Wednesday, August 21, 2019

Quanta fretta, ma dove corri, dove vai

La fretta è cattiva consigliera, si scambiano fischi per fiaschi, c'è il rischio di sovrareagire... Io, al contrario, scrivo questo post con plantigrado ritardo, colpevole di essere stato in ferie 10 giorni a Porto S Margherita (non è il Papeete, vabbé, a ciascuno il suo) e della molle pigrizia che alberga nei radical-chic.

Eppure l'idea del post era nata alle 7.30 di due settimane fa, quando sorbendo il mio caffè amaro in una Piazza dell'Università bella e svuotata dal sole agostano, leggo un sugoso articolo sulla Tribuna di Treviso. Il pezzo racconta le gesta del Bansky de noantri che nottetempo pittura sul ponte della gobba un Salvini diavoletto che sbaciucchia una croce con annessa corona del rosario. Lo sguardo del capitano non è scevro di un bagliore luciferino che, adesso è troppo facile dirlo, faceva presagire che avesse qualcosa in mente. (ogni riferimento al duello di cappa e spada in Senato di ieri è fortunoso)


Uno non fa tempo a dire "ma guarda che simpaticoni!" che l'articolista continua con l'anatema del nostro sindaco il quale con velocità stratosferica ha già dichiarato che "è brutto, non è arte, lo faccio cancellare". Ma come? E dai, ripensaci un attimo Conte (sì, si chiama proprio Conte... varda i casi della vita!) A noi il murales piace, è spiritoso, e la passione per l'immacolato cuore di Maria e la vergine nera di Częstochowa sono ben radicate nella nostra politica.

Mi propongo di prendere la fida Nikon 1 e fare una foto all'opera prima della cancellazione, tanto dopo devo passare per l'alzaia e magari ci faccio un post un po' ironico. Pensavo di aver un po' di tempo e prima vado in centro a fare una commissione in un'agenzia, tanto mica è urgente. Insomma, fra una cosa e l'altra arrivo al ponte della gobba alle 8.27, avendo già intravisto il sinistro furgone degli stradini comunali. Pochi secondi dopo non posso che constatare che il graffito è stato già cancellato dall'urbs picta. Cazzarola, neanche Speedy Gonzales! il tempo di Tribuna, caffè, centro, ponte... e puuf, andato! Ho mancato lo scoop per un attimo e gli operai ripieni di zelo mattutino stanno già dando una mano compatta di un salmone malaticcio sotto l'arco del ponte. Mi vedono fare due foto postume, scherzano e dicono: "finiamo sulla Tribuna?". Gli dico di non preoccuparsi e mi consolano dicendo che se fossi arrivato 5 minuti prima lo avrei visto. Guardo il lavoro: bello, bello veramente, mezzo tunnel è stato "rinfrescato" mentre il resto resta pieno di scritte e "disegni" a spray. Mi posso solo immaginare il ghigno mefistofelico del Matteo e del suo rosario affiorare dalla vernice fresca.


Rimonto sull'olandesona Mondial e mi rimetto in strada per andare dalla Elisabetta, la fisioterapista regina del mio gran dentato. Ma complice l'aria frizzantina, mi chiedo insolentemente quali sono le ragioni di questa fretta? Schizzare come molle per salmonare un affresco fatto bene, con quel tanto d'effervescenza che fra qualche tempo lo avrebbe fatto comparire sulle guide turistiche, "venghino signori, venghino a vedere che cosa pure si disegnava nel feudo dello sceriffo e del Conte nel 2019"... Ma perché? Non ci sono cose più importanti da fare in tempi brevi? Che ne so? Buche da tappare, lavori da fare, lampadine da cambiare, cartelli da raddrizzare e chi più ne ha più ne metta. A volte vedo sui muri di tutto: oscenità, piselloni, passerine e via andando in gloria con svastiche, croci runiche, offese a vivi morti brutti belli sacri profani bianchi e neri. In quei casi passano a volte settimane prima che salopettes pietose armate di secchio e pennello ricoprano misericordiosamente. Stavolta sono bastate letteralmente poche ore. La prossima volta se uno fa un disegno un filo più abrasivo che cosa facciamo? Gli mandiamo i Navy Seals con l'elicottero apache?

E poi, che senso ha ridipingere solo mezzo tunnel? Una metà è salmone (con un tono vagamente indisposto) e l'altra ha scritte e potacci vari tal quali a prima. Adesso ci troviamo con un inciucio di ponte, indeciso fra il salmone (che sia rosso-giallo?) e la lotta anti-sistema in puro stile writer.

[Il post è finito ma la storia continua, al contrario di quel che diceva Fukuyama. Qualche giorno dopo al posto del diavoletto è comparsa una cornice dorata, vuota e inquietante, con etichetta dalle scritte cancellate in nero pece. Tanto di cappello a chi ha risposta ai colpi di pennello con un'altra trovata spiritosa. Stavolta il sindaco ha apprezzato: meno male, temevo che all'indomani gli operai comunali murassero il tunnel e addio ponte della gobba! 



Inoltre segnalo che, a margine della (discussa e sacrosanta) predica del nostro vescovo, la diocesi ha diffuso un documento a cura della Commissione diocesana per la Pastorale sociale e del lavoro. Vale la pena leggerlo, lasciando perdere per una volta tweet a effetto e social, per provare a ragionare su quello che ci sta succedendo: "Questi territori che sempre sono stati operosi, accoglienti, disponibili all’aiuto si stanno sempre più chiudendo in sé stessi, al punto che sempre più frequente si avverte la paura degli altri (chiunque), accompagnata dall’auspicio che intervenga qualcuno che risolva tutto con 'forza' ". 
Dimenticavo, finché scrivevo ho ascoltato ripetutamente e ossessivamente "Il rock di capitano uncino" di Eduardo Bennato, anche le parole sono da brividi!] 


Sunday, May 19, 2019

Scarpa a Palermo

Il tassametro segna 61 euro e chiedo al tassista come mai, il prezzo per la corsa centro Treviso - Marco Polo dovrebbe essere 50. Il tassista si riprende e prova la sottile strada di distinguere fra corsa su strada normale e autostrada. Io so bene che ha pagato 2.60 di pedaggio e andiamo professionalmente sul 55, puta caso una via di mezzo fra 50 e 61. L'interazione coi tassisti tende ad essere sempre speziata, c'è poco da fare, è un caso in cui "sapere è potere" senza eccezioni (pur nella difficoltà di sapere tutto prima).

L'aereo Volotea arriva da Nantes e c'impigliamo in uno sciopero dei controllori francesi, alla fine saranno due ore e 20 di ritardo da Venezia. Io penso erroneamente 220 e mi vengono in mente i multipli di 11 che qualche critico ha trovato nel lavoro di Scarpa, quantunque finora non sia riuscito a capire che tipo di ragionamenti fanno, eppure di multipli me ne dovrei intendere.

Stiamo andando a Palermo, al SoleLuna Doc Rassegna Architettura a Palazzo Branciforte, occasione per mostrare il documentario di Riccardo De Cal "Nel cuore muto del divino" assieme ad altre due opere fra cui "L'anima segreta delle cose" su Tobia Scarpa. In volo ci raccontano pure che il comandante si chiama Bressan ed è di Padova e che una hostess è di Bassano, equipaggio e buoi dei paesi tuoi! Arriviamo ovviamente in mostruoso ritardo. Stavolta però saltiamo sul taxi sharing (uscendo dallo scalo sulla sinistra), furgone ducato con 8 persone a 7 euro l'uno, l'autista non scende mai sotto i 100 finché l'autostrada glielo consente, preciso ed efficace. Ci lascia di fronte alle Poste e ci indica pure quale strada prendere, il luogo della proiezione dista forse 150 metri. Entriamo alle 20.35, le due ore e 20 di ritardo si sono ridotte a 5 minuti e io mi chiedo perché il taxi sharing da noi non c'è e se sia destino che al sud spesso le cose s'aggiustino per il rotto della cuffia (negli altri casi si sbatte, normale!)

