Thursday, April 21, 2016

SPQRui

I sentori forti e umidi della notte mi accompagnano fino al treno delle 5.36 diretto a Roma via Mestre per la terza puntata del corso CRUI sul management universitario nel III millennio. Mi godo la passeggiata, trolley minimale e zainetto coll'air, per un viaggio light e tecnico, poco più che su e giù da Piazza Rondanini, come fosse la porta dell'orto con qualche inciso di famigliarità: la sede, quella zona di Roma, il baracchino dei panini, l'Osteria del Sostegno, se riesco.

Roma: esco dal corso CRUI alle 17.25, per le 17.50 sono in albergo, passando per i fori accanto alle statue di Traiano e Cesare; alle 18.10 sono in S. Pietro in Vincoli, con le due catene con cui S. Pietro fu incatenato a Gerusalemme e a Roma; poi c'è il Mosè di Michelangelo. Spendo 1 + 1 euro per illuminare la statua e 2 euro per la storia della chiesa. Prima di uscire fotografo uno dei due altari letalmente lugubri della navata sinistra, con una morte falciatrice di buon auspicio (mortacci tua!).

Mosè di Michelangelo a S. Pietro in Vincoli.

Poi mi dirigo verso S Maria Maggiore e via via m'immergo nel degrado che s'irraggia da Termini: strade scalcinate, buche, bottiglie, negozi balordi, extra comunitari, molto extra e poco comunitari, sporco, manifesti di Casapound, furgoni scarabocchiati con lo spray. Non mi sento del tutto a mio agio finché cerco "La mensa di Bacco": il posto me l'ha suggerito la ventenne che fa da receptionist in questo strano Hotel Centro Cavour, con le stanze disseminate in un palazzo, che per raggiungerle devi andare sulle scale e salire un altro piano insieme ai condomini… la ragazza mi aveva detto che lei, se dovesse mangiare fuori, mangerebbe proprio alla "mensa", dove si mangia benissimo. Beh, non era roba cattiva e i camerieri erano a posto: camicie pulite, sorriso e professionalità. Ma mangiare bene è un po' un'altra storia, certo la digestione è andata bene e forse ho assorbito la negatività della zona. Comunque, su questioni culinarie, non mi fiderò più di questi ventenni che vanno a mangiare in trattorie che magari saranno anche oasi di pace in un carnaio ma evidentemente non sanno che cosa dicono (speriamo che migliorino col tempo, ma i consigli "romani" di Claudia sono meglio 100 volte!)


Mi resta negli occhi l'elegante lettering marziale e romano di Casapound. A pochi metri di distanza, come nemesi e perenne memento per questi sedicenti maschioni dell'ultradestra, ci sono i baracchini dei nepalesi che vendono borse di pelle e qualsiasi altra razza che commercia in qualsiasi altra cosa.

Si rafforza sempre più il piano di puntare la sveglia alle 6.30, anzi l'ho già puntata, per andare a vedere S. Maria Maggiore, che apre alle 7.00 come mi ha detto la signora del negozio di souvenir. Lo spinotto dei carabinieri che non mi ha lasciato entrare perché erano le 18.55, a dir la verità, mi aveva detto che avrebbero aperto alle 9.00. "Ma ci saranno funzioni, no?". Forse non capisce di che funzioni parlo: "No, alle 9.00''. Senza fede che non sei altro, domani alle 7.00 vediamo chi ha ragione!


Il giorno seguente, alle sette del mattino di una giornata luminosa, Roma mi pare diversa e le stesse strade sfiancate che la sera prima mi avevano impressionato per degrado adesso almeno sono "pulite" in mezzo all'aria tersa, pur in presenza delle stesse bottiglie, bidoni straboccanti, taniche di olio di semi di girasole, motorini impolverati cui sono stati tolti e rivenduti i pezzi di ricambio buoni, "parcheggiati" da qui all'eternità nei pressi dei garages. Arrivo a S. Maria Maggiore che fiammeggia colpita dal sole basso e diagonale, passo ai metal detector e guardo i soldati che controllano le vecchiette e le suorine che vanno a messa prima.


La chiesa è un'astronave di bellezza, pare di decollare fra mosaici e oro alle pareti e sul soffitto. Roma è un posto di contrasti, in cui si passa da un estremo all'altro superando una porta. Illumino le pareti della navata con la macchinetta, 1 euro, e mi godo i miei due minuti di accecante visuale sulle meraviglie della chiesa.
Mosaici del pavimento di S. Maria Maggiore.
Esco e annuso l'aria in cerca di una buona colazione, vecchio refrain della mia vita, ereditato dalla parte migliore di me. Un indizio che portava in via Leonina lo avevo trovato sul web e percorro una laterale di Via Cavour. Invece trovo "Er caffettiere", fiuto che è il posto buono, c'è l'insegna "Illy" ed è zeppo di gente che esce dalla metro Cavour. È un posto in cui, di colpo, sparisce il marasma esterno e quella sensazione sottile di non essere da nessuna parte che ti prende quando sei vicino alle stazioni, fra indiani assonnati, cinesi strani, italiani logori, e ti senti in un posto col suo senso. Claudia serve i clienti e ordina i caffè/cappuccini al suo collega, "Ciao Terè, come stai?" Ecco, siamo tornati al mondo, all'armonia della caffetteria, un luogo dove qualcuno riconosce qualcun altro, Claudia saluta questa bella signora mora mora sulla trentina, in salute, truccata e sorridente. Mi danno uno strepitoso cappuccio con un cornetto al cioccolato di pasticceria che mi rimette in squadra. Finisce bene, anche in Piazza della Suburra che pure ha un nome evocativo che potrebbe portare male e, per altro, s'inserisce benissimo nel contesto urbano sgarrupato della zona. "Er caffettiere", comunque, è una meraviglia!

Piazza della Suburra per un buon caffè e… pure i sorrisi delle studentesse!
Decido di farmela a piedi da Cavour al Pantheon, la mattinata è fresca e solare e Roma ammaliatrice continua ad incantarmi. Cammino sui Fori Imperiali, questa volta dal lato di Nerva mentre ieri avevo sfilato a fianco del foro di Traiano. Per uno di campagna, è tutto di una bellezza hors categorie, manca il fiato proprio come quando fai le salite in bicicletta tanto è bella l'area e sono suggestive le rovine.

Giù per Via delle Botteghe Oscure, ritrovo Largo di Torre Argentina che resta uno dei posti più "nostri" di Roma, poi Pantheon e altro caffettino alla Tazza d'Oro. Sono poco più di due gocce ma mentre scrivo questo post in Piazza Rondanini ho ancora quel bel gusto fra il forte e l'amaro in bocca. È un buon momento per chiudere, fra poco mi rituffo in un'apnea di norme, strategie e sistema paese. Arrivederci Roma.

Saturday, March 26, 2016

E morte non avrà dominio

sabato santo, post inaspettato, mentre sono in pausa pranzo dal ciclo di pulizia, un po' pulisco casa ma un po' ramazzo il mio mondo dalle scorie di troppe intensità locali e piccole battaglie che diventano però smisurate per la voglia di (stra)fare e l'ossessione per la qualità, nel tentativo di abbattere i miei multini a vento dopo aver spinto il ronzino a grande velocità per tanto tempo.

il triangolo si chiude quando sento una bellissima puntata di "Passioni" su Radio3, che ragiona sulla poesia e su quanto sia insensato pretendere di capirla.  più che una figura geometrica mi sento di contemplare un personale corto circuito di cuore e cervello, di scienza e anima.  forse il punto di partenza è la bellissima "La misura del mondo'' di Azzura D'Agostino, letta qualche giorno fa.
In matematica non sono brava.
Perdo il conto delle foglie dei rami
e per le stelle ogni volta ricomincio da capo.
Non riesco a misurare il salto delle cavallette
e non so la formula per il perimetro delle nuvole.
Il calcolo di quanta neve sia caduta mi sfugge
e anche di quanta ne possa reggere un filo d'erba.
La somma dei passi per arrivare al mare non mi riesce
e mi chiedo se per il ritorno devo fare una sottrazione.
Ho diviso il numero dei semi per i frutti
il risultato è una nuova foresta e ne avanza qualcuno.
Se moltiplico le giornate di sole per quelle di pioggia
ottengo più di sette stagioni e non so quante settimane.
La matematica mi confonde. Come misura del mondo è strana.
Per quanti conti si facciano qualcosa non torna mai pari.
Due finestre fanno una vista? quattro muri sono una casa?
Noi siamo i nostri centimetri, chili, litri? quanto pesa un segreto?
quanto misura una risata? e l'area del cuore come si calcola?
È evidente che la parte più profonda di me non è d'accordo: una delle poche cose che capisco è la matematica.  eppure è altrettando adamantino che la D'Agostino ha ragione e per giorni mi sono portato dentro questa antitesi un po' bislacca, fra purezza di visione e confusione della realtà, con quei versi che mi ricordano i sorrisi del Gatto di Chesire.  Razionalizzando anche troppo, la poesia evidenzia un conflitto fra modello e oggetto del modello: tanto è elegante l'uno quanto è sfocato l'altro.

