Sunday, April 26, 2015

Giorno della Laurea

Il treno è bello caldo, rispetto ai 12 gradi che ci sono fuori è una meraviglia, benedico le ferrovie dello stato come non sempre succede e non trovo nemmeno la folla che mi aspettavo.  Sono infreddolito e un po' bagnato ma, cosa più unica che rara, oggi a tratti la pioggia me la sono presa di gusto.  Bombo ma un po' fiero di dov'ero, di quel che ho visto e di quel che, forse, simboleggia.

I gruppi che intasavano Venezia al suono di "dotore, dotoreee, dotore del buso del cul..."  devono essere sciamati altrove, su altri treni, o più probabilmente in qualche locale a festeggiare la laurea del parente o dell'amico di turno.
Tempo ladro (ma all'inizio non troppo).
Sono reduce dal giorno della laurea di Ca' Foscari, la celebrazione periodica che conclude scenograficamente il percorso di studi triennali dei nostri studenti.  Per me è la prima volta e constato fra l'autoironico e il sorpreso che uno di solida campagna, che viene da terre di vanede e campi di mais, beh, resta a bocca aperta: la piazza è riempita di famiglie e di studenti che a loro modo stanno per spiccare il volo, l'ala delle Generali è abbellita dagli stendardi con il leone, sullo sfondo il fiammeggiare di S. Marco e quel campanile sempre troppo alto per non rovinarti le foto.  Il mio amico Renato, che ha da sempre l'occhio innamorato di immagini, mi dice che perfino Canaletto lo accorciava nei dipinti, sennò glieli rovinava.








La macchina organizzativa.
Inciso 1: salgo sul treno a Treviso, alle 12.56 e un signore mi chiede posti: ``siamo una comitiva, c'è anche la nonna''.  Si sistemano tutti e seduta a fianco a me c'è una studentessa dell'eta giusta, tirata giusta, felice il giusto.  Un po' tiro ad indovinare ma sbaglio di poco se c'erano le amiche che dicevano beata te e parlavano di media - io 91, io voglio arrivare al 95-, c'era perfino la busta di carta riempita, immagino, di cappello o di fiori.

Entro nel gazebo per mettermi la toga nera con gli alamari porpora, le ragazze dell'organizzazione mi dicono di tenere il giubbotto, "farà freddo".  Quasi quasi stento a crederci ma avranno ragione da vendere, devono aver fatto molte cerimonie più di me di sicuro.  Mi pare di essere un entomologo, nel senso che posso guardare il mondo da osservatore, non ho altri compiti che fare presenza e cerco di trattenere idee e pensieri.  Mi gusto la sensazione di stare sul quel palco, è una cosa ottica, che ti da una visuale mai vista su Piazza S. Marco, non riesco a non pensare che dietro a me c'è il Correr, a fianco l'ala napoleonica, la libreria del Sansovino e tutto il resto.  Onestamente mi pare di essere al cinema, ma immaginatelo detto in andaluso, "somos al cine!'".

E se lascio perdere il dietro e i fianchi, davanti ho il mio "popolo" (si può dire dopo quasi vent'anni di militanza cafoscarina?  O gronda troppo proprio di un altro ventennio?).  Vedo i "miei" studenti, le loro famiglie con le nonne, la loro composta contentezza, cose che capisco, che so anche più di quel che insegno, per averle respirate per anni.  È un piccolo mare di gente, colorato e con le ombrelle pronte a scattare se il tempo ladro farà quel che è previsto.


Un euro e mezzo per questo servizio?
Inciso 2: prima di andare sul palco, realizzo che la cerimonia dura due ore di freddo e vento: "Posso andare in bagno?", "Esca, ci sono i bagni pubblici", "Ok".  Scusate se suona meno aulico ma pago i miei 1.50 euri, che non è zero per una piccola pipì precauzionale, e rivedo la Venezia peggiore, lo sfacelo dei servizi, lavori in corso, pulizia un un tanto al chilo.  Però l'euro e mezzo ve lo siete presi, vero?  Siete come il tempo!  È per cose così che in terraferma c'è un modo di pronunciare "venessian" che gronda quasi un filo di razzismo e prova a dire il distacco da questo andazzo strafottente in cui tutto va bene perché tanto non serve cambiare.

Arriva Gino Strada con la moglie, è l'ospite di questa cerimonia e sono un po' emozionato e anche onorato di vederlo e di essere sullo stesso palco.  Dal vivo non è diverso da quello che sapevo dai giornali o dalla TV, è una persona mite che sprigiona una forza che contrasta con la semplicità e dolcezza dei modi.  C'è un che di apparentemente irrisolto nel fondatore di Emergency, sono contento che abbia potuto parlare agli studenti, dopo il rettore e prima di un signore in fascia tricolore.  Si, uno si aspetterebbe il sindaco Orsoni in una simile occasione ma non è lui, dimessosi per le indagini, in attesa di processo e sostituito dal commissario prefettizio.  In fondo, ce la siamo fatta in casa anche questa stranezza.



Gino Strada, la sedia del rettore sul palco, la prima linea.

Il tempo regge e s'inizia con ritmo marziale a scandire nomi: dalla A alla H sul lato destro del palco, con diploma consegnato dal rettore; le altre lettere a sinistra, dove c'è il prorettore vicario Lippiello.  Stretta di mano, breve sosta per la foto, sorrisi e discesa dal palco.  Un tah-th-th-th-tah, 5 scatti escono in meno di un secondo dalla macchina fotografica dell'operatore che sta proprio dietro alla mia sedia; poi altro nome e altro tah-th-th-th-tah, chissà che uno dei 5 scatti sia memorabile, tah-th-th-th-tah e via.  800 persone.  A scriverlo si può pensare che sia una cosa veloce e formale, 16-17 al minuto cronometrati, ma visto da dentro non è così.  Come dice Marta Sainz-Solè, "le liturgie hanno i loro perché" e io ne assaporo alcuni aspetti.  Non un singolo nome è dimenticato, penso che nel nostro piccolo sembriamo Tsahal, le forze di difesa israeliane, non lasciamo indietro nessuno.  Forse è metaforico, serve a noi, serve a loro, serve alle famiglie.  A un certo punto poi, la pioggia che ci aveva risparmiato per una ventina di minuti, decide che la pazienza è finita e aumenta, aumenta...  È aumentata fino a quando prorettori e delegati, seduti in seconda e terza fila, si sono prese le ombrelle, rosse Ca' Foscari pure quelle, e si sono riparati a coppie.  Il rettore imperterrito sorride, stringe la mano, posa per la foto ad ogni nome e se la becca tutta fino a quando una delle ragazze dell'organizzazione lo mette anche lui sotto copertura.  Apologetico?  Forse, ma non ho mica detto che si è aperto uno spiraglio in cielo e che un raggio di sole gli si è posato in fronte con una voce come di tuono che diceva...  In questo lavacro, è proprio il caso di dirlo, anche Rambo rettore e soldato Jane prorettrice si sono presi la loro bella razione, anche più di noi, e ho pensato che se fossi un rapper direi semplicemente "Rizpetto".



