Sunday, August 23, 2015

Pandelleria

Arrivo. Chiedo al finanziere con la massima cortesia possibile se si può vedere l'hangar di Nervi. Mi dice di no, "grazie", silenzio, ridico "grazie", mi attendo un "prego", silenzio di nuovo.

Alfredo arriva con più di mezz'ora di ritardo a prenderci, aveva capito che arrivavamo via nave (da Treviso in effetti non è semplice...). Dobbiamo attendere un'oretta prima che ci diano il dammuso alle 9.30, gli domando di portarci a fare colazione "Da Katia", pasticceria numero uno su tripadvisor. Ci porta "Da  Giovanni", subito penso che è un ben strano tipo ma nel tempo questo microscopico bar in Piazza Cavour, a fianco del municipio, si dimostrerà una delle pietre angolari del nostro soggiorno pantesco. Una meraviglia di baci, brioches, cornetti, cannoli "riempiti" sempre al volo da signore toste che ormai ci sorridono, tante sono le volte in cui abbiamo fatto tappa là.

Bouganville, vento, sole, strade strette che non ci passano due macchine e in certi casi anche una fatica a destreggiarsi fra muretti di solidi mattoni di pietra lavica. Facciamo un detour a vedere il Lago di Venere, infangarsi qui sembra un obbligo cui io e Cesira ci sottraiamo senza gran rimpianti.

Dammuso. Ci accolgie Leo(nardo), architetto bresciano a Pantelleria da molti anni, con cacioeta d'ordinanza, ci fa vedere le stanze di questa casa rustica, con la biancheria d'epoca un po' ingiallita e il pavimento di mattonelle grezze. Subito qualche dubbio ci viene, più che altro pensando al prezzo dell'affitto per una settimana e alla sua maglietta "fruit of the loom" alquanto sdrucita (con coerenza inflessibile, porterà questa o una identica tutte le volte che lo abbiamo visto). Poi ci abituiamo: è un bel dammuso, forse bellissimo, coi fiori e la piscina, una vista a ovest che spazia su un mare rapitore. Tira il solito bel vento, maestrale in certi giorni e scirocco in altri, che aiuta a resistere sotto un sole gagliardo. Siamo non lontani dall'aeroporto e vediamo passare, tavolta in atterraggio talaltra in decollo a seconda del vento, 4-5 apparecchi al giorno.


Panda. La viabilità in quest'isola è quel che è, non attendetevi 4 corsie e nemmeno 2 a dir la verità. Quindi, in Panda veritas. Non so perché le Pande vadano per la maggiore, a rigore potrebbero bastare anche anche auto piccole. Che ne so? Le 500, le Nissan, qualche Corsa o Renault o Punto di piccolo calibro. Ma non c'è storia: a parte eccezioni, Pande a non finire. Le usano i locali, modelli vecchi spigolosi e nuovi più tondeggianti; le danno a noi turisti, spesso di un gialletto che ben s'intona col colore di secco e l'ocra delle case; passano ovunque, si insinuano nei piccoli allargamenti stradali che servono per dare via a chi viene nella direzione opposta. Mi fanno ricordare, con qualche ben più che ventennale fierezza, la mia Panda rossa, prima autovettura su cui ho messo le amni da neopatentato.

Back to basics. L'idea in fondo me la da il ristorante "Al Tramonto" di Scauri, secondo centro abitato dell'isola con le sue 8 case, chiesa e farmacia. Mi servono una fetta di pane coi capperi. "Pane coi capperi"? Mi scatta la molla della semplicità alimentare estrema, cosa tutt'altro che sconosciuta anche in Veneto. E vai con pane e capperi, con qualche insalatiera ricolma di pomodori rossi rossi da sembrare troppo maturi ma in realtà duri e gustosi. Mi dicono che crescono senz'acqua, ci aggiungo qualche fetta di melanzana locale scottata in padella. A un certo punto scopro pure il frutto del cappero, una specie di grande cappero evoluto e succulento, sempre pane a volontà. Sarà semplice finchè vi pare ma questa è bella vita, culinariamente parlando. Sarà semplice ma mi ricordo mentre addento che ingredienti buoni rendono quasi superfluo l'atto del cucinare. Leo ci aveva dato, come segno d'accoglienza, un vassoio di pomodori, patate e zucchine pantesche: roba buona e molto molto gradita.

Back to basics sembra anche un modo per riassumere quest'isola vulcanicamente potente e arabeggiante: vento, sole, mare, capperi, luce f22. Tutto è forte, senza mezzi toni, il resto è spazzato via. Mi pare una buona metafora di molto altro e vi risparmio i dettagli.

Varie. Col vino ci è andata male, in un certo senso. A parte la bottiglia presa al ristorante, zibibbo secco Basile di ottima qualità, gli altri due acquisti della MInardi sanno nettamente di tappo. Una volta può capitare. Due no, ti e i to morti cani!

Il terreno è ricoperto di sbusottini, nomignolo affibiato a dei semi aguzzi con pungiglioni, sparsi a centinaia da un'infestante che pavimenta vaste zone del giardino. Camminare scalzo è una cosa da fachiri e antitetanica. Siete avvisati, questi cosetti rischiano perfino di bucare le havaianas, una suola di gomma è una polizza (Valpiave!) sulla vita.


Non è l'unica cosa tagliente dell'isola. Senza nemmeno scivolare Cesira si apre per buoni 20 cm lo stinco su una pietra a Gadir. Non le fa nemmeno tanto male ma è una ferita visivamente da paura e andiamo in pronto soccorso a Pantelleria. Qualche punto, qualche graffettina e il bendaggio mettono tutto a posto (ma niente bagni da quel momento in poi, senza per altro che fosse semplice andare a mare qui, tutti scogli e nessuna spiaggia). L'ospedale mi fa simpatia: aria lievemente condizionata, una signora in camice sta pulendo le finestre, tutto brilla e odora di spic e span, w la sanità pubblica!

Libri. Mai avrei pensato di trovare "Se questo è un uomo" di Primo Levi un libro quasi ironico. Spero di non suonare offensivo ma al di là di ciò che racconta ci sono una visione tersa e un rigore scientifico in quel che dice che mi hanno lasciato dentro una geometrica limpidezza di spirito.  Ci sono perfino parti in cui spiega con chiarezza abbagliante l'economia del lager, come se fosse una cosa normale. Mi spingo a citare qualche frase.
  • Il buio echeggiò di ordini stranieri, e di quei barbarici latrati dei tedeschi quando comandano, che sembrano dar vento a una rabbia vecchia di secoli; 
  • Con l'assurda precisione a cui avremo più tardi dovuto abituarci, i tedeschi fecero l'appello; 
  • Nessuno può vantarsi di comprendere i tedeschi. 
Slegate dal contesto sembrano riflessioni sulla crisi economica europea e sulla traballante politica della grande Germania... Ho anche letto "Stoner" di John Williams (grazie Anna!), è un bel libro, intenso e screziato: a pagina 225 leggo che "L'amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un'altra".

Wednesday, August 05, 2015

Resistere, resistere, resistere

Tanto per iniziare, mi ricordo che il titolo andrebbe applicato a questo post che forse non era da scrivere.  Non ho le idee chiare né forse è possibile averle su un tema come questo.  Ma sono numerosi i casi in cui le idee si affinano se provi a dipanarle e qualche passaggio pur fumoso e indistinto magari aiuta a snebbiarsi.

Nell'anno di grazia 2015 scoccano i 100 anni dall'inizio della grande guerra e i 70 dalla fine del secondo conflitto mondiale.  Una cosa, forse, non c'entra con l'altra ma vivo in una regione che ha lo strambo privilegio di avere sperimentato fatti ed eventi non marginali di ambedue i periodi, trasudiamo di "della battaglia", tanto per dare un'idea, e monti, valli e pedemontane rimbombano di storie, lapidi, fantasmi e ricordi; il Piave dove "non passa lo straniero" scorre in posti vicini a mezza della mia famiglia; il massiccio del Grappa, quello della Brigata Martiri, dalle mie parti non lo vedi solo quando piove o c'è foschia da afa prolungata.  È la mia montagna, il posto dove vado, solo là, quando ho voglia di camminare tre ore.  Da tempo pensavo che mi sarebbe piaciuto capirci di più e due casi serendipitosi mi hanno dato l'occasione di mettere giù due pensieri per i quattro lettori.  Il primo è lo spumeggiante pezzo di Wu Ming 1, "Cent'anni a nordest'", da invito a cena! Ho visto che ora ci ha cavato un libro ma a me sono bastati e avanzati i tre interventi su "Internazionale" per liberare microsismi di curiosità e desiderio di sintesi.  Poi c'è stato Aldo Cazzullo e la "Biblioteca della resistenza" sul Corriere.  È già sparita dalle edicole (perché?), ma la ritrovate su http://www.corriere.it/iniziative/bibliotecadellaresistenza/piano.html.  Io mi sono preso Fenoglio, Vittorini, Calvino, Meneghello, Bocca e Tobino.