Da http://www.verascienza.com/wp-content/uploads/2014/08/stregatto.jpg
Poi, a caso, oggi sbatto sulla trasmissione di Davide Rondoni, "La poesia dei vivi", Radio3, 26/03/2016:
  Molto spesso le poesie non si capiscono
  ogni tanto me lo dicono:
  le poesie, specie quelle contemporanee, non si capiscono
  un tempo provavo a spiegare un po'
  ma adesso prendo una strada più veloce.
  Perché lei sua moglie la capisce? i suoi figli li capisce?
  La guerra in Iraq l'ha capita? Qui non capiamo niente
  e bisogna capire solo le poesie?
  Cosa vuol dire veramente capire?
  ...
  Pensiamo forse che capire una persona sia, dopo 5 minuti
  o 5 anni o forse 50, guardarla negli occhi e dire
  "io ti ho capito, non hai più sorprese per me
  non hai più nulla da dirmi, non mi sorprenderai mai più?''
  Pensiamo che sia questo capire?
  Pensiamo che capire sia definire --de finis, mettere dei confini--
  ...
  Mentre invece no: le poesie, come le persone, non si capiscono.
  Si comprendono, cioè si prendono con te
  e per tutta la vita ti parleranno, ti stupiranno, ti faranno dei casini
  ti metteranno in questione, ti faranno dei problemi.
  Non è che Dante l'abbiamo capito, Dante continua a parlarci
  e anche la persona che ami, con cui stai, che hai sposato
  continua a parlarti a sorprenderti. Se non ti sorprende più, è
  finito tutto.
  ...
  Gli uomini sono fatti così: non si capiscono, al massimo si
  comprendono, si portano con te.
ho trascritto un po' al volo, dopo aver scaricato l'mp3 a futura memoria (DownloadHelper sempre sia lodato). mi è venuto di scrivere come se fosse poesia e invece è prosa recitata in radio ma tant'è. ho riascoltato questa bella voce e queste frasi dense a saporite che mi illuminavano sui motivi per cui non capivo la D'Agostino.  e di colpo, invece ho "capito" tutto e mi è venuta voglia di un post, mentre spero che a voi venga la voglia di sentire questo strepitoso podcast.

forse volevo tenere vivo il legame fra matematica, comprensione, poesia e canto del mondo; forse sono solo in debito di post per le troppe cose da fare, in crisi da astinenza da diario e uso il blog come metadone. di colpo, Rondoni prende un'altra piega e mi racconta coi suoi ospiti perché la poesia è vita, la metrica è controllo, coincidenza d'opposti, matematica dappertutto, "è la misura che ci consente di conoscere lo smisurato", sembra Lebesgue!  ma nella vigilia di Pasqua rimbomba in radio la potenza del verso di Dylan Thomas
  "E morte non avrà dominio"
Rondoni riattacca con "La poesia è dei vivi, è una passione dei vivi, perché fa vivere di più, non nel senso di durata, ma più intensamente…" Racconta che la partita non è fra vita e morte ma fra amore e morte e "morte non avrà dominio". 
  Benché impazziscano saranno sani di mente,
  Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
  Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
  E morte non avrà dominio.
per quanto siano giorni strani, col loro fardello di negromanti fanatici e sanguinari, è nuovamente primavera, domani l'ora legale suona la carica e "morte non avrà dominio". Buona Pasqua.

Sunday, January 10, 2016

Le più belle letture del 2015

Rumino da qualche giorno sulle migliori cose che ho letto nel 2015 e di colpo vedo che l'anti-Steve, nientepopodimeno che Bill Gates, ha già scritto la sua classifica at gatesnotes, bella! Tuttavia, da consunto Mac evangelist mi dico che non sono figlio della serva (ehm, certo che rispetto a Gates...)  e il mio orgoglio ferito m'impone di mettere giù la lista che, a dir la verità, sognavo articolata in 5 libri e 5 articoli (scientifici).

Ci deve essere qualcosa di segnaletico nel fatto che dei 5 articoli non c'é traccia né in questo post né nella mia testa: articoli zero, nisba, quel che ricordo sono bellissimi spezzoni ma di articoli che ho letto prima del 2015 e che mi sono rimasti incastonati nella testa per chiarezza, lucidità e vision. Dicevo "segnaletico" perché un altro modo di interpretare questa assenza è prendere atto che nell'ultimo anno ho fatto di tutto e forse disfatto anche di più ma ho letto pochissima scienza: sarà colpa dell'elearning, della SIE, della sbornia di didattica... sarà meglio che mi dia una regolata e mi azzardo a dire che m'impegnerò di più e che troverete i 5 articoli nel post futuro "Le più belle letture del 2016". Quindi, stay tuned! [ma m'impaurisco da solo: se leggo tanti articoli da trovarne 5 di belli, quando mai mi resterà più il tempo per i libri?]

Ma bando alle ciance e sotto coi 5 libri (in ordine vagamente temporale):

Meneghello Luigi, "I piccoli maestri", 1964. È semplicemente un gran libro, che mi ha fatto ridere fuori e sorridere dentro, riconciliandomi con quell'indefinibile straniante sensazione di sentirmi veneto senza sapere spiegare che cosa questo significhi in fondo in fondo. Dev'essere perché i bravi scrittori dicono meglio di te stesso quello che tu sei, te lo spiegano adesso anche se hanno scritto decenni fa e parlano della guerra partigiana nel bellunese e sul Grappa. Mi consento di citarne un pezzetto, che ricorda quanto fossero tempi complicati in modi che mi ricordano Gadda e il suo modo di decifrare la complessità di quel che ci circonda:

  Ora si era qua, ora là. Le cose sembravano le stesse, e invece
  cambiavano minuto per minuto. Questa insurrezione non è proprio
  autentica, riflettevo, ma nel suo piccolo nel suo imperfetto,
  riproduce certamente lo schema e l'andamento generale di queste
  cose. Ci sono forze impersonali in gioco, che si spostano come
  vortici in un fiume rapido, e ciascuno vortice sposta gli
  altri. Pare che manchi un centro, e invece se ne formano
  continuamente; chi riesce a tenersi in questi centri controlla tutto
  il resto. Si capiva che cos'è l'arte dei rivoluzionari da
  insurrezione; colpo d'occhio, tenersi in anticipo sulla corrente,
  riconoscere il centro dei vortici in arrivo.
Se siete tough, "che si legge taf",  e volete qualche commento in più potete leggere questo vecchio post. Ma è meglio se leggete Meneghello, va! 


Levi Primo, "Se questo è un uomo", 1958. L'ho letto in vacanza, roba da non credere, e mai avrei creduto che argomenti tanto dolorosi potessero essere raccontati con una chiarezza di spirito che rasenta l'ironia (o almeno questo ho percepito io di fronte a cose incredibili). Forse non c'è altro mezzo per raccontare un delirio di stupidità e odio nazista che usare, in qualche strano modo, una prosa aggraziata e secca, umana e ricca.

Don Lorenzo Milani, "Lettere di Don Lorenzo Milani priore di Barbiana", 1970. Ho preso in mano il volume di mio papà, ottava edizione del 1972, Arnoldo Mondadori Editore, 1200 lire, carta un po' ingiallita. Riposava tranquillo nello scaffale di archivio-riserva, quello dove si raccolgono i libri vecchi ma sempre validi, quelli che non hai cuore di liberartene anche se in mansarda ci si va di rado.

