quell'empatia salvifica che ritenevo potesse sempre essere un'ancora di salvezza. con gli altri sette, però, è come parlare con un oscuro cubetto di porfido.

viaggiare è sempre "rischioso", nel senso che è connaturato a non sapere nei dettagli quello che vedrai, come ci arriverai, chi incontrerai e quali vibrazioni o cataclismi genererà dentro di te. in Cina quest'inquieitudine l'ho sentita amplificata dalla sua grandezza, dalla voglia di capire questo straordinario subcontinente, dal fatto di sentirsi solo fra un miliardo e trecentomila persone con cui non si riesce a parlare, dall'incertezza generata dal doversi sentire autonomo ad ogni costo, dalle bizze del traffico dati telefonico e della rete. mi sono chiesto quanto deve essere stato bravo Marco Polo, era qui sei secoli fa senza tutte le diavolerie e i lussi di cui dispongo io e chissà quali erano le sue inquietudini.

Croce e delizia. la tecnologia qui è una tigre con gli artigli affilati e ben sguainati, pervasiva, asfissiante, utilissima e francamente terrificante. telecamere ovunque, scansioni di documenti e facce frequentissime. le app che traducono sono fra i pochi strumenti che consentono con pazienza di costruire qualche domanda e risposta sensata. i giovani scattano come molle, sotto a digitare o a chiedere vocalmente una traduzione. il sistema di pagamento più utilizzato è Alipay, anche se si può pagare con WeChat e chissà quanti altri sistemi del tutto sconosciuti in occidente, da noi c'è Satispay che ci somiglia molto. quando tutto funziona è una meraviglia: inquadri un QR code, o lo dai da scansionare alla controparte, e quando serve digiti importo e codice di sicurezza. pochi istanti dopo la transazione è fatta. io non ho visto una banconota o una moneta che sia una. lo stesso, credo, vale per una montagna di cinesi. inquadra e via. certo, se tutto funziona... ma non funziona sempre e allora sono fastidi: se la rete non prende, la VPN è incastrata, hai finito il credito e vai col un rosario di altre cause, non si riesce e non c'è modo di pagare. alcuni s'innervosiscono, capirsi parlando non si può e noi, che eravamo un piccolo gruppo di 2 o 4 italiani, abbiamo spesso "risolto" utilizzando la app di un collega e "poi faremo i conti in separata sede".

io sono rimasto bloccato senza poter pagare per quasi due giorni perché, pare, non avevo versato un supplemento di 0.05 yuan, meno di un centesimo di euro, dopo una corsa con l'Huber cinese che si chiama DiDi. per meno di un centesimo, non risucivo a fare nulla, screen in cinese, schermate su schermate, fotografia del passaporto, "fornisci una nuova carta di credito" con foto del fronte e del retro (ma perché l'app non si prendeva questo stramaledetto cent dalla carta che avevo inserito e sempre usato?) e così via. l'app sul mio IPhone non è ben localizzata, delle scritte e dei bottoni in cinese vi ho già detto, anche digitare è difficile perché il completamento di quel che scrivi interrompe e sbaglia la digitazione fra italiano, inglese, cinese... per digitare una riga si rischia di impiegare minuti. alla fine ho risolto la grana perché John Wu (o simili), un giovane dipendente dell'albergo si è offerto di pagare per me il maltolto. mi ha regalato un centesimo (meno!) e ha usato il suo Alipay per sanare il mio debito, tecnologia contro tecnologia ma bisogna saperlo fare e anche lui ha smanettato parecchio sui settaggi della sua e della mia applicazione (e alla fine può anche darsi che ci sia riuscito su WeChat, dato che mi ha chiesto di collegarci in modo da consentirgli di pagare per un "amico"). vi ho dato l'idea del delirio in cui ti puoi trovare specie se non c'è un John intorno? un altro esempio di tecno-gentilezza me l'ha fornito una giovane commessa quando, l'ultimo giorno, siamo andati a mangiare in un bar vicino al Dushulake. avrei dovuto pagare con una app che ovviamento non avevo. allora mi ha detto che "i pay con c-fine app for you and you Alipay me". detto e fatto, lei ha pagato con l'app e io, seduta stante, l'ho rimborsata col mio Alipay che ora è anche un'azione, "you Alipay me!"

Suzhou. riesco ad prendere in pomodorino con i bastocini, è un successo in questo strano, grande e potente paese. è l'alba del terzo o quarto giorno a Suzhou (a seconda di come si contano i giorni di viaggio e la prima notte in bianco, culminata con l'arrivo alle 4.00 di mattina a Pudong). stamattina mi sono fatto mezz'ora gagliarda di passeggiata nel "Parco della chiesa" che sta a fianco all'hotel, 4 C, aria fresca e alba luminosa sul Dushu Lake, in mezzo a una specie di alzaia molto ben tenuta, fra prati, boschetti diversi, quasi a disegnare ambienti per il corpo ma anche luoghi più meditativi, con scorci astratti di rocce, o metafisici, come selve di tronchi secchi e slanciati oppure sentieri stretti con pavimentazioni di pietra dalle vibrazioni materiche distinte che si scaricano sulle suole delle scarpe.

per afferrare un pomodorino coi bastocini devi aprirli parecchio e si deve esercitare una forza bilanciata ed adeguata. le metafore abbondano, sappiamo che la potenza è nulla senza controllo, la capacità di aprirsi serve tanto quella di stringere (le fila, i denti, le chiappe). usare i bastocini mi pare sempre un equilibrismo ai confini del sadismo, qualche volta trovo la posizione giusta, è questione di millimetri, e riesco a fare forza concentrandola per bene sulle punte. ma più spesso i bastoncini non si "baciano" e ne esce una presa sbilenca e difficile da usare. finisco per concentrarmi sui muscoli delle dita e su quanto si deve premere o flettere piuttosto che sul cibo, quindi chiedo una forchetta e andate in mona! anche questo è saggezza e metafora. strumenti giusti per le occasioni giuste e quando è ora il resto fiorirà.



a Suzhou abbiamo visitato alcuni dei giardini, patrimonio dell'umanità, che l'hanno resa celebre e che spiegano la sua fama di paradiso in terra e di Venezia dell'Est. ma era pur sempre metà febbraio e i giardini in pieno inverno non mostrano certo il loro lato migliore. quello che mi ha lasciato il ricordo migliore è il Lion's grove, il secondo, quando avevo iniziato a capire già qualcosina di questi recinti urbani curati nei minimi dettagli, luoghi di bellezza e di meditazione, prati, fiori, composizioni di rocce con un'aura di metafisico, laghetti e padiglioni riccamente decorati. negli ultimi giorni della vacanza per il capodanno cinese, i turisti erano molti, gli occidentali pochissimi (alla fine oltre a noi ne avremo visto forse mezza dozzina in tutto). 

evidentemente una delle attrazioni del giardino siamo noi, vistoso (!?) gruppetto di 4 turisti "strani" e molte volte ci hanno chiesto di fare delle foto, mi scappa di dire che "per loro siamo come Shreck", soggetti un po' strani e molto curiosi, anche senza la pelle verde e le orecchiette aguzze. 

A Tiger Hill, decido di contrattaccare: se voi fotografate noi, io mi faccio un selfie con due ruvide facce da campagna (e Marco, Andrea, e Giulia).