La commissione prima e durante il diluvio.
Inciso 3: ho visto mise da paura salire e scendere dal palco e un campionario di fisici, abbigliamenti, stili non comuni.  C'è chi, compagnone, mette la mano sulla spalla del rettore, tante cravatte su camicia aperta e fuori dai pantaloni, minigonne che a dire fascianti mi sono allargato, nero che smagrisce e colori arditi, tacchi 13-14, zeppe, scarpe da ginnastica, barbe incolte, gonne ampie e cerimoniose come meringhe, jeans, impermeabili e anche spalle nude sotto la bufera...  Nel complesso, una gran bella prova di caleidoscopica diversità interpretativa della nostra meglio gioventù!

La cerimonia termina su un cognome che inizia per H, è di una studentessa di origine cinese.  Mi pare di buon auspicio, mostra di che pasta è fatta una città che ha commerciato e accolto tutti e di un ateneo che ora prova ad essere cosmopolita ed internazionale come conviene alla sua storia e al suo nome che sa d'universo.  In precedenza, mi era piaciuto il saluto della migliore studentessa straniera, albanese, "Parlo da pochi anni la vostra lingua" ma già infilava congiuntivi e costruzioni che mi farebbero vacillare.  Si è ricordata di tutti gli studenti, specie donne, che non possono studiare, spesso perchè uccise o stuprate, in Kenya o altrove.



Rompete le righe.
Finisce tutto e sotto la pioggia battente le casse lanciano un po' di rock a volume alto.  Il muro di ombrelli variopinto che vedo in fondo alle transenne, fra me e la basilica, ondeggia e poi comincia ad allontanarsi, partono i primi sberleffi.

Inciso 4: tornando a casa evito se posso le processioni di parenti che intasano le calli, già provate dalla massa di turisti.  Ma ogni tanto m'intruppo, attendo quel che è necessario e rallento il passo per non scapussarmi su questi camminatori oziosi e festosi.  Proprio in corrispondenza di Campo Santa Fosca, sono quasi fermo in attesa che si sblocchi l'ingorgo e li sento attaccare ``dotore...''.  Guardo Paolo Sarpi e penso che faccia bene anche a lui un bagno d'umiltà, non ce l'ho su con la sua storia tridentina ma mi vien da ridere e penso che dovremmo sempre prenderci un filo meno sul serio.  Singing in the rain!

Torno nel gazebo e vedo l'ermellino solo soletto e bello zuppo.  Decido d'immortalarlo e faccio qualche altra foto sotto la pioggia, quasi timoroso che l'attimo fuggente mi scappi.  Quando ricapita a uno di campagna di prendersi una lavata così in una piazza S. Marco così?  Percepisco la fierezza e la consapevolezza di essere minuscola parte di tutto questo: un po' sarà merito dell'istituzione e di chi ci lavora, con alti e bassi, miserie e trionfi; un po' è merito di chi sta sulle sudate carte e paga le tasse; spero che anche le famiglie dopo aver sacramentato il giusto per il tempo si ritrovino con bei ricordi di un giorno a suo modo speciale.  Saluto i colleghi, scambio due parole con Ricciarda e mi accingo a remare a piedi verso la stazione.

Il gazebo, con ermellino bagnato e le angels dell'organizzazione.

Arrivo a casa, dopo il viaggio sul treno senza folla, e mi bevo tre tazze di te verde fumante che fa bene ed è chic, scaldandomi gli ossi.  Fatta anche questa, ad majora.

(Correction, 27/08/15: "Canaletto", ma forse il campanile avrebbe rovinato i quadri anche a Tintoretto! Grazie, Renato)

Saturday, March 14, 2015

Mitteleuropa

Annuso la mia pigna, reca ancora traccia di quel profumo resinoso e balsamico del luogo in cui l'ho raccolta, il sentiero Rilke.  Rilke?  Chi è costui e come mai sei finito a raccogliere pigne su un sentiero a prima vista improbabile?

La storia inizia con un viaggio: a bordo della Duchessa partiamo alle 11.20 verso Somogy (ma questa è un'altra storia...).  Sfrecciamo in autostrada fino al momento di pagare il pedaggio in vista del confine sloveno.  La Duchessa borbotta stranamente, si accende la spia "controllare il liquido di raffreddamento", mentre armeggio con il FastPay vediamo fumo che esce dal cofano.  Meno male che pochi km dopo c'è l'area di servizio di Duino Sud, un Agip di confine dove speriamo di poter aggiustare i livelli.  Una signora efficiente e di rara gentilezza ci chiede di aprire il cofano e sentenzia: "Qui non si va da nessuna parte, ci sono spruzzi ovunque, non è questione di rabbocco".  In effetti, realizzo che la macchina gronda acqua e c'è già una chiazza verdastra di liquido refrigerante che vedo benissimo appena parcheggio due metri più in là per non intasare la corsia dei clienti del distributore.  La signora è un esempio, e non sarà l'ultimo in questa giornata, di quanto le persone possono aiutare a trasformare una iella in una cosa che arriva, passa e se ne va senza lasciare cicatrici, lasciandoti pure l'impressione, quasi una scia di profumo, che ci sono ancora casi e situazioni in cui puoi ancora contare su buone maniere e professionalità.  Ci viene detto che o si chiama il carro-attrezzi, "minimo 200 euro" o si chiama il meccanico che sta qua sotto.  C'è da aspettare che finisca la pausa pranzo alle 14.00 e visto che la signora smonta ed è di passaggio per andare a casa, si offre lei stessa di fermarsi e di avvisarlo che siamo in panne.  Pochi minuti dopo, ci chiamano dicendo di portare la Duchessa, ferita ma non abbattuta, nell'officina Zampa Centro Veicoli Commerciali Usati, che sta a fianco della Coop, proprio all'uscita di Duino Sud.  Sono poche centinaia di metri e la Mercedes docile docile ci porta senza liquido fino a là.

Ci accolgono il titolare e un meccanico cordiali, efficienti, di rara gentilezza, a loro perfetto agio in un'officina ben attrezzata ma non priva, a me pare, di quel fascino dei tempi andati, con un piazzale ingombro anche di vecchie macchine della polizia senza targa anni '80 e una Mercedes vecchio stampo che starebbe bene a l'Havana, lungo il Malecon.  Parlano quel triestino che a noi trevisani pare una versione speziata e ingentilita del nostro dialetto, parlare la "stessa" lingua aiuta sempre a farti sentire un po' a casa tua.  Issano la Duchessa sul ponte e verificano senza dubbio che la pompa è andata e va cambiata.  I magazzini dei ricambi aprono alle 14.30 e ormai ci siamo: dopo tre tentativi andati buchi, capiamo che la pompa non è disponibile subito ma arriverà venerdi alle 10.00.  Ci organizziamo con Lucio in modo che passi a prenderci, faremo il viaggio assieme.  Siamo fortunati, la cavalleria, anzi "Le forze aeree" come dice lui su Whatsup, arriveranno alle 17.00 e, in fondo, accumuleremo solo qualche ora di ritardo sul previsto.  Paolino "Zampa" ci dice: "Non starete mica qua ad aspettare?  Fatevi due passi fino al porto e tornate poi quando vengono a prendervi".  Seguiamo il consiglio e andiamo a mangiare un panino a Duino, in un bar frequentato dagli studenti del "Collegio del Mondo Unito", http://www.uwcad.it/index.php/about-uwcadriatic.  La cameriera del bar ci dice che si tratta di una scuola superiore che accoglie studenti da tutto il mondo e che hanno appena finito la selezione per gli 8 posti (si, otto!)  per gli italiani.  Anche lei ha una cortesia diretta e pratica, prendiamo due piadine, io ci aggiungo un calice di Tocai, buono e terso come si deve, caffè Illy (eh, già..)  Chiediamo che cosa si possa fare o vedere in mezz'ora o poco più: "Il sentiero Rilke, lo prendete a pochi metri da qui, arriva fino a Sistiana".  Ah, ecco, Rilke.  Ma chi è costui?