Come vedete, ho fatto una scelta e ho tralasciato la prima guerra mondiale, pazienza.  Per oggi ragiono, parola grossa, su quel che è stata la Resistenza, con la "R" maiuscola, per quel che ho letto in questi 6 libri.  Scrivo di questa cosa su cui si fonda la nostra repubblica, su cui sono vagamente ancorate le mie radici cultural-politiche e su cui si accapigliano a distanza di 7 decenni ad ogni 25 Aprile proprio quelli che non c'erano e forse ne han letto molto meno di libri.  Stop.  Niente cazzate sui libri e sulla realtà, ormai le memorie sono svaporate, andate con quelli che sono partiti per la montagna e con quelli (pochi) che hanno ammesso di essersi vestiti di nero.  Non ce ne sono più, ci restano solo i libri e la consapevolezza che gli scrittori bravi sono quelli col dono di dirti chi sei meglio di quel che hai capito da solo.


Fenoglio mi racconta una storia bellissima e fou di questo partigiano eroso dal bisogno di sapere se la sua bella l'ha tradito.  Ho pensato che non gli bastava il casino che c'era intorno, in un Piemonte dove si sono massacrati cupamente, ci voleva pure uno sbrego nel cuore.  Che cosa ne può venire fuori se non una sofferenza indicibile e il tentativo riuscito di farsi ammazzare, non si sa bene se per l'Italia che verrà o per il dubbio di avere perso l'amore della vita?  Per certi versi le due cose mi sembrano anche metaforicamente vicine: deve egualmente aver poco senso amare Fulvia in un paese violentato dai fascisti o vivere in un Italia finalmente libera senza di lei...

Del libro mi sono rimasti la bellezza della scrittura, la disperazione tesa in cui vivevano tutti, la violenza affiorante nell'uso di fucilare i prigionieri da ambo le parti se entro un giorno non si trovava un compagno con cui fare uno scambio.  Lo ripeto: l'unico modo in cui un fascista o partigiano catturato dall'altra parte durava più di 24 ore era quando veniva scambiato con un altro tizio che, simmetricamente, era stato catturato dagli altri.  A meno di una botta di culo (ma veloce!), pallottola nella nuca. Dura vendetta sarà del partigian, ormai sicura è la dura sorte, del fascista vile e traditor.  Punto.

Lo stesso delirio di sofferenza personale, stavolta intarsiata di lotta urbana milanese e gappista, è in Vittorini.  Con molto rispetto: due maroni di libro, ho detto "molto rispetto" ma non so che farci.  Ho faticato a sopportare le pagine, mi toccava leggere veloce le parti di asfissiante agonia umana, fra cani che sbranano i prigionieri, amori complicati da morire, voglia di suicidarsi.  Poche lame di luce e tanta sofferenza in quelli che la vulgata vuole si siano battuti (radiosi?)  per la nostra libertà e il sol dell'avvenir.  Ho quasi pensato che gli storici hanno fatto bene a stendere un pietoso velo su tanta assassina disumanità, da una parte e dall'altra: non si può, forse non si deve, continuare ad essere precisi su certe cose.  È l'unico modo, diluire e sfocare, in cui almeno si coltiva la speranza che la brace si spenga sotto la cenere, col tempo e gli anni.  Lo scrivo ma non lo penso del tutto: mezzo cuore e mezzo cervello pensano che a stendere veli si peggiorano solamente le cose, capire e conoscere sono forse le uniche dolorose vie per chiudere i conti, dato che il tempo chiude solo le ferite purulente a furia di generazioni (e neanche sempre).

Calvino ha il dono della parola e mi sono gustato l'insensatezza di vedere le cose con gli occhi del Pin, il bambino cresciuto in fretta che ci svela quanto noi grandi siamo sia idioti che condannati a fare quel che "serviva".

Meneghello finalmente mi ha elevato lo spirito raccontando con garbo e poesia la "mia" resistenza, nel bellunese, sull'altipiano di Asiago e a Padova, con la mia lingua mentale e brandelli di dialetto.  Cosa ci ho capito?  Poco, ma era il poco giusto, quello in cui ethos non si sa che cosa vuol dire perché non si può tradurre in Veneto.  Quel poco forse è tutto quel che c'è da capire: a volte due partigiani e due fascisti non si sparavano quando s'incontravano in un sentiero, forse fingendo di essere coppie di amici che vanno a funghi (con lo Sten a tracolla?  Magari andavano a osei...)  Nel libro manca la violenza esibita e diretta e anche l'agonia interna delle persone.  O meglio, te la puoi immaginare se leggi in obliquo che c'erano rastrellamenti un mese si e uno no, con gli Ucraini "specialisti in partigiani" (e gran figli delle loro grandi madri, ndr); se pensi al viale dei Martiri di Bassano, un "bandito" appeso per ogni albero; o se ripercorri l'episodio della Valsugana in cui i partigiani hanno impiccato a dei ganci due tedeschi nello stesso palo dove due giorni prima gli altri avevano lasciato penzolare due ribelli.  La simbologia conta eccome, anche dove l'ethos non attacca per niente.

I dettagli non ci sono mai e il testo è intriso dell'autoironia di questo piccolo maestro andato in montagna dove ha combattuto, si è salvato e se l'è presa fissa sui denti.  Democristiani (da noi) e comunisti (altrove) erano molto meglio organizzati di quelle anime belle di azionisti.  A fine guerra, gli altri li hanno ciucciati e sputati come ossi.  Ecco, questa è una domanda che mi è rimasta?  Perché la parte migliore della resistenza ha fatto quella fine là mentre gli altri si sono presi parlamento, paese e onori?  Non lo so proprio ed è una delle cose più dolorose, dato che se resistere in quel modo aveva un senso, allora sarebbe dovuta andare diversamente alla fine.  Lo stesso schiaffo ti arriva sul muso con Tobino che racconta la storia di tre amici diversi e il Togliatti lapidario di: "Anche un cavallo di razza può avere due pidocchi sulla criniera'".  Turri (Aldo Cucchi) ammazza quasi 2000 persone a Bologna col settimo GAP (saranno anche stati fasci ma è un carnaio...) e poi si prende del pidocchio per aver detto giustamente al capo che era tutto cueo e braga con Stalin.  Bella fine, proprio bella.

"Partigiani della montagna" di Giorgio Bocca è una cronaca secca della resistenza nel cuneese, al confine con la Francia.  Bocca non la manda a dire, non li chiama nemmeno fascisti o repubblichini: basta "briganti neri" a fare capire che secondo lui i morti sono, sì, morti da ambo le parti ma conta ciò che han fatto da vivi.  Gli uni contro e gli altri insieme ai demoni aizzati da Hitler.  In questi giorni, per altri motivi, ho avuto a che fare con la frase di Forrest Gump: "Stupid is who stupid does", che più o meno significa "sei stupido se ti comporti da stupido".  Potrei sottilizzare e dire che uno può anche fare lo stupido senza esserlo ma nel contesto di questo post sarebbero pippe cerebrali.  Sei un assassino se ti comporti come un'assassino?  Sparare alla nuca a un tizio in camicia nera che cammina sotto un portico di Bologna o appendere a un gancio un tedesco a caso recuperato in uno Strigno a caso cos'è realmente?  Ed è diverso da fare sbranare un antifascista da un cane rabbioso o impiccarlo con una gamba in cancrena dopo settimane di torture?  Dove sta la differenza fra essere un assassino e comportarsi come tale?  Non ho gran risposte né sono in grado di dare gran fondamento alle mie tesi, con o senza sei libri dietro di me.  Vedo la nemesi beffarda: "Prof., ho studiato tanto ma so pochino..."