X ci dice che forse in questi ultimi giorni di festa è maggiore il numero di chi passa o visita la città proveniendo dalla campagna o da aree più interne dove in sostanza vedono gli occidentali solo in televisione. accetto di buon grado, vai con le foto ricordo con cinesi sconosciuti. mi chiedo, e non sarà l'ultima volta, come si mettono assieme i pezzi: quello che io leggo della Cina ha spesso un connotato negativo sui nostri media che descrivono un paese illiberale retto dal dittatore Xi dai modi talvolta vagamente soft. ma ricordo bene la censura sistematica, le minacce a Taiwan, la distruzione culturale e fisica del Tibet, Piazza Tienanmen, la brutalità con cui è stato inglobato Hong Kong durante la pandemia, reprimendo senza pietà ogni protesta (nel silenzio tombale dell'occidente alle prese con la pandemia, vedete "Do not split" oppure "Revolution of our times", film amaro e bellissimo). eppure queste persone ci chiedono di fare una foto, siamo delle piccole star, non sono certo di capire (anzi non capisco proprio):

Per avere un’idea dei sentimenti reali [...] basta in realtà fare un giro nei social cinesi (TikTok, WeChat, Rednote). Una premessa: in questa realtà virtuale non serve distinguere tra chiacchiere da bar e considerazioni politiche reali. Perché in Cina non si muove foglia che regime non voglia. Internet è percorsa da zelanti bot che sorvegliano il discorso ed eliminano ogni accenno di critica o commento non gradito. Quello che si legge ha l’imprimatur ufficiale: altrimenti non potremmo leggerlo. E mostra una visione delle nostre società raccapricciante. Una propaganda tossica che non risparmia niente e nessuno, dove l’Occidente è visto come un inferno sulla Terra, infarcito di sparatorie, pestaggi, caos e droga. E naturalmente: guerra. (dal Corriere della Sera, Paolo Salom, 22 febbraio 2025, ecco il link

ho fatto un lungo inciso con la scusa delle foto... ma sul blog questa strana consecutio è più la norma che un'eccezione! sia quel che sia, torno sulle foto perché accade anche un'altra cosa: molte ragazze girano in costume tradizionale per la città e per i giardini e, accompagnate da zelanti amici o morosi armati di reflex (!) nikon ultimo modello, si fanno fotografare in pose memorabili ed estetizzanti. nuovamente, quando chiedo lumi a X, non mi sa dire di preciso: non è usanza che lui, originario del Nord della Cina a migliaia di km da qui, riconosca, abbozza che forse sono foto che metti in cornice, un omaggio alla tradizione e alla giovinezza, immagini che mandi alla nonna, ricordi dei bei tempi da rispolverare fra qualche anno o decennio...

in ogni caso, se voi fotografate noi anche io mi consento di fotografare queste bellezze porcellanate, compite ed esotiche, già in posa statuaria, molto geishe e "cino-giapponesi" nei modi e nell'archittetura dei costumi e dell'ambientazione. adesso magari vi mostro anche qualche scatto meno ingessato ;-)


Tiger Hill è una collina da cui, secondo il poeta, si ha una visione indimenticabile della città (vabbè, avrà scritto in estate e quando non c'erano grattacieli e fabbriche a perdita d'occhio, Suzhou ha ora 12 milioni di abitanti). pare un giorno di festa, frotte di pellegrini visitano il monastero e la pagoda in cima alla collina, è una bella atmosfera a metà fra sagra paesana e devozione per qualcuno dei tanti budda che stanno nei padiglioni dell'area. qui siamo veramente gli unici non cinesi, potremmo fendere le acque e ci indicano simpaticamente come si farebbe se passasse George Clooney! una bambina mi guarda estasiata e mi dice "hallo", io ho la presenza di rispondere subito col mio "niaho" ed è un festone, si avvicinano i famigliari ridendo, non riusciamo a dirci una parola, sorrisi a profusione, che altro puoi fare? come capita quando passeggi in un simile luogo ci si reincontra in diverse occasioni, lei "hallo", io "niaho" e tutti giù a ridere!  

"hallo" e "niaho" a Tiger Hill!

Proudly sponsored by Eastern China Airlines, due upgrade su due a Premium Economy! / TOA (Tolotti Orchestrating Agency Inc.), semplicemente top of the list! / IBSS International Business School Suzhou, board and lodging / Nihao Mobile, connectivity / Alipay, overall supervision, DiDi, cash and carry!


PS. sono tornato il 20 febbraio, chiudo oggi 2 marzo, ora o mai più. è stato un viaggio bello, 7+7 ore di fuso e non sentirle, adrenalina a fiumi, bella compagnia, ottima scienza, cibo abbondante (e, a volte, superbo. grazie Tony!), glicemia in ordine. sappiate però che non ci capisco nulla di Cina, non avevo studiato, mi restano flash e dubbi, non so da dove iniziare né come finire, molte foto sul telefonino, "ho un grande bosco sulla collina ed una luce chiara di tempesta... e molto altro ancora ma non ho te" (citazione Massimo Bubola, https://www.youtube.com/watch?v=prCx80EVP4U). devo ammettere che varie volte mi sono detto, nonostante non sia un gran fan della rettrice, "un punto in più alla Lippiello!", con i miei magnifici ossequi!

Saturday, October 05, 2024

Auschwitz (drei unt das wars)

sono esattamente le 10 di sera del 30 settembre, chiudo la copertina rilegata del libro, spostando l'aria e facendo uno "stonf" sordo e caratteristico. mi faccio il segno della croce, non capisco nemmeno perché ma il gesto sorpende (e quasi spaventa) persino me stesso, mi metto a pensarci e credo che sia un modo per esorcizzare la violenza inaudita della storia (e questa parola vuol dire sia "racconto, romanzo" che "resoconto, cronaca" di quanto è accaduto in un luogo e in un tempo precisi, con tanto di documenti e riscontri). è anche un modo per pregare Dio di darmi la fortuna che serve per stare lontano da certe nefandezze e, anzi, per darmi la forza sovrumana e lucida di combattere senza tregua pensieri, azioni e strutture che generano simili mostruosità. padre, la mano scende in verticale, figlio, si sposta su e a sinistra e poi a destra, spirito santo e amen e, in quel moto orizzontale, capisco che sto pregando per le vittime, per i milioni, per chi è morto e per chi è rimasto. ma non so nemmeno se è per loro o per me, se auguro a loro o a me di capire o solo di trovare una flebile lama di qualche luce in questo desolato deserto popolato di destini, affetti spezzati, dolore insensato e morte.

esattamente quindici giorni fa ero ad Auschwitz e spero di chiuderla qui, fatico ad ammettere che la visita e le letture che mi ero proposto di fare, prima e poi, mi hanno riempito fin troppo l'anima. ho finito di leggere "La zona d'interesse" di Martin Amis che, insieme a "Gli scomparsi" di Daniel Mendelsohn, mi hanno accompagnato in questo periodo (più lontani nel tempo, ma sempre a tiro di ricordo, anche "Se questo è un uomo", di cui parlo qui, "La tregua" e chissà che altro). "La zona d'interesse" e, specialmente, "Gli scomparsi" sono libri di gran livello, sono onorato di avere letto questo romanzo dal realismo assassino e un diario di viaggio, saggio storico, riflessione sulla genesi del mondo e affresco di famiglia. veramente, se quancluno può essere fiero di quello che scrive, io adesso sono fiero e felice per quel che ho letto. ho anche visto ma facciamo un passo alla volta.

una cosa impressionante di quel blob mostrouso che è Auschwitz, capace di espandersi e acquisire significati morali, storici, geografici, religiosi, politici, organizzativi, è che è difficile parlarne, l'ho già accennato nei due post precedenti. forse suono Wittengsteiniano, ma senza il linguaggio che media fra reale e umano non si riesce a concepire, non si riesce - appunto - a profferire, non resta che piangere per mancanza di opzioni descrittive, operative, cognitive. non sono nemmeno sicuro che si possa pensare se non hai le parole. all'opposto, conosco bene l'ebbrezza che è donata dal poter usare (giri di) parole diverse per lo stesso ente e di quanto questo liberi associazioni e scateni salti mentali brillanti. ad Auschwitz no, ti è vietato da una forma di mutismo attanagliante che dev'essere figlia dello sgomento.

