Saturday, May 28, 2022

Terza fase

Tre anni fa, sono caduto dalla bicicletta di ritorno dalla seconda uscita della stagione sul Montello. Mi rompo una clavicola (e mi ammacco pure l'autostima vista la banalità dell'incidente, accaduto su una strada dritta in aperta campagna, senza macchine, l'unica buca in km di rettilineo la prendo io mentre guardo da un'altra parte... vabbè). Frattura scomposta, pronto soccorso e qualche giorno dopo sono ricoverato per l'impianto di una placca. È una cosa abbastanza normale visto che le clavicole non gradiscono i capitomboli di noi ciclisti per caso e spesso si rompono malamente. Fino a qui tutto ok (ehm, si fa per dire!). Ma in occasione degli esami preoperatori di routine mi trovano una gagliarda glicemia a 220 a digiuno. È una strana epifania che capita a molti ("Cosa? Sono a stomaco vuoto e ho perfino saltato colazione e brioche... controlla bene, per favore") e ho saputo poi che questa "diagnosi per sbaglio" o per "interposta ragione" è assai frequente.

Ci sono pochi dubbi, sono diabetico, non lo sapevo e manco lo sospettavo: nessun sintomo, mangiavo poca carne e tante pastasciutte senza crucci e ansie di nessun genere. Ma da allora sono (anche un) LADA e mi imbarco in una bizzarra e a suo modo avventurosa patologia (di cui, fra le righe del blog, ho parlato in questo post).

Delle varie tappe di questo percorso salto la prima e la seconda fase. Parto da 3 e non è la prima volta che il sequel vede la luce prima del prequel (un Esempio maiuscolo è qui). Giovedì 19 maggio 2022 vado al controllo al "Laboratorio tipi 1" dell'ospedale di Treviso e parlo con la diabetologa Laura per la prima volta, a fianco a lei c'è una specializzanda. Come sempre, esprimono preparazione, empatia e una calma quasi soprannaturale. Spesso i reparti sono lande spazzate dal vento impetuoso di bisogni, code, malati, richieste, il centro diabetologico non fa eccezione. C'è chi chiede il piano terapeutico, ausili vari, visite di controllo, certificati per patenti e molto altre cose che mi lasciano sempre stupito. Quando entri nell'ufficio del medico o delle infermiere, però, lo spazio-tempo cambia e si assiste all'immersione in un micro-cosmo di pacatezza attenta ed inscalfibile, in cui mi sono sempre sentito ascoltato molto più di quello che mi avrebbe accontentato. Laura guarda il rapporto trimestrale che registra le oscillazioni del mio glucosio nel sangue, commentiamo la mia glicata (51, per la cronaca) e il C-peptide (0.3, per i morbosi!) Più o meno questi numeri significano che non vado poi male ma che produco sempre meno insulina, ormai proprio pochina, e che è ora di cambiare fase. 

Appunto, vai con la terza! Vedete, il Laboratorio tipi 1 non accoglie tipi di prima qualità, come parrebbe dal nome e anche se io lo penso di tanto in tanto, visto che lo frequento. Diabete di tipo 1 significa un mucchio di cose, che interferiscono in vari modo con la vita delle persone e l'unica cura alla lunga è prendere l'insulina che non è più prodotta dal pancreas per altra via. "Cura" è una strana parola in questo caso, dovrei forse parlare di strategia di gestione: dal DT1 non si guarisce e si tratta di convivere con un nuovo compagno ingombrante e fiscale che dice la sua su come ti devi alimentare, su quando fare esercizio fisico, sui grammi di pasta che metti nel piatto,  su momenti di ipoglicemia in cui sei vuoto come un sacco e rischi di svenire, sulle giornate in cui, anche se ce la metti tutta, la glicemia danza eterea e fluttuate su vette himalayane mai viste e tu pensi a Lucio Dalla e a quanto  "l'impresa eccezionale, dammi retta, è avere la glicemia normale". Grazie Lucio, e scusa se ho reinterpretato un tuo memorabile verso. Non è la prima volta che ti eleggo a maitre a panser di questo sgangherato blog!

La terza fase è, per me, quella in cui inizio la MDI, nome figo per Multiple Dose Inijection o (terapia) multi-iniettiva per noi italioti. Da ora in poi, farò piccole o grandi dosi di insulina rapida a ogni pasto. Inizio con una unità per ogni 30 g di carboidrati, cercando di capire se questo rapporto è giusto per me e provando a dare regolarità svizzera al mio metabolismo pancreatico pazzerello. D'ora in poi, penna lispro e aghetti da 4 mm per non fare bozzi, in una successione giornaliera di ventre, coscia, destra, sinistra, chiappa (non so se ci sono molti altri posti ma non si può escludere nulla e, in ogni caso, non fa male!) Inoltre, cibo sotto controllo, disciplina ed esercizio ancora più di prima.

Non so bene perché da giorni penso che questo inizio sia importante. Mi avevano detto che forse questa luna di miele senza multi-iniettiva poteva durare anche 4-5 anni, ma ci arrivo dopo 3 e, mi dicono solo ora, non è andata male. Con quello che Cesira definisce rigore alimentare da samurai sono andato avanti a poca pasta, poco pane, poca frutta, zero zucchero, zero dolci, zero pizza per 3 anni, sempre in attesa del responso esistenziale della sibilla glicata trimestrale (i 48, i 55, i 51, su e giù, quando il target da rispettare, tanto per dare un'idea, è 50). I medici sono stati bravi e condivido la loro scelta di non dirmi fin dal primo giorno che sarei salito su questa simpatica multi-giostra di insulina, provano a darti fiducia sostenendo che il periodo a base di metformina e pastiglie sarebbe durato forse anni. Nel frattempo ho imparato, letto articoli, ho visto tranches de vie di altri pazienti, ho conosciuto delle guerriere come Alessandra che una valchiria in confronto è una pippa, mi sono impratichito di numeri, statistiche, complicazioni a breve e lungo termine della malattia and all that jazz. E adesso, terza fase!

Il sensore LibreView (FGM, Flash Glucose Meter) è utile ma ci sono quindicine in cui è "sballato" e i valori vanno corretti per l'errore sistematico nella misura. Ho sempre pensato che la regressione è la madre di tutti i modelli e adesso lo metto in pratica.

A suo modo, il diabete è una benedizione (sì, è una frase forte ma me ne farò una ragione e, comunque, qualsiasi cosa a ben guardare può essere tutt'altro). È la malattia perfetta per l'agonista che è in me: una battaglia tre volte al giorno, successi e batoste si alternano a seconda che la glicemia resti nell'intervallo [70-180], la rivincita è fra poche ore se le cose vanno male e c'è da restare in campana in attesa della prossima misura se è tutto ok; è la malattia perfetta per il matematico che è in me: posso calibrare il sensore libre con una retta di regressione e togliere il 20% se serve, calcolare le medie, pesare a vista la pasta e capire se il 40% della quantità di piselli eccede o meno la quantità di carboidrati prevista, è un fiume di conti e di modelli, roba da fare luccicare gli occhi; è la malattia perfetta per depotenziare l'ansia di controllo che ci assale in questi tempi: adesso ho uno strumento in più, la dose variabile d'insulina ai pasti, e nello stesso tempo sto capendo che come va il mondo non dipende solo da me e quanto la perfezione sia una cosa cui tendere anche senza realistiche possibilità di raggiungerla sempre (fra l'altro, dosare i microscopici boli che inietto al momento è più un'arte che una scienza, dato che una unita corrisponde a 1 millilitro che, se te lo spruzzi sul palmo, lo vedi appena. Pare un esercizio di fachirismo che mi ricorda la sensitività  alle condizioni iniziali di un sistema dinamico caotico in cui ogni piccola variazione o errore può generare traiettorie di glicemia completamente diverse); e, infine, è la malattia perfetta per l'innamorato che è in me: mi stimola a fare pesare il meno possibile la gestione della malattia sulle spalle altrui e mi consente lunghe passeggiate serali con Cesira, stop alla televisione e siano le 21.30 o le 23.00, si parte per una boccata d'aria lungo il Sile in Alzaia o per un percorso più urban per le stradelle del centro. Suppergiù cinquanta minuti di chiacchiere peripatetiche per ricollegarsi, tirare tardi e stare insieme dopo giornate in cui il lavoro sequestra braccia e menti, aiutando un atterraggio morbido nel mondo degli umani.

Terza fase, già. E poi? Questo lo vedremo ma fase è un termine rugbistico e a volte per andare in meta di fasi ne servono tante. Alla prossima! 

 

[Usate le info di questo post, se ce ne sono, con saggezza. Non sono un medico e il diabete richiede supporto di professionisti e, forse più di altre malattie, educazione del paziente e la conoscenza di quel che si fa. Mantenere un buon controllo metabolico e la glicemia entro valori normali aiuta a ridurre del 35-76% insorgenza e gravità delle complicazioni (che sono serie e numerose, specie a lungo termine, scaricate gratis il pdf dal link precendete). In vari passaggi non sono andato per il sottile e LADA, diabete 1.5 o 1 sono o potrebbero essere cose diverse. Credo che la malattia sia un'occasione, almeno ci provo, anche per (ri)pensare a quello che faccio e una sfida continua al miglioramento personale. Buon cammino!]

Thursday, March 10, 2022

Soldi facili al telefono

Ho la coscienza abbastanza a posto, ho fatto metà del mio dovere in un pomeriggio di studio e lavoro fino a quando mi telefona, in Inglese, un tizio. Decido  di ascoltarlo più dell'altra volta. Sì, non è la prima volta: l'11 febbraio mi aveva chiamato tale Hugh, non avevo nemmeno capito di che ditta, parlava lentamente, evidentemente abituato a provarci con stranieri con cui non puoi andare veloce con slang e frasi idiomatiche. 

