Wednesday, June 17, 2026

Ancona XXX

pesto l'asfalto dell'NH Ancona alle 5.05, glicemia a 275 post cena sociale del WEHIA XXX 2026, alba e colori che s'illuminano a poco a poco sul porto della città, punto all'Arco di Traiano, mi chiedo come diavolo Traiano sia arrivato fino a qui anche se, a dire il vero, è andato ben oltre! penso che il diabete è una forza, la molla che dà la possibilità di camminare in una giornata di sole di giugno calda fresca, vicino al mare, alla caccia di rovine romane. forse vale anche la frase contraria, il diabete toglie... notte strana in cui ho dormito poco più d 5 ore, valori alti in apparenza resistenti ai boli aggiuntivi. let's go! vedo almeno un paio di bar in quell'esile parte di città fra il porto e il centro, uno è Manganelli, non sono ancora le 6 ma loro sono aperti, mi motivo dicendo che farò colazione al ritorno. cammino per 10-12 minuti in una striscia rossa che delimita il luogo per i pedoni in un sequenza di corsie, binari, direzioni ben demarcate a terra, siamo in un porto e tutto deve scorrere nelle posizioni appropriate, parecchi stranieri dalla pelle scura, forse bengalesi o marocchini mi passano accanto pedalando su bici sgangherate, un altro paio di portuali, scuri pure loro, viaggiano verso il posto di lavoro in monopattino.

Arco di Traiano, 115 DC che, come recita l'iscrizione sul travertino, "ha reso più sicuro ai naviganti l'accesso all'Italia con la costruzione a sue spese di questo porto". penso che sono passati quasi 2000 anni, che ora mandiamo dei poveracci, salvati per miracolo dall'annegamento, in un porto "sicuro" a centinaia di km di distanza (è il trucco del governo per rallentare il lavoro delle ONG e dei soccorritori). Traiano era evidentemente un organizzatore e rinforzava la logistica portuale in vista della conquista della Dacia, le guerre si vincono coi rifornimenti, il supporto e le vettovaglie più che con i fanti e i legionari. questo l'ho capito di recente, dopo decenni in cui la guerra non sapevamo cosa fosse. l'arco è stato "incorporato" nelle mura medioevali e adesso pare piccolino negli spazi dilatati dei piazzali del porto e sovrastato da gru e carroponti per la movimentazione di merci.

il porto è già attivo e aumenta a vista d'occhio il traffico delle vetture e l'arrivo di pedoni. decido di andare verso l'anfiteatro romano, google maps mi indica come andare verso le cupole (credo siano della cattedrale di San Cataldo) della zona antica. cammino di buon passo, lungo i tornanti che si arrampicano sulla collina, rovinazzi romani ovunque, meraviglia per questo ben di dio storico-artistico e rispetto per questi costruttori infaticabili. inalo a pieni polmoni, stantuffando aria ancora fresca ma si capisce che fra qualche ora le cose potrebbero essere diverse, per il caldo e per l'umidità (che, comunque, potrebbe essere spazzata via dalla brezza). mi inoltro in una citta su livelli diversi, in mezzo a costruzioni rinascimentali e contrafforti romani, palazzi vescovili, mi ricorda a tratti Perugia, vedo i camminamenti che, credo, consentono ai visitatori del Museo Archeologico Nazionale di esplorare gli scavi. i cancelli sono aperti e entro nel Parco del Cardeto, con viste a ovest su cattedrale e porto e a est sul disco del sole che è già potente, un po' sopra l'orizzonte dell'Adriatico che sfavilla. sono in cima alle 6.00, in stato di grazia (di quella piccola grande grazia che avvolge chi si sente baciato dalla sorte e cammina felice e beato e pure fiero di buttare giù la glicemia che staziona a 180). diciamo che il piacere si ammanta di dovere e la coscienza è sgombra e grata. penso che non ho preso il bisoprololo e, in sequenza, pazienza, amen e va in mona!

inserisco nuovamente "NH Ancona" in google maps e l'itinerario è diverso da quello fatto all'andata, ub effetti sono un ragazzo fortunato e adoro i ghirigori urbani che mi propone. serpeggio nel parco e in ex zone militari, faro e caserme in ristrutturazione, cammino in saliscendi, specialmente "scendi", in un contesto urbano bello, poche persone in giro, via via passo a zone più moderne, condomini, tessuto urbano più convenzionale, vedo "alla terrazza d'oro", intuisco che a dispetto dell'arredamento anni sessanta, con muri interni a mosaico con tessere fucsia e blu elettrico, è un posto che ha senso, arrivano di continuo operai e avventori un filo sdruciti ma giusti, entro e chiedo se hanno qualcosa di salato, mi indicano un espositore con una montagna di sandwich e paninetti, "posso prendere?", "vada pure", scelgo il sandwich, panetto morbido con una fettina di prosciutto crudo, sono sorpreso dal burro al secondo morso, ci abbino un cappuccino, pago 3.20, vedo mezza dozzina di adesivi "Bar d'Italia" del Gambero Rosso. ecco, mi pareva...

vento in poppa e piè veloce per altri dieci minuti scarsi, rientro in albergo alle 6.33, faccio pure in tempo a collegarmi con Cristina per yoga morning, prima di spingere sulla porta mi volto e, con il monumento dei caduti in primo piano, mi godo dal parcheggio lo scorcio un po' techno di questo lembo di porto.


 




Sunday, May 17, 2026

Rettoralia

Come una barchetta in mezzo al mare, frango i marosi di questa elezione rettorale. Forse le elezioni dovrebbero essere cose semplici in cui un insieme di soggetti decide da chi vuol farsi governare... Ma ovviamente non è così. È un processo [inserisci a scelta tre aggettivi fra complicato, confuso, gastrico, catartico, intestinale, spossante, onirico, democratico, marziano] in cui si scontrano parti e controparti, molti hanno conti da regolare, ansie da sfogare, allucinazioni da esplorare per conto proprio o in compagnia, un rito collettivo neanche fosse una canna da consumare sulla spiaggia. Ci sono i parenti (accademici) e i serpenti (accademici, pure questi), i traditori della patria, dell'ateneo, del dipartimento, di qualsiasi cosa vogliate voi. Ci sono quelli che sanno, quelli che dicono di sapere, quelli che chiaramente non sanno un cazzo, o se la tirano, e te la tirano e avanti finché volete.

La quantità di interpretazioni, elucubrazioni, masturbazioni che vanno in onda è sorprendente, decine e decine di chiacchiere, conversazioni, narrative, "lo fa per spirito di servizio" (o "disservizio", ndr), "è in continuità con rettorato precedente" o con quello futuro (!?), "è lo zeitgest", il tempo di chi o cosa non si sa... e via di questo passo. C'è gente che ti dà il voto, che sposta i pacchetti di voti, che influisce sui colleghi, che influisce sugli infuencer, che non riesce nemmeno a influire su sua moglie o su suo marito che lo manda a cagare perché sta troppo al telefono a perdere le giornate che separano la prima dalla seconda dalla terza votazione.