Fanno cenno a Lucia che sono arrivato e, anche se sono presente in via non ufficiale, menziona me e Ca' Foscari. Quando sarà la mia ora presento a braccio il flim, parlo per 5 minuti di un'opera che reputo appassionante e che conosco bene, spero di avere detto cose sensate e aver gettato ponti fra Venezia e Palermo, uno degli altri posti dove Scarpa ha lasciato tracce profonde e bellissime. In una sala confortevole e modernaq ci sono almeno 90 persone sulle poltrone rosse, vedono le immagini dell'aula Baratto e il modo in cui Scarpa sistemò questo luogo di grande bellezza nel 1936 e nel 1956. Applaudono, ma è serata tecnica e parte subito l'mp4 con l'intervista di Tobia, immaginazione e poesia strepitosa nelle sue parole.
Sala proiezioni di Palazzo Branciforte, 9 maggio 2019, "Sguardi di luce" 
A cena incontro Lucia, Clara e altre persone non lontane dai sessant'anni. Assaggio poco anche perché sono concentrato sulla conversazione (come dice il commissario Montalbano, non bisognerebbe parlare mentre si mangia, pazienza!). Le cordialissime persone che ho intorno non hanno nulla da dimostrare, vengono da famiglie importanti, spesso d'imprenditori di successo. Potrebbero "nascondersi" in una situazione di benessere economico e culturale e tenere un profilo bassissimo ma, invece, s'impegnano in attività culturali e pubbliche e apertamente legano i loro sforzi al tentativo di porre l'accento sui diritti umani, sulla necessità d'integrare gli stranieri e di essere inclusivi.
Il gelsomino è un fiore migrante – dice Lucia Gotti Venturato, fondatrice del Festival SoleLuna... In ogni Paese che lo ha accolto, il gelsomino ha portato e continua a portare bellezza e profumo. Così può essere anche per gli esseri umani se c’è un terreno culturale fertile. (source)
Li guardo ammirato da un coraggio che non sono obbligati a mostrare e mi chiedo perché rischino non so bene cosa in un'Italia in cui tira un'aria strana, impregnata di razzismo e sovranismo da quattro soldi di un governo a suo modo diviso e politicamente debolissimo, stretto fra le sparate nordiste di Salvini e il populismo naive e napulè di Di Maio.



Palazzo Steri e il suo scalone
il giorno successivo, dopo un passaggio di controllo alla pasticceria "Costa" ai 4 Canti - ci era stata descritta come una delle migliori di Palermo- visitiamo lo "Steri", sede del rettorato dell'Università di Palermo. Vediamo le prigioni dell'inquisizione, stanzoni dove gli spagnoli hanno torchiato infedeli, streghe, strambi, comunisti (ante litteram) e chiunque altro per qualsiasi motivi fosse comodo mettere alla berlina (oltre che in galera). La guida è una ragazza potente e formosa, capelli e occhiali corvini e perfetta proprietà di linguaggio, ci racconta storie terribili di abusi, torture e agonia, e anche del riscatto di fra' Martino Vela messa per iscritto da Leonardo Sciascia in ``Morte dell'inquisitore''. Vediamo anche i lavori di Carlo Scarpa, un'altra scala sontuosa, un ingresso inconfondibile (ora non più utilizzato) e grate-gelosie di ferro alle finestre.

Vucciria di Renato Guttuso. Il dipinto è ora in una piccola sala conferenza (ed ex cappella del palazzo, in attesa che terminino i restauri del salone.
Ci raggiunge Andrea che ci porta a mangiare a Porta Carbone pane e panelle (Cesira) e pani ca' meusa (noi due) lungo la cala. Grazie!


Nel pomeriggio andiamo a Palazzo Abatellis e rimango folgorato dalla bellezza dell'allestimento di Scarpa, che riesce a fare rifulgere le opere come gemme, guidando il visitatore e suggerendogli dettagli mirabili e scorci incredibili, come quello del Trionfo della Morte, incastonato in una nicchia che si può, quasi cinematograficamente, vedere sia dalla platea che dalla galleria.



Ci rechiamo a Palazzo Butera, cantiere aperto voluto e finanziato da Massimo Valsecchi. Sorvolo sul magnifico edificio e sulla salita al turrino da cui si gode una vista magnifica sul golfo e sulla città dato che mi preme tornare a sottolineare il ruolo di Valsecchi: (ex?) milanese, broker, collezionista d'arte, deciso a mostrare che Palermo merita di più e che il suo modello d'integrazione secolare (di arabi, normanni, spagnoli, francesi, siciliani) può funzionare in quest tempi bui. E non lo dico perché, romanticamente, immagino le sue motivazioni: non ci crederete ma a un certo punto ci viene a trovare assieme a Claudio e si ferma a lungo a discorrere con noi, "che veniamo da Ca' Foscari". Sono basito e grato del suo tempo, è persona che sta mettendoci del suo per provare a suo modo a cambiare il mondo, restaurando un palazzo a Palermo e mostrando una collezione d'arte moderna per arginare la barbarie di chi ci governa e l'asfissiante miseria di visione di chi ha il timone. Valsecchi è pacato, carismatico, nelle stesse maniche di camicia da lavoro in cui l'ho visto fotografato in un'articolo del Sole 24 ore che descrive quello che tenta di fare. Il sito di Palazzo Butera è chiaro:
Oggi le migrazioni rappresentano un fattore di crisi del progetto europeo e la Sicilia, con la sua storia millenaria, può costituire un rinnovato esempio di accoglienza e integrazione. In Sicilia, a Palermo, il quartiere della Kalsa porta i segni di questa stratificazione storica e culturale, che fa da sfondo alla rinascita di Palazzo Butera.

La serata si conclude in una cattedrale illuminata per la cerimonia in cui il vescovo abbraccia le nuove coppie che, a breve, si sposeranno, con tanto di inconsueto rinfresco a biscotti e aranciata nella navata di sinistra. Tornando verso Via Giacolone, nell'ottimo airb'n'b in centro suite, salita al campanile del monastero di S. Caterina (visita completata all'indomani per vedere in chiesa lo sfarfallio del barocco più pirotecnico e sovraccarico che io ricordi).



Sabato è dedicato al Palazzo dei Normanni, al microcosmo di bellezza che è la Cappella Palatina e a un altro museo bello bello, il Salinas. Non siamo in molti all'archelogico, dove si mostrano straordinarie collezioni che testimoniano quanto i greci avessero trovato in questa terra un'altra patria. Tutto è esposto con brio e cura e i cartellini mi ricordano sempre quanto i fondi della Comunità Europea ci abbiano aiutato a condividere le bellezze italiche col mondo. A costo di essere noioso, nuovamente penso alla vulgata sguaiata che vede nell'Europa la radice di tutti i mali e mi ripropongo di non cadere nelle trappole che ci vengono tese da chi sfrutta la pancia e gli slogan senza inserire un neurone che sia uno nei discorsi sbraitati nelle piazze e sui social.

A pranzo al Mercato del Capo, onduline aggraziate per coprire i lavori in corso e contatore volante in bella vista
Uno scorcio della Cappella Palatina
Il viaggio di ritorno di Ryanair merita di essere raccontato. Constato amaramente che ormai sono rigidissimi e non si porta nulla se non ha pagato il sovrapprezzo per la priority, il bagaglio registrato e tutto quel che ci va dietro. Per stavolta resiste il mito della cassata: "questa ce la lasciate portare, vero?" e non non ha il coraggio di dire di no. Pago i miei 20+20 euro per i due trolley, la cosa un po' mi ruga ma sono anche ben consapevole che avrei pagato 26 euro l'uno se avessi comprato lo spazio quando ho fatto il check-in online, tittamorticani!