Oggi mi telefona il sedicente Declin, parlantina sciolta, bell'accento anche se qualche parola me la perdo lo stesso sul voice-over-ip, dice che chiama dalla "Western Global Offshore Financial Services" di Shenzhen. La mia testa inzia a macinare, associo la piazza finanziaria di Shenzhen, nella grande Cina, a una di quelle località in cui troppi soldi troppo velocemente e troppo allo stato brado hanno generato una fungaia di "imprese" finanziarie che non dormono mai, sempre alla caccia di clienti e trader, mostrando oscenamente ricchezze accumulate di gran carriera sulle spalle di migliaia di investitori che pensano che sia un gioco e che sono finiti spennati fino all'ultima piuma. Di posti del genere ce ne sono molti in paradisi fiscali di nome o di fatto: Delaware, Isle of Man, Cayman and all that jazz. Bene, vai con Shenzhen! (Parla di un altro posto ma, per farvi un'idea potete vedere questa inchiesta di Spotlight registrandovi su raiplay.it)

Stavolta prendo appunti, voglio capire e mi sforzo di non incazzarmi chiudendo la telefonata prima di carpire qualche dettaglio in più rispetto a quello che avevo capito con Hugh. "Paolo", "Paolo", "Paolo", mi chiama decine di volte, ogni 20 secondi, "sai che sta per succedere qualcosa di incredibile, Paolo?", "puoi immaginare che cosa significa, Paolo?", "Paolo, something will hit the headlines in US next week". Mi chiedo perche mi deve chiamare per nome e fare domande con tanta frequenza, dev'essere una tecnica per tenerti agganciati perché quando non rispondo subito ripete o mi dice "era una domanda, Paolo..." dopo un po' capisco che basta dire "yes" e che lui legge il copione, usa le stesse parole di Hugh (e dei vari Gino, Pino, Lino, che passano il giorno a telefonare smerciando sogni e seminando perdite in chi ci casca).

Mi chiede "discretion" perché quella che mi sta per dare è "privileged information", lo dice con tono affabulatorio ed enfatico, quasi leggesse una fiaba ai bambini, con un altalenare teatrale e accentuando le pause e i termini chiave. Nell'arco di 30-60 giorni (sì, dice "within 30 to 60 days" la Plug Power Inc,  che produce carburante a idogeno (o simili) sarà acquisita da Ford, "Paolo, do you know Ford?", mi dice che il prezzo salirà, "Can you imagini what this means, Paolo?". Czzrola, ormai il mio nome mi ferisce i timpani!

Interagisco un po', gli domando perché mi danno queste infomazioni così segrete (non importa se ne parlano tutti: vedi Motley Fool qui e qui), "lo facciamo per espandere la base dei nostri clienti", "immagino, Paolo, che se ti facciamo guadagnare tanto la prima volta, poi potremo lavorare insieme". E come no? Mettici pure un po' di cacao, direbbe il pupone! Gli faccio notare che non sa se il prezzo salirà e che potrebbe anche scendere. "You are a logical guy...", meno male! Mi vuole dare qualche numero, lo prego e lo riprego, "non posso stare al telephon tutto l'aftenun...", per favore vai al punto. Tira, molla, impasta la frolla e a un certo punto mi dice che mi possono vendere al massimo 2000 pezzi di PLUG a 26 euro e che il prezzo salirà a 45 entro 30-60 giorni. Gli dico che forse salirà ma potrebbe anche scendere, no? "Not even a slight chance to loose", nemmeno la minima possibilità che scenda, dice lui, e anche se dice la frase fine-di-mondo della finanza, è calmo nel tono e convincente nell'argomentazione: secondo lui la cosa è segreta, la so solo io, è frutto di thousands di ore di studio dei suoi analisti di New York e a furia d'insistere mi dice che mi fanno pagare solo una commissione dell'1%, naturalmente solo perchè sono un nuovo eccezionale cliente! La mia autostima si esalta: uno sconosciuto mi propone di comprare 2000x26 = 52000 euro di azioni sconosciute con motivazioni alquanto dubbie, pagando non si sa come su qualche circuito di pagamento. Fulgido caso da blog!

Bon, comincio a dirmi che posso darci un taglio: "E come mai mi propone le azioni a 26 se adesso quotano 25.62?", vedo il prezzo in diretta su Google Finance. E poi: "come mai tu ci guadagni, oltre all'1%, anche quasi 50 centesimi per azione?". Che, sia detto per inciso, moltiplicato per 2000 pezzi fanno 1000 euro. Si arrampica, sempre con grande sicurezza ed eleganza, "io non ho detto questo, non ti ho proposto nulla", eppure mi pareva di aver capito che... "I haven't yet told you the process". The process? Wow, forse non se ne rende neanche conto ma è una citazione fantastica (potete leggere la storia su questo articolo del post.it dove vi raccontano come si può quasi tentare di suicidarsi per tre anni if you "trust the process").

Qualche altra schermaglia ma l'idillio si è rotto e, anche se mi dice che ha un master in finance (brrr, che paura!), questo sfavillante approccio alla finanza decentralizzata, dematerializzate e decerebrata volge al termine. Mi dice che mi può dare i suoi contatti e un sito web dove fare 'sto "process", sta per partire con la descrizione ma trattengo la furia quando taglio secco ma apparentemente gentile, thank you for your time, bye bye, click. Gli ho fatto perdere, e l'ho persa anche io, quasi mezz'ora e ho capito almeno che cosa "propongono": super affari con guadagni del 70% fra 30-60 giorni in cambio di perdere 1000 euro e 1% subito. Proprio un bell'affare! 

Che dire? Pensieri (che pure è parola grossa) a briglia sciolta:

  • è gente addestrata, gli fanno corsi di lettura e recitazione, stanno sul pezzo, hanno un bel copione, lo ripetono senza dubbio apparente alcuno. Sono certo che hanno ottimizzato la performance e che statisticamente questo gli rende, nel senso che una certa percentuale di polli li cucinano al punto giusto;
  • nonostante sia evidentemente una monumentale cazzata (50000 euro di azioni sconosciuta su consiglio dell'amico Declin al telefono?) c'è anche in me una parte che dice "e se avesse ragione?". Quella parte di me (e, forse di noi) va presa a calci in culo fino a consumare le suole;
  • non mi è chiaro come hanno trovato il mio numero di telefono (dell'ufficio di Treviso) e temo che lo abbiano ricevuto da una società di interviste telefoniche che mi aveva chiesto di dare a voce informazioni su un candidato a una posizione accademica. Prendere caramelle da uno sconsicuto è niente in confronto a dare il numero telefonico ai lupi mannari di Shenzhen (e di Nicosia e Lugano...);
  • ci ho messo un mucchio di tempo per capire qualcosa ma loro non si sbottonano e procedono come da piano per tutto il tempo previsto. Colgo l'occasione per ricordarmi di un criterio tanto utile quanto dimenticato: le cose fatte bene si fanno nei luoghi e nelle circostanze giuste: non si firma un contratto in piedi sul banchetto della stazione, non si comprano "rolex" al semaforo, non si fa trading al telefono con Declin o su un'app (tanto ma tanto tanto meno se PLUG non sapevi nemmeno che esisteva), non si va al bancomat per ricevere un pagamento come accade in molte truffe. A un certo punto bisogna risvegliarsi, capire che ci si trova fuori contesto e dire che, no, questa cosa no. Non è difficile, se lo teniamo a mente;
  • in modi sotterranei ma suggestivi, accomuno quanto mi è succeso a molte altre "innovazioni" finanziarie. Sei cool se fai trading come un insider su un'app smart gestita da una firm offshore con le privileged info di Declin direttamente da Shenzhen? C'è da pensarci un attimo quando uno vi travolge con i paroloni in latinorum, lasciamo perdere e passiamo al veneto: no, non sei figo, sei mona (intraducibile, that's it!)

Sarà meno trendy ma investire vuol dire studiare, disciplinarsi, controllare le commissioni, selezionare con cura i fondi della tua misera banca con sede a Voltabarozzo (altro che Shenzhen!), preferire semplici ETF a basso costo, mantenere la calma, portare pazienza decenni perché time in the market is not timing the market, ponderare i rischi senza fare i ganassa. Significa tutto questo, sono soldi veri, non storielle da hot-line telefonica! 



Monday, January 31, 2022

Pensioni ed educazione finanziaria: fra conoscenza e consapevolezza

Questo intervento, scritto a due mani con Caterina Cruciani, è comparso nel volume che elenca le attività del progetto di educazione finanziaria "Il futuro conta", istituito con la legge 17 del 2018 dalla Regione del Veneto.

Dopo l'audizione in Consiglio Regionale del 26 gennaio 2022, in cui si è formulato l'auspicio che le misure siano rifinanziate, ho pensato di inserire queste considerazioni nel blog. Sono distorto e forse ogni scarrafone è bello a mamma soja, ma spero che le riflessioni mie e di Caterina siano interessanti. Buona lettura!
 

Perché l'età legale minima di pensionamento in Italia è di 67 anni ma, di fatto, si va in pensione in media a 62? La domanda è una delle tante che si possono porre a una platea interessata a capire meglio la situazione previdenziale del nostro paese, le sue particolarità e anche le sue difficoltà presenti e future. A tutti gli effetti, quello previdenziale è un tema che tradizionalmente infiamma gli animi nel nostro paese e da decenni assistiamo, a volte un po' sorpresi, a volte quasi sgomenti, a continue modifiche delle norme che regolano età di pensionamento e l’ammontare della tanto agognata pensione. 
Diversi temi sono senza dubbio centrali per chi operi nell'ambito dell'educazione finanziaria, la “nuova” disciplina che si propone di offrire competenze e capacità pratiche al cittadino, orientando le sue scelte a principi di prudenza e razionalità e rendendolo consapevole del valore di numerose scelte che, quasi quotidianamente, hanno a che fare con denaro, risparmio e investimento e che possono avere grandi effetti sul suo benessere economico e sociale. Si citano spesso, per la loro rilevanza, i concetti di interesse o rendimento, la diversificazione e la necessità di comprendere cos'è l'inflazione e come difendersi dall'erosione di valore che questa comporta. 