Werner Maria Rilke, wikipedia docet, è uno dei maggiori poeti austriaci (o dovrei dire austro-boemo, per onorare questa landa in cui Alpen, Adria, Ungarico e chissà che altro si mescolano sempre).  Non so bene cos'abbia scritto ma pare sia passato per Duino, forse si era appena lasciato con la moglie, forse ha fatto delle passeggiate ed è rimasta memoria del suo tambasiare sulle falesie della scogliera.  Cercando qua e là, riporto questa poesia, intitolata "Dimmi, qual è il tuo compito, Poeta?"

Dimmi, qual è il tuo compito, Poeta?
- Io celebro.
Ma il Mostruoso e il Micidiale,
come l'accetti, come lo sopporti?
- Io celebro.
Ma il Senzanome, ma l'Anonimo,
come, Poeta, tuttavia lo nomini?
- Io celebro
Donde trai il tuo diritto d'esser vero
in ogni maschera, in ogni costume?
- Io celebro
E come può la quiete ed il furore
conoscerti, la stella e la tempesta?
: - perché io celebro.



Rilke lo hanno celebrato sul serio con un sentiero che immagino ripercorra le sue passeggiate dal castello di Duino fino a Sistiana.  Mai sentito nominare, né Rilke né il sentiero, ma c'incamminiamo per un mezz'oretta fra macchia mediterranea e bellissime viste sul mare, Trieste e Duino che chiudono l'orizzonte, fra i tenui profumi invernali di un bosco coi pini marittimi.  Io mi riannuso la pigna dei tempi di Rilke, una cosa piena di botanico romanticismo, no?

Sono le 17.00 passate quando Lucio ci raggiunge, Paolino ci ha aspettato anche oltre l'orario di chiusura e pure se doveva andare a prendere la bimba a scuola.  faccio a tempo a fotografare una trionfale Triumph(!)  "Bonneville'".  Il meccanico ne va fiero, "me lo sono fatta io", ci dice, "ma è una replica del 2010".  Ci diamo appuntamento alla serata del giorno dopo, Paolino ci lascia il biglietto da visita.  Già sa che arriveremo tardi, ci dice "Sentiamoci e ci metteremo d'accordo".

Sorvolo sul resto del viaggio, che a tratti mi ha ricordato un giro su un F 104, e arriviamo a venerdi pomeriggio.  Partiamo tardi e telefoniamo per dire che arriveremo alle 21.00.  "Zampa" non fa un piega e, anche se deve farsi mezz'ora di macchina per riaprire l'officina dato che arriva da Trieste, ci dice che va bene.  Nuovamente, annoto che tanta gentilezza è rara e non è per nulla scontato che uno voglia e possa fare così tanto per dei foresti.  Avrebbe potuto dire 10 frasi tipo "Mi spiace, è troppo tardi", "Sono chiuso, passate domani..."  e così via. Avrebbe potuto e avremmo capito.

Noi arriviamo con 10 minuti di anticipo alle 20.50 (è l'F 104 delle forze aree di prima!)  La consegna della macchina, alle nove della sera, col rombo dell'autostrada sopra di noi, ha il suo fascino.  Ne riassumo il ritmo:
PZ: "Ecco la macchina."
CG: "Cos'aveva?"
PZ: "Niente, cambiato la pompa. Tutto ok. Costosetta l'officina della Mercedes: ho visto le fatture nel cruscotto..."
CG: "...?"
PZ : "Ma io vi ho messo la manodopera a meno e ho aggiunto liquido migliore, della Shell"

Avrebbe potuto chiederci molto di più, ma questa è una bella storia di gente che se fosse più vicina gli porteremmo d'ora in poi la macchina ogni volta.  Nessuno ci ha lasciato alla deriva, a partire dalla signora tosta dell'Agip e giù giù fino a venire, di venerdi notte, ad aprire un'officina per riconsegnare la macchina in perfetto ordine, via a 140 fino a casa con sosta per un panino al crudo a Palmanova.  Una bella storia di serietà, di correttezza (che non sempre si trova altrove) e di gentilezza (sempre graditissima ma mai obbligatoria).  Nel tentativo di sdebitarci, lasciamo a Paolino un salame ungherese, uno dei cimeli del viaggio assieme all'Unicum Szilva e a due rosé.

Quello che poteva essere un gran gran fastidio si è risolto in qualche ora di ritardo, un inaspettato giretto sul sentiero Rilke e la Duchessa con una pompa fiammante.  Qua la Zampa!

Thursday, August 14, 2014

Esse-esse a chi?