Se non fossi un agonista che si appassiona di queste sfide politiche e fossi in grado di vedere le cose dall'esterno, a mo' di entomologo che guarda gli insetti danzare nell'erbario, affannandosi senza apparente risultato, direi che siamo fuori di cervello. Cosa ci sarebbe di male a dire semplicemente "vota e fa ciò che vuoi"? (lo so, la versione di Teresa d'Avila "ama e fa ciò che vuoi" è intrisa di un bene ovvio e infinito... le votazioni no.)

Se non bastasse questo caleidoscopio di riflessi cangianti, poi c'è la Commissione Elettorale, un idra dalle sette teste che terrorizza ogni vivente (figurarsi noi professori!) Nemmeno uno di Patmos, noto esperto in materia, troverebbe le parole per incutere simile terrore: "...Avevano capelli come capelli di donne e i loro denti erano come quelli dei leoni. Avevano il torace simile a corazze di ferro e il rombo delle loro ali era come rombo di carri trainati da molti cavalli lanciati all’assalto. Avevano code come gli scorpioni e aculei. Nelle loro code c’era il potere di far soffrire gli uomini per cinque mesi. Il loro re era l’angelo dell’Abisso, che in ebraico si chiama Abaddon, in greco Sterminatore..." (Ap 9, 7-11)

A me hanno veramente sterminato i maroni, minacciando punizioni disciplinari a chiunque violasse il silenzio rettorale (ah no, scusate, elettorale), vietando che in nome di un silenzio fariseo si discutesse dei candidarti che, in fondo, saranno l'espressione di questo ateneo per il prossimo lustro e oltre. Ma di che czzrla avrebbe senso parlare in questi giorni se non proprio dei candidati? Me lo dite? Siamo in un nugolo di WhatsApp e in un profluvio di frasi sussurrate, "scusa, ripeti che non ti sento", "non si può, c'è la commissione ...one ...one" Ma ci avete preso per ...oni ...oni?

Perfino i dibattiti fra V, X, Y, Z, W sono stati imbrigliati con regole di titanio, tre minuti per intro, due minuti per ribattere, una domanda estratta a caso dal notaio, 5 risposte (ve lo immaginate alla quinta risposta il livello di attenzione, ve lo immaginate alla quinta risposta il livello di attenzione, ve lo immaginate alla quinta risposta il livello di attenzione, ve lo immaginate alla quinta risposta il livello di attenzione... e sono solo arrivato a quattro!)

Le domande erano mandate ai candidati il giorno prima, guai a prenderli di sorpresa, poverini. Guai a vedere se sanno ragionare in diretta e se la cavano uscendo dal fosso in cui stanno cascando... Ma vi pare serio? Dovremmo o no sondare le capacita argomentative e le competenze dei nostri candidati? In fondo lo facciamo per mestiere: testiamo quello che sanno i nostri studenti e come lo sanno dire. Ma vi chiedo, stimatissime teste di idra, quando fate gli esami ai vostri studenti mandate loro le domande a casa il giorno prima? E se mi fate un procedimento disciplinare perché ho violato qualcuna delle vostre norme giuridicole, vi prometto che metto in soasa l'esito e lo appendo in studio come trofeo!

Finiamo questo post stralunato (sempre meno di quello che stiamo facendo in ogni caso...) con un giro d'orizzonti e un link.

  • V è di CL mentre X è di sinistra, Y è dinamitardo, Z è schizzato, W... non me lo ricordo!

  • Ho scaricato i programmi, più di 500 pagine di tutto e di più, non c'è una singola virgola che non sia coperta e che non dia a chi voglia la scusa per votare V e odiare W (ah no, era per astenersi su X e scambiare un voto da Y a Z...)

  •  
  • Mi si nota di più se vado, se non vado, se vado e mi tengo in disparte o se non vado e mi tengo in disparte? Boh, l'ultima che hai detto... 

  • e pensare che io ero in treno!

A scanso di equivoci, lo sapete tutti per chi voto vero? Ditemelo che lo sapete, Sacripante!

 

ps 1. E la/il prossima/o rettrice/rettore sempre sia lodata/o, si legga questo articolo su https://www.newyorker.com/news/fault-lines/why-the-future-of-college-could-look-like-onlyfans che magari l'ateneo migliora! (lo so, tutti i candidati sono maschi ma che ci posso fare?)

ps 2. È chiaro, vero, che ogni riferimento a V, X, Y, Z, W è casuale? E che ho frullato casualmente Y, Z, W, V, X ad ogni menzione? 

(source: https://www.unive.it/web/it/15165/articolo/8211)

 

Saturday, April 04, 2026

compTools 2026

 

Cover image of the moodle page of compTools 2026, showing the convergence of a GA to the global minimum of a multimodal function.
 

one of the problems in life is that many things seemingly flow away without leaving any trace, literally slipping among our fingers, as we immediately have to take care of other commitments, other dreams, other loved persons and so on. and, yet, we know that reflection is useful as it leads to understanding and, among other things, consolidates and sharpens what we have done or learnt. think, do, pause and re-think to what you did. or, in a more yogic way, inspire, expire, ignite your fire!

hence, i decided to remember CompTools 2026 with a post, it is the first time i do this even though i taught this material, in one version or another, for more than a dozen years. this delivery, perhaps, was different, and now that exams are over, i can unleash my personal side and write unconventional thoughts that have nothing to do with R and all that jazz.

The course was fun, i'll remember some of you because of the questions you asked in class, the way you attended the lectures but also for some nods and spectacular gazes. i'll also remember some of the discussion in the forum, much deeper and worth-reading than many others seen in the past, with a touch of vibe and an almost existential meaning. thank you. Even though some of the discussions were most likely polished using AI, i believe they were good and, in any case, too insightful to be purely produced by AI. incidentally, this post is 100% AI free, i decided to honor my brain and write myself, resisting the temptation to ask gemini to decorate my writing or improve my vocabulary. i decided to write the old way, only used the dictionary to pick some synonym and be sure i was hitting the right significance.

The workshop was also an extremely interesting experience. you know, i believe that one professor's duty is to force you to work hard, because this is the way we learn. ideally, i should push you to the limit, spurring you to learn as much as it is possible and stretching a bit you limits, pushing you outside of some comfort zone. the problem is that, at the same time, i do not want to overwhelm students and seed despair in their minds, "i'll never be able to do that". the workshops were a trick, primarily, to keep as many as i could "attached" to the course, they were excuses to give you some extra points, provided that you were doing some intermediate works, good, fair or even bad. but one more important thing was to keep you focused. then, some of the tasks were, i hope, stimulating and able to bridge different topics (tying, say, constrOptim with GA and simulation, in a comparison that sheds light on the methods, as well as on the ideas and their computational efficiency). The workshops were also a gorgeous way to force you to have a look at the work some of your peers can produce. You had to look three or four of them and grade, but i hope this was also a way to think "wow, nice! i hadn't though about this and next time i'll do better..." it was good and rewarding to see many of you absorbing so much from the material, mastering a blend of R, "programming", maths, new ideas, new words, and new problems. 