Sede centrale dell'INPS a Roma, EUR (da https://it.wikipedia.org/wiki/Istituto_nazionale_della_previdenza_sociale)

Eppure il tema delle pensioni, come prova la domanda che ha aperto questo testo, si impone forse con abrasività ancora maggiore fra quelli che dobbiamo affrontare con la popolazione per almeno tre ordini di motivi essenziali. 
In primo luogo, ci sono ragioni legate all'inevitabile complessità e varietà delle opzioni e degli strumenti disponibili. Solo per dare un'idea, pochi comprendono a fondo la differenza fra fondi aperti, fondi negoziali, piani individuali pensionistici e, addirittura, fondi pensione ``preesistenti''. L'adesione a uno qualsiasi di questi schemi, se è possibile, richiede di conoscere regole e meccanismi, che seppure relativamente semplici, sono tutt'altro che noti e possono interagire con altri istituti come il TFR, il trattamento di fine rapporto, e la tassazione dei proventi e delle rendite pensionistiche. 
Una seconda fonte di interesse sta proprio nella inevitabile ricchezza delle norme (e casi, sotto casi, fattispecie e cavilli) che paralizzano e imbrigliano il ragionamento di chi si appresta a scegliere un fondo e non può conoscere, senza aiuti professionali e competenti, norme che alla fin fine incideranno sulla sua vita da pensionato, riducendo o aumentando una componente importante dei mezzi di sussistenza in uno dei periodi più interessanti della vita, quello in cui ci si può aprire a esperienze nuove liberati dalla routine, bella o brutta che fosse, del lavoro. 
Infine, in pubblicazioni divulgative o in occasione di eventi di formazione e informazione quali quelli proposti dalla campagna regionale “Il futuro conta”, è fruttuoso anche pensare in grande e discutere un terzo insieme di fenomeni, quasi di natura “storica” e “sociale”. Le nostre pensioni, infatti sono quelle che sono per la necessità di cambiare un patto intergenerazionale, passando da un modello a ripartizione pura, in cui il giovane di oggi versa i contributi che servono a pagare le pensioni all'anziano che esce dal mondo del lavoro, a un modello contributivo in cui tendenzialmente ognuno “fa per sé” e riceverà dai vari pilastri pensionistici esclusivamente a seconda dei contributi che è riuscito a versare durante la vita lavorativa.
Questo cambiamento di approccio dipende, in ultima istanza, dal bisogno di rendere sostenibile il nostro sistema di welfare di fronte a una situazione demografica nazionale che non è esagerato dire drammatica. Viviamo in un paese fra i più longevi al mondo, dove fasce sempre più ampie di concittadini beneficiano di un aumento della vita media ma avranno anche bisogno di aiuto e assistenza medica e relazionale. Viviamo in un paese in cui nascono pochi bambini (e il numero dei neonati secondo l'ISTAT è calato ancora per l'incertezza scatenata dalla pandemia) e, in prospettiva, questo ridurrà la forza lavoro e anche la capacità di coltivare innovazione e vitalità da iniettare nella cultura, nell'economia e nella società. Viviamo in un paese in cui la disoccupazione giovanile è un'emergenza che non cessa mai e chi lavora spesso lo deve fare con enorme fatica, con contratti episodici e in un “tira e molla” fatto di una precarietà estenuante che spesso dura decenni. 
Le sfide sono enormi e in realtà l'argomento pensioni è un crocevia dove s'intersecano, come si è visto, una serie di problematiche che, volendo, esulano dall'educazione finanziaria in senso stretto ma stimolano nondimeno a riflettere su orizzonti e obbiettivi pesonali e sociali. Iooltre, non serve a nulla e non è giusto perdersi d'animo perché anche le cose storte si possono raddrizzare incentivando maggiore partecipazione e consapevolezza da parte di tutti e investendo in educazione popolare e capitale umano. 
La previdenza complementare consente di integrare con accantonamenti dedicati la pensione pubblica che, per quanto detto, potrebbe non essere sufficiente a garantire un tenore di vita decoroso una volta usciti dal mondo del lavoro. Gli incontri proposti dall'Università Ca' Foscari e dagli altri atenei veneti avevano l'obbiettivo di chiarire che l'adesione a una forma di previdenza accessoria non è una semplice opzione ma una virtuale necessità. Uno dei modi più efficaci per stimolare una riflessione su quest'urgenza è utilizzare il concetto di tasso di sostituzione: si tratta del rapporto fra la prima pensione e l'ultimo stipendio. Valori bassi di questo indicatore, ad esempio del 50%, suggeriscono che la rendita pensionistica “copre” una piccola parte dell'ultima busta paga (la metà, nel caso esemplificato). Attualmente in Italia, secondo dati recenti dell'OCSE, un dipendente “a stipendio medio” che lavori a tempo pieno fino a 70 anni e contribuisca con regolarità a partire dai 22 anni in poi, potrà godere di un di un tasso di sostituzione molto alto, pari al 92% (molto superiore alla media dei paesi industrializzati che si attesta al 59%). E allora dove sta il problema? Purtroppo questi assegni sono destinati a pochi fortunati e la maggior parte delle persone, per motivi spesso indipendenti dalla loro volontà, non sfioreranno nemmeno queste cifre. Un anticipo della pensione di soli tre anni, possibile con “Quota 100” o altri meccanismi come l'APE, riduce il tasso al 79%; un'interruzione di 5 anni nel versamento dei contributi, taglia la pensione di ulteriori 10 punti percentuali. Non è cattiveria o avarizia da parte dell'INPS, ma solo la conseguenza di una ridotta contribuzione e dell'allungamento della vita media. Una carriera contributiva regolare è rara in Italia e molti non lavorano proprio: il tasso di occupazione nella fascia d'età 20-24 anni è appena del 31% (sì, avete letto bene: meno di un terzo dei giovani può iniziare a risparmiare prima dei 24 anni!) ma le cose non sono rosee nemmeno nell'intervallo d'età 55-64 anni in cui lavora il 54% degli italiani (contro una media OCSE dl 61%). 
Dopo aver snocciolato questi dati di fronte a una platea, solitamente cala un silenzio surreale e diventa palpabile la tensione. Eppure ormai ci siamo anche abituati alla reazione di chi, specie fra i giovani, capisce che nulla è perduto e si può prendere l'iniziativa per costruire un piano per il futuro con versamenti previdenziali volontari e basato su informazioni concrete e facilmente reperibili come quelle disponibili sul sito della COVIP https://www.covip.it/ 


Chiunque si accinga a sviluppare questo piano previdenziale per il futuro si scontra con un’inevitabile, ma spesso dimenticata difficoltà: non è normale per le persone pensare al futuro nello stesso modo in cui si pensa al presente. L’economia e la finanza comportamentali già da decenni hanno mostrato come la mente umana non sia naturalmente sviluppata per vivere in armonia con le leggi del denaro e dei mercati.
Durante gli incontri proposti dall’Università Ca’ Foscari la previdenza complementare è quindi stata declinata anche nella sua dimensione comportamentale, nella consapevolezza che una vera educazione finanziaria passi anche dalla comprensione di alcuni limiti naturali a cui la nostra mente ci obbliga a sottostare. Il primo passo è quello di immaginare il contesto in cui gli esseri umani hanno sviluppato le funzioni principali del proprio cervello. Non diversamente dal processo evolutivo degli altri animali, anche l’uomo ha affinato capacità e competenze in un ambiente inizialmente ostile con l’obiettivo di sopravvivere e tramandare i propri geni. La mente umana è stata capace di elaborare scorciatoie mentali molto utili a questo fine. Pensiamo ad esempio al naturale istinto di ritirare il piede quando camminiamo in montagna e ci sembra di intravedere un serpente con la coda dell’occhio: molto spesso ci sbagliamo, ma è meglio confondere un innocuo bastoncino con un serpente che fare l’opposto e rischiare di farci male! L’adattabilità dell’essere umano l’ha condotto a dominare gli altri animali e imbrigliare e sviluppare la conoscenza al punto da creare degli ambienti artificiali come i mercati finanziari basati sulle regole della probabilità e della statistica. Il problema è che molte delle scorciatoie mentali che ci hanno aiutato ad arrivare dove siamo come specie non ci danno lo stesso aiuto quando si tratta di decidere del nostro denaro e delle nostre scelte previdenziali. 
La semplice scelta di decidere di cominciare a contribuire ad un piano previdenziale complementare richiede che si sia pronti a sacrificare una parte del consumo presente per un futuro anche molto lontano. È ben noto alla teoria economica classica che il consumo futuro valga meno di quello presente, ma ciò che le teorie comportamentali suggeriscono è che la velocità con cui il consumo futuro è scontato non è costante tra momenti successivi, ma dipende da quanto avanti nel tempo guardiamo. Per un giovane, da un lato è meno oneroso cominciare presto a contribuire ad un piano pensionistico, perché deve sottrarre al consumo presente una quota inferiore avendo davanti a sé molti anni per contribuire, ma dall’altro è più difficile psicologicamente, perché i benefici di quel sacrificio si vedranno in un futuro molto lontano e appaiono psicologicamente meno soddisfacenti o troppo costosi rispetto al sacrificio che richiedono. 
Oltre ad essere scoraggiati dalle nostre percezioni rispetto al futuro, noi umani siamo anche naturalmente predisposti a procrastinare le scelte che richiedono una qualche forma di sacrificio. Le platee coinvolte hanno potuto sperimentare di prima mano con semplici giochi d’aula che le persone sono normalmente impazienti quando si parla di futuro, specialmente se vicino: spesso preferiamo 5 euro oggi a 6 euro domani, ma lo stesso non vale se la scelta è tra 5 euro tra un anno e 6 euro tra un anno e un giorno. Perché? In poche parole, siamo bravissimi ad essere pazienti quando il costo della pazienza non ci tocca direttamente: posso aspettare un anno e un giorno per avere un euro in più perché l’aumento di benessere mi sembra egualmente lontano in tutte e due le opzioni! Il problema è che per avere una pensione complementare tra 30 anni dovrò cominciare prima o poi… e farlo prima sarebbe meglio! 
Anche quando siamo motivati, ci troviamo di fronte ad un’altra sfida per cui non siamo preparati come crediamo: che tipo di prodotto di investimento scegliere? Come è già stato detto, la scelta è ampia e variegata, a volte persino troppo. Cosa accade nella nostra mente quando siamo di fronte a molte scelte che ci appaiono difficili da comprendere? Fin da quando ci siamo evoluti, noi esseri umani tendiamo naturalmente a considerare più sicure, e quindi a preferire, le opzioni che ci sembrano più familiari. Per un uomo preistorico evitare di assaggiare un frutto apparentemente appetitoso, ma mai provato prima, poteva fare la differenza tra una terribile indigestione e la sopravvivenza, e questo stimolo è così forte nel nostro modo di pensare che senza accorgercene lo utilizziamo in tutte le situazioni in cui dobbiamo affrontare contesti ambigui o che non capiamo a fondo. Così anche la scelta di una pensione complementare può finire per essere guidata da elementi che non necessariamente la rendono finanziariamente ottima (il fondo pensione a cui aderisce la mia azienda, il mio amico, ecc.). È lecito chiedersi se questa scelta subottimale possa poi essere migliorata nel tempo, man mano che viene acquisita una maggior confidenza con il tema del risparmio previdenziale. Purtroppo, la risposta è tendenzialmente negativa, perché gli esseri umani tendono a trovare confortevole lo status quo. Una volta presa una decisione, specialmente se si è aderito ad un’opzione automatica o di default, “ci si accomoda” e non la si cambia per evitare di rimpiangere poi questa scelta nel caso in cui si rivelasse avventata. La scelta di aderire a volte diventa definitiva indipendentemente dalle alternative potenzialmente migliorative che si possono presentare. 
Anche nel caso in cui ci sentissimo più competenti e meno scoraggiati dal ricco panorama di alternative presenti, altre trappole comportamentali sono ancora in agguato. Supponiamo di aver deciso di aderire ad un fondo pensione aperto, il prossimo passo è sceglierlo tra le alternative (di fondi pensione aperti) possibili. I fondi pensione garantiscono un’efficace diversificazione ma sono comunque caratterizzati da diversi profili di rischio/rendimento che dipendono dalle loro componenti – gli strumenti finanziari che compongono il fondo. Per considerare solo i due elementi principali possibili di un fondo di investimento, da un punto di vista storico le azioni hanno prodotto rendimenti nettamente superiori (circa il 7%) rispetto alle obbligazioni. Ciò è dovuto in parte al fatto che le azioni sono più rischiose, cioè al fatto che le azioni sono molto più soggette a fluttuazioni di prezzo. Per questa ragione sono percepite come più rischiose di quanto in realtà siano. Perché le fluttuazioni di prezzo dovrebbero influenzare la nostra percezione della rischiosità delle azioni? Daniel Kahneman and Amos Tversky ci forniscono la risposta con la loro Teoria dei Prospetti, che si è meritata il premio Nobel per l’Economia nel 2002: psicologicamente gli individui non percepiscono nello stesso modo un guadagno e una perdita di pari importo. Perdere 10 € fa molto più male di quanto ci renda felici guadagnarne altrettanti. Detenere delle azioni il cui prezzo varia molto nel tempo ci espone quindi ad una serie di perdite e di guadagni molto frequente, ma visto che un guadagno psicologicamente non ci compensa di una perdita di pari importo, l’effetto globale è quello di farci sentire molto più “in perdita” di quanto non siamo in realtà. Quindi è possibile che le nostre scelte risentano di questa nostra ancestrale avversione alle perdite e ci spingano a scegliere prodotti più prudenti di quelli che magari sarebbero più adatti alle nostre necessità. 
La previdenza complementare rappresenta il tema ideale per comprendere un aspetto meno evidente, ma non meno importante, dell’educazione finanziaria. Oltre a parlare alle persone e a trasmettere loro conoscenze, competenze e risorse per fare da soli, è necessario anche rendere evidenti come i nostri limiti comportamentali ci possano influenzare nell’utilizzare questa conoscenza, perché le scelte finanziarie non sono mai solo una questione di soldi, ma anche di sogni, aspirazioni ed emozioni. 