questa assenza di linguaggio mi ha "perseguitato" fin dall'inizio e non è solo che è difficile trovare parole normali per avvicinarsi a un abisso di aberrazione in cui la normalità è astrusa, rovesciata ed astratta. ci sono stati anche dei segnali, che riletti col senno di poi, sono curiosi e quasi premonitori:

  • il libro di Amis l'ho letto su carta e ho fatto fatica fisica a vederlo, a metterlo a fuoco, per colpa di una vista che ormai soffre se i caratteri non sono corpo 12 e inchiostrati di un bel nero deciso. ho avuto bisogno di tempo, della luce giusta, riuscivo a progredire di poche pagine al giorno, dovevo accendere la pila del  telefono per leggere le parti, spesso citazioni, in cui il font era più piccolo. mi direte che è solo l'età ma, ora che ci penso, è una metafora bellissima: quello che è successo è faticoso, serve tempo per ritenere, non c'è nessuna luce che emana da questo luogo, piccoli passi e forse qualche pila illuminano appena qualche dettaglio...
  • il libro è pieno di parole in tedesco, ci mancava solo questo per renderlo a volte irritante e obbligare a pause per cercare vocaboli e frasi teutoniche su google translate. eppure, nuovamente, questa sensazione di fastidio linguistico mi sembra rivelatrice: avevo iniziato a leggere il libro in inglese, di solito ce la faccio e ho terminato molti testi in lingua originale. stavoltà però ho dovuto abbandonare il tentativo per passare alle versione Einaudi presa in prestito alla biblioteca di Altivole perché c'erano troppe parole auliche, troppi aggettivi in un inglese così sofisticato da obbligarmi a cercarne il significato. mi sono arreso... solo per trovarmi bombardato di un tedesco incomprensibile, volgare, suggestivo e a tratti spaventoso (lo sapevate che "ubbidienza" si dice "Kadavergehorsam"? come quella dei cadaveri, uccisi nel KL ma anche rappresentazione degli aguzzini morti dentro). potrei fare altri esempi ma ricordo bene alcuni passaggi di Levi che definisce "barbarici latrati", non detti da uomo ma urlati da cani, gli ordini sbraitati (sempre!) dalle guardie e aggiunge che comunque "Nessuno può vantarsi di comprendere i tedeschi". e il tedesco!
  • anche quando le parole si capiscono è "per modo di dire" e il libro trabocca di fulgidi esempi di truffe linguistiche che ho trovato istruttive. tanto le parole sono utili per capire, pensare e consentire alla mente di librarsi, così possono essere bestiali, traditrici e odiose perché da un lato normalizzano e predispongono all'accettazione dell'indicibile e dall'altro entrano in una palude di significati in cui si può solo affondare. due esempi:
Il carico di 150 donne è arrivato in buone condizioni. Non siamo tuttavia riusciti a ottenere risultati decisivi perché sono morte tutte durante gli esperimenti. Le chiediamo cortesemente di inviarci un altro gruppo della stessa entità e allo stesso prezzo. [pag 86] 
Abbattuto mentre cercava la fuga: una formula verbale che copre una grande quantità di destini. Abbattuto mentre cercava la fuga. In alternativa, per dirla in altre parole, fucilato. In alternativa, per dirla in altre parole ancora, preso a calci o a frustate o a manganellate o strozzato o lasciato morire di fame o per congelamento o torturato a morte. Comunque deceduto.

continuo a trovare agghiacciante che queste citazioni somiglino fin troppo a cose che leggo ogni giorno, ad espressioni dei verbali come "dopo ampia discussione..." che possono significare, a seconda dei casi, che non ci abbiamo perso nemmeno 5 secondi o che ci siamo scazzati a morte, a un passo dalle scaregate in testa oppure, ancora, che qualcosa è frutto di un compromesso civile (sì, ma i dettagli meglio di no!) 

un terzo esempio lo aggiungo per mostrare, come di contrappunto, che le parole usate bene possono anche dire tanto, qui è il sonderkommando Smulz che parla:

Un tempo avevo un immenso rispetto per gli incubi - per la loro intelligenze e creatività. Adesso penso che gli incubi sono patetici. Sono del tutto incapaci di produrre qualcosa che sia anche solo lontanamente spaventoso quanto quello che faccio da mattina a sera- e hanno smesso di provarci. Adesso sogno soltanto pulizia e cibo.

le parole sono micidiali, armi e unguenti, rose e spine. mi riprometto di usarle con saggezza (e anche di usarle meno, come forse facevo da giovane quando ascoltavo e tacevo più di quanto faccio in questo tempo logorroico). per contrasto, mi viene in mente Salvini e la sua capacità di dire bestialità continuate e aggravate, intrise di odio e razzismo nemmeno tanto repressi e, a me pare un'ulteriore aggravante, pronunciate come se fossero battute da osteria mentre stanno avvelenando i pozzi della convivenza civile. ma forse è un'altra storia.

(riprendo il 5 ottobre, questo post si ferma, scorre e riaffiora come raramente mi è capitato) mi rendo conto che sto parlando di libri più che di un posto, le cose si mescolano e c'è un senso anche in questo. nelle pagine finali, a romanzo finito, Martin Amis dice "più o meno" com'è andata finire e parla di Paul Doll o Rudolf Hoss (decidete voi), il comandante di Auschwitz: è finito impiccato su una forca che si vede ancora forte e chiara, mi ricordo nitidamente di aver inquadrato quei pezzi di legno originali, mi sono fermato, non ho nessuna foto ma ho deciso di fotografare la lapide in polacco, inglese ed ebreo. 

The first commandant of Auschwitz, the SS-obersturmbannfuhrere Rodul Hoss, who was tried and sentenced to death after the war by the Polish Supreme National Tribunal, was hanged here on 16 Aprile 1947.

impiccare questa gentaglia purtroppo non basta e credo che serva a poco in sé, non c'è modo di porre rimedio a quello che hanno fatto, non chiude nessuna ferita, se è giustizia (e credo che lo sia) è amara, dolorosa, insensata. dopo che ne ammazzi un po', alla fine di un processo o con missile teleguidato in tempi moderni, altri prendono il loro posto e si ricomincia... 

La pagina di wikipedia su Hoss merita di esssere letta, è un concentrato di quello che ho cercato di capire senza capire un bel niente (lo ripeto, questo è un posto in cui molte parole, incluse "capire", "perché" e molte altre si sfaldano in una serie di segni tipografici senza consecutio). questo tizio fu allevato dal padre:

up on strict religious principles and with military discipline, having decided that he would enter the priesthood. Höss grew up with an almost fanatical belief in the central role of duty in a moral life. During his early years, there was a constant emphasis on sin, guilt, and the need to do penance. [source: wikipedia]

ecco un'altra riga di parole eviscerate di ogni significato: senso del dovere, morale, principi religiosi, disciplina, peccato, colpa, penitenza... su wikipedia ci sono diverse citazioni di questo Hoss che a un certo punto, ovviamente dice "ero un ingranaggio nel meccanismo della grande macchina di sterminio creata dal terzo reich". appunto, se smetti di essere un uomo (abdicando ingiuriosamente all'umano destino di essere fatto anche a immagine di Dio) e diventi una rotella, che gira senza senso, che sta al suo posto di rotella cieca e metallica... se smetti di essere uomo e diventi un ingranaggio, è la fine. Se sei una rotella non hai memoria non hai consapevolezza non hai nulla che distingua un uomo da una pietra, non vali nemmeno quanto un cane rabbioso e puoi anche dichiarare che:

I myself never knew the total number, and I have nothing to help me arrive at an estimate.

I can only remember the figures involved in the larger actions, which were repeated to me by Eichmann or his deputies.