Don Milani è tanto duro quanto lineare, tanto combattivo quanto dolce e potente allo stesso tempo, si firma "tuo affezionatissimo, Lorenzo" dopo aver frustato verbalmente il destinatario (spesso a ragione). In un caso d'insonnia, ho riconquistato sonno (e sorriso) dopo che sono stato preso e portato via da una lettera in cui diceva che ti possono pure mandare in un buco di parrocchia con 90 anime e togliere dal commercio i libri che hai scritto, ma se te la prendi sbagli. Le lettere lasciano la voglia di essere un po' come lui, frizzante e sferzante insieme, ripieno di fede in Dio e negli studenti, con una traccia di genio e sregolatezza.

Ho anche trovato la radice di un concetto che amo e che mi è stato trasmesso dal mio amico e maestro Tony: si tratta di "duty of care". È la descrizione di quello che un docente dovrebbe fare: prendersi cura delle persone che gli sono affidate. Non è uno scherzo, è un dovere e non servono regolamenti e liste estenuanti di cose che non si possono fare. Si può e si deve fare quello che implementa il "duty of care", ad esempio arrivare preparati alle lezioni, fornire incoraggiamento, rispondere alle domande, aizzare le menti più brillanti, light a fire, come direbbe Yeats. E contemporaneamente, lo stesso identico dovere di cura impone, fra molte altre cose, di non insultare gli studenti con parole o atti, di non annegarli nel cinismo e nella disillusione, di non approfittare mai, fisicamente o psicologicamente, della posizione e del prestigio di docente. È semplice e difficile, duty of care, appunto. Ebbene, io pensavo che fosse una bella pensata anglosassone, di quelle che di tanto in tanto gli vengono stupendamente, ma poi ho letto Don Milani, che insegnava fra il 1954 e il 1966, e guardate quel che era appeso sulla porta della sua classe...
Bellissime foto della Scuola di Barbiana si possono vedere  in questa pagina di Alberto Sfoggia.
[Don Milani è molto più di un educatore e non ho che sfiorato la sua grandezza: io l'avevo conosciuto nel miei roaring twenties per le sue prese di posizione contro la guerra e "l'obbedienza non è più una virtù"]

Casati Roberto, "Contro il colonialismo digitale", 2013. Il libro di carta non è da buttare. Anzi, in estrema sintesi, è meglio ricordare che non è né sano né "normale" perdere tempo prezioso in tweet, chat, sms, touch, like, post (!) se questo va a discapito della lettura e della concentrazione, anche e soprattutto a scuola:
Ma la lettura è stata rubata. Dobbiamo ora capire quali conseguenze ci sono per chi legge, e come fare per riconquistarla.
Casati scrive bene, ragiona bene e argomenta anche meglio. Non se la prende con la paccottiglia che ci distrae in continuazione e ci ricorda (specie a me!) di tenere la barra dritta. Se mi perdonate l'auto blog-citazione, qualche altro pensiero sul tema l'ho scritto a Novembre.

Pirsig Robert, "L'arte della manutenzione della motocicletta", 1974. Questo è un volume estroso, mi avevano detto che era un cult, il che a volte è una iattura. Inizio a leggere e non lo mollo più sparandomi giovanilmente le 150 pagine finali in una lunga apnea domenicale. È un libro potente, che trasuda la mistica della Qualità, qualche seguace di Pirsig studia e ancora propone una Metaphysics of Quality (MOQ). È una storia di viaggio, su una moto, ed è anche un viaggio dentro le menti dei protagonisti a caccia di capire il mondo, cosa sono e cosa sono stati. L'enfasi sulla Qualità porta nel testo a sottolineare l'importanza di tenere a quel che si fa, che è un'idea non lontana da alcune espressioni da Don Milani:
E mi venne in mente che non esiste nessun manuale che parli del problema essenziale della manutenzione della motocicletta: tenere a quello che si fa. Questo è considerato di scarsa importanza, o viene dato per scontato. Durante questo viaggio credo che dovremmo pensarci un po' sopra, per vedere se questa strana separazione tra quello che l'uomo fa e quello che l'uomo è non potrebbe aiutarci a capire che cosa diavolo è andato storto in questo ventesimo secolo.
Poco importa se questo "tenerci" si applica ai cilindri della moto o ad altro. E in effetti poi parla anche di Università, con la "U" maiuscola:
La vera Università non ha un'ubicazione specifica. Non ha possedimenti, non paga stipendi e non riceve contributi materiali. La vera Università è una condizione mentale. È quella grande eredità del pensiero razionale che ci è stata tramandata attraverso i secoli e che non esiste in alcun luogo specifico; viene rinnovata attraverso i secoli da un corpo di adepti tradizionalmente insigniti del titolo di professori, ma nemmeno questo titolo fa parte della vera Università. Essa è il corpo della ragione stessa che si perpetua.
Non vi rovino la lettura, che a in certe tirate fra il platonico e l'aristotelico richiede stoicismo e disciplina, ne vale la pena (in finanza, in amore e in letteratura vale il "no pain no gain", no?)

Tuesday, December 01, 2015

Idee di università


Il tema di oggi è “l'idea di università'”... una parola! Il solo tentativo di mettere a fuoco con maggiore precisione l'argomento si infrange con la difficoltà di scegliere uno  fra i moltissimi aspetti che mi sembrano centrali quando si parla d'università oggi.

È forse questo il confuso nesso che mi fa tornare alla memoria Italo Calvino e le sue “Lezioni Americane”. In particolare, mi pare che la Molteplicità possa sintetizzare l'idea di università che discuterò brevemente in questa nota (senza la benché minima pretesa di rendere onore alla bellezza e profondità del testo di Calvino).


All'università oggi viene chiesto di tutto: oltre ai compiti tradizionali, istruzione superiore e costruzione di ricerca e sapere critico, sono richieste attività di terza missione, differenziazione e formazione specialistica. Non che agire su molti fronti sia in sé una novità: al buon docente veniva un tempo richiesto di svolgere con brillantezza compiti didattici, organizzativi e di ricerca che, a ben guardare, potrebbero domandare attitudini e preparazione differenziate, non sempre reperibili nei medesimi soggetti. Eppure, adesso serve di più, di meglio, per molti più studenti/utenti che in passato, con personale in numero inferiore e risorse ridotte e tagliate di continuo.

E chi se la può permettere questa Molteplicità?

Credo che l'innovazione tecnologica possa e debba essere utilizzata per rendere le nostre università molteplici e in grado di affrontare le impegnative sfide che ci vengono proposte. Non mi soffermerò sui modi in cui tecnologia e software stiano incidendo nei processi amministrativi, di raccolta dati e controllo/gestione degli atenei. Certamente, l'impiego comune di pacchetti come U-GOV o Esse3 ha portato anche miglioramenti (oltre che inenarrabili sofferenze...) Ritengo che l'innovazione in ambito didattico abbia un potenziale enorme e largamente non ancora sfruttato.

Mi riferisco in particolare alla crescente diffusione in ambito internazionale di pratiche didattiche che si potrebbero genericamente definire con i termini multimediali o elearning. Per dare un'idea, penso a corsi MOOC (Massive Open Online Courses), flipped lectures (“lezioni capovolte”), insegnamenti a distanza, master executive, corsi d'aggiornamento...

Un ateneo molteplice dovrebbe forse attrezzarsi per consentire ai propri docenti di accedere facilmente alla possibilità di creare prodotti didattici in video o multimediali, aperti a tutti ed erogati sul web, anche in lingua straniera. Evitando alcuni flop clamorosi del passato e disastri pedagogici, come filmare le lezioni in presenza, le attività sarebbero basate su:

  • brevi video da 8-12 minuti di durata;
  • quiz e materiali di autovalutazione;
  • assistenza e tutoraggio online da parte di personale esperto sia di questioni tecniche-informatiche sia disciplinari;
  • presidio di forum, blog e canali social. 