Per approfondire.
  • Un libro: Marco Lo Conte, “La pensione su misura. Pensarla, costruirla, gestirla”, Il sole 24 Ore Editore, 2020. 
  • Un film: “Marigold Hotel”, di John Madden con Judy Dench e Dev Patel, 2012. https://www.youtube.com/watch?v=S9UFS7zO3kg
  • Un luogo: Via Ciro il Grande 21, Roma. (Zona EUR) Sede dell’INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale)

Friday, December 03, 2021

Tenacia finanziaria

Insegno "educazione finanziaria", la materia internazionalmente nota come "financial literacy", e spiego ai miei studenti alcune delle cose che si dovrebbero sapere per raggiungere un livello decente di consapevolezza nella gestione di investimenti, finanze e risparmi. Lo faccio in un corso, intitolato appunto Financial Literacy, destinato agli "altri", cioè ai non  addetti ai lavori iscritti ai programmi triennali di scienze, lingue, filosofia e lettere. Notate che non ci sono gli economisti, presupponendo che chi acquisisce una laurea in management o economia sappia quel che c'è da sapere e gestisca con qualche professionalità risparmi, finanziamenti e tutto il resto. Questa cosa secondo me è tutta da dimostrare ma non mi vorrei occupare di questo.

La financial literacy è un puzzle composto da tante tessere che nella testa di tanti sembrano forse frammenti privi di senso e che è impossiblie mettere al posto giusto: rischio, rendimento, gadagno, interesse, tasso, norme e cavilli, costi e percentuali, questionari e MiFID, banche, bancari e banchieri... roba da far girare la testa anche a chi queste cose le mastica. 

Ma negli ultimi giorni mi sono reso conto che non basta sapere le cose, quelle nozioni che provo a raccontare in classe, perché non c'è cognizione che valga senza la capacità di azione concreta. A che giova sapere (forse) quel che fai e quel che si deve fare se non è possibile farlo sul serio? Ora, non sto invocando il primato della pratica sulla teoria e potete pensare che sono contorto. Magari è proprio così ma ho sbattuto ripetutamente il muso contro le difficoltà operative in cui si sguazza nel mondo reale.  Tre esempi di vita vissuta nell'ultima settimana chiariranno forse il concetto (distorco nomi e circostanze quel minimo che basta per intorbidre il riconoscimento di alcuni che si potrebbero offendere ma, se capitasse, sono comunque cavoli loro!)

Vado in un ufficio postale per vendere un ETF della zia Maria, cui do qualche consiglio di tanto in tanto. La dipendente delle poste che ci assiste, la consulente, si chiama Anita, giovane, sempre pacata e professionale anche quando forse intuisce un filo di insofferenza che trattengo con quanta forza e disciplina ho in corpo. Ci mette 45 minuti cronometrati per farmi un estratto conto dei titoli della zia, la miscela mefitica di computer e programmi delle poste è micidiale: la rete non prende, ma è un classico; "stamattina non si riesce...", come quasi tutti i giorni; bisogna digitare il codice conto, recuperare il numero del rapporto titoli agganciato al conto, notare che per motivi ignoti alcuni fondi si trovano su un libretto smart (mica tanto!), mettere insieme tutte le informazioni, accorgersi che la MiFID è scaduta, "posso fare una fotocopia del documento e del codice fiscale?" (ce ne avranno minimo 30!) e vai col liscio perché poi, se ci pensate lo indovinate anche voi, la stampante non stampa, la carta è finita, tre telefonate... Quando arriva l'estratto conto, è di semplicita estrema, una videata di quel che c’è sullo schermo in cui si intravedono solo i nomi dei titoli senza le quantità, i codice identificativi, controvalore. Francamente, va bene per incartare il panino ma ce l'abbiamo fatta! Per festeggiare, divago un attimo,  e chiedo se sia possibile ricevere degli SMS quando si fanno dei movimenti in conto. È la fine! Non c'è altro modo (pare) che installare l'app BP ed è una rumba di App Store, Android, codici, attivazione, codice di controllo SMS, "inventi una password di 6 caratteri, quella che vuole, tanto la può cambiare",  strucca, gratta, installa, entra, esci, verifica ma alla fine è fatta pure questa! Allora si possono avere questi SMS? No, non si può perché la voce del menù nella app e grigia, non si può selezionare e non si sa perché. Con aplomb che ha del notevole, Anita dice "Strano, sul mio funziona..." Questa è una frase celebre e ormai ho centinaia di esempi di gente (me incluso) che sa fare una cosa sul loro computer o telefono, col loro software, nel loro modo e chissà perché se cambi qualcosa non funziona mai una mazza! Anche gli studenti, è un classico, quando non sanno fare un eserizio: "ma a me e casa veniva sempre". Sarà!

Va bene, è stato un bell'intermezzo, adesso possiamo vendere questo ETF? No, non si può perché, visto che ci abbiamo messo un'ora e 20 minuti, è tardi: ci sono altri clienti e dobbiamo fissare un altro appuntamento a distanza di una settimana (eh già, Anita fa la consulente in diversi uffici ed è in quello della zia si reca sì e no un giorno ogni tanto). 

La settimana dopo è oggi, abbiamo appuntamento alle 13.00, attendiamo pazienti sotto il sole fuori dall'ufficio fino alle 13.40 quando esce il cliente precedente con cui si era fatto tardi. Iniziamo (dopo le sacrosante fotocopie di CI e CF, così siamo a 32 versioni archiviate solo in quest'ufficio), recuperiamo il titolo, click su "vendi", ma non si può perché serve obbligatoriamente fare una consulenza formale, una pratica in cui io fingo di chiedere di vendere e loro fingono di darmi informazioni. Questo documento deve rimanere agli atti, serve per la MiFID, è il protocollo per evitare (?) contestazioni e provare che l'intermediario si è comportato correttamente. La consulenza non la leggiamo nemmeno e dopo che l'abbiamo ottenuta pestando sui tasti, abbiamo 2-3 pagine in più, firma e via. Il modulo e la piattaforma per la vendita sono imbarazzanti, Anita me li mostra e non è possibile vedere il book (il che, senza che io entri in questioni tecniche, significa che in realtà non si sa a che prezzo si vende). Controllo se il prezzo "di riferimento" che compare sul video di Anita sia vicino a quello che vedo sul sito della mia banca (ma come fa uno che non ha un home-banking alternativo di supporto?), imbraccio tutto il coraggio che ho e le dico "vendi!". Clicca, altro modulo, "vendi!", confermo? Sì, avanti, schermata di controllo "sei sicuro?", vendi... servono altri due conferme dopo che il sistema mi ha avvisato minaccioso che è un ordine al meglio. Sono sfatto ma almeno ho venduto. E visto che abbiamo fatto 100, facciamo 101? Chiedo se posso comprare un altro ETF al posto di quello appena venduto... è tardi, l'ufficio è già chiuso, forse Anita non ha mangiato anche se non è colpa né mia né sua se tutto è farraginoso e pachidermico. Ci prova, ma serve un'altra consulenza. La prepara con la solita trafila di tasti, schermate, numeri, codici e quando è pronta appare un avviso bloccante (alert): non si può fare una seconda consulenza perché la prima blocca l'operativita per 5 giorni. Le chiedo solo "ma che senso ha?". Mi risponde che "in effetti, non ne ha molto" e ci arrendiamo. Convenevoli e titoli di coda dopo aver fissato un altro appuntamento (e tre!) per il 13 dicembre.

La postazione di lavoro in un pratico sgabuzzino (niente da dire, è molto meglio di certi "salottini" dove ti fanno accomodare le banche ganze). Gel igienizzante al suo posto e, a video, si riconosce l'impostazione antidiluviana dei menù con le opzioni per l'operatrice.