From Upper Silesia and the General Gouvernement 250,000

Germany and Theresienstadt 100,000

Holland 95,000

Belgium 20,000

France 110,000

Greece 65,000

Hungary 400,000

Slovakia 90,000 [Total 1,130,000]

I can no longer remember the figures for the smaller actions, but they were insignificant by comparison with the numbers given above. I regard a total of 2.5 million as far too high. Even Auschwitz had limits to its destructive capabilities. [source: wikipedia]

 Questo individuo aveva una famiglia (sembra normale, o no?) e ha scritto delle lettere d'addio alla moglie e al figlio maggiore, cito quest'ultima:

Keep your good heart. Become a person who lets himself be guided primarily by warmth and humanity. Learn to think and judge for yourself, responsibly. Don't accept everything without criticism and as absolutely true... The biggest mistake of my life was that I believed everything faithfully which came from the top, and I didn't dare to have the least bit of doubt about the truth of that which was presented to me. ... In all your undertakings, don't just let your mind speak, but listen above all to the voice in your heart.

è un mistero, conserva il tuo buon cuore... detto da uno dei più grandi massacratori della storia dell'uomo. ma finché leggevo e provavo a intessere questa sconclusionata riflessione sul blog ho saputo che hanno fatto un documentario sulla storia di Hoss. occhio che non stratta di "The zone of interest" di Jonathan Glazer (l'ho visto, ci ho capito talmente poco, che se non lo riguardo non ho nemmeno la forza di consigliarvelo), ma di "The Commandant's Shadow" che uscirà a novembre 2024, che parla dell'ottantasettenne Hans Jurgen Hoss, il figlio di Rudolf Hoss. Il trailer è qui.

avrei altre cosa da dire (o, probabilmente, da dirmi) anche sulla visita di quanto resta della fabbrica Enamel di Schindler a Cracovia. sì, è quello di Schindler's list di Spielberg! mi limito a suggerire di andarci, è un bel viaggio nella periferia industriale della città, negli orrori e nella grandezza di quel tempo.

invece mi catapulto a Sydney (wow, in questo blog è una mandrakata!), 

E cosí quella domenica andammo a Bondi Beach. Un taxi ci lasciò davanti al complesso edilizio dall’aspetto sfarzoso dove abitava Jack, e salimmo al suo appartamento con l’ascensore. «Guarda» disse Matt con un sogghigno ammiccante, indicando una targa di metallo affissa sulla parete, con inciso il nome della ditta costruttrice: SCHINDLER. «Siamo nello Schindler’s lift, l’ascensore di Schindler!».

Alzai gli occhi al cielo ed esclamai: «Oy vey»
[source: Gli scomparsi, Daniel Mendelsohn]

Jack è uno dei pochi sopravvissuti di Bolechow, un villaggio ucraino dove una fiorente comunità ebrea è stata annientata, questa non è una novità visto il tenore degli ultimi tre post. Matt è il fratello di Daniel Mendelsohn, l'autore di un libro meraviglioso sulla ricerca del (pro)zio Shmiel e delle cugine, ripercorrendo gli esili fili lasciati dopo decenni di oblio. dare la caccia a 6 persone su 6 milioni oltre 60 anni dopo i fatti è una cosa da far girare la testa. lo so, vi parlo di questa storia tardi, quando sarete sfatti e stanchi di leggere, ma "Gli scomparsi" è molto meglio (ma molto!) del libro di Amis. non parla di Auschwitz? pace, ci sta... quantunque tutto parli di Auschwitz quando parli di certe cose. in ogni caso, se non eri nella Schindler's list è certamente un buon segno essere a bordo dello Schindler lift, no? quello di Mendelsohn è un romanzo, un diario di viaggio, una preghiera, una cronaca, una riflessione sulla bereishit, la Vayeira e sulle pareshat e su come Dio abbia potuto fare o lasciare che si facesse. è tutto questo e anche un inno all'amore e all'incomprensione che convivono in tutte le famiglie, è una ricerca di sé stessi, dei tuoi riflessi dentro agli altri, è un inno ed è un portento, specie se lo leggi qualche settimana prima di un viaggio Oświęcim.

riguardo gli appunti sul Tolino, il lettore che mi ha consentito di leggere "Gli scomparsi" in modo a tratti compulsivo mentre ero a Porto S. Margherita, come si fa quando si legge un libro che ti prende e ti porta via. rileggo le note e le frasi che più mi avevano colpito. questa, in particolare, mi fa sorridere per motivi completamente ortogonali al tema di questo post e forse legati anche al mio modo di cercare di capire:

Froma sottolineò: «Lei sbaglia a considerare la complessità un problema e non la soluzione»... ancora adesso [sono] stupefatto dall’enorme energia mentale che le permette di leggere, vedere e assimilare tutto questo, dopo tanti anni è sempre alla spasmodica ricerca di informazioni che possano in qualche modo rispondere a domande profonde: come accadde e, interrogativo destinato a rimanere insoluto, perché. 

In ogni modo, è questa la ragione per la quale, anni dopo aver terminato gli studi con lei ed essermi avvalso del suo aiuto per completare la tesi sulla tragedia greca, continuavo a imparare da quella donna, che mi spingeva a vedere il problema stesso come la sua soluzione. [pag. 327 (forse) di "Gli scomparsi]

ritrovare le sottolineature in un libro è esperienza straniante che somiglia molto a incontrare un doppelganger che ridipinge certe immagini mentali in modo che è allo stesso tempo familiare e dissonante. ho letto il libro ma, primo, io dimentico in quantità e velocità enormi, mi dico sempre che faccio spazio per il resto; e, secondo, di mezzo c'è stato un viaggio, è come se avessi versato un reagente chimico su un piano dove avevo accumulato polveri e preparati vari e ne uscissero per reazione composti inaspettati e qualche scoria. è bello riconoscere che, non so come, non so perché né come, quello che ho letto prima ha cambiato quello che ho visto e sperimentato dopo. e provare a scrivere queste note ha rimescolato tutto di nuovo, in una anteroversione in cui il futuro modifica e riplasma presente e passato.

nuovamente, mi fermo qui e uso le parole di Mendelsohn: 

Anni fa cominciai la mia lunga ricerca nella speranza di scoprire com’erano morti, volevo una data precisa da segnare su un diagramma... «Cosa accadde a zio Shmiel?»... e io mi riproponevo di trovare prima o poi la risposta: accadde lì, il tal giorno; così ci saremmo recati dove riposava, avremmo messo una pietra sulla sua tomba e avremmo parlato anche con lui, con Shmiel. Ci siamo imbarcati in quest’avventura per scoprire come, dove e quando era morto, lui e la sua famiglia, per lo più senza successo. Ma da questa impresa fallimentare è emerso, quasi per caso, quel che nessuno si aspettava di scoprire, un dato che non può essere trascritto su un diagramma: chi erano, com’erano vissuti. Al ritorno da Copenaghen avevo ormai compreso l’ironia di tale epilogo: alla fine avevamo acquisito molte più informazioni su aspetti che esulavano dalla nostra ricerca rispetto a ciò che ci eravamo proposti di scoprire. D’altra parte, era questo il risultato dei nostri viaggi.

vero, i viaggi sai dove cominciano ma non dove finiscono!

Monday, September 16, 2024

Il filo di Agnieszka (Auschwitz zwei)

Sta in campana, Paolo, questo è un argomento che merita rispetto. È un viaggio che volevo da sempre in questo non-luogo e anche questa memoria si deve infilare fra i luoghi reali che menziono in queste pagine. Non serve ordine, né logica, né rigore, è già tanto se riesco a dare qualche idea (e in realtà, più che mai, scrivo per me, per non dimenticare). 