Alcuni di voi potranno intravedere in questa lista una descrizione di quello che è un buon MOOC. Ma si dovrebbe aspirare a qualcosa di più generale. I materiali video, multimediali e veicolati via web dovrebbero essere una commodity. Leggo sul dizionario la definizione di commodity:
a useful or valuable thing, such as water or time.
Potrei tradurre in italiano come “bene di largo consumo”, di basso costo e di grande potenzialità. In ambito agricolo, ad esempio, il termine commodity si riferisce a materie prime come i cereali, che oltre ad essere molto diffusi, si prestano alla creazione di molteplici altri prodotti finiti o semilavorati.

La capacità di produrre video e materiali didattici multimediali di alta qualità mette in condizione di miscelare questi oggetti in modi diversi:

  • per creare corsi online o MOOC a costi ridotti (con organizzazione adeguata); 
  • per riconoscere crediti a chi ne ha titolo (persone in regola con iscrizione e tasse) previo  esame in presenza con accertamento di identità;
  • per parificare in ingresso gli studenti, fornendo competenze di base non ancora possedute;
  • per fornire in modo riutilizzabile ed efficiente competenze molto specialistiche destinate a numeri di utenti così bassi da rendere poco pratica l'erogazione di corsi.
  • come supporto a lezioni in presenza, fornendo la possibilità di discutere i video/materiali già visionati/studiati, o attivare forme di didattica non standard (brainstorming, lavori di gruppo, flipped lectures...);
  • per promuovere processi d'internazionalizzazione (se i prodotti sono in qualche lingua veicolare);
  • per presentare pillole di ricerca e didattica al grande pubblico, imprenditori, pensionati.

Ci si può chiedere come sia possibile che un video possa svolgere tutte queste funzioni contemporaneamente: pensate, per fissare le idee e cavalcare l'attualità, a un video sul trattato di Schengen. Come può essere usato per un corso online ma anche in presenza, per studenti del master e per i pensionati? Credo che la risposta sia proprio nella sua natura di commodity, di blocchetto di un Lego che non può prescindere dagli altri mattoncini con cui l'università lo circonda.

  • Gli utenti di un MOOC sul Diritto Europeo erogato interamente online usufruiscono del video e rispondono a semplici quiz. La conoscenza acquisita è, forse, di base e volatile e la persona che ha seguito il corso riceve un semplice attestato di frequenza senza nessun valore legale.
  • Gli studenti regolarmente iscritti usufruiscono del video (a monte) e lo usano come base per una lezione tradizionale (a valle). Il docente, facendo leva su quanto già fatto, può spingere l'analisi a fondo e un esame finale certifica competenze riconosciute con crediti formativi.
  • L'avvocato, il professionista o l'imprenditore che da molto tempo non rinnova il suo bagaglio di nozioni, usa il video in corsi di formazione che prevedono anche discussioni di gruppo e/o panel con esperti. Una verifica finale concorre a certificare che i requisiti di aggiornamento richiesti dalla legge sono stati assolti. 
  • ...

Sono solo esempi ma questa idea di università consente agli atenei di cavalcare le possibilità offerte dalla tecnologia, di continuare a esprimere programmazione didattica di alta qualità, di servire il territorio consentendo agli operatori economici di sapere quel che si crea in accademia, di trarre benefici dalle conoscenze diffuse nei dipartimenti e di riutilizzare spunti, idee e competenze adattandoli ai propri bisogni con flessibilità.
Dicevamo: a useful or valuable thing, such as water or time. Potremmo sintetizzare in:
Le commodity multimediali sono l'acqua e il tempo: ingredienti semplici e preziosi per gli atenei che sanno utilizzarli per creare prodotti formativi ben progettati e “molteplici”.
Rileggo i brevi titoli delle lezioni calviniane: oltre a Molteplicità ci sono Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità. Nella prefazione leggo che sono “alcuni valori letterari da conservare nel prossimo millennio”.
Con eccessivo ardire credo che le commodity multimediali di cui abbiamo parlato per l'università di domani potrebbero essere interpretate secondo canoni simili, “oggetti didattici da progettare per il prossimo decennio”, si parva licet.

[ Testo di una nota presentata al convegno IDEE DI UNIVERSITÀ E STRATEGIE DEGLI ATENEI ITALIANI, organizzato dal centro GEO, 30 novembre - 1 dicembre 2015, Roma, http://www.congressi.unisi.it/geo2015/ ]

Sunday, November 22, 2015

Produttività digitale, una settimana di cattivi pensieri


Rifletto da un po' di tempo sulla rivoluzione digitale che, per dirla con Patti Bravo, ``mi fa girar come fossi una bambola'': spesso sono letteralmente estasiato dalle possibilità della tecnologia, dall'adrenalina che scorre sui social e dal trip che mi porta via quando programmo e posso raggiungere con un codice quel nirvana di soddisfazione che forse solo arte, amore e matematica sanno dare. Allo stesso tempo constato con una qualche apprensione che siamo avvinghiati come tossici tristi all'idea, distribuita a piene mani ovunque, che smart, digital e online siano necessarie e vitali come l'aria che respiriamo. Scusa, spetta n'atimo...

Tutto questo ci rende più produttivi? È una questione dibattuta fra gli economisti (che, a dirla tutta dibattono tutto senza requie!) ma leggo su ``Italia Digitale'' (supplemento Corriere della Sera, 20/11/2015) che in un decennio la produttività attribuibile al progresso tecnico è aumentata dello 0.3% annuo, ma è calata dello 0.7% nel 2014. Per riassumere un po' grossolanamente: forse questa sbornia tecno-IT aumenta il PIL di uno zero-virgola e per dirla con l'autore Massimo Sideri:
La grande promessa dell'impatto della tecnologia sulla produttività generale è tutt'altro che da ritenersi un dato acquisito.
Ieri sono stato alla mia filiale Unicredit, di cui sono cliente da almeno 20 anni. Dovevo ordinare una carta di credito Flexia che rimpiazza (forse) la CartaSi in modo da farmi risparmiare 10 euro a semestre di fee. Visto che c'ero, ho anche aggiornato la MIFID. La tecnologia ormai straripa in una banca: hanno fatto fuori migliaia di dipendenti e chiuso filiali, ti devi fare tutto online: ``è semplice'', ti dicono, clicca qua, clicca là. Ma io non ero riuscito a trovarlo questo link, dato che bisognava ravanare dentro menù esoterici e il primo e unico link in evidenza con scritto ``Aggiorna la tua MIFID'' ti portava unicamente al suggerimento di recarsi in banca... Sarà anche un problema d'interfaccia fatta male, di interazione web-utente del menga e così via, ma io me la sono dovuta incartare e ho risposto in presenza e alla vecchia maniera alle domandine MIFID sul rischio finanziario che tollero.

Ancora più interessante è stato il processo di richiesta della carta. Si segue una serie di schermate e forse è un deja-vù: mi scusi la rete è lenta, c'è l'aggiornamento del software, stamattina la rete è veramente più lenta del solito, non accetta la data, ``non importa, adesso forzo la procedura''... Sono abituato, lo siete probabilmente anche voi, aspetto con stoica pazienza che la mia consulente, ad occhio almeno 55 anni d'età, chiami la Mara, collega più giovane sulla quarantina e più informaticamente sgaggia. Al di là di alcune considerazioni sul digital gap delle generazioni più anziane - pensiero lancinante: mica mi manca tanto tanto ai 55 - la Mara fa progressi ma non siamo diventati schegge. E poi arriva il clou: ``la vuole la foto sulla carta?'' Beh, perché no? È una misura di sicurezza in più, se ti fregano la carta magari non riescono ad usarla nei locali mangiando a ufo, ve lo meritate ladri che non siete altro! Consegno docile la mia carta d'identità, con l'orrenda foto d'ordinanza di cui vado fiero, in cui sembro un serial killer di quelli crudeli e non pentito, e attendo che in un altro ufficio usino lo scanner. Il tempo passa, alla prima bancaria si aggiunge la Mara, il tempo passa. Dopo un po' scendo e vedo tre persone armeggiare sullo scanner, il tempo passa: 20 minuti x 3 persone = 1 ora, w la produttività! Però la Mara ha una marcia in più e avrà il mio sempiterno rispetto per aver staccato lo scanner USB dal computer della collega e averlo trasportato sul suo PC (lo avrei fatto anche io: ci sono tonnellate di casi documentati di apparecchiature non funzionanti su un computer per motivi del tutto ignoti che funzionano come pallettoni sul computer a fianco, del tutto identico a quello recalcitrante). In effetti, lo scanner funziona e Mara vede finalmente la mia faccia.