Oggi partiamo per andare a Rimini a recuperare Lorenzo, attraversando quel profondo nord padano sempre uguale a se stesso eppure sempre diverso negli accenti, negli spazi e nei dettagli. Da noi nuvoloni neri non preannunciano nulla di buono ma in Romagna dovremmo trovare più di 30 gradi, sole assassino e un'inondazione di luce lattiginosa e abbagliante. Come spesso accade, le nostre traversate estive passano per Ravenna, mettendo come tappa intermedia i pescheti di Pierluigi a Godo di Russi (nettarine Big Top, buone e spavalde, e pesche Maria Bianca, cultivar forse d'antan ma sempre degno di rispetto). Per andare a Ravenna, ci infiliamo solitamente nel simpatico budello della esse-esse 309, sua maestà la Romea: dopo un po' ci si abitua a quel mondo viaggiante, infestato di autovelox, camion, paesi e lidi. Lenta lenta, la 309 ti porta giù in tre orette, con la successione infinita di cartelli, 50-70-90-50-60-90, "controllo elettronico della velocità" a decine (ma perché non controllate mai vostra sorella?) Si rischiano sempre i crampi alle dita delle mani, a furia di armeggiare sul limitatore di velocità, o del piede destro, perennemente contratto a mezz'asta e mai pigiato veramente sull'acceleratore. La varia umanità della Romea ci accompagna da anni e ormai non ci lamentiamo nemmeno troppo, ogni cosa necessita il suo tempo, è un'esperienza zen prendere atto che da (Treviso-)Mestre a Ravenna serve quel che serve (a meno di rischiare il frontale o uno o più megamulte).
Però oggi decidiamo d'innovare: autostrada fino a Ferrara sud e poi esse-esse 16, Adriatica, per vedere che effetto fa un'altra strada statale. Elena ha tessuto le lodi del percorso alternativo, dicendo che è più rapido, richiede meno ascetismo della Romea ed evita i fenomenali ingorghi della Bologna-Ancona autostradale. Visto che una tradizione è abbandonata, tanto vale andare fino in fondo: oggi proviamo anche, per la prima volta, il navigatore. Nella fattispecie si tratta dell'iphone 4c di Cesira: ok, non è l'ultimo modello ma non ci tange, scateniamo l'app e dall'uscita di ferrara la voce fra il suadente e il dirigente della tipa mi dice cose come "fra 600 metri tieni la destra sulla esse-esse 16" e simili. Le indicazioni sono chiare, non troppo numerose e basate sul concetto storicamente inquietante di esse-esse. Alla fine proprio quest'assordante ripetizione mi fa venire l'idea un po' malsana di un post, nonostante di tanto in tanto qualche esse-pi faccia capolino fra i comandi, rischiando di spezzare un incantesimo.
Bella stradella, la esse-esse 16 che in 1000 km tondi tondi congiunge Padova con Otranto. Dal punto in cui la pigliamo noi, diretti a Ravenna, inizia con qualche decina di km di superstrada ultralusso e ultralarga, sempre 90 all'ora, bombardata da un sole via via sempre più feroce. Davanti a noi, una golf cabrio nera, d'antan pure lei se è lo stesso modello con cui Cesira e Friederike solcavano le colline di Farra un po' d'annetti fa. Le due tipe odierne non sono assatanate, non hanno la fretta e forse nemmeno i cavalli motore che sulle statali ti schiantano, e sorpassano i camion solo in estrema sicurezza (cioè quando se non lo fai un giretto dall'analista aiuterebbe). In poche parole, sono un perfetto punti di riferimento e così Thelma e Luise ci accompagneranno per un bel pezzo. Poi la superstrada finisce e la esse-esse 16 avvizzisce fino a sembrare una esse-ci in alcuni tratti: curve, stop, centri, semafori... Ci pare una stranezza ma ormai siamo in ballo e ci godiamo anche questo spezzone di Romagna un po' consumata e piena di buche, pallido ricordo di quella regione trainante ai tempi di Gardini. Cesira dice che le pare di passare per i paesi dell'Ungheria che, detto da lei, non è che sia un gran complimento! poi, spontaneamente, aggiusta il tiro: "quasi-Ungheria". Mi pare un filin più realistico e giù verso l'obbiettivo, passando per paesi con insegne suggestive come "Poldo affittacamere" e "Piadina superstar". Alla fine raggiungiamo Godo in due ore e trenta nette e concludiamo, dati alla mano, che ci abbiamo messo poco: la combinazione di autostrada fino a Ferrara a 130, superstrada a 90 e esse-ci a 50 pur sulla esse-esse, ha battuto nettamente la Romea.
Facciamo visti a Pierluigi e conosciamo l'ultima nata Giulia, 5 mesi di simpatia e gridolin. Ci congediamo dopo la piadina, gloria locale che ci cattura inevitabilmente da quelle parti.
Si riparte sotto la canicola e arriviamo infine a Rimini, località Torre-Pedrera, parcheggiando negli spazi della clinica esse-esse (no, stavolta non vuol dire strada statale né indica dove si curano quelli che stanno troppo al volante, ma le iniziali sono le stesse). Come sempre quando entro in quel posto, ripenso al quel galantuomo di Padoa-Schioppa e alla sua icastica frase: "Le tasse sono una cosa bellissima, un modo civilissimo di contribuire tutti insieme a beni indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute", mucchi di esse-esse che si abbinano pure al post. Lo penso veramente, Padoa-Schioppa ha ragione, basta farsi un giro in una struttura riabilitativa marina per vedere a cosa possono servire i soldi che ci tolgono ogni minuto (si può fare meglio sempre, ma dopo che hai tagliato a sangue ricucire è duro o impossibile, vedi Ospedale al Mare al Lido di Venezia e Ospizio Marino di Grado, tanto per fare due esempi che conosco). Spero che esse-esse continui a offrire servizi e ad accogliere chi, dritto o storto, su due o tre gambe, con o senza ruote, ha bisogno di cure. È un posto pregno della sua surrealtà, dove incontri anche sorrisi inaspettati oltre che spessi strati di sofferenza e in cui la colonna sonora abbina sobriamente i classici sempreverdi di Raul Casadei a sprazzi di autentica novità targati Julio Iglesias (per favore poca ironia: i miei unici idoli gli Stones erano sul palco ben prima di Julio). Raccogliamo le nostre cose, facciamo gli scatoloni, salutiamo e carichiamo il portabagagli della Peugeot. Paghiamo 1 euro di parcheggio e alle 16.35 siamo di nuovo in macchina, fa un bel freschino direbbe il Gualazzi a 35 C, ma si parte con una scrollata di spalle e un chisséne. Basta esse-esse, ripieghiamo su un'altra "adriatica", la A14 Bologna-Ancona dove il limitatore sta a 135 dall'inizio fino a Padova.
L'ultima esse-esse ci è da sempre familiare e i tanti nomi della statale del Santo dicono quanto ci abbiano lavorato (tecnicamente è la ex esse-esse 307 ma noi ``sfrecciamo'' sulla SS 307 var, per anni rimasta misteriosa quanto la Treviso-mare). L'esse-esse che ci porta fin quasi a Riese è in realtà ora in carico a Veneto Strade sotto il nome di esse-erre 308. È finita, fatta anche questa!

Saturday, June 28, 2014

S Sebastian Donostia

Ci sono persone che riescono in pochi minuti a tagliare qualsiasi ponte, con le banalità che dicono, con atteggiamenti da superstar, con commenti incauti o semplicemente idioti.  ce ne sono vari con cui quasi mi vanto di aver chiuso i rapporti per decenni come conseguenza di un inizio devastante.

ma le città sono diverse e credo serva portare parecchia pazienza, prolungando il periodo d'osservazione e provando a esplorare orizzonti con pazienza.  ieri ero giunto a S Sebastian bollito a puntino dopo varie ore di viaggio, nuvole basse e veloci, caldo afoso.  se aggiungo che non bevevo e mangiavo da ore, il che mi rende sempre feroce, e che mi trascinavo pure la valigia su terreno urbano sconnesso, beh, perfino la famosa spiaggia della concha mi era sembrata una piccola striscia di sabbia insignificante.



The day after mi metto in cammino, nomen omen qui a S Sebastian (lo vedrete dopo), e parto colazionato alle 9.00 del mattino ripercorrendo il lungo mare di Ondarreta e la Concha.  beh, nel fresco mattutino e con un po' di sole è un'altra storia.  si dev'essere impegnata anche la marea che se ne sta bassa bassa lasciando metri di spiaggia bianca a formare una mezzaluna mozzafiato.  decido di andare nella città vecchia e vedo le guglie e le asprezze architettoniche che non aspetti in un Spagna che nel mio cuore sembra sempre e solo andalusa.  ma questo è il norte profundo e la rigida Castilla & Leon col suo gotico fiammeggiante è a pochi decine di chilometri di distanza.  arrivo nella città vecchia e al museo di S. Telmo, una via di mezzo fra convento antico e installazione moderna con pannelli d'ardesia bucati.  come al solito, gli spagnoli sono spavaldamente estrosi e riempiono le città delle loro sperimentazioni cultural-urbanistiche che spesso gli portano fortuna.