c'mon, was the course really perfect? No way! it was also painful to see, for instance, that only 40 or 45 students attended (out of 130 matriculated ones). but, again, video recordings were perhaps helping the absent ones, the forum was there to flood the world with thoughts and summaries (good or bad...), the sessions allowed everyone to replicate the lectures. i still have the bitter feeling that, in a few cases, some students deserved an even better grade, grant me an amnesty if needed, as grading is an awful job (and Wawrinka once famously said "Next time i'll fail better"). further, i decided that i should not care if some of you just carelessly graded the workshops giving the top mark without even reading or giving zero feedback. in contrast, some of you gave other students detailed remarks and, clearly, read very carefully their work. i decided that i should not care about the one who cheated during the exam and used AI to dupe, because most of you proved during the oral exams to be fully able to explain the tools they used. (as an aside, i'll ask the cheater to be suspended for 6 months, c'est la vie but this is another story...) i just would like to invite the few ones who did the bare minimum to think that they were losing an opportunity, i would like you to be brave enough to think that you can do things that you cannot even immagine right now. if you dream more and study more, you will reach new horizons, not a simple passing grade! 

ok, chaps, time to end this undecipherable post (or, perhaps, it's crystal clear!) i think compTools 2026 was a good one, AI was helpful to many of you and, undoubtedly, raised my and your understanding, and the level of our discussions, the material we produced was abundant, the workshops were fun and wish you to progress on the mesmerizing paths of life and computational sciences. respectfully, paolo

Minimize f <- function(x,y) (x-y+2)^2+(y-2)^2 on the feasible sets depicted here ;-) (using constrOptim, GAs and simulation)

 

 

Monday, March 09, 2026

Destino

Il cronometro lampeggia rosso 40.01, 40.02... il primo tempo è finito, siamo sul 10-5 per l'Italia, gioco fermo e palla in mano a centrocampo, dico a denti stretti "kick it out". Ma l'Italia ci prova, un paio di fasi, poi gli inglesi ci forzano il turnover e ripartono guadagnando metri, il cronometro sempre rosso e noi sempre più preoccupati, drive fino all'estrema destra del campo, la nostra difesa è aspirata su quel lato, ripartono verso sinistra, di piede all'ala e non riusciamo a tappare il buco, solita azione inglese, meta per loro. al riposo sul 10-12, czzrla!


cos'è il destino? ed è inebriato dal profumo della rosa d'inghilterra, come sempre, come negli ultimi 32 anni? il dubbio che l'Italia sia destinata, se non a una debacle, alla solita partita in cui sprechiamo quello che avremmo dovuto cogliere e concediamo quello che gli altri non si meritano, torna a farsi pungente, se tifi ital-rugby è un tarlo che è diventato un compagno da decenni.

cos'è il destino? oltre 69000 presenti all'Olimpico, una gioia per gli occhi, colori, bandiere, una marea di maglie bianche, ad occhio i due terzi dei presenti sono inglesi, O 2 e, appunto, la rosa d'inghilterra everywhere, i cori

Swing-low sweet chariot 
Coming for to carry me home.
 

queste note suonano familiari, le ho sentite in televisione dozzine di volte, questi cantano come dannati, lubrificati a dovere dalla birra che scorre a fiumi (senza che io veda un solo imbriago che sia uno). credo si possa solo immaginare cosa sentono i giocatori ogni volta che i loro tifosi li fanno sentire a Twickenam anche se sono in Italia, Irlanda, Francia, Galles o Scozia. Swing-low sweet chariot, coming for to carry me home...

Andiamo con ordine: io e Nelson ci concediamo il lusso di un taxi per l'obelisco del Foro Italico, ci piacerebbe vedere anche Scozia-Francia, che potrebbe (o dovrebbe) essere una formalità con i transalpini che si prendono il gran slam sbranando gli avversari. io sono scioccato dalla profusione di simboli fascisti al Foro Italico, "duce qua duce là", "tanti nemici, tanto onore", emme maiuscole e fasci nei mosaici neri su sfondo bianco di ogni pavimento, l'architettura mascelluta e lineare del ventennio, le statue finto classiche che celebrano il regime. mi chiedo più volte se al nord certe cose sarebbero possibili, credo di no, e capisco anche perché a Roma l'iconografia fascista e la vicinanza con idee idiote e tronfie e criminali sia così diffusa, come mostrano i deficienti col braccio teso, ma anche i Buontempo, i La Russa, vari parlamentari di FI, un brodo culturale politico di cui si è nutrita anche Giorgia Meloni. Al Foro Italico questa cosa si vede, è scritta, trionfa nella bellezza sinistra dell'area e nella simbologia nera che spiego anche agli amici inglesi.


già, sono venuto per Italia - Inghilterra ma sono infiltrato in un gruppo con 5 inglesi che mi hanno invitato. Mike, Averill, Marcus, Helen e poi c'è Nelson che conosco dal 1995, quando ho trascorso un periodo a UKC, University of Kent Canterbury ai tempi del dottorato. non ci siamo mai persi e con Nelson, che non finirò mai di ringraziare per avere organizzato questa trasferta gloriosa, divido pure il matrimoniale sabato notte, in una stanza Airbnb in cui dorme anche Mike. pensavo di non avere più l'età e invece si.

La folla si esalta al maxischermo quando gli scozzesi, piuttosto che fare le vittime mettono in difficoltà i francesi, che sono talentuosi fuori di misura ma anche supponenti da infastidire tutti, fin dai tempi di Coppi e Bartali stanno sulle balle a chiunque. si sente qualche marsigliese ma è un boato ogni volta che la Scozia imbrocca la giocata e schiaccia la palla in meta più e più volte. c'è da stropicciarsi gli occhi: gli underdogs del torneo (assieme ai gallesi) mettono sotto di brutto i primi in classifica. i francesi fanno anche errori da principianti. ricordo un 41-14 (?) e un tripudio congiunto di inglesi e italiani che assistono quando, di colpo, spengono i maxischermi e tutti capiscono che è ora di abbandonare l'area "terzo tempo" all'aperto e recarsi ai nostro posto, curva sud, quella dei romanisti, fila 13, numero 15. impiego quasi 45 minuti a raggiungere il mio seggiolino, solcando una folla ciarliera, tranquilla e disciplinata, in un Olimpico che trabocca di bellezza e tifo, gruppi di bambini delle giovanili, famiglie, coppie di inglesi attempati, gente con la cotta di maglia di ferro e la croce di San Giorgio, e uno strano gruppo con 5 sudditi di sua maestà e me. è la mia prima volta allo stadio Olimpico, è una magnifca serata tiepida, lo show incomincia con gli inni in cui la mia curva accompagna a un volume folle "God save the king". l'inno di Mameli si difende ma per quasi tutta la gara avremo l'impressione di essere in minoranza (anche se oggi sul giornale leggo che gli inglese sono "almeno 25000" pur se io li percepisco sempre come una marea).

mi gusto una partita in cui l'Italia fatica un po' ma mostra anche una qualche leggerezza di fronte a quello che sembra la macchina inglese, dalla curva vedo quanto devono correre da un lato all'altro gli estremi. a dir il vero, gustare è vocabolo coraggioso, lo stadio è così grande che vedo pochino delle giocate e mi devo aiutare con lo schermo, che non è comunque vicinissimo. quello che si sente invece è potente e vale quasi come una vista dettagliata. ogni volta che gli inglesi fanno una giocata, il ruggito della folla che in grande numero sta vicino a me è impressionate, le folate inglesi respirano e vibrano al ritmo dei boati crescenti che esplodono in una liberazione quando loro segnano mete o punizioni o rubano palloni o rintuzzano i nostri tentativi. lo stesso accade, forse affievolito, anche per noi, con l'Olimpico che si infiamma nel nostro urlo montante quando siamo noi a indovinare passaggi e placcaggi.