È fatta, no? Niet, messaggio d'errore: ``i colori sono innaturali'', ma va va... Toglie la carta dall'astuccio plasticato: risulto sempre innaturale; Mara prova con una cartellina di plastica lievemente opaca, lo trovo geniale, tipo effetto calza-flou di Berlusconi: ma purtroppo sono ``innaturale'' un'altra volta; prova pure ad acquisire la foto in bianco/nero: passo da ``innaturale'' a ``troppo ombre sul viso''. Mi sto per incazzare, è mattina e non ho bevuto un goccio di vino che sia uno! Mara è piegata ma non vinta e chiama il collega trentenne (e smanettone) che prova a cambiare i settaggi dello scanner: più contrasto, troppe ombre, meno luminosità, troppe ombre, va a ramengo, troppe ombre innaturali... poi di colpo, ripete la scannata due volte con lo stesso settaggio e, voilà, la foto va bene. Io e Mara gli chiediamo adoranti: ``ma cos'hai fatto?''. Sapete già la risposta: non ha fatto niente, la prima volta ero ombroso e innaturale, la seconda andavo bene anche se ero identico alla prima, io e i settaggi. La finisco qui ma non vi nascondo che la vicenda mi ha lasciato dei dubbi sulla produttività degli operatori di un primario gruppo bancario italiano e del suo po-po di IT e dei milioni che ci hanno speso. Un'ora in tre-quattro persone per una richiesta di carta Flexia o poco più. Certo, si può anche pensare che dipenda dal mio look da serial killer ma credo che tutti abbiano esperienze di quegli inutili, frequenti e sfiancanti combattimenti con i computer che ti fanno perdere tempo e quel che è più importante, pazienza e concentrazione.

Questa esondazione di gadget tecno-touch mi lascia perplesso anche in campo educativo: se non hai una LIM sei una merduccia; senza youtube rasenti il trash; online, connected, MOOC sono placche d'acciaio onnipresenti nella corazza di discorsi e documenti che sento e leggo in ogni momento. Senza la tua dose intravena di digital sei onestamente un figlio di NN e ti rimproverano anche di non voler andare in comunità. Se sapete chi sono forse condividete l'idea che chi scrive non è un luddista che aborrisce le tastiere: passo le mie giornate pestando tasti, adesso ho pure un Iphone con Google calendar, tweetto come un uselet, se non sai R (http://cran.r-project.org/) ti guardo male. Eppure mi chiedo se non sia il caso di rimettere le cose a posto e di smettere di confondere i mezzi coi fini: educare è il fine e lo si può fare in molti modi, bene o male; le tecnologie (LIM, video, Ipad...) sono strumenti che, come tali, possono essere usati male (è facile!) o bene (questo è molto meno semplice). Roberto Casati e il suo bel libro ``Contro il colonialismo digitale'' dice le cose con acume e competenza: i nativi digitali non esistono, la lettura (e aggiungo io, la buona scuola) va difesa dalla miriade di distrazioni a portata di touch. Lo vorreste voi come collaboratore o impiegato un drago del tweet compulsivo o del like multiplo, e whatsappatore frenetico? Non è meglio se ha imparato per bene alcuni concetti base del lavoro che fa, se li applica con accuratezza e concentrazione e se mette competenze diverse dal ``dito sfiorante'' nel suo bagaglio culturale?
Roberto Casati, "Contro il colonialismo digitale", Laterza
Ho sperimentato personalmente la mostruosa intensità didattica che può scorrere nelle vene di studenti e docenti quando l'interazione è mediata e moltiplicata dalla tecnologia. Ma credo ferinamente che non è questione legata al mezzo in sé: i buoni docenti incatenano l'attenzione degli studenti in presenza o online, ci possono essere differenze e sfumature ma la didattica di qualità non dipende dalla modalità d'erogazione e non necessita di LIM, ipad, video, bric e brac e altre amenità. Ho scritto non necessita, gli strumenti usati bene sono utili e a volte utilissimi ma è evidente (a me) che una buona bistecca me la posso mangiare anche a morsi e resta buona e che un buon coltello da cucina aiuta (ma non mi sogno di pensare che è meglio della bistecca).

Sto leggendo ``The organized mind'' di Daniel Levitin, è stato uno studenti di Amos Tverksy, premio nobel per l'economia. Racconta belle storie (quelle che se sei chic le chiami case studies), dice cose sane, dice (lo ripetono tutti da anni) che il cervello odia il multitasking e che le nostre capacità cognitive possono essere aiutate con saggezza delegando alcuni compiti intellettuali ad altro fuori da noi (la segretaria se ce l'avete, liste delle cose da fare, computer). Questo consente di migliorare l'organizzazione del pensiero, ridurre le distrazioni, controllare l'ansia da prestazione (intellettuale, la sessuale è un'altra storia!). Consente specialmente di lasciare che il cervello sia focalizzato su una cosa per volta, consente di esserci con la testa che è cosa difficile da fare fra app, like, smart-phone, sms, email a grappolo... In fondo, è una lezione antica che rasenta il precetto yoga di essere presenti a sè stessi nel momento in cui serve. A me vien in mente anche una versione mindfulness-like di Marx e della sua alienazione: avete presente i colleghi che a un seminario, consultano la posta e, contemporaneamente, messaggiano? In teoria sono li a fianco a te e pare che ascoltino ma non trovo esempio migliore di ``alienato'': sono altrove, la loro testa è fuori. Il che non vuol ancora dire che sono fuori di testa ma non ci manca molto...


Come ulteriore variazione sul tema, "La lettura" di oggi 22/11/2015 ha un pezzo sull'insegnante migliore del mondo (si, c'è scritto così: sono americani, portate pazienza, lo devono chiamare "Global Teacher Prize"). Io m'immagino una rampante collega iperconnessa, super-tecno, connection-savior che fa fare ai suoi studenti geek cose mai viste con le LIM, Ipad e wiki di cui parlavamo prima. Invece, Nancie Atwell di digital pare non avere nulla: una strepitosa signora coi capelli bianchi, china ad ascoltare i suoi studenti in un centro rurale di 1200 abitanti, in qualche pancia d'America:  
I get to demonstrate what is possible, teach what is useful, establish conditions that invite engagement, support the hard work of literary reading and writing, and enjoy the kinds of relationships with adolescents that drew me to education in the first place.
La sua filosofia è semplice, dice ai bimbi di leggere quello che gli pare, sperimenta e sedimenta metodi didattici nuovi, senza tecnologia digitale. Alla fine questi si leggono 40, quaranta?, libri l'anno. Ha vinto un milione di dollari (come Zio Paperone), li investirà nella sua scuola. Evvai, finalmente avranno la banda larga, o no? "Dobbiamo fare alcuni lavori e sistemerò i caloriferi". Si studia male al freddo del Maine, pazienza per i megabit e i touch-screen. Sono contento per i suoi alunni ma in fondo in fondo Nancie scalda il cuore anche a me.

Saturday, October 31, 2015

Museo Bailo

Post veloce per sottolineare un highlight della città che ha di recente bloccato il traffico per la sua (ri)inaugurazione dopo 12 anni di chiusura e quasi 5 anni di lavori.

Siamo stati a vedere il Museo Bailo di Treviso, in una sfolgorante giornata d'autunno, curiosi di vedere per la prima volta le collezioni che contiene. C'è molta trevigianità in Arturo Martini e Gino Rossi e negli altri artisti che comunque solcavano l'europa da Parigi a Monaco per vedere e odorare gli esperimenti artistici di un mondo che viaggiava a folle velocità verso la prima guerra mondiale.

La facciata esterna e la tersa luminosità interna.
Non sono per nulla esperto ma leggo nei pannelli di Arturo Martini e della sua Ca' Pesaro, quando per un periodo l'ombelico del mondo era là. E ci sono le opere, belle, stranianti, anche paurose come una maternità arpia, e insieme dolci e inquietanti.