Forse "resistere" significa opporsi al male, evidentemente lo si può fare con onore o rasentando l'infamia.  Evidentemente lo si può fare sempre, nelle piccole come nelle grandi cose.  Ho concluso, vale per i prossimi tre minuti ma non è poco, che opporsi a un mare di fango raramente lascia immacolata la giacca di lino bianca e il Panama indossati dal ribelle chic.  È molto più facile uscirne invece lordi di fango, schizzi e sangue.

Dopo questo frasone è meglio avviarsi verso la fine del post più sgangherato che il blog ricordi (ma da quando faccio lo storico, sociologo e il politico?  Torna ai tuoi conti, fa el bravo...)  Lo faccio coi ringraziamenti a un paio di persone:

  • ad Alessandro per avermi convinto a leggere Pansa, non c'è Bocca senza Pansa, no?  Lo hai definito "onesto intellettualmente" mentre io ricordavo solo carriolate di insulti feroci da parte dei "miei" critici di sinistra.  L'ho letto, forse bisogna leggerlo, forse non cambia nulla o forse si.  Sono onorato di poterne discutere con te;
  •  a Papà per avermi raccontato di Primo Visentin "Masaccio", comandante della "Martiri del Grappa", della sua forza interiore e del suo rigore senza macchia e senza paura, delle sue burle travestito da suora, del ponte di Bassano che salta in aria, delle sue immersioni nel luamaro per fregare i cani da fiuto dei tedeschi.  Grazie anche per avermi da sempre detto che non lo hanno ammazzato i Tedeschi con un tiro che avrebbe del miracoloso dal municipio di Loria ma che ci ha rimesso la vita il 29 Aprile, ben oltre i supplementari, colpito alle spalle da uno che aveva fatto troppe sporcherie con la camicia dei partigiani e che sapeva bene che avrebbe fatto i conti col comandante.  Il resto a un altro post...
  • grazie Luciana, per avermi raccontato che a Lentiai i partigiani li indicavano a dito (anzi con due dita) come banditi, gente che faceva i prepotenti col fucile e affamava i poveri cani.  Nonno Bortolo, veterano artificiere d'Africa, quasi non rivolse più la parola al fratello perché era andà in montagna.  Se la verità sta in qualche via di mezzo quello che dici tu (e Pansa) bilancia i molti casi in cui la gente i partigiani ha protetti come figli e quasi eletti a eroi; 
  • A Francesco Saverio Borrelli,  cui debbo il titolo del post.  È un esempio di come si può stare con la schiena dritta e di come, in questo paese, ci sia sempre il bisogno di opporsi ai ducetti di turno.


    Beppe Fenoglio, "Una questione privata"
    Elio Vittorini, "Uomini e no"
    Italo Calvino, "Il sentiero dei nidi di ragno"
    Mario Tobino, "Tre amici"
    Giorgio Bocca,"Partigiani della montagna"
    Luigi Meneghello, "I piccoli maestri"
    I lettori attenti avranno notato che i conti non li faccio mica tanto bene: intanto i libri sono 7 con l'aggiunta di Giampaolo Pansa, "La sporca guerra dei partigiani e dei fascisti". Poi di persone ne ringrazio 4 e non 2, meglio così.
    In un certo senso tutto è iniziato con Wu Ming 1 e lo strepitoso "Cent'anni a nordest" in cui si parla di tante cose. Mi sono chiesto chi sono i Veneti (cioè chi sono io!) e se Cecco Beppe fosse fra i miei miti:
        Me nono Cecco Beppe faceva l'aviatore
        Mancanza di benzina pisciava nel motore
        Mancanza di bombette tirava scoreggette
        Mancanza di siluri tirava stronzi duri
    Sono filastrocche per scandalizzare i bambini ma, no, Cecco Beppe non era e non è nel cuore di tutti noi Veneti!

Sunday, April 26, 2015

Giorno della Laurea

Il treno è bello caldo, rispetto ai 12 gradi che ci sono fuori è una meraviglia, benedico le ferrovie dello stato come non sempre succede e non trovo nemmeno la folla che mi aspettavo.  Sono infreddolito e un po' bagnato ma, cosa più unica che rara, oggi a tratti la pioggia me la sono presa di gusto.  Bombo ma un po' fiero di dov'ero, di quel che ho visto e di quel che, forse, simboleggia.

I gruppi che intasavano Venezia al suono di "dotore, dotoreee, dotore del buso del cul..."  devono essere sciamati altrove, su altri treni, o più probabilmente in qualche locale a festeggiare la laurea del parente o dell'amico di turno.
Tempo ladro (ma all'inizio non troppo).
Sono reduce dal giorno della laurea di Ca' Foscari, la celebrazione periodica che conclude scenograficamente il percorso di studi triennali dei nostri studenti.  Per me è la prima volta e constato fra l'autoironico e il sorpreso che uno di solida campagna, che viene da terre di vanede e campi di mais, beh, resta a bocca aperta: la piazza è riempita di famiglie e di studenti che a loro modo stanno per spiccare il volo, l'ala delle Generali è abbellita dagli stendardi con il leone, sullo sfondo il fiammeggiare di S. Marco e quel campanile sempre troppo alto per non rovinarti le foto.  Il mio amico Renato, che ha da sempre l'occhio innamorato di immagini, mi dice che perfino Canaletto lo accorciava nei dipinti, sennò glieli rovinava.








La macchina organizzativa.
Inciso 1: salgo sul treno a Treviso, alle 12.56 e un signore mi chiede posti: ``siamo una comitiva, c'è anche la nonna''.  Si sistemano tutti e seduta a fianco a me c'è una studentessa dell'eta giusta, tirata giusta, felice il giusto.  Un po' tiro ad indovinare ma sbaglio di poco se c'erano le amiche che dicevano beata te e parlavano di media - io 91, io voglio arrivare al 95-, c'era perfino la busta di carta riempita, immagino, di cappello o di fiori.

Entro nel gazebo per mettermi la toga nera con gli alamari porpora, le ragazze dell'organizzazione mi dicono di tenere il giubbotto, "farà freddo".  Quasi quasi stento a crederci ma avranno ragione da vendere, devono aver fatto molte cerimonie più di me di sicuro.  Mi pare di essere un entomologo, nel senso che posso guardare il mondo da osservatore, non ho altri compiti che fare presenza e cerco di trattenere idee e pensieri.  Mi gusto la sensazione di stare sul quel palco, è una cosa ottica, che ti da una visuale mai vista su Piazza S. Marco, non riesco a non pensare che dietro a me c'è il Correr, a fianco l'ala napoleonica, la libreria del Sansovino e tutto il resto.  Onestamente mi pare di essere al cinema, ma immaginatelo detto in andaluso, "somos al cine!'".

E se lascio perdere il dietro e i fianchi, davanti ho il mio "popolo" (si può dire dopo quasi vent'anni di militanza cafoscarina?  O gronda troppo proprio di un altro ventennio?).  Vedo i "miei" studenti, le loro famiglie con le nonne, la loro composta contentezza, cose che capisco, che so anche più di quel che insegno, per averle respirate per anni.  È un piccolo mare di gente, colorato e con le ombrelle pronte a scattare se il tempo ladro farà quel che è previsto.


Un euro e mezzo per questo servizio?
Inciso 2: prima di andare sul palco, realizzo che la cerimonia dura due ore di freddo e vento: "Posso andare in bagno?", "Esca, ci sono i bagni pubblici", "Ok".  Scusate se suona meno aulico ma pago i miei 1.50 euri, che non è zero per una piccola pipì precauzionale, e rivedo la Venezia peggiore, lo sfacelo dei servizi, lavori in corso, pulizia un un tanto al chilo.  Però l'euro e mezzo ve lo siete presi, vero?  Siete come il tempo!  È per cose così che in terraferma c'è un modo di pronunciare "venessian" che gronda quasi un filo di razzismo e prova a dire il distacco da questo andazzo strafottente in cui tutto va bene perché tanto non serve cambiare.

Arriva Gino Strada con la moglie, è l'ospite di questa cerimonia e sono un po' emozionato e anche onorato di vederlo e di essere sullo stesso palco.  Dal vivo non è diverso da quello che sapevo dai giornali o dalla TV, è una persona mite che sprigiona una forza che contrasta con la semplicità e dolcezza dei modi.  C'è un che di apparentemente irrisolto nel fondatore di Emergency, sono contento che abbia potuto parlare agli studenti, dopo il rettore e prima di un signore in fascia tricolore.  Si, uno si aspetterebbe il sindaco Orsoni in una simile occasione ma non è lui, dimessosi per le indagini, in attesa di processo e sostituito dal commissario prefettizio.  In fondo, ce la siamo fatta in casa anche questa stranezza.