La crisi di panico del passeggero seduto quasi a fianco di Cesira preannuncia rogne e, infatti, un minuto dopo le hostess danno la notizia che saremmo atterrati a Bologna perché le condizioni meteo a Treviso erano inadatte. Il giovane è bianco terreo, agitato, "ma stiaamoo cadeendo?" e così via. Non avevo mai visto un episodio del genere con qualche passeggero che prova a tranquillizzarlo e Cesira che gli accarezza la mano. Alla fine smette di pensare a come divincolarsi e si calma, poi tocchiamo terra a Bologna e le cose si pacificano anche se altri maschi alfa e giovani sono evidentemente (mi pare) troppo scossi e scalpitano ansiosi in attesa di sapere che cosa faremo. Le hostess quasi non fanno una piega, traducono le spiegazioni del comandante, stiamo aspettando notizie da Dublino, ci faranno sapere fra 10 minuti, ci faranno sapere fra 15 minuti, ci faranno sapere... e basta. Alle 11.00 TSF chiude e alle 11.30 ci dicono che partiranno i pullman per Treviso a mezzanotte e un quarto. Panino e banana al Carrefour dell'aeroporto e poi coda con qualche tensione per prendere l'autobus sul piazzale, quasi 200 persone obbligano a cercare vari mezzi e siamo tutti sbattuti e stufi, nella notte bolognese fredda e piovosa. Due ragazzoni in giubbotto catarifrangente arancio fanno da steward e hostess, lei è una montagna alta almeno un metro e 90, non perdono mai le staffe, provano a mettere ordine e lucidità, "caricate la valigie", "il prossimo pullman sta già arrivando" e così via. Stanno aiutando passeggeri stranded per il maltempo da ore, già 800 persone che dovevano atterrare a Milano che ha chiuso per la grandinata. Poi siamo arrivati noi. Partiamo alle 24.35, su un bel mezzo confortevole e via in autostrada. All'1.42 la simpaticissima Nicole, forse meno di 4 anni, si sveglia e in lacrime chiede di fare pipì, non ce la fa più. I pianti dei bambini sono sempre potenti, perché sembrano inconsolabili e giusti (e forse è proprio così, alto che le fisime di noi grandi). La sua dolcissima mamma siciliana non la lascia mai andare, le parla, non c'e scelta dato che il bus non si ferma e la convince alla fine a farla in corrispondenza della porta posteriore. Nicole, che usa vocaboli disponibili di norma a bambini gradi il doppio, è costretta ad accettare e fa quel che deve ("ma come", avrà pensato, "non mi avevate detto per anni che dovevo farla nel water?") e poi disperata deve ammettere di essersi anche bagnata. ti credo, avete provato a farla in corsa sulla porta posteriore del bus? Poi sfinita crolla e si riaddormenta, dopo aver conquistato il rispetto di tutti i passeggeri. Arriviamo alle 2 e 30, avevamo preso la corriera Prestia-Comandé alle 17.30 da Via Roma, non male come viaggio! I taxi al Canova non ci sono, la notte di Treviso non è quella di New York che non dorme mai, tutti fanno quel che possono e continuo a provare fino a quando il RadioTaxi mi risponde. Saliamo in macchina alle 3.00, ospitando un militare che portiamo a Viale Montegrappa. Arriviamo a casa alle 3.12, cassata in frigo alle 3.15: poverina, un po' di caldino se l'è preso pure lei ma è il nostro orgoglio e possiamo pur sempre dire missione compiuta!

Espositore della Pasticceria Costa, 4 Canti, Palermo.

Sunday, May 05, 2019

Cordova 2k19

Sono sull'AVE per Madrid, approfitto della fermata di Puertollano per tirare fuori il computer, da diversi giorni non tocco la tastiera che mi suona strana sotto le dita.

7 persone, da 77 a 14 anni, tre generazioni, nonna, zii, nipoti, 2 valigie in stiva, 7 trolley, 5 giorni, 340 km per Granada, 26 euro di benzina sulla Peugeot 3008, un viaggio diverso dal solito ma anche radicato nella nostra storia, nei nostri posti, fra gli amici di una vita che iniziamo a misurare a decenni. Arrivare a Cordova è un itinerario fatto di aeroporto di Venezia, Barajas T2, bus per il T4, cercanias, Atocha, AVE e, al final, raggiungiamo la meta che sono le 17.40 del 24 aprile. Valentina si è fatta il viaggio con la febbre, tachipirina distanziate con regolarità e oki, piena di freddo in vari passaggi. Ci mette un paio di giorni a riprendere colore e forza e a riaprire i suoi grandi occhi in quel suo modo fra il curioso e il placido.

Mentre Guillermo, Valentina e la nonna vanno in macchina con le valigie, il resto del gruppo s'incammina verso Porta d'Almodovar in un pomeriggio terso, freddino e ancora nuvoloso. Ci fermiamo al Bar Santos, il posto dove rintraccio nel mio mesozoico un ricordo miliare di mezquita, caña e tapa de tortilla. Due piatti di plastica, "è tipico mangiarla sugli scalini" e avanti con il rito d'iniziazione per Marco, Lorenzo e Anna.


Invadiamo la casa di Guillermo e prendiamo possesso dell'ex appartamento di Charo, la motosega umana che ha fatto tagliare la jacaranda prima di andarsene a Cadiz, lasciando Guillermo orfano di una pianta che è stata regina del patio di Rey Heredia e simbolo della comunidad che fu. Una delle riflessioni che faccio in questo viaggio nello spazio e nella memoria è relativa a quel pizzico di disincanto che leggo nel sogno infranto di creare un organismo al posto di un condominio. A distanza di vent'anni due delle cinque case sono affittate con Airbnb, Imma se n'è andata, Isidoro non ce lo ricordiamo più e sono arrivate famiglie nuove, non interessate all'esperimento di democrazia diretta e gestione condivisa degli acquisti e dell'impegno necessari per aver un patio di bellezza senza tempo e califal. Adesso le cose sono normali, arrivano turisti nelle due case a noleggio per 3-4 giorni a settimana, e il posto è tornato a quella forma di routine abitativa e normalizzazione di rapporti, "buongiorno e buonasera", senza la ricchezza e la fatica carsica di fare le cose troppo insieme. Me ne ricorderò la prossima volta che, trasfigurati, mi parlano di co-housing e dintorni.

Una simile sensazione (di vago disarmo?) me la trasmette Paco che arriva da Cadiz: ha l'eloquio spumeggiante di sempre e il suo inimitabile stile da salsa cubana ma ha sessanta anni e due gemelli, Lucia e Daniel cui regaliamo una maglietta di CF visto che fra poco andranno all'università. Mi racconta di essere diventato ispettore di commercio per la regione andalusa, capisco che ispeziona esercizi e negozi, che chiede di fare e disfare per rispettare norme varie, non mette tante multe, "solo quando non c'è altra scelta", mi dice di puntare sulle relazioni umane più che sulla forza che il suo ruolo gli conferirebbe. Non ne vuole più saper di hefe, è contento di avere la libertà di decidere come organizzarsi, ma questa aspirazione alla vita tranquilla contrasta, a me pare, con un passato a suo modo guevarista di animatore sociale, di anarco-socialismo che in questa terra e in questo gruppo di persone si sperava potesse cambiare il mondo.  E magari qualcosa è anche cambiato ma gli anni che gravano sulle spalle, qualche delusione e le multinazionali hanno forse obbligato tutti a un passo indietro, a cercare anche un buen retiro esistenziale, più intimo e meno battagliero.



Giovedì sveglia presto per essere in Mezquita alle 8.30, quando inizia la visita libera che dura un'ora, prima che entrino in azione i gruppi organizzati, le guide con l'ombrello, i biglietti e il circo Barnum di un monumento patrimonio dell'umanità. Entrare nel bosque di 1000 colonne è sempre emozionante, tal quale la prima volta. La sequenza di colonne apre delle fughe d'archi che sembrano lunghissime, il marrone e l'ocra dei mattoni risuonano di un ritmo che spinge alla riflessione. La parte più antica, quella più semplice e lineare, offre accoglienza e induce a una calma serenità. Mi chiedo, ancora una volta, come sia stato possibile fare una cosa del genere, chi abbia pensato, voluto, disegnato e organizzato un luogo dove si medita qualche Dio, si sta al fresco d'estate e si rinnova la sensazione che anche noi umani abbiamo dei riflessi di grandezza, dato che siamo in grado di creare cose del genere.


Quindici o venti anni fa, la moschea di mattina la vedevi quasi vuota, adesso ci sono inaspettatamente parecchi turisti, ma sono dispersi in questo spazio enorme. In ogni caso, è nulla rispetto all'orda che arriverà più tardi, coi bus, l'efficienza delle squadre di pensionati in visita, dando anche qui l'impressione che il turismo di massa sia indomabile e che tutto sia condannato a vivere, prima o poi, sotto assedio.

Colazione, rischiando di incazzarci un filo per colpa di un barista cui dà fastidio che si mangi un dolce comprato al panificio. Poi giro al museo archeologico per immaginare quello che deve essere stato un bel teatro romano e corsa in calle de S Basilio a vedere patios e balconi fioriti pronti per i concorsi della feria de Mayo. A pranzo ospitiamo Paco ed è un trionfo di spaghetti integrali al ragù, con doppio giro di generose porzioni, e la paloma di Pasqua.  La cosa a suo modo è diventata un topos se nella cartolina per ringraziare Guillermo i ragazzi faranno comparire anche la frase "nella pasta ci va il ragù e nel nostro cuore ci sei tu".