A. Ci provo seguendo la traccia lasciata da Agnieszka, la guida che ci recupera nell'androne del Museo alle 9.30. Da ora in poi Agnieszka è A, una lettera che punta alto, quasi un'alpha come un punto di ripartenza costante. La prima frase che dice è "I tour ad Auschwitz sono sempre puntuali, come i treni" e ci mettiamo in moto che non sono nemmeno le 9.31, "i cinque cha mancano ci raggiungeranno sul percorso". Lo dice in un bell'inglese, forse un po' metallico, parla con volume naturale in un trasmettitore che diffonde le sue parole nei nostri auricolari di ottima qualità, possiamo alzare il volume quanto ci pare. Rifletto sulla battuta di A, sarà una delle pochissime che fa in 6 ore e rotti di visita in cui spara fatti, storie, date, nomi, "Why? Because...", senza sosta senza pace senza pietà quasi senza respiro. Dopo un'ora di questo trattamento sono un po' nauseato, me l'avevano detto che era una visita dura.

Nesssun lavoro, nessuna libertà, solo vergogna...

Overturism. In molti punti di Auschwitz senza auricolare non ci si può sentire, c'è troppa gente, molti giovani, un fiume di persone inonda gli spazi chiusi in cui tutto rimbomba. Io ho la fortuna di avere prenotato uno study day di 6 ore, siamo in 15, seguiti da un educatore, che è appunto A. Il nostro tour è più approfondito, a fine giornata avremo camminato quasi ininterrottamente quasi tutto il tempo. Entriamo anche in spazi in cui i visitatori che hanno meno tempo non ci sono, mi sfilo le cuffiette e ascolto la voce di A al naturale, mi pare un modo per ritrovare elementi di normalità in un contesto assurdo. Mi è parso strano, ma non ho conosciuto nessuno degli altri 14, ho scambiato qualche parola con tre di loro: una signora americana, probabilmente di origine sudamericana, che ora vive a Miami dopo essere passata per il freddo di Chicago; mamma e figlia israeliane, la prima ha i capelli bianchi e nonostante una certa età cammierà per km stoicamente nei suoi scarponcini da trekking. Nei passaggi all'aperto o fra un blocco (capannone) e l'altro vedo spesso persone avvolte nella bandiera a strisce azzurre con la stella di Davide, indossata come quando si vince una medaglia all'olimpiade. 

Foto. Scatto decine d'immagini, inizialmente con un vago senso di disagio. Che fotografo a fare? Mi sono chiesto se il mio è turismo dell'orrore, quello che porta la gente a visitare luoghi segnati da morte e tragedie. Qui è successo l'indicibile e mi sento anche uno che, vergognandosi un po', sbircia dalla serratura. Ma voglio capire. Cosa c'è da capire? La prendo un attimo larga: i matematici usano i casi particolari per illuminare la strada, è spesso molto utile studiare le situazioni estreme per afferrarne la struttura e provare poi a esaminare gli altri casi, quelli "normali". Auschwitz è arrivato a fondo corsa, spingendo alcuni "uomini" a pensieri, parole, opere e omissioni incommensurabili (sì, fra poco finirò gli aggettivi, il KL ti toglie anche le parole). Io faccio modelli e voglio capire: che cosa avevate in testa? Quale flusso di ragionamenti ha guidato le scelte? In quale modo si può sterilizzare l'orrore al punto da essere massacratore in orario di lavoro e genitore affettuoso a colazione e cena? Da scienziato quale tento di essere, so che per capire bisogna guardare, di solito basta la curiosità ma in questo caso serve anche una buona dose di coraggio perché i nazi hanno il potere d'infettare il mondo col dubbio, "sei anche tu, almeno un po', come noi", in fondo in fondo. E non vedo altri vaccini che soffocare il groppo d'impotenza che sale in gola (solo nella prima ora, mentre A ci travolge con una cascata di notizie; poi trovo una specie di giusta distanza) e guardare. Le foto? Decido di farle e uso il cellulare come un block notes visuale, lo faccio spesso e le foto, dritte o sbilenche, belle o brutte, sono tappe di un percorso. Le sto scorrendo adesso finché scrivo e ho fatto bene a farle.

Tutti hanno un nome, sei milioni di nomi.  
Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi
e tutto era scritto nel tuo libro;
i miei giorni erano fissati,
quando ancora non ne esisteva uno. Salmo 138

Numeri. Il KL è un efferato ripasso di conteggi, ma qui è diverso dal solito. Di solito basta contare le cose ma ad Auschwitz servono gli zeri, gli ordini di grandezza, è meglio usare il logaritmo in base 10 altrimenti ti perdi nei dettagli, che poi erano uomini e donne e bambine e bambini e vecchi giovani ebrei zingari deboli ammalati polacchi slavi religiosi, tutti dettagli... Ora, per un attimo, ha senso osservare l'aggregato. Un milione e mezzo di gasati o bruciati o fucilati; un milione e centomila ebrei svaniti; l'80% di queste persone sono rimaste qui meno del tempo della mia visita (6 ore) e scese dalla rampa hanno solo avuto il tempo di camminare fino alla camera a gas numero 1 o numero 2 o numero 3 o numero 4 o numero 5; novantamila persone ammassate in baracche in muratura (prima) e di legno (poi), fino a 1500 persone per un capannone che dovrebbe contenere 70 persone; 7-8 persone per letto (parlo sempre del 20% che è riuscito a vedere il bancale di legno chiamato letto, contendendolo agli altri 6-7 prigionieri); il campo di Auschwitz è grande sei ettari, Birkenau centosettanta ettari... Alcuni numeri me li ricordo bene, altri meno, ma vi confesso cha sta vacillando la mia incrollabile fiducia nell'asetticità delle cifre. Il KL ti toglie anche la matematica, se continua così resto muto, senza parole e senza numeri... E invece no: tonnellate di capelli umani usati per fare filati, migliaia di valigie effetti personali scarpe pettini oggetti, settecento posti in una camera a gas grande, migliaia di litri di liquame da sversare, tonnellate di cenere umana da smaltire coi camion o con le chiatte e così via.

Agnieszka, mamma e figlia d'Israele.

Storia. A è assertiva, quando una delle due signore anziane del gruppo le racconta di un parente dice che uno storico ha bisogno di dati, documenti, carte, riscontri, foto, i racconti non servono. A: "In all honesty, we don't care why [the nazis] took photos, propaganda, administration, or left records. We use them as evidence and proofs of crimes". La sua fermezza è totale, immagino che lei e le persone che lavorano alla conservazione e alla memoria siano ormai abituati ai controargomenti dei negazionisti (che tanto sono squalificati scientificamente quanto hanno presa su parte della società).

Mentre tutte le organizzazioni criminali nascondono i loro misfatti, i nazi hanno lasciato montagne di registrazioni, verbali, lettere e ordini scritti nonché migliaia di foto, spesso scattate dagli stessi aguzzini, con tanto di data, timbro, didascalia descrittiva. Resto allibito di fronte a questi aguzzini: mafia e Brigate Rosse, tanto per fare piccoli esempi, usavano i pizzini o immergevano tutto nel segreto ma questi hanno disseminato il mondo con i frutti di una burocrazia che lascia stupefatti, in un flusso di documenti contabili e organizzativi pauroso e sterminato (una specie di super MEPA dell'annientamento, coi conti, preventivi e fatture del costo dello Zyklon B e la valutazione d'impatto delle novità sperimentate per derattizzare presto e bene più subumani possibile). Un esercito di funzionari, segretari e burocrati passava le giornate a istruire pratiche, scrivere e inoltrare queste carte, "vogliate cortesemente fornire 200 contenitori di cianuro..." o "gentilmente mandateci la vs migliore offerta per rimpiazzare 4 forni con carrello retrattile, seguono specifiche...". Negli ultimi giorni di gennaio del 1945, forse anche le SS hanno capito che era meglio distruggere le prove e hanno tentato di bruciare quel che potevano o ammazzare i testimoni ma c'era talmente tanta roba che, nonostante lo zelo e le croci di ferro appuntate sul petto, non hanno fatto in tempo. (Ho chiesto dove stava Primo Levi, ma Auschwitz III - Buna  sono riusciti a distruggerlo e non è rimasto nulla).