il destino lo incontriamo nel secondo tempo, gli inglesi vanno avanti, noi becchiamo un cartellino giallo e giochiamo in 14, arrivano al 10-18, sembra un de profundis e iniziano a giocare quello stramaledetto rugby efficace e micragnoso, calci e difesa avanzante che non ci fa fare granché o, peggio, ci fa sudare senza andare da nessuna parte. segniamo 3 punti, l'Italia è là, Garbisi continua con un altro calcio, che picchia sul palo innalzandoci al 16-18, loro non straripano e noi siamo reattivi e resistenti. gli inglesi "attaccano" con una sequenza di up and under e io penso che è la solita manfrina: sono avanti e fanno passare il tempo, Italia ricacciata 20-30 metri più indietro e poi a remare senza gran costrutto contro la loro difesa organizzata. ma questo copione stavolta è frusto, up and under, up and under, forse pensano che basti, è bastato per anni contro di noi, no? gli italiani però respirano l'aria di una serata speciale, stadio ribollente, i cori I-ta-lia I-ta-lia coprono gli sweet low, sono stanchi anche i tifosi d'oltremanica. gli inglesi indisciplinati si beccano due cartellini e i nostri annusano il sangue, Ioane tiene viva una palla, Menoncello fa un break da fenomeno, chi prova a placcarlo è capottato,  passaggio a Marin, meta, gli inglese mi sembrano spompati, cosa succede? rubiamo pure palla, con un "does not release the ball" che secondo me, in passato, l'arbitro non ci avrebbe mai dato. ma stasera c'è un filo di magia e noi ci siamo conquistati rispetto anche da parte degli arbitri, se non molli quella palla quando sei a terra braccato da Lanaro, caro inglese, la palla è nostra! 


è un trionfo, Nelson che ha origini irlandesi continua a tifare per noi, i secondo passano, sullo schermo le inquadrature degli inglesi mostrano facce terree, col piffero che adesso ci riprendete con i vostri up and under di routine. piccole scariche di elettricità negli ultimi secondi, ma non li lasciamo fare nulla, loro hanno le gambe di piombo e noi invece voliamo sulle ali del destino ovale di questa meravigliosa serata. il mondo del rugby stasera è upside-down, l'Italia impallina l'Inghilterra e la Scozia umilia la Francia.

i tifosi inglesi se ne vanno in pace, a me sembrano rassegnati e resto ammirato dalla civiltà di una folla che migra nei piazzali che di solito vedono le molotov fra tifosi della Roma e della Lazio e le cariche della polizia, tutti a caccia di un posto dove mangiare, i bambini eccitati, gli italiani sciamano felici. cena alla trattoria "al sugo" e, quando attendiamo il caffè, arriva un signore che avrà 75 anni ad attaccare bottone, in maglietta bianca con la rosa, a discutere della partita. io e Nelson gli diciamo la nostra, fa tenerezza e, forse, più che della partita (ha visto poco, ci pare di capire) aveva voglia di parlare. abbiamo fatto la storia, we made history, decenni per dare, come dice il titolo del Corriere della Sera, scacco matto ai re (espressione che Mike, deluso, considera fin troppo gentile).

Ci facciamo il selfie ufficiale di questo match storico, da sabato 8.45 a domenica 21.05, per frantumare un tabù. il destino se te lo cerchi, te lo meriti. ma deve essercene stato tanto stavolta: al momento di prendere il treno mi rendo conto di aver dimenticato la borsa di iuta col mio necessaire e il caricabatterie al banco di "La porchetta di Ariccia", che è il chiosco dove mi compro sempre il panino prima del ritorno da Termini. ho 7 minuti e corro indietro veloce e tendenzialmente incazzato a vedere se la faccio franca. un gruppo è seduto al mio posto, mi vedono arrivare e mi prendono in giro bonariamente "se sapevo di chi era, avrei intascato tutto!" con accento e un sorriso dell'Italia centrale. Ringrazio, ho avuto fortuna, ri-ringrazio e saluto con "ora però volo a prendere il treno". il mio posto 22 in carrozza 7 serve a tre signore fiorentine per stare vicine fino a destinazione. mi offrono uno scambio, non esito a dire di sì e siamo tutti felici. "dove devo andare?", al 66 carrozza 6. wow, 666, ci rivedo il destino e mi faccio un baffo perfino del numero della bestia!



Wednesday, December 24, 2025

Moneyfarm, FT and all that jazz!

caro Xyz, 

ricambio gli auguri di buone feste e colgo l'occasione per segnalarti un cosa che non mi è piaciuta. leggo spesso i vs post/interventi, li trovo interessanti e qualche volta li cito anche in classe come spunti di analisi e riflessione. di recente è arrivato per email https://blog.moneyfarm.com/it/investimenti/7-temi-finanziari-per-sorprendere-tutti-al-pranzo-di-natale/
Il testo si trova at https://blog.moneyfarm.com/it/investimenti/7-temi-finanziari-per-sorprendere-tutti-al-pranzo-di-natale/

l'articoletto è brioso, pare andare tutto bene, è scritto da un columnist del Finacial Times, https://www.ft.com/david-stevenson. ma poi continuo a leggere e trovo dati citati da International Journal of Research Publication and Reviews (IJRPR). m'inuriosisco, anche per deformazione professionale: il titolo della rivista è strano dato che, di fatto, è così generico da poter parlare di qualsiasi argomento. trovo il sito della rivista (pseudo) scientifica, https://www.ijrpr.com/, un occhio esperto vede subito che è o una truffa o una rivista predatoria. poi scarico l'articolo da cui si prende il dato, te lo allego ma lo trovi at https://ijrpr.com/uploads/V6ISSUE4/IJRPR43697.pdf è una cosa inguardabile, con sezioni di una riga, molti grafici a torta praticamente senza commenti, il dato di cui si parla nel post è tratto da un campione di 102 amici degli autori, l'inglese è sgangherato, la conclusione è di tre righe... si tratta evidentemente di un articolo senza senso né validità scientifica, pubblicato a pagamento da una delle tante riviste che lucrano sul sottobosco accademico di chi deve pubblicare. mi sono chiesto perché Moneyfarm pubblica una cosa del genere (o, meglio, usa come fonti simile spazzatura). mi sono anche chiesto come fa David Stevenson, che pare un giornalista serio e compare sul sito FT, a basare le sue analisi su simile roba, spero almeno che sia un abbaglio generato dall'intelligenza artificiale. però mi è nato qualche dubbio sia sul FT che sull'opportunità di delegarvi la gestione dei miei risparmi. citerò anche questo articolo in classe, come esempio di fuffa basata su (pseudo) evidenza da quattro soldi senza basi scientifiche. mi pareva sensato segnalarlo anche perché finora reputo la tua consulenza e quanto mi offre Moneyfarm di buon livello e mi auguro che, magari, maggiore cura sia posta nella scelta dei contenuti divulgativi/ di marketing e nell'analisi dei mercati. 

ciao e, nuovamente, Buon Natale. paolo 

in precedenza, Xyz, mi aveva scritto:

Buongiorno Paolo,

Ci tenevo a scriverti per augurare a te e ai tuoi cari un sereno Natale e anno nuovo.
Volevo anticiparti inoltre che a febbraio si terrà il consueto evento annuale sull’asset allocation strategica 2026 di Moneyfarm.
La data prevista è il 12 febbraio; seguiranno in ogni caso comunicazioni più dettagliate.