a questo punto sono a pochi passi della terza spiaggia della città, Zurriola, e me la sbobino tutta da cima in fondo.  per raggiungerla devo camminare lungo l'Urumea, che in basco "semplicemente" si chiama Urumea Itsansadarra (!).  per la prima volta mi viene in mente che a suo modo questa città è come Sydney, con spazi dilatati, un mare potente, le onde che s'infrangono sui blocchi posti a protezione della costa, luce e oceano a profusione.  se ci penso poi, è la seconda volta che l'accosto alla meraviglia del New South Wales dato che già avevo alluso a una celebre spiaggia a mezzaluna.  Non faccio a tempo a superare il modernissimo e squadrato Kruskal, a pareti continue di rame verde ondulate, che Sydney me la ritrovo davanti nei pettorali esibiti dei surfisti della Zurriola.  qui come là, stanno a mollo per ore in attesa dell'onda giusta, non ci posso credere: è ancora presto e ci sono solo loro, assieme a un gran numero di ciclisti e gente che fa footing.  anche quando mi addentro in città vedi surfisti figoni e scalzi, con la muta arrotolata e a torso nudo, che camminano portandosi la tavola verso la playa.  sono le 10.00 passate e mi fermo a Hogar Dulce Hogar, il cameriere è uno di loro, bicipiti da invidia e biondo come un californiano.  anche loro dovranno guadagnarsi da vivere, no? un cortado e "algo de dulce pequeno".  mi propone una "magdalena" o una "rostilla" e io vado sulla prima che mi suona più nota.  capisco che non farò mai più colazione in albergo, ci sono decine di posti in cui posso avere di tutto e guardo, sognando grandi imprese per l'indomani, tostade con hamon, tomate, mantequilla, marmelada e donuts caseros di ogni foggia.  mi sovviene che su Time Out hanno segnalato la pasteleria Geltoki, Easo 61: non è poca strada ma Cesira mi ha cambiato e una città sin dulce non vale la pena (i lettori attenti o simpaticamente maniaco-compulsivi noteranno la citazione...)  cammina cammina mi dirigo verso il quartiere di Amara alla caccia di Geltoki: voglio sapere se domani domenica è aperta e a che ora mi servono un cortado o due, di mattina melium semper abundare quam deficere.  visto che ci sono, osservo che di gente che cammina qui ce n'è tonnellate e de repente ricordo che "camino" qui vuol dire di più che camminare. "camino" qui non è una parola, è una processsione ininterrotta, qui tutti vanno a Santiago, zaino in spalla e scarponcini.  davanti a me una signorina appena appena sdrucita mette in bella mostra la sua concia sullo zaino, è arrivata al mare e si è guadagnata la compostela.  ho anche letto che Campus Stellae era il posto dove le stelle si sono messe a danzare (si!)  per indicare che là era dove si doveva seppellire S Giacomo.  è o non è una bella storia?  in quel luogo è nata la cattedrale cui tendono migliaia di camminatori che solcano in lungo e in largo questa parte del tragitto "francese".


hombre, un passo dopo l'altro sono arrivato da Geltoki e da una finestra chiedo alla signora che sta infornando non so che ben di Dio a che ora aprono domani: 7.30, "muchas gracias".  mi sento veramente fortunato: non è per nulla ovvio nella penisola iberica ma ho trovato un posto in cui un desayuno da sballo lo trovo anche de madrugada.  un cerchio si chiude e domani, all'alba, Geltoki è nel mirino.  con un minimo d'organizzazione sarò poi puntualissimo alle 9.30 all'EMS Council 2014, nemmeno fossi la signora alabardata di Samarcanda.
El Peine del Viento: Eduardo Chillida e la sua opera su mare, terra e vento.


Valeva la pena portare pazienza con Donostia?  si, e per un attimo mi dico che dovrei essere più tollerante anche con l'umanità variada che di tanto in tanto mi ammorba l'esistenza.  ma bando ai sentimentalismi  (veramente, mi sono metalmente dato del mona) e torniamo sull'argomento: gran bella città, urban (adjective, in inglese) e spiaggiata, moderna e gotica, pulita, ordinata, bellunese dentro e fuori, piste ciclabili dappertutto, con una lingua piena di k e z, via si dice "Kalea", metà delle scritte sono impronunciabili, ma tutti parlano in uno spagnolo semplice e piano, solo senza le esshse toreate dell'amata Andalucia.  concludo le mie quattro ore di cammino ininterrotto, prima di andare a lavorare, con la salita in Funikolar al monte Iguelde da cui hai una vista sinuosa d'onde e metropoli che ti ruba il respiro.




Sunday, April 13, 2014

Hai perso il portafogli e la posta non funziona? Non è poi male!

Scrivo per ricordarmi di due piccoli eventi che si sono venati di altri significati, come credo succeda di tanto in tanto non solo a me, e si sollevano al rango di esempi se non di simboli.

Giovedi scorso perdo il portafogli, o me lo fregano, in realtà è lo stesso. Si, in un caso avrei la scusa per fare una tirata e incolpare i ladri farabutti, "tenetevi i 35 euro ma che cosa ve ne fate dei miei documenti...?'"; nell'altro dovrei esternare lo sdegno per quanto sbadato sono a tenere il portafogli in una tasca poco profonda, in Veneto abbiamo il neologismo giusto: "mona". Ma la storia è solo all'inizio e, appunto, sarebbe lo stesso.

Ogni giorno arrivano vagonate di notizie deprimenti: aumentano le tasse, diminuiscono i servizi, i treni con l'orario cadenzato non sono più quelli dei tempi del Duce, il rettore CC di CF ha asfissiato la democrazia interna, Berlusconi dice che anche la democrazia esterna è una dittatura dei giudici, gli studenti non sanno più una mazza, i politici non ce li meritiamo... mi fermo, dato che spero di avere reso l'idea. A volte ho l'impressione di non dover nemmeno più chiedere "come stai?" per non dare la possibilità a chi mi risponde di dire "bene, grazie", se è stato tirato su in una buona famiglia, proseguendo poi con la sua carriolata di recriminazioni. Io stesso non riesco ad arginare questa tracimazione di risentimento e troppo spesso mi abbandono a troppe lamentele. Ok, non sono tempi facili ma è possibile che non ce ne vada bene una? Ecco, lo strano caso del portafogli disperso mi sussurra una cosa diversa: le cose funzionano eccome e un potenziale disastro (di documenti, dati personali, carte di debito e credito e chissà che altro) è finito così: giovedi sera, tre ore dopo il fattaccio, mi reco con Cesira alle 21.00 alla polizia ferroviaria di Treviso, con la speranza che abbiano ritrovato il maltolto nella stazione d'arrivo del treno.


I tre poliziotti hanno un look un po' sgangherato, calvizie quà e là, accenti strani, non sono degli adoni e la diffidenza di Cesira è inesorabile quanto genericamente indirizzata alle forze dell'ordine. Eppure, con la loro "anda" si mettono in moto: uno telefona a Conegliano, uno al registro delle patenti, l'altro dà sostegno morale ai colleghi. Il portafogli non si trova sul treno che dorme a Conegliano in attesa della corsa del giorno dopo, amen. Il computer del secondo è gia aperto sulla denuncia di scomparsa: "Io sottoscritto nato a dichiaro di aver smarrito un portafogli di pelle nera contenente..." Io gli avevo detto "vecchio portafogli" ma lui non lo ha scritto, "con 35 euro, imob e altre cose di poco conto". Bella sintesi. Arriva il numero della patente, attacca a pestare sui tasti di una tastiera stremata ma funzionante, clic-cloc-clic per compilare il foglio che sostituisce la patente. Alle 21.29 esco con la denuncia in mano e in grado di guidare nuovamente. Non saranno stati la delta force (in apparenza) ma hanno sfornato due carte, consultato i database e dato una mano in poco più di 20 minuti. È tutto merito del terzo che dava sostegno: io so (e voi pure) che se vi guardano mentre lavorate siamo costretti a fare presto e bene. Non scherzo più: non posso dire che sono fiero di loro, perché la mia consorte mi farebbe dormire sotto un ponte, ma tanto di chapeau!