Le dimensioni dell'obbrobrio si capiscono bene solo camminandoci dentro per 6 ore: decine di fabbricati, uffici, locali per le più varie "funzioni", magazzini come Canada 1. Così era chiamato un blocco di Auschwitz dove si ammassavano le proprietà degli ammazzati in attesa di essere trasferite alla banca centrale del reich millenario (se erano anelli, gioielli o otturazioni in oro) o alle manifatture (capelli e qualsiasi altra cosa). Con ironia, il luogo era chiamato Canada, che a quei tempi denotava il paese di bengodi. Anche a Birkenau c'era il Canada 2 ma hanno bruciato anche questo prima che arrivasse l'armata rossa il 27 gennaio 1945 (sì, è il giorno della memoria).

A non fa sconti, sterminare su vasta scala richiede uno sforzo enorme, produce fra l'altro tonnellate di ceneri e frammenti di resti umani di cui disfarsi (l'ho già detto, scusate), ettolitri di merda da spalare e portare nelle fogne (non perché ai nazi piacesse l'igiene ma un'epidemia di tifo avrebbe rallentato il ritmo e abbassato gli indicatori di performance), pone problemi come il grasso umano che colava dalle cataste di cadaveri in fiamme e ardeva al punto da alzare le temperature, impedendo alla forza lavoro di avvicinarsi.  Lo vedete il linguaggio che uso? Non oso, non mi permetto, non voglio pensare che sembra quasi normale e forse non dissimile da quello di altri documenti che leggo e scrivo ogni giorno: problema, analisi, soluzione. 

Nulla di personale. Chiedo ad A se riesce a fare due turni in un giorno. Io mi riferivo al carico emotivo che devi sopportare quando ripeti simili dettagli per molte volte. Forse, come io mi sono "abituato" a questo spazio in mezza giornata, così lei ha trovato il modo di dire le cose senza abradersi l'anima ogni volta. Ma A mi dice "no, sono una freelance e dopo sei ore che parlo mi fermo", è una risposta interessante e prima che pensiate che è un mostro (cosa che sarebbe sommamente ingiusta) lasciate che vi dica cosa mi ha detto quando le ho chiesto "ci sono state rivolte? perché non si ribellavano?" (la prima domanda era evidentemente scema: come si fa a fare 6+6 ore di visita in giorno?)

Mi risponde che dirà qualcosa sul tema in seguito ma continua osservando che è difficile ribellarsi quando hai viaggiato per giorni in un carro bestiame (e per pura fortuna non sei stato asfissiato immediatamente e incenerito), non sai dove sei, in un paio di giorni sei un morto di fame che si regge a stento in piedi, travolto dalle botte e dal freddo; quando il tempo passa, poi, ti chiedi se ribellandoti vuoi scappare (ma dove?) o solo morire con dignità (ma quale?) e capisci che non è una scelta personale, dato che una fuga, o solo un'infrazione da nulla, è foriera di punizioni collettive atroci per un'intera baracca o settore o campo. In alcuni momenti, finché parla, perde il suo aplomb professionale.

In effetti, quando arriviamo alla camera a gas 4, A ci racconta dell'unica rivolta nota, quella dei Sonderkommando il 7 ottobre del 1944, mi lancia qualche occhiata d'intesa finché spiega che sono riusciti a distruggere un crematorio, ma alla fine tutti i sonder sono stati giustiziati dal primo all'ultimo, impiccate anche le 4 polacche che li avevano aiutati. L'unico altro momento in cui si accende è quando ci dice che loro conoscono bene i tedeschi e i russi e affiora una rabbia trattenuta. Ho perso il conto del numero di polacchi uccisi in qualche momento da tedeschi e russi, ma siamo oltre al milione. Capisco che i tizzoni del risentimento non sono ancora spenti del tutto.

Birkenau. Finiamo la visita del KL Auschwitz I alle 12.50, alle 13.10 c'è la navetta che arriverà alle 13.18 a Birkenau, A: "Io comincio la visita alle 13.20, ci vediamo all'ingresso, cammineremo almeno due ore". Schizzo al ristorante, panino tonno e mais, tazza di americano, prendo addirittura la navetta delle 13.00 e arrivo alle 13.08 per godermi 12 minuti dodici di pausa e respiri profondi, addentando e trangugiando s'intende. Puntualmente, si parte entrando nel cancello più fotografato della shoah (anche se il ferro battuto di "macht" non scherza, sono tutte immagini incise a fuoco nella memoria collettiva). 

È una bella giornata, di quelle poetiche, cielo azzurro, nuvole bianche, temperatura tenue, è un contrasto lacerante e penso nitidamente che camminare per ore con la pioggia avrebbe aggiunto pena a tristezza e dolore. Ma sono fortunato e il sole, raro da queste parti in questa stagione, non ci ha mai abbandonato. Questa era la cosa bella. L'altra cosa è che Birkenau è sterminato, 170 ettari, a perdita d'occhio baracche o quel che ne resta (i pilastri, muri e tetto sono venuti giù), diviso in un reticolato con 4 settori principali, coi boschetti di betulle (!) in fondo a nascondere le camere a gas con crematori incorporati. Per darvi un'idea, i parchi minerali dell'ILVA, l'acciaieria più grande d'Europa, quelli che bisognava coprire perché inquinano disperdendo ossidi e polvere di carbone, si estendono per 70 ettari.

Sono stufo di scrivere, mi fermo qui, non ho nemmeno la forza di provare a chiudere in modo leggero. Di leggerezza ce n'é poca in mezzo ai campi di Auschwitz II - Birkenau. A ci lascia all'ingresso alle 15.40, "Can I post on some social platform my appreciation for your work?", "No, I dont have any social", "Can we take a photo together?", a denti stretti accetta. Grazie, Agnieszka, per la foto e per il filo cui ci siamo aggrappati per tutto il giorno.


ps 1. Credo che meriti leggere Auschwitz: Ultima Ratio of the Modern Age e vedere le foto di Tomasz Lewandowski, che scrive anche un pezzo molto interessante sulla forma che si fa funzione pura, perversa e diabolica nell'achitettura dei campi di sterminio.

Autore Tomasz Lewandowski

ps 2. Oświęcim non è Auschwitz e forse i nomi diversi consentono di mantenere un minimo di distanza. Di polacchi in giro ce n'erano pochissimi, anche perché i tedeschi li avevano deportati altrove per creare la zona d'interesse, quella che serviva ad accogliere il personale tedesco per allargarsi a est. In segno di rispetto per la comunità locale sono andato a vedere il Museo del Castello di Oświęcim, dove si legge pure la storia di un concittadino che ha combattuto a Monte Cassino nel 1944.

Sunday, September 15, 2024

In viaggio verso il nulla (Auschwitz ein)

On the eve of WWII, about 1,500 Jews lived in Trzebinia (Yiddish: Chebin), a community bubbling with Chassidic life and Torah learning, Zionism and a pioneering spirit, political parties and youth movements. 
Volevo un titolo diverso, volevo a "Road to nowhere" ma è troppo tardi e l'ho già usato in un altro post. Il nulla di cui parlo è un abisso della storia, dell'umanità, del pensiero e dell'azione. Viaggio verso un a-topia, un non luogo che adesso ha un nome diverso, Oświęcim, da quello che tutti conoscono. Penso che sia una benedizione avere un altro nome, evitando il marchio d'infamia per eccellenza e la corona lorda di sangue del capostipite di tutte le atrocità, Auschwitz.