Per qualsiasi necessità qui trovi la mia agenda con le disponibilità aggiornate, inclusi eventuali giorni di assenza nel periodo festivo.

A prescindere da qualche mio giorno di assenza, il team di consulenza sarà sempre disponibile durante i giorni lavorativi di questo periodo festivo.
Uniche piccole variazioni sono per il 24 e il 31 dicembre dove saremo operativi dalle 9:00 alle 13:00.

Ancora una volta, auguro a te e ai tuoi cari un buon Natale e un felice anno nuovo



Tuesday, October 21, 2025

Macallé e Fusina

Uno dei libri importanti della mia vita è Jeff Togill, "Walking Sydney", che ho trovato negli scaffali dell'appartamento di Bridge Street nel lontano 2006. Non è un caso che questo blog parli (anche) di Sydney e dei viaggi fatti, ambulando e pensando, sulle tracce degli itinerari che erano suggeriti. So di avere appena scritto qualche riga roboante, voi ve lo ricordate uno dei libri più importanti della vita senza guardare autore e titolo su internet? Grazie Jeff! Il punto è che camminare aiuta a conoscere e, per di più, te lo fa fare alla velocità giusta e con la giusta ossigenazione cerebrale, tutte cose alquanto dubbie in altre modalità cognitive screen, touch-and-go, quick-scroll e simili minchiate.

Leggere un itinerario, organizzarsi per farlo, macinarlo in lungo e in largo mentre pensi, credeteci o meno, è glorioso e molto più efficace ed istruttivo di buttare l'occhio su qualche pagina web. Provate per credere, specie se un giorno, come mi auguro, decidete di ripercorrere una delle scorribande di questo blog.

Per anni la domanda "Ti xe de Macaé?" mi sembrava solo una presa per il culo del veneziano e delle sue espressioni ridicole agli orecchi dei veneti di terraferma. Mi pareva una delle imitazioni più riuscite di mio cugino Davide, che scimmiottava perfettamente con voce impostata e profonda l'accento di Dorsoduro, enfatizzandone all'inverosimile le particolarità e la comica differenza con il trevisan delle nostre parti. Ok, questo e il punto di partenza...

Ma perché, mi sono chiesto di recente, essere di Macallé dovrebbe indicare che sei fuori dalle righe, o fuori di testa o fuori dalla legalità? E poi esiste un posto che sia chiama Macallé?

Partiamo dall'ultima domanda: il luogo e la dicitura si riferiscono più o meno al quartiere Altobello di Mestre, più o meno vicino all'omonima via, fra il Canal Salso e i binari della ferrovia. Le informazioni su questo quartiere non sono semplici da trovare su internet e sono spesso contraddittorie anche perché, con un contratto di quartiere fra amministrazione e residenti, si è tentato a partire dal 2008 di ripulire e rigenerare una zona che gode di cattiva fama da decenni. Correva infatti il 1935 quando Mussolini costruì delle case popolari, dette "case minime", più o meno nei pressi nell'odierna Via dello Squero (ad Altobello) per i reduci dalla guerra d'Africa. I locali forse pensarono che i soldati tornassero dall'assedio di Macallè, dove si svolse un epica ed eroica battaglia fra italiani e africani (nel fascismo le battaglie, anche le più ignobili, erano sempre epiche ed eroiche). Non importa che i fatti di Macallè storica risalgano al 1895 e che nessun reduce di quella battaglia potesse aver avuto casa nel 1935. Africa è Africa, se sei di Mestre non si va per il sottile.

Forse nei decenni questo alveare di case popolari e operaie, Macallé appunto, è diventato ricettacolo di buoni, ma specie di cattivi, brutti e pochi belli, qualche onesto e tanti farabutti, poveracci disperati (ma, no, ricchi felici non ce ne furono mai). Il resto segue un canovaccio noto: quartiere malfamato e rissoso, fatiscente e criminogeno e, quindi, "Ti xe de Macaé?". Nel 1983 i geni dell'istituto autonomo case popolari decisero di costruire due mostruosi condomini, detti "Nave 1" e Nave 2", centinaia di appartamenti in casermoni paurosi. Di male in peggio? Molti inferni sono lastricati di buone intenzioni ma di lì a poco, sfitti, sfratti, violenza, occupazioni, danneggiamenti, degrado, pattume, topi, criminalità... "Ti xe de Macaè?"

Esco dalla stazione di Mestre verso le 11.00 e mi avvio lungo via Ca' Marcello, passando sul retro di quella serie di hotel nuovi di palla che anni costruito con spettacolare vista sui binari per Venezia e sul Vempa. Sono condomini nuovi e i turisti sembrano apprezzare, anche se siamo in un retrobottega a 20 metri dalle massicciate ferroviarie, i salottini dove servono spritz a litri, con le piante grasse nei vasi, le tende alle finestre e ci sono i camerieri con i traversoni (ambedue neri) e le camicie bianche.

A pochi metri dall'Interspar, nei pressi della stazione di Mestre.
 

Passo a fianco di un grandissimo Interspar, monumentale come il tempio di Abu-Simbel, ma già la città si mostra strana, una coabitazione di condomini a sette piani uno dietro l'altro, sulla sinistra, e qualche casa bassa con giardino, sulla destra. Mi sono sempre chiesto che (non) senso urbanistico c'è in certe aree di Mestre, a me pare un gran casino e anche facendo edifici a caso era difficile fare peggio di così. Arrivo in Via Kolbe, c'è pure un campetto per i giochi dei bimbi e cassonetti troppo pieni e raramente svuotati. Proseguo e con altro paio di destra-sinistra e arrivo in Via Altobello, scatto una foto al civico 22C, tanto per ricordare le coordinate, e arrivo a Via dello Squero, che che mani sapienti hanno corretto con la vernice in Via dello Squalo, deformando la "e" in una "a" e coprendo la "r" con una grossa linea verticale. 


Sempre lettering è... Da Squero a Squalo con la vernice e Carlo Scarpa all'ingresso del camping di Fusina
Vedo le Navi, queste cattedrali ATER con le decine e decine di appartamenti ammassati che mi sovrastano, i graffiti, le macchine sventrate col cofano aperto e i cassonetti straripanti. Ci sono le fioriere fatte con tre vecchi copertoni e, di fronte, un enorme piazzale recintato in cui alcune ruspe stanno lavorando o livellando la terra nei pressi del Canal Salso. È una bella giornata, io sono in stato di grazia, non mi sento minacciato da chi, forse un po' più sgualcito della media, ogni tanto mette fuori il naso dalla finestra di un appartamento o dal gruppo di giovani malesi, pakistani, o magrebini o turchi che bighellonano in prossimità di una catasta di legno abbandonata (ma dove leggo su un foglio un civilissimo "Per Veritas"; se non la capite ve la spiego a voce...)