Nel pomeriggio visita al di là del Puente de Miraflores al C3A, il lunare e quasi brutale Centro de Creacion Contemporanea de Andalucia, rientro per il ponte romano sul Guadalquivir e tentativo, infruttuoso, di vedere l'Alcazar prima che chiuda alle 19.30. Restiamo in coda per 45 minuti, scherzando nonostante il fatto che il custode arrivi a dirci che non ce la faremo mai e sperando in un miracolo e che quelli prima di noi, dissuasi, si facciano da parte e ci liberino un'autostrada all'ultimo minuto. Ci abbiamo privato ma il realismo prevale sulla magia e restiamo fuori!

Venerdì io, Cesira e l'instancabile Luciana partiamo presto per rivedere quella calamita della moschea e facciamo colazione al Caballo Rojo ma è la giornata della mirabolante Granada. Con Marco recupero la macchina al Sixt della stazione degli autobus, nei pressi del RENFE che raggiungiamo dopo una bella passeggiata in una giornata di rara serenità e pulizia atmosferica, in cui tutto è acceso di luce, nitidezza e cielo cobalto. Rocio ci convince a prendere una Peugeout 3008 al posto della 308 (ma è abbastanza facile convincere Marco visto che si tratta di un SUV moderno e io ci metto un eccesso di cautela e mi prendo la kasko). Alla fine usciamo con questa specie di carro armato, bello da guidare finché si vuole, ma tale da tenermi in ansia per tutto il giorno visto che non sono un natural born driver, non ho le misure e via dicendo.





Ci mettiamo quasi due ore per raggiungere l'Alhambra "la rossa" fortezza Nazari e a un certo punto del viaggio capisco finalmente perché la sierra si chiama Nevada: un'astronave di neve si libra sulla creste delle montagne e si vede solo questo diadema di biancore dato che la luce impedisce di vedere il pendio in ombra che si confonde con l'orizzonte. Veramente non riesco a distogliere lo sguardo da questa meraviglia visibile a distanza di kilometri e simpatizzo con gli arabi che si sono innamorati di questa città e di questo paesaggio. Pranzo tapeato alla Crux di Granada a Pinos Puente e poi via verso l'Alcazaba e il Generalife. La visita è memorabile, vuoi perché siamo frizzanti naturalmente, vuoi per la giornata calda-fresca, la bellezza della luce e del clima, la primavera e lo spettacolo degli edifici. Ci godiamo viste bellissime sulla città e sui giardini di questa residenza estiva fiorita e curata nei dettagli, in cui si sentono gorgogli di fontane e si ammirano scorci di paurosa bellezza.




Verso sera Guillermo suggerisce al gruppo di andare a piedi al mirador del Carmen de la Victoria che sta proprio di fronte al Generalife, se si percorre un saliscendi che Luciana trova pesantuzzo. Nel frattempo io e lui scendiamo con le macchine, con l'idea di parcheggiare e/o di andare e a recuperare a tempo debito gli altri. alla fine gireremo come trottole più di un'ora: parcheggiare in centro è idea malsana, né io né lui abbiamo la destrezza necessaria per incastraci nei pochissimi buchi in divieto di sosta, fra paletti, panettoni, sensi unici, strombazzate... io poi sono alla guida di questa 3008 e non ci penso proprio a tentare manovre seduto in cima a un macchinon che scambierei 10 volte con una bicicletta! Guillermo ha pure la batteria del cellulare scarica per colpa delle molte foto che è inevitabile scattare all'Alhambra e, per comunicare, devo scendere finché il semaforo è rosso e dargli a voce sintetici ragguagli su dove sono Cesira e gli altri, per poi rimontare di corsa sulla macchina quando scatta il verde. Di sicuro gli altri guidatori avran pensato al terzo mondo! Alla fine recuperiamo i parenti stanchini alla fine Calle Elvira, dopo che dal mirador hanno percorso il Paseo del los Tristes e molto altro mentre noi abbiamo ricamato kilometri di strade urbane senza requie.



Esci da Granada, mangia di nuovo alla Crux, guida e via dicendo arriviamo a Cordoba alle due della madrugada e io voglio riportare la Peugeout per evitare la grana di lasciarla parcheggiata la notte e la levataccia l'indomani. fare il pieno nel cuore della notte non è semplice come potrebbe sembrare da noi e se pensate a self-service e carta di credito/bancomat... beh, siete fuori strada! Il primo distributore è chiuso, lungo giro per arrivare al secondo che è aperto ma non accetta carte. In più, il benzinaio non mi fa il pieno perché, mi spiegano, di notte non può lasciare lo sportello dove sta beato e protetto da vetri (antiproiettile?) quindi, devo prepagare l'importo, decidendo la somma in anticipo. provo a dirgli che voglio solo fare il pieno e che è una locura dovere indovinare quanti euro mi sono bevuto nel viaggio Cordova-Granada e ritorno. Nada, prepagato y ya sta! Ho guidato per ore, ma nel cuore della notte mi metto un tanto al chilo a indovinare quanti euro devo mettere. buttiamo là che saran serviti una quindicina di litri a 1.30 euro/l. mi sale l'adrenalina: metto 20 euro e rifornisco. la 3008 se li beve tutti ma non raggiungo il pieno, czzrla! M'indigna l'idea di prepagare benzina che non riesco a mettere in serbatoio. Vabbè, avanti per approssimazioni successive: altri 7 euro. Riprendo la pistola e riempio fino a 5 euro, poi si ferma ma io ne fracco dentro un altro. alla fine con 26 euro di benzina ho la macchina "piena piena" (come aveva chiesto Rocio) e vado alla Sixt contento di averci rimesso solo un euro su 27! Sono grato al custode notturno del parcheggio interrato che mi aiuta pazientemente a sistemare la bestiola in uno spazio millimetricamente sufficiente alla vettura, senza di lui non ce l'avrei fatta e a un certo punto mi viene pure in mente di strisciargliela. tanto ho la kasko!

In Spagna si dorme sempre poco e non solo perché fare il pieno è una cosa da rocket scientist: si pranza alle 15.00, la cena si stiracchia di conseguenza fino a tardi nonostante noi italici gli si dica che le 21.30 vanno bene. tanto poi si parte lo stesso alle 22.30 e si finisce a mezzanotte. Uno dice: "È fatta", adesso vado a dormire ma loro sono svegli come campanelli ed è l'ora del paseo! In effetti fuori c'è il mondo e gli unici a nanna sono i turisti. Anche questa volta siamo rientrati in Veneto in arretrato di sonno fatal e mentre i ragazzi hanno pisoccato varie volte, noi grandi siamo stati svegli oltre ogni limite per non fare la figura degli asociali. Io e Cesira abbiamo impiegato tre giorni per tornare a ritmi circadiani civili e riprenderci. Asì es la vida.



Gli highlights del sabato sono la salita alla torre-campanile del Patio del los Naranjos (e annessa messa alle 9.30 nella Cattedrale dentro la Mezquita). Poi tempo per il pranzo con paella per il compleanno di Guillermo nel patio, sono arrivati anche Imma, Elias e altri amici inclusi i sevigliani Jean-marie e Carmen che la scorsa estate mi hanno lasciato un pacco di tartas con aceite alla SIE!

Facciamo le valigie, il giorno dopo si parte, ma non resistiamo al paseo di mezzanotte che, per inciso, usiamo per festeggiare anche il cumple di Lorenzo, con pastel cordobes con cabello de angel. Struggente rivedere quegli angoli di Cordova sperduti nella memoria, ritrovare il Cristo del los Faroles a Plaza de Capuchinos e la lapide della casa natale di Manolete, torero entrato nella leggenda anche se l'ultimo toro gli è stato fatale.



Grazie a tutti voi: Valentina e la sua pazienza, Anna in punta di piedi, Cesira che è la sorgente del nostro innamoramento per Cordova, Luciana che si è allenata per essere una forza della natura anche in viaggio, Marco e il suo stile sanamente easy-going, Lorenzo che ha imparato a leggere una mappa cartacea e ha trovato il gusto per l'esplorazione.  Guillermo, come sempre, è un campione di ospitalità, entusiasmo, amicizia e generosità. Muchas gracias a todo el mundo!