Mi avvio alle conclusioni e provo a esprimere qualche considerazione. In fondo in fondo che cosa volevo fare? Vendere un fondo d’investimento e comprarne un altro. Gli ETF sono prodotti efficienti e poco costosi, presenti sul mercato italiano da decenni. Il Sole 24 Ore, che non sarà la bibbia ma è pur sempre una fonte civile, ne parla bene da anni e li suggerisce ai risparmiatori come ottima alternativa ai più costosi fondi delle banche. Eppure, per provare a comprarli agli sportelli degli istituti o delle poste, bisogna sfiorare l’ascetismo e vincere le difficoltà amministrative e pratiche di un’operazione “disallineata” con quanto si fa di solito. Aggiungeteci che molte reti di vendita hanno assorbito l’idea che gli ETF rendono poco all’intermediario (spesso le banche incassano commissioni pari allo 0.1% o meno, mentre se vi vendono prodotti “della casa” ci possono fare 1, 2, 3% o anche di più; in pratica, scaricano sul clienti costi 10 o 20 volte più alti...) Spesso il personale non è formato, ha imparato nei corsi interni a vendere solo le “sue” cose e pensa, qualche volta in buona fede, che questi ETF siano demoniaci, non sa come si trattano sul mercato, non vi sa dire i costi di transazione, non sa quanto costa detenerli in un normale deposito titoli. Se mettete insieme tutte queste “resistenze”, il risultato è che serve una fatica boia per costruire un portafoglio di ETF (ci sono eccezioni ma non ne parlo qui), devi passare ore in banca, provare a capire se ci si può arrangiare da soli su internet (che qualche inquietudine te la genera sempre), vincere la diffidenza dello sportellista che per ignoranza o dolo o una miscela delle due cerca sempre di rifilarti prodotti diversi e, guarda caso, quasi sempre più vantaggiosi per la banca e meno per te. 

Prendete il mio caso con Anita: è una professionista sveglia, molto più preparata della media, ci mette buona volontà e sta sul pezzo. Ma, vuoi perché il sistema informativo è disarmante, vuoi perché non fa spesso cose del genere o altro, ci abbiamo messo 3 giorni per vendere un fondo obbligazionario (pardon, ETF!) EU e comprare la stessa somma di un fondo obbligazionario (ehm, ETF) EU indicizzato all’inflazione. Stavo semplicemente cercando di proteggere la zia, passando a obbligazioni governative che la proteggano dall’inflazione che sta rialzando la testa, mantenendo sempre un basso profilo di rischio.  In realtà nemmeno so se ci sono voluti tre giorni visto che questo lo vedremo il 13 e magari mi servono altri passaggi e ore e ore di tempo perso. 

La prima conclusione che traggo è che ci vuole cattiveria da parte del risparmiatore e non c’è modo di fare le cose giuste se non non sei preparato ma, ancor di più, se non sei determinato a insistere e ringhiare che sono soldi tuoi e che li vuoi gestire bene, investendoli in prodotti efficienti e a basso costo, anche a costo di vincere l’assurda resistenza passiva o attiva del postale o bancario di turno che, sia detto per inciso, dovrebbe fare i vostri interessi e non quelli dell’istituto per cui lavora (o, almeno, ‘na onta e ‘na ponta, in una qualche via di mezzo).

La seconda riflessione è sui miei studenti, quei giovani inesperti che si affacciano alla finanza spicciola, cui mostro che gli ETF sono molto meglio (in genere) dei fondi convenzionali. Ho pensato che devo utilizzare molto più tempo a convincerli che vale la pena insistere, che devono diventare dei marines per sfuggire alla trappole delle reti di vendita, agli agguati dei consulenti pro domo sua, che dicono che “mah, non so, non si può fare...”, che devono resistere alle lentezze del sistema informatico e prepararsi a 3 appuntamenti e 6-8 ore di lavoro perse pur di riuscire a completare un’operazione semplice, sensata e conveniente. Qui non c’entra quasi niente la financial literacy, è questione di psicologia, determinazione, abilità nel convincere le persone e spingere il consulente a fare per te quello che dovrebbe consigliarti già da solo (ma non lo fa perché la banca ci guadagna troppo poco). Duri i banchi!

PS. Nel corpo del post avevo detto “tre esempi” ma ve ne ho fatto solo uno. Mi sono fermato per evitare che il post tracimasse  Gli altri si riferivano a continue chiamate degli operatori che t’invitano a spostare i tuoi investimenti da qui a là e alla proposta fatta a una signora ottantenne di comprare prodotti con rischio 6 su una scala che va da 1 a 7. Ve li dico a voce! 

PS2. Non è che gli ETF siano il sacro graal, domandate sempre quanto costa comprarli e tenerli, bisogna capirci qualcosa e qualche volta anche io, per quieto vivere, mi sono comprato fondi della casa. Ma non è sua mamma che non sia possibile migliorare questo stato di cose con maggiore conoscenza della teoria e della pratica.

Poltroncina per i clienti BP, con sversamento d'antan di moka di caffè che "mi scusi, non siamo riusciti a togliere la macchia". Wow, mi sento così a mio agio che ci ho appoggiato con affetto il mio giubbotto!

Sunday, November 07, 2021

#novax alla cannella!

Anche io #novax, era ora! Finalmente mi bevo pure io una leggenda urbana e faccio di tutto e di più per adattare il mio comportamento a questa gabola, voglio la mia fornitura di cannella, a costo di protestare nelle piazze contro la dittatura sanitaria!

Beh, non è proprio così, ma sotto sotto ho rischiato anche io di cascarci perché quando una cosa la vuoi credere con tutte le forze, quando ci speri proprio tanto, non c'è scienza che tenga davanti al vodoo che ti semplifica la vita.

Vado con ordine e provo, per i miei quattro e quattr'otto lettori #iomivaccino e #novax a raccontare una storia. Ieri sera siamo a cena da un'amica tanto brillante quanto ferrata nella scienza. Anna ha impiantato una impresa che estrae concentrati proteici da vegetali come soia e piselli, producendo farine e gel ad alta biodisponibilità e privi di glutine per consumo agricolo-industriale e umano (ad esempio, i prodotti sono adatti a vegani, ciliaci, a chi ha intollerenze varie o preferisce poteine vegetali al posto di quelle animali). Io sono un diabetico LADA da due anni e mezzo (è un'altra storia, forse un giorno mi metto a scriverla) e cerco con discreta cattiveria di combattere la glicemia alta con quello che chiamiamo "compenso metabolico", nome aulico che sta per dieta feroce con controllo strenuo di carboidrati e demonizzazione di zucchero e tutto quel che lo contiene. Pane e pasta solo con sospetto e immancabile pesatura mentale (dopo un po' ci si fa l'occhio) o sulla bilancia. Da due anni e mezzo ho sempre una fame boia, sono diventato secco come un'acciuga striminzita, una pizza è un oggetto del desiderio che scatena deliri onirici e sublimazioni erotiche perché, tanto, non te la puoi mangiare (sempre che non sgarri, ovvio!). Spero di aver reso l'idea e a un certo punto Anna, che macina tabelle di ingredienti e composti chimici a memoria,  mi dice che "la cannella abbassa la glicemia". Affondo il cucchiaino nella mia mini-porzione di mele cotte al limone, squisite e senza zucchero, cosparse proprio di cannella e penso che non può essere vero. 

Eppure ci voglio credere con tutte le forze, basta dieta (pardon, compenso), xitagliptin, glucometro, ipoglicemie, metformina sia slow che fast... da adesso mi posso strafogare e decidere di mangiare (più o meno) quel che mi pare, tanto ci metto la cannella! Il giorno dopo (cazzrla, sono pur sempre uno scienziato, mica un #novax!) cerco le prove e trovo questo articolo:

https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/14633804/

C'è proprio scritto che la cannella migliora (il livello) della glicemia e dei grassi nei diabetici. Leggo e anche se non capisco proprio tutto, capisce che basta: il consumo di 1-6 grammi di cannella al giorno produce un calo della glicemia del 10-20% e un mucchio di altre belle cose al tuo colestorelo HDL, LDL, trigliceridi e avanti con la processione. Lo studio è fatto bene, pubblicato su rivista scientifica peer-reviewed, ci sono le deviazioni standard e i p-value (vuol dire che è roba seria e credibile). Mi organizzo per comprare 14 confezioni di cannella la prossima volta che vado al supermercato: già, 6 grammi al dì, circa due etti al mese, due kg e mezzo all'anno, Anna aveva ragione, de profundis per il diabete e da ora in poi a casa mia, se vi portate le mele, vi sembrerà di entrare in uno strudel tanto è forte l'essenza di cannella!

Osservazione 1: la vedete almeno un po' la differenza coi #novax de noantri? Se senti dire una cosa non te l'ha ordinato il medico di crederla seduta stante. Si può sempre cercare due minuti su un motore di ricerca e leggere qualche articolo (serve precisare "articolo" di nuovo? Sì, pubblicazione scientifica, non vaccate prese da siti alternativi in cui pubblicizzano rimedi per salvarsi dagli extraterresti o dicono che adesso siamo "sovrani noi" al posto del medico di base). Il #novax da barzelletta (?) di cui parlo ci crede e basta ma non è sua mamma fare così. Provate a studiare, no?

Ecco la tabella che mostra il calo della glicemia nei gruppi 1, 2, 3, quelli che si sono saziati di cannella mentre i gruppi 4, 5 e 6 cui hanno dato placebo non hanno tratto benefici. Lo vedete anche voi che si passa da 11.5 circa a 9 e rotti di glicemia dopo 40 giorni. Evvai!

Ma, evidentemente, sono roso da un tarlo, un caroeo diremmo in veneto, che mina le mie certezze. L'articolo è del 2003 (beh, che c'è di male? La scienza dura secoli...), lo hanno fatto in Pakistan (calmi, preferite il Pojanistan di Pennacchi?), il numero di pazienti era 60, che significa 10 per gruppo (mi pare poco anche se è meglio di niente...), è veramente possibile che sniffare cannella elimini il diabete dal pianeta? (esagerato! la glicemia cala del 10-20%...) E perché le mie wonder-diabetologhe non me l'hanno mai detto? (che ci sia un complotto speziale ai danni dei produttori di cannella e strudel?)