Gino Strada, la sedia del rettore sul palco, la prima linea.

Il tempo regge e s'inizia con ritmo marziale a scandire nomi: dalla A alla H sul lato destro del palco, con diploma consegnato dal rettore; le altre lettere a sinistra, dove c'è il prorettore vicario Lippiello.  Stretta di mano, breve sosta per la foto, sorrisi e discesa dal palco.  Un tah-th-th-th-tah, 5 scatti escono in meno di un secondo dalla macchina fotografica dell'operatore che sta proprio dietro alla mia sedia; poi altro nome e altro tah-th-th-th-tah, chissà che uno dei 5 scatti sia memorabile, tah-th-th-th-tah e via.  800 persone.  A scriverlo si può pensare che sia una cosa veloce e formale, 16-17 al minuto cronometrati, ma visto da dentro non è così.  Come dice Marta Sainz-Solè, "le liturgie hanno i loro perché" e io ne assaporo alcuni aspetti.  Non un singolo nome è dimenticato, penso che nel nostro piccolo sembriamo Tsahal, le forze di difesa israeliane, non lasciamo indietro nessuno.  Forse è metaforico, serve a noi, serve a loro, serve alle famiglie.  A un certo punto poi, la pioggia che ci aveva risparmiato per una ventina di minuti, decide che la pazienza è finita e aumenta, aumenta...  È aumentata fino a quando prorettori e delegati, seduti in seconda e terza fila, si sono prese le ombrelle, rosse Ca' Foscari pure quelle, e si sono riparati a coppie.  Il rettore imperterrito sorride, stringe la mano, posa per la foto ad ogni nome e se la becca tutta fino a quando una delle ragazze dell'organizzazione lo mette anche lui sotto copertura.  Apologetico?  Forse, ma non ho mica detto che si è aperto uno spiraglio in cielo e che un raggio di sole gli si è posato in fronte con una voce come di tuono che diceva...  In questo lavacro, è proprio il caso di dirlo, anche Rambo rettore e soldato Jane prorettrice si sono presi la loro bella razione, anche più di noi, e ho pensato che se fossi un rapper direi semplicemente "Rizpetto".



La commissione prima e durante il diluvio.
Inciso 3: ho visto mise da paura salire e scendere dal palco e un campionario di fisici, abbigliamenti, stili non comuni.  C'è chi, compagnone, mette la mano sulla spalla del rettore, tante cravatte su camicia aperta e fuori dai pantaloni, minigonne che a dire fascianti mi sono allargato, nero che smagrisce e colori arditi, tacchi 13-14, zeppe, scarpe da ginnastica, barbe incolte, gonne ampie e cerimoniose come meringhe, jeans, impermeabili e anche spalle nude sotto la bufera...  Nel complesso, una gran bella prova di caleidoscopica diversità interpretativa della nostra meglio gioventù!

La cerimonia termina su un cognome che inizia per H, è di una studentessa di origine cinese.  Mi pare di buon auspicio, mostra di che pasta è fatta una città che ha commerciato e accolto tutti e di un ateneo che ora prova ad essere cosmopolita ed internazionale come conviene alla sua storia e al suo nome che sa d'universo.  In precedenza, mi era piaciuto il saluto della migliore studentessa straniera, albanese, "Parlo da pochi anni la vostra lingua" ma già infilava congiuntivi e costruzioni che mi farebbero vacillare.  Si è ricordata di tutti gli studenti, specie donne, che non possono studiare, spesso perchè uccise o stuprate, in Kenya o altrove.



Rompete le righe.
Finisce tutto e sotto la pioggia battente le casse lanciano un po' di rock a volume alto.  Il muro di ombrelli variopinto che vedo in fondo alle transenne, fra me e la basilica, ondeggia e poi comincia ad allontanarsi, partono i primi sberleffi.

Inciso 4: tornando a casa evito se posso le processioni di parenti che intasano le calli, già provate dalla massa di turisti.  Ma ogni tanto m'intruppo, attendo quel che è necessario e rallento il passo per non scapussarmi su questi camminatori oziosi e festosi.  Proprio in corrispondenza di Campo Santa Fosca, sono quasi fermo in attesa che si sblocchi l'ingorgo e li sento attaccare ``dotore...''.  Guardo Paolo Sarpi e penso che faccia bene anche a lui un bagno d'umiltà, non ce l'ho su con la sua storia tridentina ma mi vien da ridere e penso che dovremmo sempre prenderci un filo meno sul serio.  Singing in the rain!

Torno nel gazebo e vedo l'ermellino solo soletto e bello zuppo.  Decido d'immortalarlo e faccio qualche altra foto sotto la pioggia, quasi timoroso che l'attimo fuggente mi scappi.  Quando ricapita a uno di campagna di prendersi una lavata così in una piazza S. Marco così?  Percepisco la fierezza e la consapevolezza di essere minuscola parte di tutto questo: un po' sarà merito dell'istituzione e di chi ci lavora, con alti e bassi, miserie e trionfi; un po' è merito di chi sta sulle sudate carte e paga le tasse; spero che anche le famiglie dopo aver sacramentato il giusto per il tempo si ritrovino con bei ricordi di un giorno a suo modo speciale.  Saluto i colleghi, scambio due parole con Ricciarda e mi accingo a remare a piedi verso la stazione.

Il gazebo, con ermellino bagnato e le angels dell'organizzazione.

Arrivo a casa, dopo il viaggio sul treno senza folla, e mi bevo tre tazze di te verde fumante che fa bene ed è chic, scaldandomi gli ossi.  Fatta anche questa, ad majora.

(Correction, 27/08/15: "Canaletto", ma forse il campanile avrebbe rovinato i quadri anche a Tintoretto! Grazie, Renato)

Saturday, March 14, 2015

Mitteleuropa

Annuso la mia pigna, reca ancora traccia di quel profumo resinoso e balsamico del luogo in cui l'ho raccolta, il sentiero Rilke.  Rilke?  Chi è costui e come mai sei finito a raccogliere pigne su un sentiero a prima vista improbabile?

La storia inizia con un viaggio: a bordo della Duchessa partiamo alle 11.20 verso Somogy (ma questa è un'altra storia...).  Sfrecciamo in autostrada fino al momento di pagare il pedaggio in vista del confine sloveno.  La Duchessa borbotta stranamente, si accende la spia "controllare il liquido di raffreddamento", mentre armeggio con il FastPay vediamo fumo che esce dal cofano.  Meno male che pochi km dopo c'è l'area di servizio di Duino Sud, un Agip di confine dove speriamo di poter aggiustare i livelli.  Una signora efficiente e di rara gentilezza ci chiede di aprire il cofano e sentenzia: "Qui non si va da nessuna parte, ci sono spruzzi ovunque, non è questione di rabbocco".  In effetti, realizzo che la macchina gronda acqua e c'è già una chiazza verdastra di liquido refrigerante che vedo benissimo appena parcheggio due metri più in là per non intasare la corsia dei clienti del distributore.  La signora è un esempio, e non sarà l'ultimo in questa giornata, di quanto le persone possono aiutare a trasformare una iella in una cosa che arriva, passa e se ne va senza lasciare cicatrici, lasciandoti pure l'impressione, quasi una scia di profumo, che ci sono ancora casi e situazioni in cui puoi ancora contare su buone maniere e professionalità.  Ci viene detto che o si chiama il carro-attrezzi, "minimo 200 euro" o si chiama il meccanico che sta qua sotto.  C'è da aspettare che finisca la pausa pranzo alle 14.00 e visto che la signora smonta ed è di passaggio per andare a casa, si offre lei stessa di fermarsi e di avvisarlo che siamo in panne.  Pochi minuti dopo, ci chiamano dicendo di portare la Duchessa, ferita ma non abbattuta, nell'officina Zampa Centro Veicoli Commerciali Usati, che sta a fianco della Coop, proprio all'uscita di Duino Sud.  Sono poche centinaia di metri e la Mercedes docile docile ci porta senza liquido fino a là.