In alto un gesso di Martini, elegantemente valorizzato da una fascia metallica dorata. Sotto, la versione di Ca' Pesaro a Venezia.
Resta nella memoria anche la forza visionaria e fauve di Gino Rossi, che finì i suoi anni in manicomio dopo aver illuminato il mondo coi colori e con l'amico Martini.

"Paesaggio Asolano" di Gino Rossi. Si vede la chiesetta di Monfumo, edificio familiare a tutti coloro che transitano per i colli.
Il museo in sé è anche una bellezza architettonica che ha valorizzato il convento degli Scalzi e i suoi chiostri. Le finestre disegnano dei De Chirico e i dettagli sono illuminanti, ampie vetrate, grate metalliche e placche d'acciao vivo. Bentornato Bailo!



Un De Chirico fatto in casa, preziose immagini dell'enorme lavoro di  remise en forme del museo e un dettaglio della porta d'ingresso.

Sunday, October 18, 2015

Tutti gli uomini del presidente


Mi godo da giorni, a mo' d'ornitologo, una frenetica attività all'ex-macello. There is something in the air, gran parecio, chiacchiere fra i passanti e molti lavori manuali. Arriva a compimento dopo 19 anni il restauro del Mulino Passuello, il grande S. Giobbe è finito: un lavorone da 19.000 metri quadri, in uno dei luoghi simbolo di questa città screziata di tante cose, inclusi edifici d'archeologia industriale che avevano perfino solleticato i progetti di Le Courbusier.


Abbiamo il mulino, dove si spostano in prevalenza i colleghi giuristi; abbiamo il giardino, dove gli studenti potranno "riposare durante le lezioni" come dice con involontaria comicità la Nuova; abbiamo una biblioteca sfolgorante di luci, volumi e collezioni. Abbiamo tutto... eppure oso trafugare proditoriamente un leggendario pezzo di Bubola, che ho sempre e solo dedicato a Cesira, per provare a colmare una mia inconsolabile e acuta sensazione di mancanza:

E mi trascino la notte e il giorno come un fantasma di bar in bar
bevendo birra, tossendo lacrime sfidando la forza di gravità
con un bicchiere sopra la testa ed una voce dentro di me
che mi ripete, che mi ricorda
che non ho niente se non ho te
molto di niente se non ho te


Potranno mai perdonarmi Bubola (e, specialmente, Cesira!) per questo accostamento? Non ho niente se non ho te, non ho niente se non ho il presidente!

Infatti, come sapete, girava la voce che sarebbe arrivato anche lui, his majesty the king e presidente del consiglio Matteo Renzi. Da giorni ammiravo squadre di lavoratori intervenire con la carriola nel corridoio di S. Giobbe per sistemare la pavimentazione. È stato bello vederli rifare le boiacature fra le pietre d'Istria, cazzuola e via dove c'era più bisogno. Io posso anche pensare che hanno dato, come diremmo dalle mie parti,  na passada dove passa el prete, a macchie di leopardo e allestendo piccoli micro-cantieri. Ma è lo stesso, hanno anche rifatto gli intonaci, anche questi a scacchiera, un pezzetto malandato si, un altro in forma migliore, no. Una lodevole spending review estetica ancor prima che finanziaria: si fa solo quel poco che serve a migliorare tanto l'immagine, il resto della salsedine è evidentemente del maligno.

Microcantiere per pavimentazione e sistemazione locali/intonaci/ quel che serve...
E io che per anni avevo pensato che fosse una cosa ex-democristiana d'altri tempi: prima delle elezioni, che le vincevano sempre loro, comunque si dava un'asfaltata veloce alle stradelle (ve lo ricordate il macadam?) e si cambiavano le lampadine ai lampioni per migliorare la sicurezza notturna. Insomma si metteva a posto. Da noi hanno lavato perfino i vetri, l'ultima volta che io ricordavo simili "pulizie di primavera" risale alla Gelmini! Devo ammettere che questi democristiani erano renziani ante litteram? Forse si, se si giudica dai lavori pubblici che si dispiegano per l'arrivo dei potenti o in occasione degli appuntamenti elettorali. E aggiungo comunque che, se questo è l'effetto, vale la pena invitarli più spesso i politici: una volta Renzi e rifacciamo la pavimentazione; una volta, che ne so, la Boldrini e sistemiamo gli intonaci; poi sotto con Grasso e via di questo passo: gli edifici restano perle d'arredo urbano e i locali sempre sbiancati di fresco.

È stato bello anche attendere trepidanti in aula magna che arrivasse il Renzi: brusii, chiacchiere, tweet. La solita e sempre interessante fenomenologia di chi sta in piedi "in corridoio", in apparenza lì per caso, a conversare leggiadro come a un high tea, ferocemente in vista. Tanti colleghi, tanti politici, molte uniformi, carabinieri in divisa di gala con un pennacchio così bello da fare vacillare anche un obiettore come me!

Poi arriva il presidente e noi di CF partiamo con gli effetti speciali: giù le luci e show di muscoli multimediali con video a tutto schermo, Carmina burana ad alto volume in una lingua che non ho capito ma di grande effetto, immagini oleografiche di una Venezia visivamente rapitrice e sotto-titoli che, appunto, sotto-lineano i "1000 follower", i "10000 studenti", i "100000 metri quadri", i "1000000 di euro investiti"... Eddai che scherzo, non mi prendete alle lettera, serve per dare l'idea!

Effetti speciali, Rettore, Brugnaro, Donazzan... noi si ballava sui tavoli con Renzi in platea!
Adesso, per due righe, smetto di scherzare: veramente sembravamo una super-potenza accademica e sentivo l'orgoglio istituzionale di aver contribuito un cin a fare un campus di paurosa bellezza. Harvard, MIT, Sorbonne e atenei foresti tutti: mangiate pure la nostra polvere! "Il futuro è qui!", come recita il titolo di chiusura del video. Poi parlano il rettore Bugliesi, discorso bene in campana; si passa la parola alla Donazzan che m'impressiona positivamente perché evita la polemica leghista e le riesce pure di usare con deliziosa ironia l'aggettivo "sereno", che resterà per sempre renzianamente appropriato; poi anche Brugnaro si difende con onore parlando a braccio e, pure a lui, mi tocca obtorto collo dargli dei punti dato che assolve il ruolo con la professionalità degna della fascia di sindaco che indossa.

Poi, Renzi: parla bene, camicia bianca d'ordinanza e tenue tocco di colore con cravatta celeste, eye contact. Dice molte cose, dice che è stato sindaco anche lui e che "il governo farà la sua parte", Brugnaro chiama l'applauso che la platea concede. Dice che "bisogna fare uscire l'università dal perimetro della pubblica amministrazione": bello, brutto o speriamo ben?  E poi, perché "il perimetro"? Hai qualcosa contro "l'area della pubblica amministrazione"? Scusate, fisima matematica! Dice tante cose, le dice bene, le dice con energia, in fondo suona la carica per tutti e dice che ascolteranno le voci che vorranno interloquire e poi faranno quello che c'è da fare (ahi, ahi... vedo la sinistra PD in un nuovo incubo!)
Tutto curato, il centrotavola pare un merletto di Burano!

Ok, la festa è finita. Mentre Renzi va in visita io passo per l'ufficio e preparo con cura l'imboscata al buffet (mise en place curata, camerieri in gran tiro giacca nera elegante, cibo bello da vedere ma, come dire, etereo al punto che devo fare parecchi giri).

Ripenso al titolo del post:  non mi deludere ancora, presidente, non finirmi nella discarica della storia come un Nixon qualsiasi...

BEC: un fior di biblioteca (source)

Sunday, September 13, 2015

Masaccio o "memoria corta"

Chi siamo dipende anche da chi eravamo e questo dipende da quel che sai o vuoi o puoi ricordare. Per carattere sarei generalmente un magna-e-desmentega perfetto: mi dimentico tonnellate di roba senza remore e senza paura, e lo faccio pure con malcelato orgoglio: mi dico che dimentico le monate per fare spazio alle cose importanti, così resto a fuoco su quelle. Mah, a volte mi pare che mi dimentico e basta. Certo, ci sono anche cose, eventi, persone che ricordo a ferro e fuoco per decenni ma sono eccezioni, specie di simboli, memento mori e milestones simbolici da usare nei momenti di bisogno, per ispirarmi o ispirare. Cose simpatiche come ``quello è una carogna sempre e comunque, in secula seculorum'' o successi privati o pubblici che uso come antidoto a puntate per i veleni che t'intossicano di tanto in tanto. Ma sto divagando, non che sia una novità in questo blog...