Osservazione 2: la scienza non è fede in dogmi intoccabili e si costruisce faticosamente imparando da quel che capiamo e dai nostri errori. Ogni studio verifica e, se serve, rettifica quelli di prima, in modo che quanto è ben compreso si solidifichi se si accumula evidenza, e sia doverosamente modificato se conosciamo fatti nuovi. Questa apertura all'errore e all'auto-correzione non è un difetto, è un metodo. Solo i mussi non cambiano mai idea. È l'unico metodo che conosciamo per provare a capire il mondo, le pandemie e tutto il resto. Vedete la differenza coi #novax tipici? Non gli sono bastati due anni di sofferenze, 130 mila  morti e oltre (solo in Italia), decine di studi e quintali di dati che provano l'utilità e l'efficacia dei vaccini per cambiare idea, teste dure e cuori di pietra... 

E mi rimetto con maggiore cattiveria a cercare sul motore di ricerca, chi cerca trova, e infatti trovo una meta-analisi (anzi, due!) Una meta-analisi è uno studio degli studi che sono stati fatti su un argomento. Se vi chiedete come mai la gente è pagata per studiare una cosa già studiata, il motivo è che spesso studi diversi arrivano a conclusioni talvolta diverse (non sempre, ma capita). E allora la meta-analisi mette insieme tutto quello che sappiamo e che è stato pubblicato, è una specie di sondaggio-sommario in cui sono interpellati tanti ricercatori e si mettono insieme i loro risultati per vedere se le conclusioni di questo o quello studio sono robuste oppure se manca sufficiente evidenza.

Ebbene, la prima meta-analisi, "Cinnamon Use in Type 2 Diabetes: An Updated Systematic Review and Meta-Analysis",  2013, conclude che:

Il consumo di cannella è associato a un calo significativo del glucosio a digiuno (e del colesterolo totale, ...) Tuttavia, non c'è un effetto significativo sull'emoglobina glicata. L'alto livello di eterogeneità potrebbe limitare la capacità di applicare questi risultati ai pazienti, dato che le dosi e durata della terapia (a base di cannella) non sono chiare.

Non è proprio una marcia indietro ma la mia felicità cannellata ne esce ridimiensionata, è tutto più sfocato e, a dir la verità, noi pazienti siamo contenti se cala la glicemia ma lo siamo ancora di più quando scende la glicata (su cui invece "non ci sono effetti significativi"). Dieci anni di studi posteriori al 2003 hanno mostrato che la cannella forse qualcosa fa ma è meno efficace e semplice di quel che sembrava. 

La seconda meta-analisi, "The impact of cinnamon on anthropometric indices and glycemic status in patients with type 2 diabetes: A systematic review and meta-analysis of clinical trial", 2019,  è ancora più recente e quasi pianta un chiodo sul coperchio della bara:

Nei 18 studi dell'analisi l'uso di cannella ha ridotto la glicemia a digiuno di -19.26 mg/dL rispetto al placebo. Tuttavia, gli effetti su glicata, peso, indice di massa corporea e giro-vita sono non significativi. Inoltre, la cannella non ha modificato i livelli di insulina e di insulino-resistenza in modo significativo... Vista l'alta eterogeneità, i risultati devono essere interpretati con grande cautela.

Alè, la cannella qualcosa fa, -19 è meglio di niente, ma è poco e gli articoli scientifici che si concludono con however (tuttavia) non danno grande soddisfazione, serve troppa cautela per chi, come me, sperava che cannellarsi sarebbe stata la soluzione.  Dovrò continuare a prendere i miei farmaci, mangiare sano e senza zuccheri, controllare uso e abuso di carboidrati con crudeltà, fare moto, misurarmi i livelli and all that jazz (tutti i membri della tribù dei diabetici queste cose le sanno e provano a farle).

Osservazione 3: spesso le cose interessanti sono complesse, interdipendenti, ingarbugliate nel senso che se fai una cosa ti trovi poi a dover fronteggiare esiti inattesi che ti obbligano a prendere altre misure dagli effetti non ben noti e così via. Diffidate di teorie semplificatrici all'eccesso e di persone che riducono un problema complesso a una ricetta da una riga o trovano capri espiatori piuttosto che fare la fatica necessaria a risolvere le cose. Esempi? "Il diabete si controlla con la cannella" mentre è una sindrome metabolica diffusa, fetente e aggrovigliata; "la pandemia e i vaccini li vuole BigPharma" mentre una cosa del genere non l'avevamo mai vista e, con i vaccini e la dedizione di molti, ne stiamo uscendo anche se ci sono cose che ancora non sappiamo; "il lavoro ce lo rubano quelli degli sbarchi" su cui non commento e così via. Populismi, sovranismi e negazionismi vari (in campo sociale, sanitario e scientifico) riducono la complessità a una comica e non risolvono mai nulla. 

Forse, per amor di polemica, sono stato troppo severo nel paragrafo precedente: l'articolo del 2003 non diceva che "il diabete lo controlli con la cannella" ma solo che la glicemia calava se ne assumevi da 1 a 6 grammi al giorno. Ma nemmeno questa conclusione era a prova di bomba e le cose, appunto, sono più complesse di così, come ci dimostra la buona scienza a base di meta-analisi e decine di altri studi successivi. 

E quindi che faccio? Ho deciso che un po' di cannella, da ora in poi, la userò lo stesso ogni giorno: costa (molto) meno della droga, male non mi fa, riempie la cucina di un bell'aroma, sostiene l'umore e, soprattutto, sia quel che sia con la glicemia!


PS. So già che faccia faranno wonder-Sara e wonder-Alessandra quando, la prossima visita di controllo, chiederò loro se la cannella fa bene. Si apriranno a un sorriso, alzeranno impercettibilmente le spalle e mi diranno di prendere tutta la cannella che mi pare (per quel che sappiamo...) Hanno letto le meta-analisi anche loro e sanno che, per ora, ci dobbiamo curare in altro modo. Restano sul pezzo, studiano e le provano tutte prendendosi il tempo che serve. Sono scienziate vaccinate, chapeau!

Saturday, August 21, 2021

Bipolare

Mezzo pieno mezzo vuoto, santo o demone, tesi e antitesi (anche se io preferisco di gran lunga un più matematico "ipotesi e tesi"). Sono giorni in cui vago senza ordine fra interpretazioni opposte di quanto mi gira intorno, rimbalzando troppo frequentemente fra gli estremi con ridotta capacità di sintetizzare. 

Stiamo facendo un sforzo enorme per arginare una pandemia che, letteralmente, non vedevamo da un secolo, 130.000 e rotti morti e vedo concretamente l'enorme sforzo fatto dalla società, da tutti noi, per uscire da questo incubo socio-sanitario. Avverto la fatica di organizzare una vaccinazione di massa, che richiede mezzi e organizzazione, menti per pianificare e braccia per eseguire. Da noi a Treviso c'è l'hub di Castrette, in una fabbrica moderna e di design di fronte alla sede della Benetton, campi e campi di capannoni su due piani, parcheggi, spianate per le sedie di chi sta in attesa, di chi sosta per 15 minuti dopo l'iniezione, alpini che regolano i flussi, volontari e decine di tosi e tose (chissà dove li hanno pescati) dietro ai computer per fare l'accettazione, per stampare il certificato e poi i medici nei box e tutti il resto.

In realtà, quando mi sono fatto la sporca seconda dose, eravamo 4 gatti. Penso che così, non ne usciremo più, scambio due parole con l'alpino osservando che siamo pochini. "Spero che dipenda dalle ferie e dal fatto che Zaia lascia che si vaccinino anche nei luoghi di vacanza". È incredibile quanto Zaia rifulga di poteri impensabili per i comuni mortaili, è lui che lascia, è lui che fa, se non è "ein volk...", poco ci manca.  

Ho appena scaricato il mio green pass, questa prova di civiltà aborrita da persone strane, che non capisco e osservo come reperti di una wundekammer, teste di legno che rifiutano i vaccini per testardaggine, esoterismo, ascentificità, mancanza di senso civico e rispetto per la propria e altrui salute. Guardo il mio QR code e penso che è una grande impresa, milioni di QR code, come un esercito di fronte alla malattia che ci tiene al guinzaglio da troppo tempo. Adesso ce l'ho sia su Immuni che in pdf, su video e su carta. Ne vado vagamente fiero anche perché...

Green pass un par de zeri! Da una decina di giorni, con intensità crescente pesto sulla tastiera del computer e del celluare, scrivendo email e telefonando ai numeri verdi perché io il green pass non posso averlo, "non è stato possibile generare un authcode" sul sito http://www.dgc.gov.it/, non una riga di spiegazione in più. Pian pianino provo da solo.a capire: ho avuto il covid, normale; mi sono curato, normale, senza però curarmi di raccogliere come trofero un tampone molecolare di positività, normale (anche se ero stato avvisato!); sono guarito dopo l'isolamento e ho fatto il mio bel tampone di negativizzazione, normale. Ma per il sito io ho, forse, una sola dose, forse non sono stato mai malato e non importa che sul mio certificato vaccinale c'è scritto che sono esente dalla seconda dose. Te lo dice il computer e non c'è verso di parlare con un umano, ahi ahi... Scrivo all'email di assistenza, una due tre volte, NC NC NC ("non cagato") a parte un numero di ticket che non si nega a nessuno, codice 03109251, quasi quasi me lo tatuo sul bicipite possente per ricordo. Telefono al numero verde: presto, non rispondono, a mezzogiorno, non rispondono, tardi, non rispondono. Ma ce l'avete una sorella? Telefono al numero dell'AULSS ma non è semplice: il primo numero mi dice di chiamare il secondo che controlla e si fa mandare certificati vaccinali e tamponi per ricordarmi poi le regole del green pass che non contemplano il mio caso. chiedo ancora aiuto ma non mi risponderanno più. Vado in farmacia, lì dovrebbero stampare green pass come noselle ma prova e riprova non ci riescono nemmeno loro, se lo dice il computer...

La farmacista Luisa è stata una piccola chiave di volta, mi dice di scrivere a urp.treviso@aulss2.veneto.it e, anche se sono scettico visto che solitamente gli URP sono porti delle nebbie, scrivo e poi telefono e rispondono (anche qui serve provare una dozzina di volte). Controllano, "le banche dati", "non funziona niente", "mi lasci vedere". Apprezzo lo sforzo di risolvere senza limitarsi a fare il compitino scritto sul mansionario ma, alla fine, mi dice "le consiglio di fare la seconda dose. In ogni caso, il suo green pass sarebbe valido per poco tempo... vale per sei mesi dopo la prima dose" (che ho fatto in marzo). Bofonchio qualcosa sul fatto che c'è scritto sul mio certificato vaccinale che sarei esente, "si faccia la seconda dose..." Amen, mi mette in comunicazione con un numero e una signorina svelta ed efficiente mi prenota per l'indomani, mi devo recare a Castrette, la trevigiana gioiosa macchina vaccinale da guerra, allestita da Zaia (!). Dai, che ne sono uscito, ci ho messo qualche giorno ma dovrei essere fuori dal guado.