Ryanair fino a Cracovia, in treno verso il centro fino a una stazione periferica dove google maps mi dice di cambiare. Scendo a Krakow Bronowice dove devo attendere 40 minuti il locale che mi porterà alla mia undestinazione. Ci deve essere un senso carsico di assenza in questo posto che ha del metafisico, ci sono 4 binari, due per la metropolitana leggera, uno per i treni verso il centro e il mio per i treni verso la campagna. Poi basta. Un sottopasso, nessun edificio, nessun posto dove prendere un caffè, nemmeno le macchinette per comprare il biglietto, noi la chiameremmo "stazione non presidiata". In effetti, cosa c'è da presidiare sulla via per il niente? Mi siedo sulla panca, ben attento a non spaventare la signora che sta due metri più in là sul suo pezzo di sedile. Poi arriva una ragazza, si accomoda fra me e l'altra, mi faccio stretto nel silenzio di tomba squarciato solo dai treni a tutta velocità che non si fermano a Bronovice. Il tempo è inaspettatamente decente, nuvoloso con qualche raggio di sole, apro "La zona d'interesse" di Martin Amis, una delle letture che a mo' di compiti per casa mi sono imposto prima di partire (fioi, è un bel libro, provatelo!)

Si materializza il mio treno, 16.53, ne avrò fino alle 17.51 per Oświęcim. Cerco il controllore, un ragazzo giovane e alto, inglese deboluccio ma funzionale, compro il biglietto. Vedo binari, tanti binari che spesso si aprono a ventaglio come se ci fossero scali o aree d'interscambio, penso che a causa delle miniere che si trovano qui intorno c'era evidentemente una buona infrastruttura per fare arrivare sonderzug da tutta Europa. 

Vedo colline, boschi, fiumi e betulle. È strano, o forse no, ci sono delle cose che associ a delle altre cose dopo che hai letto o visto qualcosa: per esempio, i carillon mi fanno paura (un filin...) perché ho visto qualche pezzettino di film di Dario Argento o sentito qualche minuto di colonna sonora di horror movies. C'è sempre 'sto cancaro di carillon che avvisa che a breve il sangue schizzerà metaforicamente sul vetro della telecamera, no? Un po' allo stesso modo, le betulle mi ricordano le descrizioni dei dintorni di Auschwitz o i boschetti dove all'inizio della storia gli Einsatzgruppen (specie di squadre della morte aizzate da Himmler) ammazzavano con un colpo in testa tutti quelli non abbastanza ariani. Forse un milione e mezzo di persone sono finite fra i boschi in questo modo. E pensare che io le betulle ce le avevo nel giardino di casa, ma a quel tempo ero bambino e non mi trasmettevano cattive vibrazioni. Ci dovrò lavorare su: che ci possono fare le betulle che hanno la sola colpa di essere state là?


Stazione di Trzebinia, sono a 20 kilometri dalla destinazione. Non so perché, forse il nome somiglia superficialmente a Treblinka, e cerco sul web. La pagina di wikipedia di Trzebinia mi fa capire che essere intorno al buco nero di Auschwitz non è senza conseguenze. La seconda pagina che trovo è dello Yad Yashem.
On the eve of WWII, about 1,500 Jews lived in Trzebinia (Yiddish: Chebin), a community bubbling with Chassidic life and Torah learning, Zionism and a pioneering spirit, political parties and youth movements.

On 29 May 1942 (13 Sivan 5702), the deportation of the Jews of Trzebinia began. That day, SS and German police forces surrounded the ghetto, and a selection was carried out. The young and healthy were sent to work in factories in the nearby town of Chrzanów and forced labor camps within the Reich borders. A week later, those who remained were sent to Auschwitz, where they were murdered in the gas chambers on their arrival.
Provo a capire che cosa dev'essere stato quest'angolo di terra 8 decenni fa: abbiamo avuto i massacri anche dalle nostre parti, di uno parlo anche su questo blog, ma qui la scala sembra essersi imbizzarrita, anche in insignificanti paesi di campagna spersi lungo i binari. Sono quasi arrivato a Oświęcim e attraverso sulla ferrovia il fiume Vistola. Nuovamente, sull'acqua che fluisce placida mi immagino le tonnellate di ceneri umane disperse per non lasciare traccia. Betulle e fiumi non hanno voce ma si dovrebbero iscrivere a un sindacato che difenda i lori diritti! Che colpa hanno per aver piantato radici o scorrere in un simile terrificante pezzo di mondo?
After the war, only 270 Jews from Trzebinia remained alive. This is the story of the community of Trzebinia. [Fonte]
Sono le 17.51, puntuale, scendo a Oświęcim, il sole sta tramontando ma è una bella serata nonostante fosse prevista acqua a catinelle. Lo prendo per un buon auspicio per l'indomani, quando andrò a vedere la bestia nel non-luogo dove ha ringhiato con tutta la violenza possibile.

All'uscita dalla stazione di Oświęcim. C'è un po' sole, decido di camminare e annusare l'aria.



Saturday, September 14, 2024

Team and steam, l'arte e la scienza di far girare la squadra

Metto il limitatore a 75 km/h. Non che ce ne sia bisogno, la mia 500 non è una Abarth, ma vado soffuso e morbido, senza toccare il cambio o premere il pedale lungo i rettilinei di campagna che da S. Gaetano mi riportano a Riese, strade dritte figlie delle figlie della centuriazione romana che inducono alla riflessione. Mi godo la lieve vibrazione dell'abitacolo, l'immobilità, la tenue stanchezza e ripenso alla giornata di team building del Dipartimento, 8 ore coi colleghi e con i formatori. Quando è stata l'ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta?


Siamo ospiti di Infinite Area, nel cuore dell'area produttiva di Montebelluna, chi la conosce sa di cosa parlo, una selva di capannoni industrie calzaturifici laboratori teste e mani per fare e inondare il mondo di prodotti servizi idee ad alto valore aggiunto. È una delle tante piccole Silicon Valley del NordEst de noantri, io sono nato a una decina di kilomentri da qui e S Gaetano è uno dei paesi lungo la strade per il Montello, il paradiso dei ciclisti, quelli che sudano su dei catorci e anche quelli che hanno mezzi da 20000 euro (sudano, a volte, a anche quelli). Prato curatissimo, due hostess disciplinano l'ingresso, open space con tanto di carlinga di aereo riadattata per ispirare chi prova a sintonizzarsi su soft skills, leadership, organizzazione, capacità di gestire gruppi, casini, filiere, crisi internazionale senza farsi massacrare dalle strozzature logistiche, è il posto dove quadri, imprenditori e pure metalmezzadri di lusso si formano in mezzo a giornate di 18 ore di lavoro, "sapere è potere" anche se da noi resta valido il più semplice "testa bassa e baretta fraccata". Ci sono uffici, stanze per riunioni di dimensione varie, una wireless guest che uso dalle 11.00 alle 11.30 per parlare con Susi. 



Conosciamo i formatori di Otherwise (@otherwisetwitt), a me tocca quasi sempre Manuela, sulla quarantacinquina, castana a ricci lunghi e voce giusta, potente senza essere invasiva, e presenza fisica appropriata. sotto la sua guida finisco per fare molte cose con Sara, Silvia, Koray, Giacomo, Alex, Carla, Enrica, Kai, Sonia, Nicole, Davide, Martina (grazie ragazzi! E mi scuserete se ho dimenticato qualcuno fra vegani, judoka, poliglotti, ex tennisti e ex left-fielders... e chi più ne ha più ne metta).

Ci insegnano ad ascoltare, che è diverso da udire; capisco, in vari modi, che è faticoso, che la gente ti dice le cose ma serve cura, intuizione, umiltà per sentire che cosa hanno tentato di trasmettere, ci sono dei momenti in cui sono esausto. E ce ne sono altri in cui ammiro la forza, l'intensità, gli sguardi penetranti, e anche quelli smarriti, dei miei compagni di viaggio. Mi godo la presenza discreta di Manu, che suggerisce vie d'uscita senza mai darci la pappa pronta, tiene i tempi, "avete pensato che...?" e interviene quando i singoli o il gruppo sfarfallano.