Con la denuncia in mano, blocco la carta di credito e il bancomat, sacramentando al pensiero che in 10 giorni devo fare un viaggio e dovrei prenotare un albergo via internet. Mi chiedo come diavolo farò e mi predispongo mentalmente a rientrare nella preistoria: agenzia di viaggio (!), telefonate, email, bonifici. Non ci posso credere ma me lo merito.  So che le carte non arriveranno mai in tempo: quelli di CartaSi mi hanno detto che servono 7 giorni lavorativi e tutti sappiamo che mentono per indorare la pillola, i ritardi sono endemici, le poste non funzionano nemmeno quelle come ai tempi del Duce. E invece, i pin (solo questi) arrivano dopo due giorni due, la carta mi raggiunge nella sua bella assicurata convenzionale in giorni 4, basta una firma sul blocco della mia efficientissima super postina Annalisa e sono incartato nuovamente. Il bancomat ce la fa in 5 giorni lavorativi netti. Sogno o son desto? In 5 giorni è tutto a posto? Avevano detto sette e mi sento spaesato sia perché due giorni sono un'eternità di vantaggio ma anche perché tutte le mie fosche previsioni erano cazzate. Può succedere, a me, a voi, che perdiate il portafogli e che 5 giorni dopo praticamente sia tutto eguale: zero fastidi, 5 euro di foto e 5 di spese per la carta d'identità nuova, 35 euro sputtanati ma a parte questo zero rogne. Il mio portafogli di pelle nera (nuovo!) giace giulivo in una tasca profonda e munita di cerniera antiproiettile con password. Vedete, ho tratto le mie conclusioni esistenziali da 4 soldi: questa è una metafora e se ce la facciamo in un caso come questo, intriso di denuncie, richieste, spedizioni e autorizzazioni, vuol proprio dire che dovremmo tenere sempre la giusta distanza e che lo spleen che avvolge le nostre vite dovrebbe dissiparsi. Mi avviso da solo: mi è andata anche troppo bene,non prenderci gusto!

Il secondo evento, nella mia mente intorta, presenta notevoli somiglianze con il caso del portafogli perduto. Nella serata del 7 aprile, la posta elettronica comincia a non funzionare dicendo che non riconosce la password. Ma ormai è sera, vado a letto convinto che sua maestà gmail, di sua divinità Google, non avrà problemi il giorno dopo. Non è mica un servizio fornito da rieseproduce.it, ci mancherebbe altro che Google non aggiusti in pochi minuti/ore un servizio, per non sollevare le proteste di migliaia di utenti paganti (ehm...)  Il giorno dopo la posta non va proprio, altro che ai tempi del Duce, inchiodata, e gmail riconosce la password del mio Thunderbird né più né meno di mia sorella. Io m'innervosisco sempre più, sparo qualche tweet indignato e vedo che retwettano subito. Cerco sulla rete e vedo che siamo in tanti ad essere inchiodati, privati, ditte, piove sui giusti e sugli ingiusti. Diventa una marea montante alle 15.00 quando si svegliano gli americani senza la loro bella gmail. Pare che l'unica soluzione sia riscaricare tutta la posta e nel mio caso sono migliaia di messaggi dal 2006 in poi. Tutti? Yes baby, tutti dal primo all'ultimo ma per non sovraccaricare i server te li danno a pacchetti di 100-200 a volta e si rischia di metterci mezza giornata. Anche i server hanno sorelle-server? Vacilla quasi la mia granitica convinzione che Google sia buono, gmail sia perfetta e che sia la comunità degli utenti a risolvere i problemi quando ci sono, come accade da sempre nel mondo open-source. Ogni tanto qualcuno prova a dirmi di comprare software e servizi privati perché, dice lui, se hai un problema ti danno assistenza. Si, come quando telefoni al numero verde della telecom, stessa assistenza! Ho sempre preferito cercare nei forum e una soluzione è sempre saltata fuori. In verità questo è l'apice dello scoramento ma verso le 15.30 compare un messaggio di un tale chris_marino, in un forum in cui mi sono iscritto: cazzarola, ha trovato una soluzione che trascrivo per gli annali (gli errori sono originali):

There is a workaround. You can set this in the config editor:
mail.server.default.authMethod to 2
or
mail.server.serverX.authMethod to 2
serverX  where X is a number coresponding to the account created internaly.

per fare la modifica mi tocca studiare su un paio di altre pagine esoteriche che cosa cavolo vuol dire ma aggiusto il config di Thunderbird e la mia posta docilmente riprende a funzionare come un pallettone. chris_marino, ma chi sei?



Un paio di ore dopo anche quelli di Google, punti nel vivo, risolvono e dicono che non serve il workaround di Chris ma io continuerò per gratitudine a scaricare la mia posta in the "Marino way" per sempre, con l'authMethod a 2. La morale è sempre quella: un potenziale disastro risolto in qualche ora da un gruppo di utenti un po' geeks, forse freaks, che non si conoscono fra di loro, collegati da una pagina di googleproductforums.com in cui un chris_marino a furia di ravanare assieme a tutti gli altri trova la soluzione. Mi ci metto dentro anche io col mio centesimo, dato che ho postato un paio di boiate spiegando che la posta non funzionava nemmeno su vecchi Mac con Eudora: noi utenti abbiamo risolto il problema prima degli ingeneri di Google e lo sconosciuto chris_marino è il nostro Messi (no, non messiah, Barcelona FC!).

Friday, February 07, 2014

De-Scrivere la crisi

Una locandina glamour si fa largo fra le altre appese a dozzine sulle bacheche in università.  Guardo meglio e mi accorgo che la tipa dipinta in short su sfondo blu ha una gamba di legno, a mo' di pirata con tante battaglie alle spalle, in alto poi c'è scritto "Greece next economic model".  Ok, ce n'è che basta per farmi leggere per benino: è il mio incontro col convegno "De-Scrivere la crisi: narrazioni dell'Europa presente", organizzato dai colleghi del Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali Comparati il 30 e 31 gennaio.


La crisi, e io pensavo prevalentemente a quella finanziaria, non l'abbiamo mica capita, né tanto né poco: ci sono letteralmente decine di storie che girano sui colpevoli, sui semi che l'hanno generata ("semo" in veneto ha semantica variegata ed appropriata...), sulla miopia politica che non l'ha fermata e sulle mancanze di coraggio (e attributi) che hanno consentito che durasse per anni, dal 2007 circa al 2104 e chissà quanto altro.  Questa circostanza mi ha sempre colpito: se gli economisti, di fronte a questo bagno di sangue, non hanno coagulato nessun pensiero o argomento condiviso e coerente, che cosa ci pagano a fare?  È evidente che finché una cosa non la capisci hai pochi mezzi per evitarla o per porci rimedio, ti resta solo fra capo e collo finché, bontà sua, non passa.  Non è un quadretto rassicurante.

Volevo sentire cosa avevano da dire dei colleghi "letterati", diciamo che ero curioso di sapere che storie avevano in serbo loro sulle contorsioni della crisi odierna, pensando che di narrazioni se ne intendono di sicuro più di me. In due giornate di pioggia battente e acqua alta gagliarda, decido quindi di andare a Ca' Bernardo, strepitoso palazzo con vista sul canal grande, di fronte a Palazzo Grassi (in omaggio al vil denaro, un rettore di passaggio lo venderà per farne un albergo. Ma questa è un'altra storia).