Visto che ci sono, all'hub domando qualcosa che non mi torna: 'sto green pass vale nove o sei mesi? Non lo sanno, "sì, nove ma forse sei... cambiano disposizioni un giorno sì e uno no". E quando lo potrò avere? Mah, forse le arriverà l'SMS, altrimenti provi col sito fra due giorni, "meglio metà settimana prossima". Insomma non sanno una mazza di preciso e neache ad occhio, ma almeno ci mettono buona volontà. A un certo punto, mentre sono in accettazione, arriva uno sbarbato che mi dice che non potevo fare foto, "scusa, non sapevo", "ci sono i cartelli, ha fotografato le persone", con la coda dell'occhio mi guardo intorno, tonnellate di cartelli di ogni tipo, "riscusa, ma ho fotografato solo le sedie". Devo aver fatto via via una faccia brutta brutta perché se la fila in ritirata "a me hanno solo detto di dirtelo" e lascio a voi valutare se la foto viola la privacy di qualcuno anche zoommando col computer di Penelope Garcia di  CSI. E poi con 'sta privacy comunque avete spaccato proprio. La usate solo quando non servirebbe, Immuni paralizzata, green pass no, mense no, discriminazione e vanti indrio!


Rimiro il mio green pass, ottenuto alla fine di un gran premio che mi è costato per di più il solito giorno e mezzo di malessere e febbre per recuperare dall'iniezione (da cui sarei stato esente, vabbè). Credo che sia un dovere vaccinarsi e che l'obbligo del certificato sia altrettanto doveroso: le libertà sono sempre legate a responsabilità e se uno non si vaccina o non vuole esibire il green pass, resti liberamente e comodamente a casa sua, evitando il rischio di infettare sé stesso e gli altri. In università, a partire da questa sessione d'esame, lo useremo e speriamo che ci aiuti a voltare pagina.

Negli ultimi giorni i dirigenti dell'ateneo hanno mandato una pletora di email per dare indicazioni varie su come procedere. Sorvolo sul fatto che sarebbe meglio scrivere le cose giuste al primo colpo senza avere bisogno di altri tre messaggi per correggere quanto scritto prima. Ma la cosa che mi pare moralmente scivolosa è che si scrive che il docente, in quanto pubblico ufficiale, può chiedere il green pass. Notate il "può". Poi, se lo chiede e uno ne è sprovvisto, allora deve vietare l'ingresso all'aula. Notate il "deve". Sarà questo post schizzato e malmostoso, ma ci vedo il solito tentativo filisteo di suggerire senza dirlo, per carità, lasciate perdere, chi ve lo fa fare? Pubblico ufficiale sì, ma no mona! 

Eppure a me il green pass pare necessario e basta. Altrimenti stai a casa tua, non è difficile. Domanderò di vedere il green pass di tutti quelli che si presenteranno e, memore della difficoltà che io stesso ho avuto a ottenerlo, accetterò anche certificati vaccinali ed esenzioni del medico. Però ci si ferma qua, non è tempo da liberi tutti e la libertà non si tutela, credo, consentendo a tutti di fare quel cavolo che gli pare (che è un casino, non libertà!). Serve per non vanificare l'impegno enorme di quanti hanno lavorato tanto e bene negli ospedali e nelle rianimazioni  e per tirare su questa cattedrale di capannoni e punti vaccinali, sistemi informativi, numeri verdi, email di supporto, controlli e protocolli. Al di là di luci e ombre, oltre a scienza e vaccini, abbiamo poche armi se non civiltà e rispetto di regole avvedute. 

Friday, July 16, 2021

Queo del lup recorder

Stavolta non posso perdere l'occasione di lasciare traccia sul blog di questo breve viaggio pomeridiano a Casteo per impiantare un sensore sottocute. Non vi tedio nemmeno con i motivi per cui da adesso e per tre anni, se non c'è bisogna di intervenire prima, sarò monitorato con un aggeggetto bello tecnologico che salva i dati e li manda di tanto in tanto su rete cellulare all'infermiera Paola di Montebeuna che ci butta un occhio e mi avvisa se necessario. Sono state tre ore che percepisco come gloriose per almeno tre motivi. 

Mi ci vuole un certo coraggio per scriverlo, ma torno in un posto che rappresenta uno dei pochi buchi neri della mia vita. Per fare la solita anamnesi spicciola e tricotomia, mi portano esattamente nella stanzetta che conosco bene perché è dove ho visto il corpo e salutato mio papà quando è morto, disteso su un lettino, apparentemente sereno. Ricordo con lancinante chiarezza quei momenti in cui provi a renderti conto di quel che è successo, col neon che sembra abbagliante e il respiro che diventa strano e ti si infossa dentro per contenere anche tutto il resto.

Ci ero già stato in diversi altri casi in quel ripostiglio, dopo la volta di papà, per parlare coi medici di altri pazienti ed era sempre stato un gran pugno nello stomaco, un ricordo fisico, cristallizzato in una reazione corporea che mi aveva nuovamente riportato al dolore tagliente di quel giorno, di quella luce troppo livida, di quella salma che era anche parte di me. Mi ero sempre chiesto com'era possibile ricordare con tanta concretezza materiale: non c'entra la testa, era un cosa di corpo, una frustata in cui risenti le sensazioni e i ricordi tornano a incidersi sulle membra e sui sensi fino a farti traballare. Eppure stavolta no. È passato del tempo, poco più di tre anni, forse dipende dal questo, ma sono entrato e ho capito che la musica era cambiata. Era sempre là ma mi faceva compagnia, ciao papà, mi è scappato uno strano sorriso, avanti sempre, avanti tutta, grazie. È stupefacente come un luogo di dolore possa trasmutare in uno spazio dove si prendono cura di te e, per di più, tu ti senta guardato dall'alto e avvolto in un'aura paterna. Cose dell'altro mondo, no?

Il secondo sorriso me l'ha strappato l'infermiera che parla quel veneto solido e diretto di chi non ha bisogno di usare l'italiano per darsi un tono. Il veneto funziona benissimo, quando non si usa come arma per escludere i diversamente eguali come fanno certi leghisti da strapazzo, anche se si parla il medichese e si usano termini come loop recorder, ICD (in veneziano, i-si-ddi) e si elencano antibiotici e farmaci. Manuela mostra competenza, fa il suo con una cordialità diretta e priva di affettazione, chiede, ha le giuste spaziature, ascolta, compila le schede, sempre discorrendo in questo bel veneto sonoro e semplificatorio (l'italiano lo usa solo per iscritto nelle schede!). Finiamo e sono pronto: contento è una parola grossa ma forse mi serve qualcosa in più, che il vocabolo giusto sia sereno?

In reparto, emacs in azione e scatola col Medtronic da mettere sul comdino. 

C'è un terzo motivo per cui sono esaltato, pestando solo soletto sui tasti del "salotto" del reparto, dopo che ho pure spostato il tavolo per poter attaccare il portatile alla spina. Sono fiero della scienza, del mio internet e del monitor cardiaco impiantabile, della sapienza meccanica del personale che rade, impianta aghi, collega fili, posiziona ossimetri, fa un tampone rapido al volo, come se fossero meccanici di fronte a un cofano aperto, aggiustando con semplicità quello che si può aggiustare, preparandomi al resto e spiegandomi il senso di quello che stiamo facendo. Io sono queo del lup recorder e loro grondano conoscenza scientifica, fallibile finché si vuole, ma capace di gettare lame di luce nell'ignoranza e iniezioni di speranza contro malattie strane (che qui abbondano, io sono di gran lunga uno splendore di salute, beo fal sol, se mi confronto con gli ospiti dell'intensiva, stroke unit e degenze varie). Sono orgoglioso del percorso della scienza, di quel che abbiamo capito con enorme fatica in centinaia d'anni di sforzi, studio, rigore intellettuale e discussioni. E ne sono ancora più fiero in questi tempi intrisi di virus ma anche di no-vax e mentecatti vari che sembrano incapaci di fidarsi di quello che abbiamo capito e preferiscono riempirsi la testa di puttanate lette su qualche forum, complotti inverosimili e dicerie sparse da santoni biodinamici e olistici che quando poi hanno bisogno corrono a tutta velocità in pronto soccorso. Pochi righe fa parlavo di aura e ora vi dico vergognatevi e vaccinatevi, o perduta gente!

La borsa del ghiaccio che staziona sul pettorale sinistro è ormai un sacchetto di acqua fresca, mi devo essere scaldato scrivendo e fra poco mi daranno la lettera di dimissioni, dopo un pomeriggio che non t'aspetti, ospite di un sistema sanitario civile ed efficiente, che d'ora in poi mi terrà d'occhio e in cui le infermiere m'impressionano, come al solito, per elasticità e forza. Quasi come eroine, sempre e solo giovani e belle!

Sunday, January 31, 2021

Diseducazione finanziaria

Da più di un anno coordino le attività di educazione finanziaria del progetto "Il futuro conta" della Regione Veneto, istituito con legge regionale 17 del 2018. È stato un impegno intenso e ho organizzato e svolto in prima persona numerosi incontri in presenza e online su temi legati a investimenti, tutela del risparmio, previdenza complementare e molto altro.

Credo, con molti altri, che sia urgente e importante contribuire ad accrescere le conoscenze di finanza personale e la consapevolezza dei diritti e dei doveri di cittadini e intermediari. Moltissimi casi di cronaca documentano, anche di recente, frodi, casi di risparmio tradito, furberie a danno di utenti del sistema finanziario e ovviamente resta molta strada da fare. Ma perché ne parlo sul blog, valvola di sfogo delle mie indignazioni, soddisfazioni ed elucubrazioni?