Lungo Via dello Squero: Nave 1 con furgone e Nave 2 (credo).


 
Arrivo in via Andrea Costa, la sensazione di post-bombardamento si attenua quando vedo case basse e colorate e palazzi a tre piani, forse anni 50-60. Non è un tessuto abitativo bello ma non è un disastro, c'è spazio, c'è un qualche ordine, il cuore di Macallé è lontano ben 100 o 200 metri (!?). Forse siamo, se non in centro, in periferia della periferia. E, a dir il vero, continuando a camminare mi trovo presto in uno degli unici due posti che conosco di Mestre. Sono nei pressi dell'ufficio regionale Veneto dell'ISTAT dove ho lavorato nel 1998, in Corso del Popolo. Ecco, me lo domando da solo, ma me lo potreste chiedere pure voi: eri accecato nel 1998, per non vedere che a pochi metri da te c'era un buco nero (grigio?) diventato proverbiale come Macallé? Eppure, ve lo assicuro in quegli anni, forse giovane e spensierato, non avevo mai spinto le mie esplorazioni verso quel lato, non avevo un "Walking Mestre" sotto mano e, insomma, evidentemente non avevo la più pallida idea di dov'ero.

Però ormai ero tornato a casa, mi sono fermato al Bar con cucina da Marilù, un posto dove mangiavano e mangiano i dipendenti ISTAT. Si trova in un viale risistemato, con tanto di verde, ombra e tavoli carini. Federica, una ragazzetta gentile che mi fa simpatia, anche perché la titolare la rimbrotta senza che secondo me abbia colpa alcuna, mi porta un piatto unico con riso, verdure e pollo, più birretta. Lo immaginate il ghigno di lieve felicità? Camminato e nutrito come un pascià!

Sono le 13.05 e mi accingo alla seconda parte del walking tour nelle mirabolanti viscere di Mestre. Voglio andare a Fusina, percorrendo Viale Fratelli Bandiera sull'autobus numero 16, una delle "Strade di Porto Marghera", lo strepitoso podcast della sempre sia lodata collega (di CF) e storica Gilda Zazzara. Voglio vedere qualche lembo di quello che fu il più grande petrolchimico d'Europa, 40000 operai, ettari e ettari di emancipazione, lavoro, lotte sindacali, avvelenamenti, tumori, storia d'Italia, del Veneto e, in fondo, anche di me.

Nulla di più facile, direte voi, basta prendere il 16, no? Ehm, se tu non sai o non ricordi nulla della zona cavalcavia ferroviario di Mestre... beh, può essere meno ovvio di quel che pare! Secondo google maps, dovevo andare alla fermata di Giovannacci-Ulloa ma, ve lo rammento: stavo su Corso del Popolo dall'altra parte della città e dei binari. Come si conviene a uno di campagna, penso che per andare da A a B, basta camminare da A a B ma a Mestre se da A a B c'è il cavalcavia sono cazzi tuoi! Non è per nulla semplice attraversare il fascio di strade che vola sopra i binari e, ormai giunto sul cavalcavia, non volevo tornare in stazione e prendere il sottopassaggio, mi pareva di allungarla. Allora mi sono inventato una buona mezz'ora di terrificante motocross pedonale urbano e ho preso una scaletta che scende dal cavalcavia sulla destra.


Sotto il cavalcavia, sopra quello che ha visto la camera e sotto quello che pare di aver visto a me (max contrast)
Mi sono trovato in un oscuro camminamento di ferro, con pianerottoli vari e scalette, in una selva di colonne che pareva d'essere in una Mezquita di calcestruzzo, esattamente sotto le 4 o 8 corsie che smistano il traffico veicolare della tangenziale e che va-viene da Marghera, Mestre, Venezia. Non è stato divertente, perché finisci per pensare che sei in una terra di nessuno (vero!), dove nessuno ti sente (vero!) e, nel mio caso non c'era anima viva (ed era meglio così, ci mancava solo la banda del sotto-cavalcavia assetata di sangue, portafogli o Rolex...) Il percorso di google maps non aveva più senso e mi sono trovato più volte con recinzioni spesse e robuste a sbarrare itinerari su cui avrei dovuto passare. A un certo punto, nei pressi dell'INAIL, che ha una sede che confina con questa suburra di pilastri, strade, boscaglia, siringhe, scoasse e rovi, un extracomunitario mi ha detto di andare lungo un passaggio e poi a destra e poi boh... non lo ascoltavo più ma l'ho ringraziato. Seguendo quei suggerimenti sono uscito dal dedalo ritrovando, dalla parte giusta dei binari e delle strade, un po' di senso dell'orientamento e un percorso decente indicato dal cellulare. In sintesi, che forse aiuta, o disponete e sapete usare bene una mitraglietta Uzi all'occorrenza, oppure non andate su quella scaletta! (e fate il sottopasso della stazione)

Ho visto il cartello Marghera, in fondo volevo proprio vedere coi miei occhi l'antitesi delle Venezia turistica, e ho capito quanto variopinta sia quella parte della città, fra svincoli, binari, strade, case, sterminati piazzali per la logistica, capannoni. Alla fine il bus l'ho preso a Durando-Bellinato, per molto tempo sono stato l'unico a bordo incontrando solo qualche altro passeggero che viaggiava per poche fermate. Il tragitto per il terminal Fusina (una dozzina di km) dura poco più di un quarto d'ora e ho intravisto molte delle cose di cui parla Gilda: pezzi di (area del) Petrolchimico, i muri di container alti decine di metri e l'espansione spaziovora della logistica che ha rimpiazzato la chimica, ciminiere, gru, centrali, grandi serbatoi cilindrici a bizzeffe. Non ho riconosciuto l'ex Villagio di Ca' Emiliani, dove sono stati mandati gli asociali (cioè sindacalisti e comunisti). Ho comunque ricostruito il viaggio sulla mappa e devo aver chiesto all'autista dov'era Ca' Emiliani più o meno nel punto giusto, ricevendone però per risposta un significativo "No so, varda su gughel..."

Il viaggio per Fusina è una meraviglia, oltre che per le vedute della Città Giardino e dell'area petro-logis-industriale che fu Porto Marghera, anche perché è un avvicinamento inarrestabile e inconsueto alla laguna, segnalata da spazi che si allargano e luce che si purifica in un modo caratteristico. Fusina è il finisterre de noantri, e anche il simbolo della perenne contraddizione di una centrale elettrica e di una zona portuale a pochi centinaia di metri da un camping dove i turisti vedono Venezia (e volendo evitano di vedere il tentacolare porto che sta sulla loro sinistra). Alcuni edifici del campeggio sono stati progettati da Carlo Scarpa e, in quell'ultimo lembo di terra fra terra e mare, trovate pure una barca che vi trasporta alle Zattere per 4 euro (con Carta Venezia, una corsa all'ora, vedi https://www.terminalfusina.it/it


Devo ammazzare un'ora di tempo, in altri posti e in altri stati d'animo la considererei una sfiga, ma qui siamo dove il mare e la terra si abbracciano, la laguna si apre (quasi) al Polesine, la stramaledetta tecnologia sfiora la bellezza fatua della Serenissima... E in più c'è il bar della Lucia, in un container con veranda, bello come in un film di Wenders (di cui, poi, non ho mai e poi mai visto più di 10 minuti!)