Ci accolgono il titolare e un meccanico cordiali, efficienti, di rara gentilezza, a loro perfetto agio in un'officina ben attrezzata ma non priva, a me pare, di quel fascino dei tempi andati, con un piazzale ingombro anche di vecchie macchine della polizia senza targa anni '80 e una Mercedes vecchio stampo che starebbe bene a l'Havana, lungo il Malecon.  Parlano quel triestino che a noi trevisani pare una versione speziata e ingentilita del nostro dialetto, parlare la "stessa" lingua aiuta sempre a farti sentire un po' a casa tua.  Issano la Duchessa sul ponte e verificano senza dubbio che la pompa è andata e va cambiata.  I magazzini dei ricambi aprono alle 14.30 e ormai ci siamo: dopo tre tentativi andati buchi, capiamo che la pompa non è disponibile subito ma arriverà venerdi alle 10.00.  Ci organizziamo con Lucio in modo che passi a prenderci, faremo il viaggio assieme.  Siamo fortunati, la cavalleria, anzi "Le forze aeree" come dice lui su Whatsup, arriveranno alle 17.00 e, in fondo, accumuleremo solo qualche ora di ritardo sul previsto.  Paolino "Zampa" ci dice: "Non starete mica qua ad aspettare?  Fatevi due passi fino al porto e tornate poi quando vengono a prendervi".  Seguiamo il consiglio e andiamo a mangiare un panino a Duino, in un bar frequentato dagli studenti del "Collegio del Mondo Unito", http://www.uwcad.it/index.php/about-uwcadriatic.  La cameriera del bar ci dice che si tratta di una scuola superiore che accoglie studenti da tutto il mondo e che hanno appena finito la selezione per gli 8 posti (si, otto!)  per gli italiani.  Anche lei ha una cortesia diretta e pratica, prendiamo due piadine, io ci aggiungo un calice di Tocai, buono e terso come si deve, caffè Illy (eh, già..)  Chiediamo che cosa si possa fare o vedere in mezz'ora o poco più: "Il sentiero Rilke, lo prendete a pochi metri da qui, arriva fino a Sistiana".  Ah, ecco, Rilke.  Ma chi è costui?

Werner Maria Rilke, wikipedia docet, è uno dei maggiori poeti austriaci (o dovrei dire austro-boemo, per onorare questa landa in cui Alpen, Adria, Ungarico e chissà che altro si mescolano sempre).  Non so bene cos'abbia scritto ma pare sia passato per Duino, forse si era appena lasciato con la moglie, forse ha fatto delle passeggiate ed è rimasta memoria del suo tambasiare sulle falesie della scogliera.  Cercando qua e là, riporto questa poesia, intitolata "Dimmi, qual è il tuo compito, Poeta?"

Dimmi, qual è il tuo compito, Poeta?
- Io celebro.
Ma il Mostruoso e il Micidiale,
come l'accetti, come lo sopporti?
- Io celebro.
Ma il Senzanome, ma l'Anonimo,
come, Poeta, tuttavia lo nomini?
- Io celebro
Donde trai il tuo diritto d'esser vero
in ogni maschera, in ogni costume?
- Io celebro
E come può la quiete ed il furore
conoscerti, la stella e la tempesta?
: - perché io celebro.



Rilke lo hanno celebrato sul serio con un sentiero che immagino ripercorra le sue passeggiate dal castello di Duino fino a Sistiana.  Mai sentito nominare, né Rilke né il sentiero, ma c'incamminiamo per un mezz'oretta fra macchia mediterranea e bellissime viste sul mare, Trieste e Duino che chiudono l'orizzonte, fra i tenui profumi invernali di un bosco coi pini marittimi.  Io mi riannuso la pigna dei tempi di Rilke, una cosa piena di botanico romanticismo, no?

Sono le 17.00 passate quando Lucio ci raggiunge, Paolino ci ha aspettato anche oltre l'orario di chiusura e pure se doveva andare a prendere la bimba a scuola.  faccio a tempo a fotografare una trionfale Triumph(!)  "Bonneville'".  Il meccanico ne va fiero, "me lo sono fatta io", ci dice, "ma è una replica del 2010".  Ci diamo appuntamento alla serata del giorno dopo, Paolino ci lascia il biglietto da visita.  Già sa che arriveremo tardi, ci dice "Sentiamoci e ci metteremo d'accordo".

Sorvolo sul resto del viaggio, che a tratti mi ha ricordato un giro su un F 104, e arriviamo a venerdi pomeriggio.  Partiamo tardi e telefoniamo per dire che arriveremo alle 21.00.  "Zampa" non fa un piega e, anche se deve farsi mezz'ora di macchina per riaprire l'officina dato che arriva da Trieste, ci dice che va bene.  Nuovamente, annoto che tanta gentilezza è rara e non è per nulla scontato che uno voglia e possa fare così tanto per dei foresti.  Avrebbe potuto dire 10 frasi tipo "Mi spiace, è troppo tardi", "Sono chiuso, passate domani..."  e così via. Avrebbe potuto e avremmo capito.

Noi arriviamo con 10 minuti di anticipo alle 20.50 (è l'F 104 delle forze aree di prima!)  La consegna della macchina, alle nove della sera, col rombo dell'autostrada sopra di noi, ha il suo fascino.  Ne riassumo il ritmo:
PZ: "Ecco la macchina."
CG: "Cos'aveva?"
PZ: "Niente, cambiato la pompa. Tutto ok. Costosetta l'officina della Mercedes: ho visto le fatture nel cruscotto..."
CG: "...?"
PZ : "Ma io vi ho messo la manodopera a meno e ho aggiunto liquido migliore, della Shell"

Avrebbe potuto chiederci molto di più, ma questa è una bella storia di gente che se fosse più vicina gli porteremmo d'ora in poi la macchina ogni volta.  Nessuno ci ha lasciato alla deriva, a partire dalla signora tosta dell'Agip e giù giù fino a venire, di venerdi notte, ad aprire un'officina per riconsegnare la macchina in perfetto ordine, via a 140 fino a casa con sosta per un panino al crudo a Palmanova.  Una bella storia di serietà, di correttezza (che non sempre si trova altrove) e di gentilezza (sempre graditissima ma mai obbligatoria).  Nel tentativo di sdebitarci, lasciamo a Paolino un salame ungherese, uno dei cimeli del viaggio assieme all'Unicum Szilva e a due rosé.

Quello che poteva essere un gran gran fastidio si è risolto in qualche ora di ritardo, un inaspettato giretto sul sentiero Rilke e la Duchessa con una pompa fiammante.  Qua la Zampa!

Thursday, August 14, 2014

Esse-esse a chi?