Friday, October 05, 2018

In memoria dell'ASN

parto da Treviso giovedì alle 15.06, caffè col fiocco da Goppion in piazza Borsa, mi pare strano ma fra qualche ora sarò a Roma per l'ultima volta di questa sequenza lunga cinque quadrimestri, un bel pezzo di vita. oltre un anno e mezzo di valutazioni, discussioni, contraddizioni. francamente non auguro a nessuno di fare parte della commissione pur nella convinzione molto brutalista e funzionale di aver fatto bene. e non mi riferisco tanto ai risultati, a chi è stato abilitato e a chi no, chissà cappelle che abbiamo collezionato, il giudizio sta ad altri...  penso invece al servizio fatto in qualche modo al paese e alla mia comunità scientifica: rotoli di carte, schermi di computer per giorni, tabelle excel, elenchi di riviste, titoli seri, titoli faceti e titoli lunari, pubblicazioni e maledizioni in quantità. in fondo era un lavoro che andava fatto e l'ho fatto, assieme agli altri magnifici quattro. non so bene perché ma mi sento anche come Mr. Wolf, un professionista che risolve problemi. sono arrivato sul palcoscenico di questo teatro valutativo in modo inconsueto e triste (un ricordo per Marida) e ho sperimentato un lavoro al limite (per me), intriso dei carichi emotivi che dipendono dagli effetti delle decisioni che prendi e intarsiato di bizzarrie legal-burocratiche, autorizzazioni, ricorsi, richieste diametrali di essere allo stesso tempo sintetico e analitico, informativo e sfuggente, preciso ma non poliziesco (per usare una definizione della funzionaria ministeriale che ci ha seguito, grazie Eva!).

è stata una bella lezione di vita e di umiltà, paradossale e tutt'altro che gradevole in vari passaggi anche per la (mia) difficoltà a interagire con le idee degli altri membri della commissione. strano che ti stia temporaneamente sulle balle chi la pensa diversamente, o no? essere in 5 ha delle conseguenze, qualche decisione non mi è piaciuta e, d'altro canto, adesso so in modo nuovo e profondamente inciso sulla mia pelle che le deliberazioni a maggioranza sono uno strumento, duro finché si vuole ma sensato, per andare avanti in situazioni difficili. in vari casi hanno fatto capolino motivazioni che non c'entrano una mazza ma si tratta di sana fisiologia decisionale e alla fine anche io ci avrò messo del mio, risultando "marginale", in senso economico, e spostando decisioni dalla mia parte di tanto in tanto. forse un solo caso più di altri mi intorciglia le budella
Ma, indomito, nego e non nomino alcuno.
Riguardando ex post il lavoro e provando a mettermi alla giusta distanza posso solo rammaricarmi del fatto che alla fine una certa qual aura d'amnistia si è impadronita di (alcuni di) noi. pazienza, forse in dubio pro reo, anche se qualcuno dei rei non supererebbe le soglie appena approvate fresche fresche dall'ANVUR ed è strano vedere che uno s'abilita proprio il minuto (quadrimestrale) prima di non essere nemmeno ammesso alla valutazione.

l'ASN è stata anche un'occasione per andare a Roma, groviglio di bellezza e coacervo di relazioni pericolose che stupiscono noi polentoni in trasferta. La Sapienza ci ha ospitato in tutte le riunioni in presenza nei suoi palazzi marziali, romani e lievemente fascisti, un po' sgualciti e in cui sempre aleggia la vicinanza presunta o reale, diretta o per arzigogoli, con il potere, i ministeri, i funzionari-ari, ari-ari ari-ooh (come i Blues Brothers). ci siamo riuniti a ripetizione nel dipartimento di Corrado Gini, quello dell'Indice (più famoso ma meno divertente di quello di Martino). forse ci siamo seduti nella stessa stanza dove questo trevisano di Motta di Livenza "amato da Obama", amico di Mussolini e dell'eugenetica, ha lavorato lasciando tracce imperiture nella statistica moderna.


Corrado Gini non era gran simpatico (ma un grande statistico sì: fondatore e direttore di Metron  e dell'ISTAT fino alla sua morte, la prima bellissima copertina campeggia nel corridoio). Nel 1926 disse che bisognava favorire la nascita di bambini bianchi sani legittimi e molto cristiani. Non a caso fu popolare durante il ventennio ma rimase in sella anche dopo la fine della guerra.
Dal punto di vista "geografico" mi restano bei ricordi: grande e stupenda questa Roma che da 2000 anni se ne batte e in qualche modo se la cava sempre, indipendentemente dal governo di turno, resiliente e tetragona ai colpi di ventura, cosa vuoi che sia un governo penta-leghista o un altro, dopo che hai provato senza sprofondare d'un millimetro sindaci come Marino, Alemanno e la Raggi (tanto per ecumenismo, fare il sindaco di Roma dev'essere una prova tremenda e superiore alle capacità umane, lo sapevano anche Cesare, Diocleziano, i Papi, i Savoia e via dicendo).  A margine di adunanze interminabili sono stato pure a vedere Santa Bibiana e abbiamo mangiato bene: grazie al bar "Il giglio" per spettacolari cornetti mattutini e per la gentilezza della clientela che saluta sempre l'extracomunitario di turno e dona una monetina; "Abitudini e follie" e "Braci e abbracci", tutti nel raggio di 500 metri dalla Sapienza, ci hanno ristorato nei momenti di difficoltà calorica e psicologica (quando non siamo stati costretti ai panini e lattine del bar interno, s'intende). ricordo anche il furgone di bengalesi che vendono ogni tipo di quaderni e cancelleria, parcheggiato puntualmente di fianco all'uscita del Globus Hotel al semaforo di viale Ippocrate, sono stati i miei inesauribili fornitori di tratto-pen (e ne ho consumati parecchi, alla fine abbiamo esaminato 283 candidati, tombola!)

Botta di colore e varietà di lapis, evidenziatori e pennarelli. Spiccata professionalità in zona universitaria, sempre parcheggiati al semaforo di Viale Ippocrate.
Per la prima e ultima volta, in occasione di questa riunione di chiusura, ho viaggiato su Italo, il servizio è confortevole, forse più di Trenitalia, accumuliamo solo 35 minuti di ritardo in due viaggi, la registrazione per il collegamento internet è facile e avrò sempre gran quantità di banda (quella larga, non quella che suona il rock!). all'andata trovo a bordo la collega Mariella che torna a casa nell'Urbe dopo il canonico lun-mar-mer di lezione in laguna.  sulla via del ritorno, chiudo l'ultimo giudizio alle 19.05, quando siamo non lontani da Firenze. è finita.  forse.  anzi no!  dovrò mandare le pezze di spesa al responsabile del procedimento al dott. Elmo, che non ci ha mai visto a UniCalabria; manca il controllo degli uffici ministeriali; forse arriveranno gli strascichi di cui vengo a sapere di tanto in tanto e i ricorsi (buona fortuna, finora ne abbiamo collezionato solo 2 e non sappiamo nemmeno come sono finiti). ma in fondo sono bagatelle e possono finalmente partire i titoli di coda. avanti i prossimi.

[ps. a margine, adesso posso mettere in opera il nuovo portatile che attende imballato da tempo: sarò pusillo ma non avevo trovato il coraggio di cambiare macchina, files, settaggi, versioni del software prima di finire l'ASN. ho anche chiuso, dopo 20 mesi di ininterrotta apertura, una finestra del browser che tenevo in secondo piano con due tab su asn16.cineca, un tab su Scopus e uno su Scholar, tab sul sito ministeriale dottorati, diversi tab per ricerche varie su progetti di ricerca, convegni, comitati editoriali... ognuno ha le sue scaramanzie e io le cose non le chiudo fino a quando non le finisco e infatti la mia scrivania è una moltitudine!] 

Tuesday, September 11, 2018

Der kommissar

Sul treno delle 14.22 il portale wifi gratuito della Deutsche Bahn mi accoglie con un "Willkommen im ICE Portal des ICE 940 nach Düsseldorf Hbf" anche se accumuliamo inesorabilmente ritardo e ormai stimano la partenza alle 14.44.  Dove sono i treni tedeschi di una volta?