Bar della Lucia, Punta Fusina.
 

- Quanto pago per il macchiato?
- Ma ti me dà tutte quee bee monedine? Quante ne hai?
- Speta che vedo... 1, 2, 3, ehm, arrivo a 5 euro... ma così il resto non mi basta per il caffè.
- Ti faccio lo sconto e grazie!
- Grazie a te!

Incasso una banconota da cinque e il sorriso di Lucia, pago il caffè uno e dieci ed esco dal bar ammirato dal muro di bottiglie di Aperol che ha alle sue spalle. Vi saluto con un 360 del panorama, se zoomate ci vedete le Zattere!

A sinistra il porto, a destra Chioggia e in mezzo Tronchetto e Zattere.



Sunday, August 31, 2025

TU Delft

Questo è un viaggio interessante, vuoi perché partecipo a una bella conferenza come la Social Simulation Conference (SSC 2025, https://ssc2025.tbm.tudelft.nl/), vuoi perché l'esperienza risuona della lettura del romanzo "La ragazza dall'orecchino di perla" di Tracy Chevalier. Fin da quando avevo Delft nel mirino mi ero riproposto di capire di più del posto in cui sarei andato. E, a dir il vero, a Delft ci ero già stato parecchi anni fa, numero di anni imprecisato, ma reputo una fortuna che quanto dimentico sia almeno pari a quel che trattengo o capisco e, forse, anche di più!

Inizio a leggere il romanzo della ragazza di perla il 2 agosto e lo finisco in una settimana, è un libro che vi raccomando, ben scritto, speziato di un erotismo cromatico e soft che era l'unico che poteva manifestarsi fra Johannes Vermeer, il pittore della luce, e Griet, "fantesca" protestante ancora minorenne a servizio nella casa in Oude Langendijk, nel quartiere cattolico dei "papisti". Imparo almeno due cose: nel secolo d'oro l'Olanda è stata sommersa da un flusso di ricchezza che là si è riversato per l'intensità di scambi commerciali che devono aver reso quasi globale il mondo (nel XVII secolo l'Olanda ne ha passato di cotte e di crude ma certi periodi portano anche frutto). La cosa mi ha sorpreso perché pensavo che i "commercianti" fossero i veneziani: sarà vero, ma nel '600 mentre la serenissima iniziò una inesorabile discesa che l'avrebbe accompagnata alla dissoluzione, questo era l'ombelico del mondo. Famiglie abbienti come quella di Vermeer avevano una dozzina di servi, servette e collaboratori, e lo splendore di Delft si vede ancora nelle strade, chiese e piazze che sono le stesse di 4 secoli fa (con l'eccezione di quanto è andato distrutto nella catastrofica e famosa esplosione di una santabarbara nel 1654). La seconda cosa che ho imparato è diversa: di che colore sono le nubi?

Bianche, ma c'è bisogno di chiederlo?

Dentro c'è anche un po' d'azzurro - aggiunsi dopo averle osservate per qualche minuto - E... di giallo. E c'è del verde, anche!
Mi entusiasmai a tal punto che le indicai col dito. le nuvole le avevo guardate in tutta la mia vita, ma in quel momento ebbi l'impressione di vederle per la prima volta (pag. 71)

È Griet che parla e lascio che parlino anche due nuvole che ho visto al Maurithuis questa mattina, ci arriveremo. Per tornare alle nuvole, da parecchio tempo quando vedo un tramonto imbizzarrito e fiammeggiante di colori fuori dall'ordinario, dico scherzando (che sono i colori di) Vermeer, pronunciandolo "Ferrmiier". Dev'essere il ricordo principale che mi è rimasto della prima visita da queste parti e, con le nuvole che ci sono qui e col vento perenne che le porta in giro, è naturale attribuirgli questa paternità sui nembi. Pensandoci, comunque, se lo dico vuol dire che questi tramonti ci sono anche da noi e, infatti, li avete visti anche voi in realtà e sulla tela i rossi, la pesca, l'olivastro, il canarin e il rosa dei cieli di Tiepolo?

Da una vista di Haarlem di Jacub Van Ruisdact (c. 1670-1675)

Da Jan van de Cappelle, "Seascape with ships" (1660). https://www.mauritshuis.nl/it/scopri-la-collezione/collezione/1155-seascape-with-ships

Mettendo assieme tutte queste tessere mi sono organizzato per perdere una sessione del convegno e andare a vedere dal vivo la ragazza dall'orecchino di perla. Anche se ci piace pensarlo, non si tratta di Griet sia perché la protagonista del libro è opera di fantasia, sia perché il quadro è un tronie, una specie di vignetta che rappresenta un tipo, una fantasia, un tema generico e, in questo caso, si tratta di una ragazza "alla turca", vestita all'orientale. Sorvolo sui motivi che hanno reso questo quadro un'icona dell'arte di tutti i tempi al punto da renderla una specie di Dutch Monna Lisa, perdetevi pure nella qualità dei suoi occhi e della sua bocca, oltre che della perla, guardando la riproduzione in alta definizione che trovate sul sito del Maurithuis o su wikipedia. Il libro impreziosisce il quadro e io vi mostro solo foto simboliche perché al museo ho visto altri quadri immortali come lezione di anatomia di Rembrandt, il cardellino di Fabritius e, sempre di Vermeer, la veduta di Delft (che a proposito del bianco delle nuvole, beh...) D'ora in poi quando fanno l'argomento che una cosa non è (solo) bianca o nera, che ci sono le sfumature e forse pensano al grigio, avrete munizioni per dire che in molti casi sensati, nella vita e nell'arte che la rappresenta e la sublima, c'è dentro di tutto e ci puoi quasi sempre cavare una tavolozza. In un certo senso mi dispiace perché resto affezionato al diritto di incazzarmi a morte e di battermi all'arma bianca sostenendo che la realtà è binaria quando mi fa comodo e quando un fatto o una persona mi sembrano candidi come colombe o neri come la pece (o il il nero d'avorio...)

La parte più bella della mattinata è stata in ogni caso il viaggio. Ho affittato una bicicletta olandesona, numero 2602, col manubrio alto, cambio a tre velocità, pesante come un cancello ma perfetta per solcare la pianura a velocità di crociera. Sono andato da Delft al Maurithuis di Den Haag quasi sempre lungo il Delftweg, un canale che offre scorci molto belli e accompagna il viandante lungo il percorso. Girare per l'Olanda in bicicletta è un'esperienza esaltante, specie in una bella mezza giornata di estate morbida a fine agosto. All'inizio ero un po' titubante per la paura di non essere disciplinato abbastanza ma, dopo un po', è arrivata quella confidenza nel sistema che fa sì che essere in sella sia meglio che stare in autostrada! Le piste ciclabili sono uno spettacolo: larghe, a due corsie, con semafori che regolano il traffico tipicamente a svantaggio delle auto che vengono bloccate non appena un ciclista preme il bottone di chiamata. Per farla breve, uno si gode aria, cielo, campagna e mulini in compagnia di una battaglione di altri ciclisti tutt'altro che assatanati che, come te, vanno da qualche parte.