Ho trovato le narrazioni di "De-Scrivere la crisi" enormemente interessanti e tutte molto diverse dalle storie a sfondo economico che avevo annusato qua e là.  Il focus non era su finanza, regolamentazione e macroeconomia, molti relatori hanno descritto come artisti e opinioni pubbliche abbiano percepito la crisi con straniamento, come una rottura del legame fortissimo che lega il lavoro, perso, al senso della vita e alla speranza di progresso.  Uno dei (pochi?)  messaggi trasmessi su vasta scala era ed è "keep calm and carry on", anche in Italia in fondo non abbiamo fatto altro che comprare tempo.  Magari, vista la coriandolizzazione della nostra politica e la rarefazione di idee e ideali praticabili, non c'era altro da fare.  Wait and see, tutte le recessioni prima o dopo passano...

Alcune immagini le possono scovare solo i letterati (o economisti più colti di me): il toro di borsa (bull) è stato paragonato al minotauro che divora i suoi figli.  In fondo è proprio così per tutte le bolle e qualche Grecia incombe sempre tragicamente su di noi, ora come allora.  Mentre io ero abituato a cercare nei modelli concretezza e il supporto di dati empirici, ho sentito invece parlare di "massicce iniezioni di individualismo" che hanno svuotato le persone di qualsiasi identità collettiva che consentisse di arginare lo sfacelo a livello di comunità.  Scrivo queste cose perché mi sono sentito sotto shock, uno che fa modelli che spiegano si e no un francobollo e quindi non spiegano proprio nulla.  I modelli di noi economisti mi sono veramente sembrati armi di distrazione di massa, piccoli calimeri in un oceano di cause di lungo periodo che solo i sociologhi, storici e artisti intuiscono, ricostruiscono e percepiscono sottopelle.  Ho sentito parlare di modelli di integrazione europea, di un visionario Sicco Mansholt e di un Barroso affetto da nanismo intellettuale, di austerity vestita retoricamnete da "fare i compiti per casa", dell'Islanda del "fokking fokk", di Polanyian disembedding, di capitalismo estrattivo, del fantasma delle sovranità nazionali...

Prima che pensiate che, folgorato, sono caduto da cavallo devo ammettere che il convegno mi ha allargato i neuroni e fatto balenare in mente modelli altri, nutriti dalla giusta distanza dai numeri della statistica ufficiale e dei think-tank.  Forse di modelli della crisi ne potremmo e dovremmo fare di differenti, almeno fino a quando non ci sarà una qualche storia, pardon narrazione, condivisa e non sapremo come va a finire.  Come spesso accade sembra però materia per gli storici, da distillare nei decenni che verranno.  Chiudo con un desiderio suscitato da "De-Scrivere la crisi": leggere "Furore" di Steinbeck che pare essere la summa della madre di tutte le crisi, quella del '29.

Sunday, January 26, 2014

Cena dei ossi de mas'cio

La "cena dei ossi de mas'cio" ci aspetta nella serata del 16 gennaio a Lonigo, invitati da Angelo a quella che è una tradizione molto vicentina.  A dir la verità, non è che noi nati a Riese Pio X siamo cittadini "di dentro le mura" e ci vantiamo della nostra esperienza di Veneto profondo.  Ma la profondità è sempre diversa e dipende enormemente dal contesto locale.  Alla cena ho avuto l'impressione di essere quasi ritornato all'essenza di quel Veneto che fu, un viaggio in un mondo simile al mio e di cui riconosco immediatamente le radici e l'eredità ma forse antico e ancora più lontano di quello che porto nei ricordi.  Ma bando alle sociologie e avanti con la cena!

In realtà andiamo a S. Bonifacio, sconfinando in provincia di Verona, percorrendo quasi 15 km di strade di campagna strette e dritte, frenando ogni volta che s'incrocia un'altra vettura, in una nebbia padana bagnata e minacciosa, ma comunque non ancora densa da taiar col corteo e da farti maledire il viaggio.  S. Bonifacio, pare impossibile, mi dice qualcosa: è o era la sede di una squadra di basket che si scontrava col Pedrini Basket a Castelfranco negli anni eroici in cui il palazzetto traboccava di passione.  Arriviamo al "Caffé da Poci", locanda vecchio stampo in casa anni '60, (potete anche vedere la "strit viu").
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Il titolare mi dice un "Buonaseera" che mi suona esoticamente vicentino con quella "e" aperta e lunga.  L'arredamento è semplice, fòrmica e cabina telefonica con gli elenchi ancora in bella vista: avrei dovuto controllare se era ancora possibile in quest'era di smartphone, wifi e bluetooth chiedere al propietario dietro al bancone: "mi dà la linea, per favore?".  Un corridoio con molti attaccapanni a muro ci porta nella sala, che ricorda quella del Miravalle di Stabie in comune di Lentiai, altro posto che di nord se n'intende.  So che il paragone potrebbe non dirvi molto ma, primo, il blog lo scrivo anche per me e, secondo, fate uno sforzino e immaginatevi una trattoria all'antica, tovaglie bianche, tavoli dritti e sedie come quelle delle cucine di una volta, quadri e stampe alle pareti, lampadari senza fronzoli che ora montano luci bianche a basso consumo.  Non ho grande materiale fotografico da mostrarvi ma vi squaderno quello che ho fatto con il mio cellulare, più che altro un cimelio, scattando qualche foto a bassa definizione (non è che avessi scelta, 2 megapixel e amen).


Angelo ci guida in cucina e ci fa conoscere chi ci ospita: il propietario e la signora sono sui 60 anni, c'è la nonna che ad occhio sfiora gli 80 e i due figli, un maschio e una femmina, intorno ai 40.  Un buon odore di brodo ci avvolge e osservo con soddisfazione l'acciaio della cucina industriale: non sarà romantico ma una bella cucina ampia e funzionale mi mette sempre di buon umore e gronda professionalità.  La marmitta dove da 3 ore stanno bollendo gli ossi è enorme, poi la signora ci descrive il resto: riso coe verze (una minestra di riso insaporito dalle verze), pearada (salsa al pepe ottenuta addensando il midollo delle ossa con ore e ore di cottura), contorni solidi, verze, patate, fagioli e "le radici".  Io subito penso ai quello che i trevigiani chiamano "i radici", al maschile, radicchio, ma si tratta di tuberi amari perfetti per "rasentar" la bocca quando mangi carne e bolliti.  Non manca il musetto e le zuppiere di mostarda vicentina (chiaro!)  fatta in casa.  Uscendo dalla cucina per tornare in sala, vedo nell'altra stanza una pila ordinata di secchi di plastica bianca, come quelli che contengono la pittura e che sono riutilizzati per anni in ogni casa di campagna.  I secchi sono puliti e ordinati, completamente bianchi e senza tracce di scritte o etichette.