C'è anche una memoria più profonda e che sento più veneta, quella che ci consente di tenere traccia di quello che siamo perché sappiamo quello che abbiamo fatto.  Ecco, di questa memoria ne vedo poca. Lo vedo su di me: fra poco arrivo al mezzo secolo di vita e so poco e forse ricordo ancora meno di quel che è accaduto qualche decennio fa nel lembo di terra che mi circonda, di quando il tempo e la storia si devono essere attorcigliati in una smorfia di disumanità e ferocia senza eguali. Mi rendo conto che so poco o nulla di pagine della resistenza che, forse, dovrei conoscere per capire quello che sono e quanta strada il mio piccolo mondo veneto abbia fatto da allora.

Questa storia è un cerchio di 20 km, in linea d'aria non mi sono allontanato mai più di 5-6 km da casa. È un viaggio in macchina con papà, il mio usb di riserva per quel che riguarda la memoria, in un pomeriggio di mezzo agosto.

A Castello di Godego in località Cacciatora c'è un monumento che ricorda le 73 persone massacrate il 29 aprile 1945 da un reparto di nazisti che affannosamente remavano verso nord per scappare ad americani ed inglesi che li braccavano. Questi 73, ho pensato, sono le Fosse Ardeatine de noantri e io, che potrei sembrare uno di cultura, quasi nemmeno sapevo dov'era la Cacciatora. 73 persone, fra cui bambini e donne, sparati alla nuca e abbandonati in un campo non si sa bene perché (ammesso e non concesso che una ``provocazione'' di qualche mona potesse giustificare alcunché).
Stele con nomi ed età degli assassinati.
Guardando la lapide sono rimasto sbigottito a diversi livelli ma ciò su cui mi soffermo ora è la domanda ``Ma come facevo a non sapere?'' Ok, forse semplicemente non ricordavo ma cambia poco: come czzrla fai/facciamo a non ``ricordare'' cose così? Ma dai, che ce le ricordiamo: ogni 29 aprile c'è la commemorazione...  Sarà, ma mi sembrano quelle commemorazioni che a noi giovani cinquantenni scarsi (notate l'ossimoro, please) sembrano cose vecchie e ininfluenti.

Stele della Cacciatora, in memorie delle 73 vittime, e attività produttive sullo sfondo.

Luogo dove stava prima il monumento, ora spostato più in là su via XXIX aprile. È ancora ben visibile lo spiazzo guarnito dai cipressi.
Mi fa anche effetto constatare che abbiano spostato la stele da dov'era, in prossimità di un incrocio, per evitare ``problemi al traffico'' sulla Statale che va a Bassano. Poco male, mica è una mancanza di rispetto spostare il ricordo di 73 morti di 50 metri per far scorrere il traffico senza intoppi e senza pericoli. Ma perché mi rimbomba in testa un ``O no?'' impietoso e ghignante? È stranamente evocativa anche la nuova posizione, appunto solo 50 metri più in là su Via XXIX aprile. Faccio qualche foto e per quanto ci provi non riesco a togliere dall'inquadratura un capannone e una villetta. Forse non serve che lo espliciti ma, mentre riempivo la card d'immagini, questo capannone e villetta si trasfiguravano in simboli della nostra memoria corta e di quanto siamo cambiati dal '45 ad oggi. Villette, capannoni, traffico fluido, capannoni, villette... Non so se era quello il mondo che volevano nel '45 anche se mi guardo seriamente dal pensare che schiene rotte, ignoranza e pellagra siano meglio di capannoni e villette.

Proseguiamo lungo la XXIX aprile prima e Via Montegrappa dopo, girando a Ramon per andare quasi lungo il Muson a Case Piotto a vedere il cippo che ricorda la morte di Primo Visentin ``Masaccio''. Era comandante della Brigata Martiri del Grappa, ucciso il 29 aprile del 1945 in circostanze che solo ora possiamo accettare: quasi certamente gli sparò alle spalle un tale Andreetta, partigiano discutibile e gran fiol di buona donna che ne aveva fatte di cotte e crude. Avete notato che la data è ancora 29 aprile? Beh, è una coincidenza, in quei giorni succedeva di tutto e il fatto che i luoghi distino 4-5 km è un caso. È forse meno casuale che un Masaccio morto fosse un ostacolo in meno alla transizione soft che alcune forze politiche desideravano alla fine del conflitto. Mica si può andare avanti con questo clima d'odio per sempre? Credo che ci sia anche saggezza nel lasciarsi alle spalle qualcosa: diciamo che si tratta di limitare scientificamente la memoria ma come corollario, mi dicono, c'è stato anche quello di rivedere troppa gentaglia compromessa col fascismo nelle istituzioni del dopoguerra.

Chi ne vuol sapere di più e di meglio (io faccio lo storico da osteria solo nelle domeniche nuvolose per scaricare l'ansia da prestazione accademica) può leggere Ceccato, ``La morte del comandante partigiano Masaccio: delitto senza castigo'' e anche questo articolo, scritto prima che io nascessi da uno che conosco.
Cippo in memoria di Masaccio a Case Piotto.
Il girotondo fra le strade di casa volge al termine, Da Loria scendiamo verso Riese ma in corrispondenza della zona industriale e della ex-FOVEN pieghiamo per Via Brigata Martiri del Grappa per andare a vedere la tomba di Masaccio nel cimitero di Poggiana di Riese, frazione natale di papà. Mentre per qualche strano caso il cippo lo avevo già visitato qualche anno fa, la tomba non l'avevo ancora mai vista (48 anni, 3 km da casa mia, il blog contiene Sydney nel nome: bizzarrie turistiche di noi polentoni). Sulla lapide leggo una poesia, custodita in una specie di scatola di plexigas per salvarla dalla pioggia, appoggiata a un masso perché resti verticale. E la smemoratezza di questi tempi incerti e arricchiti torna a farsi sentire:

Ma qua me vardo intòrno
e libero a me mente,
dei tosi del Vial nò ghe' nteressa gnente,
ai morti soto i rovi,
i ga cambia camixa,
comanda sempre lori

Ma caro comandante no i gò
desmentegai que attimi de gloria,
de miseria tanti, xa pasai,
quei giorni in cui se jera
imbriaghi sensa paura dea gaera,
de tanti sogni de strana libertà,
dell'illusion de far na nova era,
mentre se jera dentro
a storia vera

Te asso qua sto sasso
e so che nol fiorisse.
Ghe sarà sempre un osto,
un prete, un fiol de troia
pronto a mandarte in scena
e quando no te servi
spararte drio a schena
Parchè par tutto el mondo
chi che fa pì paura
xe quei coe scarpe grose
e anca a testa dura

Ma caro comandante
A cossa xe servio, na lapide sol muro,
o un gran eroe morto,
se no ghe xe futuro
Ma posso dir na roba,
a chi che passa e resta,
a chi serca na facia sincera,
a raixa xe ancora qua,
tra i crepi de sta tera.

Ho trascritto il testo così come sta e ho pensato che era giusto ricordarlo nel blog, sperando che internet sia eterna e che i dischi rigidi abbiano maggiore durata di quel che ci resta impresso dopo pochi decenni di tempo, preoccupazioni, lavoro, amori... Penso che sia una bella poesia, una cosa che più che capirla bisogna sentirla (grazie Marta): menziona il tradimento, il Viale dei Martiri a Bassano, la gaera in cui adesso ci tocca mettere quelli del MOSE che pure sono figli di quelli che morivano al posto loro nei rastrellamenti, e molto altro.
La poesia a Masaccio sulla sua lapide a Poggiana di Riese Pio X.