Auf-wiedershen Bielefeld, è la mia seconda volta in questa città che pare definita da un proverbio tedesco come il posto che non esiste.  Invece, per esistere esiste eccome!  Bella università, fondata nel 1969, meriterebbe di sicuro l'inserimento nella best 50 under 50 (ancora per poco), ho visto per la prima volta in vita i locali dell'Inst.  f. Math.Wirtschaftsforsung (IMW), l'istituto di matematica per l'economia che non è lontano dall'essere un mito per un matematico meticciato d'economia e applicazioni come me.  Ma, ancora di più, è la città dell'ITN che ha già riempito un post del blog, il posto dove lavorano colleghi rocciosi, bravi e ben organizzati come Herbert e Ulrike che ci hanno trascinato in un proggettone europeo denominato ExSIDE in cui si studiano le aspettative, al grido di "Così il futuro cambia il nostro presente", come ha scritto Enrico.


I due giorni di un temuto midterm review in presenza dell'officer comunitario e di un external expert sono finiti.  Dora lavora all'agenzia per la ricerca europea, braccio esecutivo della commissione: si nota la sua giovinezza, è formale senza essere sussiegosa, diretta senza ombra di sfacciataggine, tranquilla e costruttiva col suo inglese pratico lievemente screziato di Ungheria.  Poi c'è Marina, una volta era bielorussa, parla pure italiano, direttrice di qualche centro in qualche università di Wiesbaden, fattezze morbide che mi ricordano quella della mia direttrice. In teoria è l'esperta ma, pur essendo un'accademica, fa altre cose (institutional economics) e capisce il capibile, bel modo di porsi, mai sopra le righe, non dice nessuna sciocchezza e varie cose sono semplici ma utili. Alla fine l'audit è un (piccolo) trionfo e le commissarie ci dicono che è well managed, che va bene, continuate così.  È fatta anche questa e, come compito per casa, suggeriscono di dire agli studenti di pensare a come applicare le cose che studiano.


The "italian delegation" di noi veneziani è composta da me, Barbara, Rina e Luisa che tengono alta la bandiera dei partner non accademici. Abbiamo visto coi nostri occhi un audit, forse siamo persone migliori, nel senso limitato che abbiamo fatto esperienza di un passaggio che altre volte potrebbe essere (molto) più difficile. Adesso so che la Comunità Europea, cui recentemente politici pavidi e rancorosi attribuiscono ogni male, può essere di grande aiuto senza nessuna complicazione, consentendo di fare ricerche impensabili, sempre dalla parte della soluzione e mai dalla parte del problema. Grazie EU, sembra quasi strano dirlo ma è vero!

È una bella giornata di sole in questa Westfalia delle meraviglie che però non scambierei quasi mai con l'Italia che pure, in questi giorni tirati, mi pare confusa, fin troppo pentaleghista e sempre sull'orlo di un burrone.  Finiamo, per così dire, al tavolo del Cafè Bar Casa: tre nürnberger würstel (con aggiunta di due uova all'occhio) per le compagne di viaggio e uno shawarma sandwich che sa di medio-oriente e che non avevo mai sentito nominare.  Mi ero gustato poco prima all'università un cay turco fatto bene (ma loro ci tengono a specificare che sono kurdish turkish, ci mancherebbe).  Qualche oriente lo si trova sempre per quanto uno scappi a occidente e va molto bene così.  Non riesco a non guardare analiticamente, tentando di non dare troppo nell'occhio, la capa del bar che armeggia per farci conti e ricevute separate: poco più che ventenne, ambrata a dir poco, capelli lunghi neri come la pece, Layla di nome (non proprio d'ordinanza fra le tribù teutoniche), pantalone di pelle, tacco alto e maglia a maniche lunghe bianco-nera aderente e accollata, curve giuste che hanno il loro perché (come provo a dire eufemisticamente).  Mostra al cameriere autoctono come si fanno le ricevute e lui si guadagna pure la mancia perché la scena mi mette di ottimo umore.  Mi pare un segno augurale vedere una giovane capo donna, mora, di seconda generazione, dal look tutt'altro che fondamentalista e col physique du role, dare ordini a un tedesco di Germania per risolvere un problema.  Ce la "imprestate" che la facciamo almeno sottosegretario?

Friday, August 17, 2018

Le mie ore giapponesi

Riemergo or ora, felice, dalla lunga marcia che è stata la lettura di "Ore giapponesi" di Fosco Maraini.  Non sempre sento l'urgenza di raccontare quello che trovo dentro un libro, vuoi perché qualcosa lo tengo per me, vuoi perché a volte c'è poco da salvare o degno di nota.  Ma stavolta è diverso e la lettura del libro, dipanatasi per 20 mesi a partire dal gennaio 2017, ha illuminato diversi argomenti divertenti e stimolanti sul Giappone e sui giapponesi che, per vari versi, erano avvolti agli occhi di un occidentale in un esotico splendore (o ignoranza stupefatta che dir si voglia).  È stata una lettura sfiziosa anche per i collegamenti, spesso carsici, con gli uomini che l'hanno resa possibile, a partire dall'autore che è un soggetto pirotecnico per interessi e biografia, fino a Carlo Scarpa che ha acceso la miccia.
La mini-guida della mostra è scaricabile qui
Nel gennaio del 2017 mi trovo a Roma e vado a vedere la mostra al MAXXI "Carlo Scarpa e il Giappone", a cura della brava Elena Tinacci.  La mostra è letteralmente uno spettacolo, racconta di come Scarpa sia rimasto folgorato da questo paese così nitido ed elegante in alcune sue manifestazioni culturali ed architettoniche, tanto che scrive alla mogli Nini:
  Cara,
  qui è tutto bello
  o meglio,
  è più di quel che conosciamo.
  I giardini sono addirittura favolosi.
  Bisognerà ritornare insieme
  l'anno prossimo
  per Osaka.
  Ti piacerà vivere anche
  alla giapponese...
Capita anche a me di dire con frequenza che "è molto bello", nei tentativi di raccontare i viaggi e le esperienze nelle lettere a Cesira.  Dirlo, credo, segnala che un oggetto, un luogo, una visione o una situazione ti rimbombano nell'anima, o almeno stazionano vibrando in quell'intarsio di cuore e di mente che lo recepiscono.

Ma cosa c'entra Maraini in tutto questo?  Nell'archivio di Carlo Scarpa si trova traccia dei libri che il sessantatreenne architetto lesse per preparasi al viaggio del 1969 e si citano "Taccuino Giapponese" di Mario Gromo e, appunto, "Ore Giapponesi".  Il primo libro è quasi introvabile, volendo avrei potuto chiederlo in prestito a una biblioteca torinese ma ci rinunciai perché ho trovato subito Maraini e l'ho scaricato sul Tolino.  Sono proprio le note che via via prendo sul lettore che mi consentono di ritornare anche a distanza di un anno e mezzo su alcuni brani e che certificano che ho impiegato una vita a leggere il tomo (pur inframmezzando con altre cose, specialmente di Primo Levi, come "Il sistema periodico" e la "Chiave a stella").

Se pensate che 20 mesi sono lunghi avete ragione ma è stato un periodo intenso e, di questi tempi, leggere è stato un lusso raro (e d'altra parte, spesso ho l'impressione che convenga sparare cazzate, tweet o slogan in questi tempi tempi vandali, altro che leggere).  A mia parziale scusante, poi, c'è da dire che "Ore Giapponese" è (anche) una sbobba di oltre 800 pagine, un guerra-e-pace che necessita adrelina alta e sostenuta per settimane: montagne di idee, storia, etnografie, trascrizione di parole in giapponese, descrizioni di endocosmi (parola che ricorre tantissimo), filosofia, riflessioni personali e tranches de vie che hanno dell'incredibile.  In altri casi avrei gettato la spugna, centinaia di pagine logorano (potenzialmente) e non mi mancano di sicuro decine di libri nella lista delle cose che voglio leggere prima o poi (vita natural durante, spero)  Ma Maraini-san mi ha stregato: colto, toscanaccio e padre della scrittrice Dacia, sposato alla dolce Topazia, riusciva invariabilmente a scrivere delle perle di tanto in tanto, napalm sulla mia voglia di continuare la lettura pur in presenza di pagine talvolta meno incendiarie.
Il titolo del libro in giapponese, (credo!)
C'era anche la voglia di completare un (piccolo-grande) esperimento mentale, provando a rileggere a distanza di quasi 50 anni le stesse cose che aveva letto Scarpa prima di andare in Giappone, mi è parsa una rara occasione per collegarmi a un'altra personalità che ultimamente mi ritrovo a "studiare" in vari modi e a modo mio.  Quando ricapita di poter rileggere e ricostruire le storie e le visioni che poi, in qualche modo, rivedo incarnate in opere architettoniche come Tomba Brion o evocate in altri lavori che precedono il viaggio del 1969?