Mi butto e non mi faccio mancare nulla, con un filo di attenzione per non strafare, siamo in tanti e un mosaico esce solo se tutte le tessere vanno a posto, non ci sono solo io. Provo a mimare il proverbio "curiosity kills the cat" (yes, mimare!) e ritengo di essere stato bravo almeno a fare il gatto morto stramazzato. ok, curiosity è un’altra storia e alla fine Nicole se ne esce con uno strepitoso "if you eat you can also work". È una bella metafora di come lavoriamo in ateneo, dove non siamo in 8 ma in centinaia: uno vorrebbe qc, prova a uccidere il gatto ma è troppo curioso (!?), gli altri capiscono "chi non lavora non fa l'amore", bella consecutio! Sorrido a denti stretti, sarà una metafora ma succede a settimane alterne nelle riunioni con colleghi, funzionari, prorettrici e rettrice. imparo che "c'è sempre un altro modo di vedere le cose", spero di ricordarmene la prossima volta, spero di essere lucido e di ripetere, a mo' di mantra, che ci deve essere un altro modo.

Ho due osservazioni "importanti": la prima è che abbiamo giocato 8 ore, è raro poterselo permettere fra adulti. Ma è quello che facevamo all'ACR (Azione Cattolica dei Ragazzi, miscredenti che non siete altro!), gioco, testa, riflessioni, gioco, pensieri, analisi che adesso chiamano debriefing... Sono certo che tutti i gruppi scout facevano lo stesso, t'insegnano, ci insegniamo come si sta insieme, come si porta rispetto, come ci si relaziona. adesso ci sono le soft skills, il design thinking, la mindfulness. bene. ma una parte di me dice "ridatemi l'ACR", non c'è nulla di nuovo (che forse, sotto il sole, non è un'enorme novità). Grazie Pia per avere osservato anni fa che le più prestigiose business school e i guri dell'aziendalismo hanno copiato il modello senza nemmeno citare i crediti. Mi sono divertito tanto, in un curioso stato in cui la fisicità di certe attività si combinava bene con la parte cognitiva, a formare un flow che aveva molto senso.

La seconda cosa è che si intravedono dettagli interessanti sulle persone che sono sempre e restano spesso bestie rare: alcuni erano simpaticamente cazzoni prima e restano tali anche dopo: sono quelli che s'imboscano, stanno sulla difensiva, si autosabotano e non partecipano con vago sentore di sussiego; altri sono delle rivelazioni, sprizzano forza mentale (e anche fisica), sono parte della soluzione e mai del problema; poi c'è una riga di sfumature intermedie, c'è chi ha paura di tutto (spesso, ma non sempre, è un collega del PTA) e chi ha bisogno di una solida base teorica per tagliare coi denti un pezzo di scotch (spesso, ma non sempre, è un collega docente). il mondo è bello perché è vario, le mie posterior sulle persone sono diverse dalle prior, in qualche caso ho aggiunto sfumature struggenti, in generale sto meglio con molti colleghi e in qualche caso si sono messi sull'impervia strada di essere inclusi fra i miei eroi. 


Nel pomeriggio, in sostanza, facciamo solo una macchina di Goldberg. Da wikipedia: un meccanismo progettato in maniera deliberatamente complessa per eseguire operazioni semplici o trascurabili.

Potrei discutere il "deliberatamente" e l'apparente assurdità di fare cose trascurabili e per giunta perdendo tempo. La macchina è un gioco e, credo, non si direbbe mai che la scopa è un modo deliberatamente complesso di disporre 40 carte su un tavolo (cosa alquanto trascurabile). Il gioco è una cosa seria! Nel nostro contesto, la macchina è un potente mezzo per creare un team in grado di fare cose che all'inizio sembrano solo divertenti, poi virano sull'impossibile, infine te le rendono ancora più difficili, un viaggio nell'onirico che sfida la gravità per fare cadere da un trespolo una palla con cannucce, legnetti, spago, palline, pezzi di domino, carabattole e cianfrusaglie varie. Nella prima fase, quella ludica, noi lavoriamo mezz'ora per mettere in opera una carrucola (specie io, Giacomo e Marianna), ci pareva una figata estetica; poi abbandoniamo per le troppe difficoltà (attriti, il filo si impiglia, il sostegno traballa nonostante generose scocciate di nastro da pacchi...) 


Eppure, più tardi, si sprigiona una magia quando ci dicono l'obbiettivo vero e ci rendiamo conto che se le palline vanno giù per gravità, per fare cadere la palla grande dal tavolo, o con le buone o con le cattive, dobbiamo elevarci. E la sporca maledetta mezz'ora (o era un'ora?) di maldestri tentativi a vuoto a questo punto resuscita perché quel tempo perso ha posto le basi per carrucolare un cestino in cui entra una biglia pesante, in modo che si tira un filo che fa cadere un sostegno che tiene in bilico la tovaglia che scivola a terra e fa cadere la palla (ce la potete fare, rileggete tutto d'un fiato!) Facciamo pure una prova generate e l'accrocchio sembra funzionare. Rimettiamo a posto tutto, ci sono sempre margini di rischio, manco fosse la partenza dello shuttle da Cape Canaveral, dato che tutto sta in piedi per misericordia e bisogna respirare lenti per evitare che lo spostamento d'aria inneschi il meccanismo.

Il primo gruppo ce la fa: bel numero e la palla grande cade; il secondo gruppo ha costruito una cosa di grande effetto coreografico, in cui tre palline convergono nel tentativo di ribaltare un cilindro di legno che poi dovrebbe fare il suo lavoro. ma le cose non girano come previsto e c'è un momento di delusione e smarrimento... fino a quando Federica molla un calcione al cilindro! L'episodio è di gran finezza e mi ricorda la meravigliosa scena del matrimonio di Vassilissa in "Mediteraneo" di Salvatores: il brindisi celebrativo deve finire col bicchiere rotto dopo che gli sposi hanno sorbito il liquore labbra su labbra, ma qualcosa va storto e il bicchiere rimbalza per terra e non si rompe. L'intervento del capitano Lorusso-Abatantuono distrugge il cattivo presagio, calpestando e mandando in frantumi il bicchierino. Ecco, penso che dove non arriva la macchina è molto benvenuto un calcio ben assestato di Federica Lorusso in Abatantuono. Sono pure tentato di pensare che qualche volta un calcio ai maroni di qualche collega farebbe miracoli... ma mi trattengo! Alla fine ci siamo noi, terzo gruppo, non manca la suspense ma vien giù tutto, carrucola, sostegno, tovaglia e soprattutto palla! Alzo il pugno come Sinner agli Open degli USA, a ognuno le sue soddisfazioni, no?

È stato bello! Decine di colleghi a mettere in fila biglie e traiettorie di pensieri, a conoscersi, a ribadire che per ascoltare bisogna esserci sul serio, senza cadere preda di quella frenesia di minuzie in multi-tasking che ci rendono sordi, ciechi e alieni. E a dir il vero mi sono gustato la disconnessione da internet, email e boiate varie, ero in silenzio-internet e direbbero i REM it's (not) the end of the world as we know it and I feel fine! https://www.youtube.com/watch?v=Z0GFRcFm-aY


ps1. Disconnesione internet completa? No... Tre tweet celebrativi-istituzionali non sono riuscito ad evitarli... Una bella cosa di cui non ho parlato nel post è at https://x.com/paolopellizzari/status/1834553469081911427

ps2. Grazie Sonia e grazie Marco, corre voce che quanto ci avete dato dentro voi per organizzare l’evento non lo sa nessuno!