Negli scorsi giorni, dopo un periodo di tempo in cui pensavo che le cose fossero in costante miglioramento, ho sperimentato la controffensiva della finanza peggiore, con il fardello solito di opacità, confusione e disinformatja vera e propria. E, come una pentola a pressione, mi sono caricato fino al punto di scrittura. Ma andiamo con ordine:

  • Sui sentieri della vita, ho incontrato una persona che attraversa un periodo ingarbugliato ma ha incassato un'eredità da una zia buona e previdente. E mi sono trovato ad andare in banca con lei a discutere di come investire con enorme prudenza quel gruzzoletto e di come evitare costi esosi e cantonate. Ero in una filiale di Unicredit, nella campagna trevigiana (per me, a parte il capoluogo, tutta campagna è, e io di questa campagna sono orgogliosamente figlio) e ho rivisto furbizie da quattro soldi da parte di consulenti che tentano di scoraggiare col le buone o con le cattive l'acquisto di prodotti efficienti e poco costosi come gli ETF e suggeriscono invece fondi "della casa" (anche di buona qualità) che costano molto di più. Badate bene, non sto dicendo che sono disonesti o incompetenti e men che meno che Unicredit, che è anche l'istituto di cui io mi servo, sia una cattiva banca. 

Ma perché mi dite che un sano ETF che investe il 20% in azioni e il rimanente 80 in obbligazioni non lo potete comprare? Cazzarola, mi avete appena suggerito "Progetto Azione Brand Vincenti" che incrementa la propria posizione in azioni dal 20% ad almeno l'80% in 4 anni? Dove sta la logica di dirmi che una cosa prudente e a basso costo (0.25% l'anno) è peggio di un fondo che acquisisce rischi via via molto maggiori e costa caruccio (1.75% l'anno)?


I KIID li trovate qui: Amundi Brand Vincenti  e Vanguard LifeStrategy 20 Equity (attenzione che al momento non è un titolo molto liquido) 

Di male in peggio, ho sentito anche simpatiche vaccate come "qualche ETF è fallito o ha perso il 99% del suo valore". Ho pensato e quasi risposto che anche delle banche sono fallite (vabbè) ma ho ribattuto che è un discorso assurdo. Prendere una mela marcia, proprio l'ETF che perde o è fallito, in una montagna di ETF fatti bene o ben gestiti da grandi intermediari, è come prendere un jihadista e dire che tutti i milioni di arabi sono terroristi; o prendere Renzi e dire che tutti i politici dell'arco costituzionale sono patologicamente egocentrici e vanitosi in egual maniera; o citare uno dei rari fumatori ottantenni per dimostrare che il fumo fa bene e anzi c'è evidenza che il tumore ai polmoni ti viene se respiri aria troppo buona e non ti sei fortificato che basta...

Ho continuato a spingere, provando a farmi dire quanto sarebbe costato comprare comunque l'ETF. Mah, un muro di gomma: forse 80 punti base, ma dobbiamo verificare, "verifica, per favore", non lo so è un titolo estero, "ma è scambiato sulla borsa italiana", devo chiedere a Verona e poi a Milano, e poi a Wall Street... OK, ho capito. Il dialogo non è stato molto più produttivo quando ho cercato di capire quanto avrebbero messo in conto di deposito titoli: un ETF, anche se è più semplice e meno rischioso di un fondo interno, arriva forse a costare 12 euro a trimestre, poi 30 all'anno o 2.30 euro al mese (?) e infine, "acclarato" che è un titolo estero (mah...) 75 euro al semestre. Ho faticato a tenerli sul pezzo perché la direttrice ha colto la palla la balzo per propormi di cambiare conto, aderendo a un pacchetto di servizi che cosa 6/9/12 euro al mese ma, vuoi mettere?, in cambio hai il conto titoli gratuito e risparmi 150 euro l'anno di deposito. La mia mente, che si trastulla in conti senza posa, urlava disperatamente "Ah sì, pagare 12x12=144 euro l'anno per risparmiarne 150... Situ mona?" (lo so, ci sono 6 euro di risparmio). Lo capisco anche io che la banca guadagna di più se vende roba propria ma il punto è che la tua banca dovrebbe anche fare i tuoi affari coi tuoi soldi e non tenere solo a mente i suoi interessi e quanto ti sfila di commissioni. 

  • Le Poste Italiane, dove mia mamma ex-dipendente ha il conto, hanno chiuso i conti titoli dei clienti e, a partire dal 1 gennaio 2021, offrono loro una convenzione con Banca Sella. "Chiuso" significa che il deposito non si vede più da internet e che, per operare o anche solo per sapere che cosa c'è dentro, devi andare allo sportello. Un'amica che dirige un ufficio della zona ci ha detto con onestà che lo fanno per stimolare i clienti a comprare prodotti di Poste. Non ti obbligano puntandoti una pistola alla fronte ma se vuoi continuare come prima devi aprire un altro conto d'appoggio con un altro intermediario dove ti offrono sconti su operazioni in borsa a patto che tu ne faccia tante.  

Ora considerate mia mamma: si compra i suoi bravi prodotti Poste (ce ne sono di buoni) e poi, aizzata da questo figlio degenere, aveva anche qualche quota di ETF. Come nel mio stile, compra (anzi, lo faccio io!) e si tiene il titolo per anni. Già, io divento nervoso col trading rapido, troppo ansiogeno, volatile, elettrico e giovanile; io sono un pachiderma del buy and hold, uno che si crogiola nell'idea che il long-term è la cosa giusta (anche se  nel lungo periodo siamo tutti morti) e mi tengo i titoli per lustri o decenni. Per questi motivi, forse, mamma ha bisogno di 2-3 operazioni l'anno. 

Che senso ha scassare me per interposta persona e lei per farci aprire un conto a Banca Sella, con caratteristiche degne di un plotone d'assalto in trading, se abbiamo bisogno di poco o nulla? Non è una cosa bella ma, tanto per riprendere in sostanza un'osservazione già fatta, le Poste semplificano la gestione e mettono sotto pressione tutti i (pochi) clienti che avevano le conoscenze per comprare (anche) cose semplici e efficaci diverse da titoli, fondi e polizze postali. 

  • Il terzo e ultimo esempio me lo offre un messaggio girato nella mailing-list sindacale cui sono iscritto. Non ho per nulla il dente avvelenato coi sindacati ma questo volantino mi ha fatto girare i maroni. Non mi metto neppure a controbattere svariate affermazioni errate e suggerisco di documentarvi sul sito della COVIP, la commissione di vigilanza sui fondi pensioni, leggendo la guida che spiega per benino le cose con un linguaggio semplice. 

Mi soffermo invece sullo stile manipolatorio del testo che risulta completamente fuorviante e viscido, piegando informazioni a proprio uso e consumo e facendo leva sull'ennesimo complotto della plutocrazia o di chissà chi altro contro il lavoratore. 

  1. "Non viene spiegato ai lavoratori che essi, aderendo al fondo pensione, rinunciano al TFR". Ma come "rinunciano"? Lo traduco in italiano: in cambio del TFR investono in quote di un fondo, è uno scambio identico a quello in cui, ad esempio, quando andate al supermercato per fare la spesa "rinunciate" a 50 euro in cambio di un carrello di prodotti; 
  2. "Non è dato sapere al lavoratore come vengono investiti i suoi soldi": falso. I fondi pensione dichiarano esplicitamente i loro costi, come vengono investite le contribuzioni e offrono all'aderente diverse linee di investimento (ad esempio, totalmente o prevalentemente azionario, obbligazionario, monetario e così via). I fondi sono anche regolati in modo stretto e operano sotto il controllo di una commissione indipendente;
  3. "Nessuno è in grado di certificare che le somme siano restituite integralmente": vero. Ma pensateci un attimo. Siete in grado di "certificare" che salendo domani in macchina o sui mezzi arriverete vivi al lavoro? (si lo so, forse vi state toccando...) Vivere è un'assunzione di rischi (mirati) e di responsabilità (ponderate). Il TFR rende poco poco ma sono soldi sicuri. Un fondo pensione, specie se negoziale, rende mediamente di più (a mio avviso, molto di più) e offre benefici fiscali ma non siete assolutamente certi che tutto andrà bene. Ma di cosa siete certi, con la certezza richiesta da questo messaggio? Non la tiro lunga, uno è libero di esigere garanzie o "certificazioni" e, se va tutto bene, godrà "integralmente" di un rendimento magro che potrebbe non coprire nemmeno l'inflazione. Oppure può e, secondo me, deve investire nell'arco dei decenni della sua vita lavorativa puntando a una rendita più alta e a una integrazione pensionistica che non dipende dal livello futuro dell'erogazione pubblica;
  4. "L'accantonamento è garantito e matura circa il 2% l'anno": quasi vero. La guida COVIP già citata spiega che si tratta dell'1.5% + il 75% dell'aumento dei prezzi. Pazienza se in questo momento i prezzi calano piuttosto di aumentare. Ma la guida dice anche che questo "2%" è tassato al 17%, come d'altra parte sono tassati in via agevolata anche i rendimenti dei fondi;
  5. "Come mai non è decollata la previdenza complementare?" Il punto di domanda l'ho messo io ma il senso è chiaro. Bellissimo trucco per farvi pensare, "ci saranno i suoi motivi", adombrando complotti, grandi fratelli, mangiatoie... Il fatto che la previdenza complementare in Italia sia meno diffusa che altrove è un problema, non ci sono per nulla motivi per vantarsi del fatto che troppi cittadini non hanno ancora preso misure adeguate per rafforzare la loro posizione pensionistica, a fronte di trend demografici ed economici preoccupanti. Ci vantiamo forse del fatto che rispetto ad altri paesi e alla media europea, abbiamo meno laureati, più disoccupati, investiamo meno in ricerca, c'è minore parità salariale per le donne? Forse "ci saranno i suoi motivi" per tutto ma capovolgere il senso delle cose e usare le parole in questo modo perfidamente retorico è semplicemente indegno. E andateci sul serio a chiedere al vostro delegato sindacale se lui ha sottoscritto un fondo pensione: se vi dice di no, guardatelo bene in faccia mentre vi spiega i motivi e capite se è avverso a qualsiasi rischio in maniera quasi patologica (e allora ci sta!) oppure se è il caso di suggerirgli d'informarsi meglio.

La buona finanza, come la democrazia, richiede cura e attenzione costante. Purtroppo, anche quando si sono corretti alcuni macroscopici difetti e problemi, non c'è garanzia che lo cose andranno bene o che quanto c'è di buono resti per sempre. Pochi mesi dopo scandali e vicende che, forse, avevano spinto tutti a comportarsi con maggiore serietà, sono riemerse furberie e mezzucci che sfruttano le nostre debolezze per spingerci verso decisioni deboli e risultati mediocri. Duri i banchi!