Il libro è (forse) un diario di viaggio in cui la famiglia Maraini percorre a metà degli anni cinquanta il Giappone, tracciando un itinerario classico e forse inevitabile per un visitatore.  Credo che se mai andrò in Giappone, cosa che adesso voglio fare più di prima, sarà a mia volta impossibile discostarmi da molti dei luoghi citati: Tokyo, Kyoto, Nara, il Monte Fuji, il Tokaido...  Un buon motivo è certamente quello di spingere l'esperimento mentale al livello tre: Maraini scrive, Scarpa legge, io rileggo e poi magari torno sul luogo del triplice delitto (chiedo venia per l'ardire di accostarmi a Carlo e Fosco, è solo un post sperduto in mezzo ai campi della blogosfera!)  Con la scusa del viaggio con la sua famiglia, Maraini ripercorre anche la storia del paese, della sua cultura e filosofia e chi più ne ha più ne metta.

Non sapevo una mazza di Giappone, poco più che tatami, futon, geisha, karakiri, kabutocho (che per me era l'indice della borsa e invece è un quartiere), avevo visto il durissimo film di Scorsese "Silence" con Liam Neeson nei panni di un gesuita che non se la passa per niente bene e finisce per abiurare, una volta avevo avuto uno studente che proveniva da Waseda University, la barzeletta del becchino che si chiama ki-ruma kata-ossi ...  Sono brandelli di comprensione a caso, briciole di una torta che non avevo mai visto né assaggiato.  Il libro di Maraini ha rimesso a posto le poche tessere di cui disponevo e ha riempito molti spazi bianchi.

In ordine sparso e senza che il povero Maraini sia responsabile dei beccanotti che certamente scriverò, adesso ho qualche idea sullo shinto, la religione/filosofia vitalista e intrisa di profonda reverenza nei confronti della natura che spiega "l'atteggiamento vigorosamente positivo ed affermativo nei riguardi della vita"; ho trovato illuminanti le descrizioni di buddismo e Zen, tanto diverse dalla tipica forma mentis cartesiana degli europei per il tentativo di unire in un olismo cosimico uomo e natura o, nel caso dello Zen, per rifuggire anche dalla razionalità, favorendo l'intuizione che deriva da anni di pratica (di tiro con l'arco?)  e che porta a un flash che forse si chiama illuminazione ed è descritto cripticamente in tanti haiku; un tantinello ho capito chi sono i Tokugawa, dinastia di perdenti che hanno chiuso sé stessi e il loro pese in un isolamento estremo e autoreferenziale, distruggendo ogni contatto con l'esterno per due secoli e mezzo (mutatis mutandis, anche alcuni politici e fanno lo stesso, sono bravi solo loro e gli "stranieri" portatori di diversità sono untori); fare la geisha richiede anni di lavoro (non nel senso di quello più vecchio del mondo!), per imparare a danzare, cantare, discorrere amabilmente e ingentilire il mondo (ok, il testosterone di noi maschi proverbialmente attribuisce a queste signore, in via d'estinzione nel Giappone moderno, immaginifiche capacità erotiche); ci sono pagine bellissime in cui Fuosko-san (i giapponesi evidentemente non sanno dire Fosco) parla dell'eleganza innata di questo popolo, del loro less is more che ha lasciato il segno su Wright e Scarpa, della cura dei giardini, in cui tutto -cielo, terra ed acqua- sembra naturale ed è frutto di sforzi immani, dei loro simbolismo potente e privo di fronzoli; allo stesso tempo, capisco di più anche il delirante culto della gerarchia, dell'ordine e dell'obbedienza che ha prodotto esempi estremi di esaltazione fanatica, seppuku (auto-sbudellamento con katana) rituali e simili; ci sono parole incise nella mia memoria (ehm, le ho appena riguardate nelle note del Tolino, è l'età!)  come samsara, il vortice delle illusioni; satori, l'illuminazione; zen, la santa follia, "donde viene, dove va, cosa significa?"; kami, "un punto, una cosa, una persona in cui si manifesta in maniera augusta una carica più intensa di quel segreto divino ch'è nascosto per ogni dove intorno a noi", li avete incontrati anche voi, vero? zen, di nuovo, esperienza che "chi non l'ha vissuta non sa di che si tratti, chi l'ha provata non sa come dirlo", messi ben, no?  il ben noto kamikaze, letteralmente "il vento degli dei", con tanto di episodio di folle linearità nipponica: nella primavera del '45 gli americani bombardano Nagoya, spezzoni incendiari scientificamente distribuiti, brucia tutto, le case sono fatte di legno e shogi di carta, almeno 10000 morti, il Giappone da mesi è alla deriva ma non si pensa nemmeno alla resa nonostante non esista nemmeno più difesa.  Una notte un piccolo aereo si alza in volo e punta dritto, sempre più su, verso un B52, sempre più in alto fino a quando il moscerino si schianta sul bestione di ferro e lo fa precipitare.  Dalla città (ricordo che è quel che resta, una distesa di tizzoni ardenti) si alza un enorme urlo, migliaia di abitanti gridano all'unisono un "Banzai!" che si sente a kilometri di distanza.
Mi avvio alla conclusione con due ultime riflessioni su questo libro caleidoscopico ed ebbro allo stesso tempo di lucidità e passione.  Maraini descrive un campionario di amici che incantano: da Giorgio, l'esteta intellettuale, sempre avanti di due passi, il cui figlio Enrico vive nella faglia esistenziale collocata fra Europa e Sol Levante, che ha un flirt con Jane l'americana dopo aver lasciato la sciccosissima Tamako (certamente una gran sventola mentale e fisica ma veramente veramente troppo complicata...) a Somi, al secolo Adriano Somigli, fiorentino con quella profondità finanche dolorosa di pensiero, anima e umanità, che appartiene alla sua terra nelle espressioni migliori.  La descrizione che ne dà Fosco è una perla:
Credo che il nocciolo finale nella valutazione d'un uomo sia la bontà di cui egli è capace: l'intelligenza, la bravura, la sicura volontà ci riempiono di meraviglia, ma che cosa lasciano col passar degli anni?  Somi è carico di difetti eppure non si può fare a meno di amarlo, perché sotto tutti i suoi atteggiamenti dannunziani e satanici, con tutti i suoi paradossi, è buono.
Ma la parte più straniante e sorprendente del testo arriva verso la fine, quando nei ricami del viaggio la famiglia Maraini ritorna al Tempaku, il palazzo prigione in cui furono rinchiusi alcuni italiani dopo l'8 settembre del 1943, quando di colpo diventammo nemici dei giapponesi.  Da amici a traditori nel giro di un giorno di settembre, per colpa di cose avvenute fra Roma e Napoli, ve l'immaginate come l'hanno presa i giapponesi nel bel mezzo della guerra?  No, forse non lo immaginate, perché le pagine del libro che descrivono la prigionia sono state per me così dolorose che ho raggiunto i miei limiti e ho dovuto sospendere la lettura per riprendermi (anche se quando sono carburato mi reputo lettore caterpillare e incapace di pause).  Topazia, il cui diario semplice e diretto è virgolettato più volte nel testo, dice ad esempio che:
15 febbraio, il tempo passa, la nostra situazione non muta...  sto male, sempre più debole.  Sono stata alzata quattro giorni, ma una sera di nuovo oppressione, mancanza di respiro e quasi svenuta.  Da allora a letto, e se mi alzo per più di dieci minuti sto male.  E debolezza.  Fame, fame, vuoto, languore; non riesco a pensare ad altro...  19 febbraio, ha nevicato (zero o al massimo 4 in camera la sera), freddo.
E poi:
Ci si dovrebbe consolare pensando alle altre migliaia (o milioni) di persone al mondo che stanno come noi o peggio di noi...  ma non  si riesce a pensare a niente di consolante quando si soffrono crampi di fame e fa male la testa e si vanno a cercare i rifiuti nella cassetta delle immondizie
Fosco, Topazia, le bambine e gli altri italiani, fra cui Somi e Giorgio, devono vivere per mesi con 130 grammi di riso a testa e poco più, "limite precario fra sussistenza e disintegrazione", e soggetti a restrizioni di ferocia inaudita e, a suo modo, tristemente tipica in Giappone.  Le pagine mi ricordano nitidamente quelle di Primo Levi a proposito della sua prigionia ma, per qualche motivo e per quanto possibile, ciò che è descritto in "Ore Giapponesi" è ancora più inumano e crudele.