Oggi partiamo per andare a Rimini a recuperare Lorenzo, attraversando quel profondo nord padano sempre uguale a se stesso eppure sempre diverso negli accenti, negli spazi e nei dettagli. Da noi nuvoloni neri non preannunciano nulla di buono ma in Romagna dovremmo trovare più di 30 gradi, sole assassino e un'inondazione di luce lattiginosa e abbagliante. Come spesso accade, le nostre traversate estive passano per Ravenna, mettendo come tappa intermedia i pescheti di Pierluigi a Godo di Russi (nettarine Big Top, buone e spavalde, e pesche Maria Bianca, cultivar forse d'antan ma sempre degno di rispetto). Per andare a Ravenna, ci infiliamo solitamente nel simpatico budello della esse-esse 309, sua maestà la Romea: dopo un po' ci si abitua a quel mondo viaggiante, infestato di autovelox, camion, paesi e lidi. Lenta lenta, la 309 ti porta giù in tre orette, con la successione infinita di cartelli, 50-70-90-50-60-90, "controllo elettronico della velocità" a decine (ma perché non controllate mai vostra sorella?) Si rischiano sempre i crampi alle dita delle mani, a furia di armeggiare sul limitatore di velocità, o del piede destro, perennemente contratto a mezz'asta e mai pigiato veramente sull'acceleratore. La varia umanità della Romea ci accompagna da anni e ormai non ci lamentiamo nemmeno troppo, ogni cosa necessita il suo tempo, è un'esperienza zen prendere atto che da (Treviso-)Mestre a Ravenna serve quel che serve (a meno di rischiare il frontale o uno o più megamulte).
Però oggi decidiamo d'innovare: autostrada fino a Ferrara sud e poi esse-esse 16, Adriatica, per vedere che effetto fa un'altra strada statale. Elena ha tessuto le lodi del percorso alternativo, dicendo che è più rapido, richiede meno ascetismo della Romea ed evita i fenomenali ingorghi della Bologna-Ancona autostradale. Visto che una tradizione è abbandonata, tanto vale andare fino in fondo: oggi proviamo anche, per la prima volta, il navigatore. Nella fattispecie si tratta dell'iphone 4c di Cesira: ok, non è l'ultimo modello ma non ci tange, scateniamo l'app e dall'uscita di ferrara la voce fra il suadente e il dirigente della tipa mi dice cose come "fra 600 metri tieni la destra sulla esse-esse 16" e simili. Le indicazioni sono chiare, non troppo numerose e basate sul concetto storicamente inquietante di esse-esse. Alla fine proprio quest'assordante ripetizione mi fa venire l'idea un po' malsana di un post, nonostante di tanto in tanto qualche esse-pi faccia capolino fra i comandi, rischiando di spezzare un incantesimo.
Bella stradella, la esse-esse 16 che in 1000 km tondi tondi congiunge Padova con Otranto. Dal punto in cui la pigliamo noi, diretti a Ravenna, inizia con qualche decina di km di superstrada ultralusso e ultralarga, sempre 90 all'ora, bombardata da un sole via via sempre più feroce. Davanti a noi, una golf cabrio nera, d'antan pure lei se è lo stesso modello con cui Cesira e Friederike solcavano le colline di Farra un po' d'annetti fa. Le due tipe odierne non sono assatanate, non hanno la fretta e forse nemmeno i cavalli motore che sulle statali ti schiantano, e sorpassano i camion solo in estrema sicurezza (cioè quando se non lo fai un giretto dall'analista aiuterebbe). In poche parole, sono un perfetto punti di riferimento e così Thelma e Luise ci accompagneranno per un bel pezzo. Poi la superstrada finisce e la esse-esse 16 avvizzisce fino a sembrare una esse-ci in alcuni tratti: curve, stop, centri, semafori... Ci pare una stranezza ma ormai siamo in ballo e ci godiamo anche questo spezzone di Romagna un po' consumata e piena di buche, pallido ricordo di quella regione trainante ai tempi di Gardini. Cesira dice che le pare di passare per i paesi dell'Ungheria che, detto da lei, non è che sia un gran complimento! poi, spontaneamente, aggiusta il tiro: "quasi-Ungheria". Mi pare un filin più realistico e giù verso l'obbiettivo, passando per paesi con insegne suggestive come "Poldo affittacamere" e "Piadina superstar". Alla fine raggiungiamo Godo in due ore e trenta nette e concludiamo, dati alla mano, che ci abbiamo messo poco: la combinazione di autostrada fino a Ferrara a 130, superstrada a 90 e esse-ci a 50 pur sulla esse-esse, ha battuto nettamente la Romea.
Facciamo visti a Pierluigi e conosciamo l'ultima nata Giulia, 5 mesi di simpatia e gridolin. Ci congediamo dopo la piadina, gloria locale che ci cattura inevitabilmente da quelle parti.
Si riparte sotto la canicola e arriviamo infine a Rimini, località Torre-Pedrera, parcheggiando negli spazi della clinica esse-esse (no, stavolta non vuol dire strada statale né indica dove si curano quelli che stanno troppo al volante, ma le iniziali sono le stesse). Come sempre quando entro in quel posto, ripenso al quel galantuomo di Padoa-Schioppa e alla sua icastica frase: "Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute", mucchi di esse-esse che si abbinano pure al post. Lo penso veramente, Padoa-Schioppa ha ragione, basta farsi un giro in una struttura riabilitativa marina per vedere a cosa possono servire i soldi che ci tolgono ogni minuto (si può fare meglio sempre, ma dopo che hai tagliato a sangue ricucire è duro o impossibile, vedi Ospedale al Mare al Lido di Venezia e Ospizio Marino di Grado, tanto per fare due esempi che conosco). Spero che esse-esse continui a offrire servizi e ad accogliere chi, dritto o storto, su due o tre gambe, con o senza ruote, ha bisogno di cure. È un posto pregno della sua surrealtà, dove incontri anche sorrisi inaspettati oltre che spessi strati di sofferenza e in cui la colonna sonora abbina sobriamente i classici sempreverdi di Raul Casadei a sprazzi di autentica novità targati Julio Iglesias (per favore poca ironia: i miei unici idoli gli Stones erano sul palco ben prima di Julio). Raccogliamo le nostre cose, facciamo gli scatoloni, salutiamo e carichiamo il portabagagli della Peugeot. Paghiamo 1 euro di parcheggio e alle 16.35 siamo di nuovo in macchina, fa un bel freschino direbbe il Gualazzi a 35 C, ma si parte con una scrollata di spalle e un chisséne. Basta esse-esse, ripieghiamo su un'altra "adriatica", la A14 Bologna-Ancona dove il limitatore sta a 135 dall'inizio fino a Padova.
L'ultima esse-esse ci è da sempre familiare e i tanti nomi della statale del Santo dicono quanto ci abbiano lavorato (tecnicamente è la ex esse-esse 307 ma noi ``sfrecciamo'' sulla SS 307 var, per anni rimasta misteriosa quanto la Treviso-mare). L'esse-esse che ci porta fin quasi a Riese è in realtà ora in carico a Veneto Strade sotto il nome di esse-erre 308. È finita, fatta anche questa!

Saturday, June 28, 2014

S Sebastian Donostia

Ci sono persone che riescono in pochi minuti a tagliare qualsiasi ponte, con le banalità che dicono, con atteggiamenti da superstar, con commenti incauti o semplicemente idioti.  ce ne sono vari con cui quasi mi vanto di aver chiuso i rapporti per decenni come conseguenza di un inizio devastante.

ma le città sono diverse e credo serva portare parecchia pazienza, prolungando il periodo d'osservazione e provando a esplorare orizzonti con pazienza.  ieri ero giunto a S Sebastian bollito a puntino dopo varie ore di viaggio, nuvole basse e veloci, caldo afoso.  se aggiungo che non bevevo e mangiavo da ore, il che mi rende sempre feroce, e che mi trascinavo pure la valigia su terreno urbano sconnesso, beh, perfino la famosa spiaggia della concha mi era sembrata una piccola striscia di sabbia insignificante.



The day after mi metto in cammino, nomen omen qui a S Sebastian (lo vedrete dopo), e parto colazionato alle 9.00 del mattino ripercorrendo il lungo mare di Ondarreta e la Concha.  beh, nel fresco mattutino e con un po' di sole è un'altra storia.  si dev'essere impegnata anche la marea che se ne sta bassa bassa lasciando metri di spiaggia bianca a formare una mezzaluna mozzafiato.  decido di andare nella città vecchia e vedo le guglie e le asprezze architettoniche che non aspetti in un Spagna che nel mio cuore sembra sempre e solo andalusa.  ma questo è il norte profundo e la rigida Castilla & Leon col suo gotico fiammeggiante è a pochi decine di chilometri di distanza.  arrivo nella città vecchia e al museo di S. Telmo, una via di mezzo fra convento antico e installazione moderna con pannelli d'ardesia bucati.  come al solito, gli spagnoli sono spavaldamente estrosi e riempiono le città delle loro sperimentazioni cultural-urbanistiche che spesso gli portano fortuna.