La cena ha inizio, annaffiata da Bonarda Zonin portata da Angelo e dal vino della casa, un cabernet (molto) franc sfuso.  Non c'è storia, la Bonarda è meglio e tutta la famiglia "Poci" inizia a servire ai 30 presenti il riso coe verze.  O siete inappetenti o sull'impervia via dell'anoressia oppure dovreste avere l'aquilina in bocca!  La minestra è ottima e poi arrivano i secchi di plastica.  Cosa, direte voi?  Si, un secchio è collocato per terra fra ogni due persone.  Ha la funzione di consentirti di mangiarti gli ossi senza gran formalità: attacchi un osso alla caccia della carne rimasta quà e là, facilitato dalla sapiente bollitura di ore.  Molti, finemente, continuano ad usare forchetta e coltello.  Io resisto per il primo osso, vacillo sul secondo e dopo un "ma va in mona" mentale passo alle mani!  Qualsiasi sia il metodo usato, prima mangi e poi getti l'osso spolpato nel secchio per lasciare lo spazio al resto sul piatto.  Una meraviglia di efficacia e di sapori.  Il carrello coi coi contorni e il cren passa a ripetizione, arrivano vari vassoi di ossi (l'avete vista l'allitterazione, no?), rosicchio felice e butto nel secchio, toc!  Alla fine passano anche con una fetta di musetto e, chi mi conosce lo sa, non ci sono storie e ne chiedo due.

Ecco, forse non c'è bisogno d'altro, la carne è debole and the post is over.  Vi auguro di passarci, mi hanno detto che se ordinate prima per una decina di persone vi preparano gli ossi (in effetti, non si può bollire ossi per tre ore a la carte...).  "Poci" è in Via S. Sebastiano, 51, Cologna veneta Verona, Italy +39 0442 85006.  Pubblicità progresso: io ho bevuto il secondo e ultimo mezzo bicchiere di Bonarda alle 21.30, sapevo di dover guidare, czzrla!  Prima di partire alle 22.30 per tornare a casa mi sono anche bevuto due espressi per poter solcare bello sveglio la pianura padana.  Non ho più l'età e mi sono anche fatto il resto della notte in bianco...  ma ne valeva la pena!

Saturday, August 03, 2013

Halikarnas

Senza fretta passiamo la mattinata nell'ultima rada. Portate pazienza, anche questa è la più bella del reame... Pranzo presto e rotta su Alicarnasso, Bodrum per i comuni mortali.  La città sfavillante abbraccia con le sue case bianche un porto balneare invaso, in questa stagione, da turisti e migliaia di barche.

Alicarnasso è stata a suo tempo l'ombelico del mondo, porto commerciale fiorente, città natale di Erodoto, patria del mausoleo, una delle sette meraviglie dell'antichità, l'abitato fu raso al suolo da Alessandro Magno (gli giravano anche a lui ogni tanto!) Nel medioevo, i crociati costruiscono un castello grandioso e potente: ci mettono un secolo e lo perdono in un anno, accerciati dai turchi, infedeli e irrispettosi di tutto questo lavoro. Dormiamo all'Asmin hotel, un'oasi di pace in mezzo al cancan cittadino. Serata con quattro passi, saluti e baci (e un filo di tristezza) per Carlotta, Giogio e Maria Vittoria che si rimettono in viaggio in barca diretti a nord. A cena ci godiamo la vista dall'alto della selva di alberi delle navi, fitti al punto da coprire il castello.

Angelo, Paola, Laura, Vittorio e Andrea partono che non è ancora alba, noi abbiamo il tempo di visitare il castello per primi. È un museo spettacolare e ben tenuto, torri, spalti e viste sulla città ma anche sale dedicate all'archeologia sottomarina. In questo zona hanno recuperato navi stracariche di mercanzie di pregio, ci deve essere stato un tempo in cui, se non passavi da qui, eri uno zero!
Beviamo il cay da Hatipzade dove il giorno prima mi avevano servito il caffè turco "classico" con baclava. Prendiamo le turkish delight per parenti e nipotini e poi via col taxi fino all'aeroporto. Il tassametro segna 175 TL ma l'autista dice laconico "one hundred twenty lira, discount". Grazie, gli lascio 20 TL di mancia. I tassisti sono, in generale, gente da prendere con parecchie molle ma mi godo questa gentilezza come un buon auspicio e un arrivederci.

Dimenticavo: i miei libri di viaggio sono Massimo Cirri, "Il tempo senza lavoro", una bella storia, anche un po' triste quando penso ad Adriano Olivetti, Mario Tchou e all'Elea 9003, ai tempi in cui i migliori al mondo eravamo noi e la Silicon Valley era a Pregnana Milanese; leggo anche brani di Mark Haddon, "The curious incident of the dog in the night-time". Grazie Maria Vittoria, anche se a lei non piaceva! Alcune idee per i post chiaramente vengono dal modo di Christopher di (intra)vedere il mondo: "I find people confusing... [as they] often talk using metaphors". È nel capitolo 29 e, se non lo avete notato, 29 è un numero primo :-)

Friday, August 02, 2013

Metaphors

 La mattina del 2 agosto mi sveglio col sole basso e mi vengono in mente le "metafore". Non preoccupatevi, non è contagioso e non mi succede spesso, ma riaffiora quella specie di smania di generalizzare, tipico della testa di noi matematici dopo un po' di riposo e vacanze. Alcune di queste considerazioni "metaforiche" sono forse ovvie e banali ma le scrivo lo stesso.
  • trasparenze e filigrane: viste dal mare la terra, le isole e le catene di montagne si stagliano con contorni a volte decisi, tenui o eterei a seconda delle distanze e della luce che li investe. Mi pare un bel modo di visualizzare le tante situazioni, pieni di neri, grigi e sfumature, che cambiano a seconda dei punti di vista. Forse, come in mare, anche la giusta distanza dalle coste aiuta a vederle come vanno viste.

  • ordine e preparazione: la vita in barca (come molte altre cose) è un esercizio di organizzazione, buone pratiche e capacità d'ingegnarsi. Tutto deve essere al suo posto, una corda che s'aggroviglia è un casino, la leva del cambio va aggiustata con mezzi di fortuna. Anche il sale, se non lavato con acqua dolce, lascia tracce nel tempo e intacca i materiali più duri. C'è un collegamento con l'operosa necessità di tenersi la vita sgombra da fastidi inutili e togliersi le incrostazioni mentali e fisiche prima che facciano danni. 
Come vedete, saggezza da pochi schei! Spero però che ricordarlo a me stesso pensando a una barca mi aiuti a metterlo in pratica.
Su note più concrete, l'highlight della giornata è che partiamo... dimenticandoci due passeggeri! Dopo pranzo, Anna e Carlotta si tuffano con le maschere ma noi partiamo pensando che siano in cabina. Ce ne rendiamo conto dopo mezzora buona di navigazione, fortunatamente lenta (3 km/h) per via del fiocco issato e motore spento. I marinai infatti stavano riparando la leva del cambio per la seconda volta. Giro di telefonate e le nostre eroine rientrano sul gommone della Kaya Guneri II che stazionava nella stessa baia. Resterà storico un lapidario, efficace nonché aulico sms del nonno: "Abbandonate sulle rive delle Caria", la classe non è acqua. La sera festeggiamo anche il compleano di Anna, che aveva tentato omertosamente di tenerlo nascosto. Ma in pochi metri quadri i segreti durano poco e il cuoco si esibisce nell'ennesimo show decorando con un intaglio un'anguria e servendo l'immancabile torta.

Oggi di fatto siamo giunti a pochi kilometri dalla nostra meta, Bodrum. Domani gironzoleremo qui intorno a caccia della "baia più bella", che finora abbiamo trovato giorno dopo giorno.