Tornando alla base tento il colpaccio e mi dirigo a Rijswijk, che è praticamente di strada, che dovrebbe essere un luogo bucolico immortalato dai maestri olandesi nelle loro vedute. Mi attendo un paesino antico e pittoresco ma , quando ci arrivo i locali mi dicono convinti che la cosa migliore è un centro commerciale e che, se voglio mangiare un boccone in un bel posto, non c'è storia e mi conviene tornare a Delft cioè da dove sono venuto! Nello stato di grazia in cui sono i 4 km che mancano sono un'inezia e decido di andare a mangiare sul barcone di Huszar. È un posto charmant, prezzi molto ragionevoli, birre, drink e cibo di buona qualità. Dal menù scelgo un "combi", che consiste in un bicchiere di zuppa (io mi prendo corn soup) e un sandwich piccolo. A me pare un trionfo, riprendo la bici e mi dirigo verso la TU Delft. Realizzo che Huszar sta sul Zuidkolk, esattamente quello dipinto da Vermeer... 

L'originale at https://en.wikipedia.org/wiki/File:Vermeer-view-of-delft.jpg 
 
E poi mi vedo pure lo spettacolare pasaggio di tre barche sullo Schieweg, il largo canale che lambisce la città: il ponte su cui devo passare si chiude, ruota di 90 gradi allineandosi al flusso dell'acqua e bloccando 20-30 biciclette per parte. Nessuno fa una piega, tutti aspettando composti che le barche passino, poi il ponte si rimette al nostro servizio e tutti riprendono il percorso (il ponte è l'Abtswoudsebrug, cercatelo su google maps!) Arrivo in tempo per la sessione pomeridiana del convegno alle 13.30, edificio ECHO n 29, la mia escursione è finita e sono pronto a spararmi tre giorni di modelli ad agenti e social simulations.

TU Delft: pensavo, ingenuamente, che fosse una piccola università, per giunta tecnica e vagamente ingegneristica, in una piccola città grande anche meno di Treviso. Pensavo che UvA o Vrije ad Amsterdam la sovrastassero. Pensavo. Già, se ne pensano tante... e invece mi rendo conto solcando un campus mostruosamente grande e imponente che mi trovo in un ateneo con 3600 studenti di dottorato e 7000 ricercatori (per continuare a dare numeri forse imprecisi ma che danno nondimeno un'idea, Ca' Foscari avrà un trentesimo di quel numero di dottorandi e sì e no un decimo dei ricercatori, siamo dei microbi!). Il campus sfavilla di edifici moderni, spaziosi e quasi faraonici, acciaio e vetro, tutto molto dutch, aule grandissime, senza le classiche file di banchi, in cui gli studenti si sistemano su tavoli da 6 persone e possono lavorare in gruppi dall'inizio alla fine della lezione, anche se sono decine e decine. La cosa sarebbe impossibile in un'aula tradizionale, dato che gli studenti sarebbero allineati su una fila o dovrebbero slogarsi le cervicali continuamente per parlare con il mezzo gruppo di colleghi che staziona alle loro spalle. Menziono solo un altro paio di meraviglie: le aule hanno lastre di vetro bianche che si possono usare come lavagne lungo tutto il perimento, decine di metri lineari di lavagne, su cui si scrive facilmente e si cancella con un panno... infine, la biblioteca è una spettacolo, con vetrate enormi e muri di libri altri una decina di metri su cui ti puoi (e ti devi) arrampicare con delle scale per accedere ai volumi. Scatto qualche foto per Sara visto che, in fondo, visitare e imparare dall'organizzazione delle biblioteche altrui è una cosa che devo a lei!




Tre viste della biblioteca centrale di TU Delft: wow...

Delftanesiana: ho trovato sorprendente che spesso gli abitanti di Delft sapessero della loro citta meno di quello che sapevo io dopo la lettura di un romanzo. Non sembrano condividere la fascinazione per Vermeer e Griet, nessuno conosce il libro, i giovani hanno idee vaghe e confuse sul pittore e, secondo me, si confondono anche su alcuni episodi della loro storia (pur nell'intrico di lotte, regni, religioni che hanno attraversato i paesi bassi).

Ho trovato sorprendente che la cena sociale abbinata al congresso si tenesse nella Oude Kerke, la chiesa vecchia, sia perché per me è inconsueto vedere tavoli per 200 persone e catering all'opera nella navata di una chiesa in cui celebrano le funzioni in altri momenti, sia perché a pochi passi da noi c'era, lupus in fabula?, la tomba di Vermeer! Ora, va bene tutto, ma avrei qualcosa da ridire sul come è "gestita" spazialmente la sua sepoltura, coi banchi troppo a ridosso e un mazzo di fiori finti. Non è una genialata  nemmeno dimenticarsi secchio, spazzettone e altro a pochi centimetri dalla lapide. La prossima volta fate uno sforzino!

 
L'ultimo giorno ci sono plenaria, una sola sessione e cerimonia finale con tanto di concerto della Krashna Musika, l'orchestra studentesca dell'università. Ci dicono pure che la SCS 2026 si terrà a Durham (UK), vedremo il da farsi! Poi ci danno il pranzo al sacco e sono saluti e baci. Ho qualche ora da spendere prima di volare da Amsterdam verso casa, io e Linda decidiamo di andare a vedere la Nuewe Kerke e di salire sulla torre campanaria che offre viste mozzafiato sull'abitato di Delft. 750 scalini su una scala a chiocciola molto stretta, ci prendiamo pure uno scroscio di pioggia (in realtà, ci bagniamo perché grondaie e doccioni perdono e spruzzano i turisti che ci devono per forza passare vicino. Ma poco cambia e sempre acqua è!). Visitando la chiesa sottostante capiamo molto meglio i motivi che legano la casa reale d'Olanda a questa chiesa, la cui cripta raccoglie le salme dei reali che sono qui tumulati nei funerali di stato.

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  • IBIS Styles Delft City center, promosso a pieni voti, letteralmente in piazza della stazione ferroviaria, comodo per il centro e per TU Delft, caffè e infusi gratis e a volontà day and night, colazione buona (ma forse un po' basic). Se ci riesco ci torno ;-)
  • Kek: locale dove con Linda prendo l'ultimo caffè prima di partire per Schipol, indipendentemente suggerito da due locali, espresso ok ma voi dovreste accompagnarlo con fetta di torta, chiude alle 17.00.

 
  • Huszar: imperdibile, anche per i motivi menzionati prima!
  • Sevenhills: ristorante in centro, migliore di Moodz che è sopravvalutato, cena su barcone con bistecca alle 19.00 del primo giorno e prime chiacchiere con studentessa delle superiori cui lascio la mancia e mi consiglia Kek (ticked!) e Tazz (la prossima volta!)

Dutch Dawn mug
 

  • Royal Delft 1653: io credevo fosse un museo ma mi dicono che è l'unica fabbrica di porcellane rimasta in città. Mi porto a casa una mug della linea "moderna" Dutch Dawn, un pezzo del celeberrimo "blu di Delft" anche per Cesira (la tecnica è transfer ma gli oggetti dipinti a mano richiedono una carta di credito a parte...  work in progress. Se volete curiosare questo è il link).

Bye bye Delft (prima dell'alba, mentre in piazza stavano allestendo le bancarelle del mercato)