a questo punto sono a pochi passi della terza spiaggia della città, Zurriola, e me la sbobino tutta da cima in fondo.  per raggiungerla devo camminare lungo l'Urumea, che in basco "semplicemente" si chiama Urumea Itsansadarra (!).  per la prima volta mi viene in mente che a suo modo questa città è come Sydney, con spazi dilatati, un mare potente, le onde che s'infrangono sui blocchi posti a protezione della costa, luce e oceano a profusione.  se ci penso poi, è la seconda volta che l'accosto alla meraviglia del New South Wales dato che già avevo alluso a una celebre spiaggia a mezzaluna.  Non faccio a tempo a superare il modernissimo e squadrato Kruskal, a pareti continue di rame verde ondulate, che Sydney me la ritrovo davanti nei pettorali esibiti dei surfisti della Zurriola.  qui come là, stanno a mollo per ore in attesa dell'onda giusta, non ci posso credere: è ancora presto e ci sono solo loro, assieme a un gran numero di ciclisti e gente che fa footing.  anche quando mi addentro in città vedi surfisti figoni e scalzi, con la muta arrotolata e a torso nudo, che camminano portandosi la tavola verso la playa.  sono le 10.00 passate e mi fermo a Hogar Dulce Hogar, il cameriere è uno di loro, bicipiti da invidia e biondo come un californiano.  anche loro dovranno guadagnarsi da vivere, no? un cortado e "algo de dulce pequeno".  mi propone una "magdalena" o una "rostilla" e io vado sulla prima che mi suona più nota.  capisco che non farò mai più colazione in albergo, ci sono decine di posti in cui posso avere di tutto e guardo, sognando grandi imprese per l'indomani, tostade con hamon, tomate, mantequilla, marmelada e donuts caseros di ogni foggia.  mi sovviene che su Time Out hanno segnalato la pasteleria Geltoki, Easo 61: non è poca strada ma Cesira mi ha cambiato e una città sin dulce non vale la pena (i lettori attenti o simpaticamente maniaco-compulsivi noteranno la citazione...)  cammina cammina mi dirigo verso il quartiere di Amara alla caccia di Geltoki: voglio sapere se domani domenica è aperta e a che ora mi servono un cortado o due, di mattina melium semper abundare quam deficere.  visto che ci sono, osservo che di gente che cammina qui ce n'è tonnellate e de repente ricordo che "camino" qui vuol dire di più che camminare. "camino" qui non è una parola, è una processsione ininterrotta, qui tutti vanno a Santiago, zaino in spalla e scarponcini.  davanti a me una signorina appena appena sdrucita mette in bella mostra la sua concia sullo zaino, è arrivata al mare e si è guadagnata la compostela.  ho anche letto che Campus Stellae era il posto dove le stelle si sono messe a danzare (si!)  per indicare che là era dove si doveva seppellire S Giacomo.  è o non è una bella storia?  in quel luogo è nata la cattedrale cui tendono migliaia di camminatori che solcano in lungo e in largo questa parte del tragitto "francese".


hombre, un passo dopo l'altro sono arrivato da Geltoki e da una finestra chiedo alla signora che sta infornando non so che ben di Dio a che ora aprono domani: 7.30, "muchas gracias".  mi sento veramente fortunato: non è per nulla ovvio nella penisola iberica ma ho trovato un posto in cui un desayuno da sballo lo trovo anche de madrugada.  un cerchio si chiude e domani, all'alba, Geltoki è nel mirino.  con un minimo d'organizzazione sarò poi puntualissimo alle 9.30 all'EMS Council 2014, nemmeno fossi la signora alabardata di Samarcanda.
El Peine del Viento: Eduardo Chillida e la sua opera su mare, terra e vento.


Valeva la pena portare pazienza con Donostia?  si, e per un attimo mi dico che dovrei essere più tollerante anche con l'umanità variada che di tanto in tanto mi ammorba l'esistenza.  ma bando ai sentimentalismi  (veramente, mi sono metalmente dato del mona) e torniamo sull'argomento: gran bella città, urban (adjective, in inglese) e spiaggiata, moderna e gotica, pulita, ordinata, bellunese dentro e fuori, piste ciclabili dappertutto, con una lingua piena di k e z, via si dice "Kalea", metà delle scritte sono impronunciabili, ma tutti parlano in uno spagnolo semplice e piano, solo senza le esshse toreate dell'amata Andalucia.  concludo le mie quattro ore di cammino ininterrotto, prima di andare a lavorare, con la salita in Funikolar al monte Iguelde da cui hai una vista sinuosa d'onde e metropoli che ti ruba il respiro.




Sunday, April 13, 2014

Hai perso il portafogli e la posta non funziona? Non è poi male!

Scrivo per ricordarmi di due piccoli eventi che si sono venati di altri significati, come credo succeda di tanto in tanto non solo a me, e si sollevano al rango di esempi se non di simboli.

Giovedi scorso perdo il portafogli, o me lo fregano, in realtà è lo stesso. Si, in un caso avrei la scusa per fare una tirata e incolpare i ladri farabutti, "tenetevi i 35 euro ma che cosa ve ne fate dei miei documenti...?'"; nell'altro dovrei esternare lo sdegno per quanto sbadato sono a tenere il portafogli in una tasca poco profonda, in Veneto abbiamo il neologismo giusto: "mona". Ma la storia è solo all'inizio e, appunto, sarebbe lo stesso.

Ogni giorno arrivano vagonate di notizie deprimenti: aumentano le tasse, diminuiscono i servizi, i treni con l'orario cadenzato non sono più quelli dei tempi del Duce, il rettore CC di CF ha asfissiato la democrazia interna, Berlusconi dice che anche la democrazia esterna è una dittatura dei giudici, gli studenti non sanno più una mazza, i politici non ce li meritiamo... mi fermo, dato che spero di avere reso l'idea. A volte ho l'impressione di non dover nemmeno più chiedere "come stai?" per non dare la possibilità a chi mi risponde di dire "bene, grazie", se è stato tirato su in una buona famiglia, proseguendo poi con la sua carriolata di recriminazioni. Io stesso non riesco ad arginare questa tracimazione di risentimento e troppo spesso mi abbandono a troppe lamentele. Ok, non sono tempi facili ma è possibile che non ce ne vada bene una? Ecco, lo strano caso del portafogli disperso mi sussurra una cosa diversa: le cose funzionano eccome e un potenziale disastro (di documenti, dati personali, carte di debito e credito e chissà che altro) è finito così: giovedi sera, tre ore dopo il fattaccio, mi reco con Cesira alle 21.00 alla polizia ferroviaria di Treviso, con la speranza che abbiano ritrovato il maltolto nella stazione d'arrivo del treno.


I tre poliziotti hanno un look un po' sgangherato, calvizie quà e là, accenti strani, non sono degli adoni e la diffidenza di Cesira è inesorabile quanto genericamente indirizzata alle forze dell'ordine. Eppure, con la loro "anda" si mettono in moto: uno telefona a Conegliano, uno al registro delle patenti, l'altro dà sostegno morale ai colleghi. Il portafogli non si trova sul treno che dorme a Conegliano in attesa della corsa del giorno dopo, amen. Il computer del secondo è gia aperto sulla denuncia di scomparsa: "Io sottoscritto nato a dichiaro di aver smarrito un portafogli di pelle nera contenente..." Io gli avevo detto "vecchio portafogli" ma lui non lo ha scritto, "con 35 euro, imob e altre cose di poco conto". Bella sintesi. Arriva il numero della patente, attacca a pestare sui tasti di una tastiera stremata ma funzionante, clic-cloc-clic per compilare il foglio che sostituisce la patente. Alle 21.29 esco con la denuncia in mano e in grado di guidare nuovamente. Non saranno stati la delta force (in apparenza) ma hanno sfornato due carte, consultato i database e dato una mano in poco più di 20 minuti. È tutto merito del terzo che dava sostegno: io so (e voi pure) che se vi guardano mentre lavorate siamo costretti a fare presto e bene. Non scherzo più: non posso dire che sono fiero di loro, perché la mia consorte mi farebbe dormire sotto un ponte, ma tanto di chapeau!

Con la denuncia in mano, blocco la carta di credito e il bancomat, sacramentando al pensiero che in 10 giorni devo fare un viaggio e dovrei prenotare un albergo via internet. Mi chiedo come diavolo farò e mi predispongo mentalmente a rientrare nella preistoria: agenzia di viaggio (!), telefonate, email, bonifici. Non ci posso credere ma me lo merito.  So che le carte non arriveranno mai in tempo: quelli di CartaSi mi hanno detto che servono 7 giorni lavorativi e tutti sappiamo che mentono per indorare la pillola, i ritardi sono endemici, le poste non funzionano nemmeno quelle come ai tempi del Duce. E invece, i pin (solo questi) arrivano dopo due giorni due, la carta mi raggiunge nella sua bella assicurata convenzionale in giorni 4, basta una firma sul blocco della mia efficientissima super postina Annalisa e sono incartato nuovamente. Il bancomat ce la fa in 5 giorni lavorativi netti. Sogno o son desto? In 5 giorni è tutto a posto? Avevano detto sette e mi sento spaesato sia perché due giorni sono un'eternità di vantaggio ma anche perché tutte le mie fosche previsioni erano cazzate. Può succedere, a me, a voi, che perdiate il portafogli e che 5 giorni dopo praticamente sia tutto eguale: zero fastidi, 5 euro di foto e 5 di spese per la carta d'identità nuova, 35 euro sputtanati ma a parte questo zero rogne. Il mio portafogli di pelle nera (nuovo!) giace giulivo in una tasca profonda e munita di cerniera antiproiettile con password. Vedete, ho tratto le mie conclusioni esistenziali da 4 soldi: questa è una metafora e se ce la facciamo in un caso come questo, intriso di denuncie, richieste, spedizioni e autorizzazioni, vuol proprio dire che dovremmo tenere sempre la giusta distanza e che lo spleen che avvolge le nostre vite dovrebbe dissiparsi. Mi avviso da solo: mi è andata anche troppo bene,non prenderci gusto!