Papà e sullo sfondo la tomba di Primo Visentin, "Masaccio".
La Classe A percorre il pezzettino di strada che mi separa da casa e apprezzo il cambio automatico che mi consente di non muovermi nemmeno per scalare o accelerare, sono in una specie di (tranquilla) trance, vagamente stranito da quello che ho visto, rivisto o intuito in questa particola di pianura veneta.

Mi riprometto di ricordare di più, altro schema ricorrente e inutile del mio modo di pensare e chiudere i conti. So che non lo farò e so pure che abbiamo dei conti aperti con la memoria in famiglia, non me la prendo. Ma di colpo le targhe stradali mi soccorrono beffarde: ho girovagato in via XXIX aprile, Via Montegrappa, Via Masaccio e preso Via Brigata Martiri del Grappa. Finché non cambiamo i nomi alle vie, sono grato alla toponomastica che ricorda molto più di me!




Monday, September 07, 2015

Nonlinear constraints with a modified constrOptim

I often use constrOptim to quickly solve nonlinear optimization problems. constrOptim works well as a general tool to tackle constrained problems like
\[
\min_{Ax -b \geq0} f(x)
\] 
There are many other options and packages for specific problems but constrOptim is likely to be the first choice when little is known on the problem at hand or for exploratory/quick-and-dirty analysis.

The main problem I have with it is the nature of the constraints: they must be linear (written in matrix form as \(Ax-b≥ 0\)). Often I would like to compute (local) solutions of more general problems of the form
\[
\min_{g(x) -b \geq0} f(x)
\] 
where g(x) takes vector values, one component for each scalar constraint, and is in general nonlinear, i.e., \(g(x)\) cannot be written as \(Ax\).

Hence, I tweaked the code of constrOptim replacing all the occurrences of the linear constraints with my "new" non linear constraints. (In order to do that, I had to discard the chance to use "BFGS" as a solving method, for now...)  The result is a function, called constrOptimNL, see the code below, which can handle non linear constraints if a vector function g(x) and b are provided. All the drawbacks of the old function are inherited, that's life, but now non linear problems can be solved as shown by the following simple but non entirely trivial example in two dimensions.
 f <- function(x,y) x^2*y+x-x*y  
 fb <- function(x) f(x[1],x[2]) #vectorial version of f  
 x <- seq(0,3,length=31)  
 y <- seq(0,3,length=31)  
 z <- outer(x,y,f)  
 #draws a graph  
 image(x,y,z);contour(x,y,z,add=T)  
 polygon(c(0,0,3),c(0,3,0),col="white",density=20)  
Heatmap and contour lines of the objective function, the feasible domain is filled in white.

Consider the constraints \(x\geq0,y\geq 1, x+y\leq 3\), the feasible domain is a triangle with vertices (0,0), (0,3), (3,0): due to linearity, the problem can be solved with

 A <- matrix(c(1,0,-1,0,1,-1),3,2)  
 b <- c(0,1,-3)  
 res <- constrOptim(c(0.5,1.5),fb,NULL,A,b)  
 res
$par
[1] 0.2792393 2.7207607
$value
[1] -0.2683538
$counts
function gradient
246 NA 
...

The same problems can be solved with constrOptimNL, which trivially can handle linear constraints as well:
 g <- function(x,y) c(x,y,-x-y)  
 gb <- function(x) g(x[1],x[2])  
 source("constrOptimNL.R")  
 resNL <- constrOptimNL(c(0.5,1.5),fb,NULL,gb,b)  
 resNL
$par
[1] 0.2792393 2.7207607
$value
[1] -0.2683538
$counts
function gradient
246 NA
... 

Assume now that some non linear constraint is involved in the optimization problem: \(x\geq0,y\geq1,(x-1)^2+(y-1)^2\leq1\), the feasible domain is now the upper half-circle centered at (1,1) with unit radius. This problem has nonlinearities in the constraints and cannot be solved with the standard constrOptim.
 g <- function(x,y) c(x,y,-(x-1)^2-(y-1)^2)  
 b <- c(0,1,-1)  
 resNL <- constrOptimNL(c(0.5,1.5),fb,NULL,gb,b)  
 resNL$par  
[1] 0.2649931 1.6780596 

A graph shows that this is indeed the correct solution:
 alpha <- seq(0,pi,len=31)  
 image(x,y,z); contour(x,y,z,add=T)  
 polygon(cos(alpha)+1,sin(alpha)+1,col="white",density=20) #draws the half-circle  
 points(resNL$par[1],resNL$par[2])  
Contour levels and a nonlinear feasible domain in white (the solution is plotted with a filled circle).

You can check the solution more formally substituting the nonlinear constraint in polar coordinates, \(x=\cos\alpha+1,y=\sin\alpha+1\):
 f2 <- function(alpha) f(cos(alpha)+1,sin(alpha)+1)  
 curve(f2,0,pi)  
 sol <- optimize(f2,c(0,3))  
 points(sol$minimum,sol$objective)  
 c(cos(sol$minimum)+1,sin(sol$minimum)+1)  
 #"same" as resNL  

Objective function restricted to the half-circle

The code

The code for constrOptimNL is given below (in this version the parameter grad is kept for compatibility with constrOptim but will never be used: Nelder-Mead and SANN are derivatives free and invoking BFGS stops the function). Hope this helps.
 constrOptimNL <- function (theta, f, grad, g, ci, mu = 1e-04, control = list(),   
   method = if (is.null(grad)) "Nelder-Mead" else "BFGS", outer.iterations = 100,   
   outer.eps = 1e-05, ..., hessian = FALSE)   
 {  
   if(method=="BFGS") stop("method BFGS not available, use Nelder-Mead or SANN")  
   if(!is.null(control$fnscale) && control$fnscale < 0)   
     mu <- -mu  
   R <- function(theta, theta.old, ...) {  
     ui.theta <- g(theta,...)  
     gi <- ui.theta - ci  
     if (any(gi < 0))   
       return(NaN)  
     gi.old <- g(theta.old,...) - ci  
     bar <- sum(gi.old * log(gi) - ui.theta)  
     if (!is.finite(bar))   
       bar <- -Inf  
     f(theta, ...) - mu * bar  
   }  
   dR <- function(theta, theta.old, ...) {  
     ui.theta <- g(theta,...)  
     gi <- drop(ui.theta - ci)  
     gi.old <- drop(g(theta.old,...) - ci)  
     dbar <- colSums(ui * gi.old/gi - ui)  
     grad(theta, ...) - mu * dbar  
   }  
   if (any(g(theta,...) - ci <= 0))   
     stop("initial value is not in the interior of the feasible region")  
   obj <- f(theta, ...)  
   r <- R(theta, theta, ...)  
   fun <- function(theta, ...) R(theta, theta.old, ...)  
   gradient <- if (method == "SANN") {  
     if (missing(grad))   
       NULL  
     else grad  
   }  
   else function(theta,...) dR(theta, theta.old, ...)  
   totCounts <- 0  
   s.mu <- sign(mu)  
   for (i in seq_len(outer.iterations)) {  
     obj.old <- obj  
     r.old <- r  
     theta.old <- theta  
     a <- optim(theta.old, fun, gradient, control = control,   
       method = method, hessian = hessian, ...)  
     r <- a$value  
     if (is.finite(r) && is.finite(r.old) && abs(r - r.old) <   
       (0.001 + abs(r)) * outer.eps)   
       break  
     theta <- a$par  
     totCounts <- totCounts + a$counts  
     obj <- f(theta, ...)  
     if (s.mu * obj > s.mu * obj.old)   
       break  
   }  
   if (i == outer.iterations) {  
     a$convergence <- 7  
     a$message <- gettext("Barrier algorithm ran out of iterations and did not converge")  
   }  
   if (mu > 0 && obj > obj.old) {  
     a$convergence <- 11  
     a$message <- gettextf("Objective function increased at outer iteration %d",   
       i)  
   }  
   if (mu < 0 && obj < obj.old) {  
     a$convergence <- 11  
     a$message <- gettextf("Objective function decreased at outer iteration %d",   
       i)  
   }  
   a$outer.iterations <- i  
   a$counts <- totCounts  
   a$barrier.value <- a$value  
   a$value <- f(a$par, ...)  
   a$barrier.value <- a$barrier.value - a$value  
   a  
 }