Constato che, forse, tutte le guerre sono in qualche tratto identiche, consentendo a "uomini" di infierire sui loro simili abdicando per presunte cause di forza maggiore alla loro essenza e ruzzolando verso vergogna e barbarie senza limiti.  Alla fine, come per Levi, la salvezza viene da rischiosi furti di cibo, detti "recuperi", e traffici vari: o muori di stenti o rinunci alla legalità che sarà pure figlia della civiltà ma à la guerre comme à la guerre, è il minimo che si possa fare.  Il punto di svolta è il famoso radio-discorso dell'imperatore che annuncia la resa e comunica di non essere un dio (un kami, a dir il vero), lasciando storditi i suoi sudditi che avrebbero probabilmente difeso il loro Tenno anche coi moncherini una volta spezzettati: i Maraini vengono liberati, sono vivi, dimagriti e ridotti male, ma vivi. Inizia per il Giappone un rivolgimento mai visto e quest mezzo secolo lascerà tracce indelebili, dentro e fuori, sul paese.

Quel bischeraccio di Fosco, nonostante tutto questo (e altro che non vi dico, non solo loro sono capaci di gesti impressionanti e sanguinolenti) non ha mai perduto un amore per il Giappone che non pare avere limiti:
Com'è strano!  Ritornando cogli occhi ai luoghi, e con la memoria ai tempi, in cui si è duramente sofferto, invece di provare un senso di fastidio t'invade una profonda commozione, e fra le più dolci, che riesco soltanto a qualificare come religiosa.  Un senso cioè che lì, allora, si è partecipato significativamente al grande mistero; che lì, allora, bene e male, tempo e non tempo, vita e morte, amore ed odio, i grandi arcani segreti, le grandi arcane potenze che regolano il corso delle cose visibili ed invisibili, mordevano, agivano su di noi con voltaggio scarnito e maschio, tale da lacerare quell'opaco velo di convenzioni, di fiacche abitudini, che li oscurano nei tempi ordinari.
Ecco, ci ho provato e sono in vena di autoassoluzione a priori, un libro così multiforme non si presta a post e argomenti rettilinei. E, d'altra parte, l'autore stesso si chiede nell'incipit
Mi perdoneranno il lettore, o la gentile lettrice, se qui presento loro un'opera definibile ormai come una sfoglia, una pasta millefoglie, un'autentica lasagna di libro?
["Ore Giapponesi" è stato scritto nel 1956, soffermandosi su fatti e circostanze del 1938-1946; l'edizione che ho letto è del 2000, Corbaccio, e contiene delle glosse di Maraini che aggiorna alcuni capitoli menzionando i cambiamenti occorsi fra la meta degli anni '50 e l'inizio del XXI secolo. Ringrazio anche Luisa Bienati che in tempi non sospetti mi ha fatto conoscere il funambolico bestiario foschiano della "Gnòsi delle fanfòle" da cui non mi sono più ripreso.  Che la lettura vi sia lieve!]



Saturday, May 26, 2018

Il maliano che è in me

Se smettessi di essere Paolo e vi rivelassi che sono un maliano di 25 anni, licenza media, che parla il Bambara? In effetti finora mi sono camuffato bene e molti credono che sia un professore e che abiti a Treviso. Mi ha aiutato la passione per la matematica e sono partito dai numeri per imparare questa strana lingua, l'italiano, lasciando perdere il mio idioma mandingo maliano: uno due tre, ..., dieci al posto di kelen, fila, saba, naani, duuru, wooro, wolofila, seegin, konoton, tan.  Non è semplice stare in Italia, ma è molto meglio che ammuffire dov'ero.  Ho un permesso di soggiorno temporaneo in attesa che la mia pratica venga esaminata dalla commissione territoriale.
Ho il mio appuntamento in lavanderia, potrò usarla per 5 mesi. Al dormitorio però al massimo si resta per 2 mesi.
Il problema è che sono stato espulso dal CAS, un Centro di Accoglienza Straordinario, perché sono entrato due volte in ritardo.  Mi sono sembrati un poco rigidi e mi sono cercato un altro posto ma non è facile.  Da due giorni, comunque, dormo nei parcheggi vicino alla questura: non si sta male ma faccio fatica, ci svegliamo in continuazione e da troppi giorni non mi lavo e non mi cambio.

Vado alla Caritas a caccia di un pasto caldo, corre voce nel parcheggio che non ci siano molte alternative.  Le due ragazze sono energiche e gentile, una parla anche qualche parola di francese (il bambara qui non lo sa nessuno). Mi domandano la tessera ma io non ho nulla.  Mi fanno capire con ferma gentilezza che l'indomani devo andare al Centro di Ascolto e farmi rilasciare la tessera, senza di quella non mi daranno nulla e non c'è verso di aiutarmi.  Unica eccezione che fanno è quella di darmi da mangiare, "ma è l'ultima volta senza tessera!" e finalmente metto sotto i denti un minestrone caldo, pane e una porzione d'arrosto. Poi vedo che tutti danno una mano a riordinare la mensa, faccio qualcosa anche io e aiuto le signore e le due ragazze che ci hanno accolto all'entrata.  Me ne torno nel parcheggio, notte n.  3, ben determinato a farmi questa benedetta tessera il giorno dopo.


La mattina vado al centro d'ascolto, c'è già la fila e una volontaria compila il modulo coi miei dati e mi dice di aspettare il colloquio.  Quasi un'ora dopo entro e Nicola mi registra, mi chiede da dove vengo, dove dormo, che documenti ho, se ho studiato...  mi dice che a volte i CAS rilasciano anche una carta d'identità ma a me non l'hanno data.  Parliamo per circa mezz'ora e poi le ragazze dell'ufficio mi fanno la foto e mi preparano la tessera: da ora in poi, per cinque mesi, posso utilizzare i servizi della Casa della Carità.  Tiziana mi porta a vedere la lavanderia, mi mostrano le lavatrici per indumenti, le posso usare lunedi, mercoledi e venerdi, prenotando l'ora.  C'è una signora di una certa età che mi mostra i cesti dove riporre la roba da lavare e mi dà la dose di detersivo, mi dice di prestare cura e di non rovinare i vestiti che mi daranno, se ne trovano.  Poi Shaila, una ragazza che sembra bengalese e che indossa un bel camice bianco, mi ricorda che se non arrivo puntuale il prossimo mercoledi, salto il turno, non possono lasciare le macchine ferme se uno arriva tardi.
Io avevo capito 3 giorni... ma poco importa!
Tiziana mi riprende e mi mostra le docce maschili: posso usare il servizio tre volte a settimana, da quando tiro il filo ho sette minuti di acqua calda, mi daranno anche il sapone e un asciugamano.  I locali sono semplici, puliti, non saprei come dirlo in bambara ma in italiano credo che si dica "spartano", anche se quando ho detto la parola la prima volta tutti hanno riso...  gli operatori sono tranquilli, solidi, capisco che senza questa linearità sarebbe difficile offrire la possibilità a quelli del parcheggio di lavarsi qualche volta alla settimana.

Continuo il giro, passiamo di fronte alle docce femminili, mi porta a vedere il dormitorio.  Antonio e Giuseppe, sui cinquanta uno e sui sessanta l'altro, mi spiegano che forse si libera un letto fra 4 giorni, poi potrò restare per due mesi.  "E finiti quelli?", "Mi spiace, dovrai trovarti un altro posto", mi pare che gli dispiaccia veramente ma fra due mesi spero di aver documenti nuovi, magari un lavoro, vedremo...  Gli dico che tornerò fra 4 giorni, venerdi devo anche venire alle 16.30 per usare la lavatrice e poi spero di avere la camera che mi hanno mostrato: semplice, pulita, un letto appoggiato al muro e un sacchetto con quel che serve, anche un rasoio.

[Il 12 maggio sono stato a "Venite e vedrete", l'evento in cui la Caritas Tarvisina presenta il bilancio sociale e mostra quello che fa. Sentirsi maliano per due ore è un'esperienza in cui sei grato che persone solide e buone ti lancino un'ancora. Sono fiero di loro.]