Il secondo evento, nella mia mente intorta, presenta notevoli somiglianze con il caso del portafogli perduto. Nella serata del 7 aprile, la posta elettronica comincia a non funzionare dicendo che non riconosce la password. Ma ormai è sera, vado a letto convinto che sua maestà gmail, di sua divinità Google, non avrà problemi il giorno dopo. Non è mica un servizio fornito da rieseproduce.it, ci mancherebbe altro che Google non aggiusti in pochi minuti/ore un servizio, per non sollevare le proteste di migliaia di utenti paganti (ehm...)  Il giorno dopo la posta non va proprio, altro che ai tempi del Duce, inchiodata, e gmail riconosce la password del mio Thunderbird né più né meno di mia sorella. Io m'innervosisco sempre più, sparo qualche tweet indignato e vedo che retwettano subito. Cerco sulla rete e vedo che siamo in tanti ad essere inchiodati, privati, ditte, piove sui giusti e sugli ingiusti. Diventa una marea montante alle 15.00 quando si svegliano gli americani senza la loro bella gmail. Pare che l'unica soluzione sia riscaricare tutta la posta e nel mio caso sono migliaia di messaggi dal 2006 in poi. Tutti? Yes baby, tutti dal primo all'ultimo ma per non sovraccaricare i server te li danno a pacchetti di 100-200 a volta e si rischia di metterci mezza giornata. Anche i server hanno sorelle-server? Vacilla quasi la mia granitica convinzione che Google sia buono, gmail sia perfetta e che sia la comunità degli utenti a risolvere i problemi quando ci sono, come accade da sempre nel mondo open-source. Ogni tanto qualcuno prova a dirmi di comprare software e servizi privati perché, dice lui, se hai un problema ti danno assistenza. Si, come quando telefoni al numero verde della telecom, stessa assistenza! Ho sempre preferito cercare nei forum e una soluzione è sempre saltata fuori. In verità questo è l'apice dello scoramento ma verso le 15.30 compare un messaggio di un tale chris_marino, in un forum in cui mi sono iscritto: cazzarola, ha trovato una soluzione che trascrivo per gli annali (gli errori sono originali):

There is a workaround. You can set this in the config editor:
mail.server.default.authMethod to 2
or
mail.server.serverX.authMethod to 2
serverX  where X is a number coresponding to the account created internaly.

per fare la modifica mi tocca studiare su un paio di altre pagine esoteriche che cosa cavolo vuol dire ma aggiusto il config di Thunderbird e la mia posta docilmente riprende a funzionare come un pallettone. chris_marino, ma chi sei?



Un paio di ore dopo anche quelli di Google, punti nel vivo, risolvono e dicono che non serve il workaround di Chris ma io continuerò per gratitudine a scaricare la mia posta in the "Marino way" per sempre, con l'authMethod a 2. La morale è sempre quella: un potenziale disastro risolto in qualche ora da un gruppo di utenti un po' geeks, forse freaks, che non si conoscono fra di loro, collegati da una pagina di googleproductforums.com in cui un chris_marino a furia di ravanare assieme a tutti gli altri trova la soluzione. Mi ci metto dentro anche io col mio centesimo, dato che ho postato un paio di boiate spiegando che la posta non funzionava nemmeno su vecchi Mac con Eudora: noi utenti abbiamo risolto il problema prima degli ingeneri di Google e lo sconosciuto chris_marino è il nostro Messi (no, non messiah, Barcelona FC!).

Friday, February 07, 2014

De-Scrivere la crisi

Una locandina glamour si fa largo fra le altre appese a dozzine sulle bacheche in università.  Guardo meglio e mi accorgo che la tipa dipinta in short su sfondo blu ha una gamba di legno, a mo' di pirata con tante battaglie alle spalle, in alto poi c'è scritto "Greece next economic model".  Ok, ce n'è che basta per farmi leggere per benino: è il mio incontro col convegno "De-Scrivere la crisi: narrazioni dell'Europa presente", organizzato dai colleghi del Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati il 30 e 31 gennaio.


La crisi, e io pensavo prevalentemente a quella finanziaria, non l'abbiamo mica capita, né tanto né poco: ci sono letteralmente decine di storie che girano sui colpevoli, sui semi che l'hanno generata ("semo" in veneto ha semantica variegata ed appropriata...), sulla miopia politica che non l'ha fermata e sulle mancanze di coraggio (e attributi) che hanno consentito che durasse per anni, dal 2007 circa al 2104 e chissà quanto altro.  Questa circostanza mi ha sempre colpito: se gli economisti, di fronte a questo bagno di sangue, non hanno coagulato nessun pensiero o argomento condiviso e coerente, che cosa ci pagano a fare?  È evidente che finché una cosa non la capisci hai pochi mezzi per evitarla o per porci rimedio, ti resta solo fra capo e collo finché, bontà sua, non passa.  Non è un quadretto rassicurante.

Volevo sentire cosa avevano da dire dei colleghi "letterati", diciamo che ero curioso di sapere che storie avevano in serbo loro sulle contorsioni della crisi odierna, pensando che di narrazioni se ne intendono di sicuro più di me. In due giornate di pioggia battente e acqua alta gagliarda, decido quindi di andare a Ca' Bernardo, strepitoso palazzo con vista sul canal grande, di fronte a Palazzo Grassi (in omaggio al vil denaro, un rettore di passaggio lo venderà per farne un albergo. Ma questa è un'altra storia).

Ho trovato le narrazioni di "De-Scrivere la crisi" enormemente interessanti e tutte molto diverse dalle storie a sfondo economico che avevo annusato qua e là.  Il focus non era su finanza, regolamentazione e macroeconomia, molti relatori hanno descritto come artisti e opinioni pubbliche abbiano percepito la crisi con straniamento, come una rottura del legame fortissimo che lega il lavoro, perso, al senso della vita e alla speranza di progresso.  Uno dei (pochi?)  messaggi trasmessi su vasta scala era ed è "keep calm and carry on", anche in Italia in fondo non abbiamo fatto altro che comprare tempo.  Magari, vista la coriandolizzazione della nostra politica e la rarefazione di idee e ideali praticabili, non c'era altro da fare.  Wait and see, tutte le recessioni prima o dopo passano...

Alcune immagini le possono scovare solo i letterati (o economisti più colti di me): il toro di borsa (bull) è stato paragonato al minotauro che divora i suoi figli.  In fondo è proprio così per tutte le bolle e qualche Grecia incombe sempre tragicamente su di noi, ora come allora.  Mentre io ero abituato a cercare nei modelli concretezza e il supporto di dati empirici, ho sentito invece parlare di "massicce iniezioni di individualismo" che hanno svuotato le persone di qualsiasi identità collettiva che consentisse di arginare lo sfacelo a livello di comunità.  Scrivo queste cose perché mi sono sentito sotto shock, uno che fa modelli che spiegano si e no un francobollo e quindi non spiegano proprio nulla.  I modelli di noi economisti mi sono veramente sembrati armi di distrazione di massa, piccoli calimeri in un oceano di cause di lungo periodo che solo i sociologhi, storici e artisti intuiscono, ricostruiscono e percepiscono sottopelle.  Ho sentito parlare di modelli di integrazione europea, di un visionario Sicco Mansholt e di un Barroso affetto da nanismo intellettuale, di austerity vestita retoricamnete da "fare i compiti per casa", dell'Islanda del "fokking fokk", di Polanyian disembedding, di capitalismo estrattivo, del fantasma delle sovranità nazionali...

Prima che pensiate che, folgorato, sono caduto da cavallo devo ammettere che il convegno mi ha allargato i neuroni e fatto balenare in mente modelli altri, nutriti dalla giusta distanza dai numeri della statistica ufficiale e dei think-tank.  Forse di modelli della crisi ne potremmo e dovremmo fare di differenti, almeno fino a quando non ci sarà una qualche storia, pardon narrazione, condivisa e non sapremo come va a finire.  Come spesso accade sembra però materia per gli storici, da distillare nei decenni che verranno.  Chiudo con un desiderio suscitato da "De-Scrivere la crisi": leggere "Furore" di Steinbeck che pare essere la summa della madre di tutte le crisi, quella del '29.