Monday, August 22, 2016

MOOC "Take lineaR decisions" (Ca' Foscari University)

The MOOC "Take lineaR decisions" will begin on September 19th 2016, covering some models of decision making mainly based on computational linear algebra (linear systems and eigenvalues/vectors). The course, delivered by prof. Paolo Pellizzari, can be used to acquire practical skills in the use of the open software R in dealing with matrices, vectors and related optimization problems. In some detail, the 6 online weeks will cover:
  1. Famous theorems to solve linear systems
  2. Inverses and pseudo-inverses
  3. The State Preference Model, replication and arbitrage
  4. Optimization (basic and more advanced topics)
  5. Eigenvalues and eigenvectors - Introduction to AHP (Analytic Hierarchic Process)
  6. Decisions with AHP
The course is aimed at students in economics, sciences, IT and engineering but is also directed to  professionals and to the general public (with adequate analytic skills) interested in formal decision-making, linear algebra, R use and computational tools. A class of students of Ca’ Foscari will work on the material to gain partial credits for their academic program (with additional studying activities).
Quizzes at the end of each learning unit are made public in advance and the test can be attempted only once (after the material has been studied. The course "Introduction to Complexity" by Melanie Mitchell used the same clever assessment format). A certificate will be issued to anyone with an average score of 70% or more (on the 6 tests). 
More information and free enrollment at the Open Knowledge platform of Ca' Foscari University (the final questions can be downloaded here).

Sunday, August 07, 2016

Kos e Dodecaneso 2016

Alba. Mi sveglio alle 5.40 e la casa barcolla dolcemente. Mi pare ben strano e mi devo ricordare con convinzione che non sono più in navigazione. Evidentemente il rollio ce l'ho dentro e mi piace pensare che sia una storia legata alla ``Kaya Güneri III'', che mi ha ospitato per 7 giorni fra le isole greche, ma anche alla condizione esistenziale di questo spezzone di vita densa, intricata e ondulatoria. Le ferie mi risvegliano sempre questo mood mentale un po' riflessivo, ``ogni cosa è illuminata'' e para-filosofico. Come sempre, i viaggi sono avventure spaziali ma anche mentali e alle 6.30 mi sveglio definitivamente, complice un calcione di discreta potenza che assesto per errore alla porta del bagno. Dito mignolo del piede sinistro piegato ma non spezzato, credo. La prendo bene, sacramento il minimo indispensabile per non svegliare Cesira e su con la vita!

Altre albe le abbiamo appena viste nel Dodecaneso, in barca io finisco sempre per dormire in modo strano, complice il caldo, lo sciabordio incessante e i rumori che t'accompagnano sempre. In realtà vuol dire che si dorme malino e prevale anche la voglia di non lasciare scappare la possibilità di vederla un'alba, non è cosa che capita tutti i giorni.



Kalymnos in Persiceto. La geografia ha sempre la sua importanza e alla fine avremo gironzolato per Kos, Pserimos (fugacemente, la prima notte), Kalymnos, Emporios, Leros, (con soste a Pandeli Bay e Pardeni), Patmos, Arki, Aspros, Makronisi, Lipsi. Non ci provo nemmeno ad essere formale con grafia e dizione (Clem, aiutami tu se vuoi/puoi), il mio greco fa acqua da tutte le parti se lasciate perdere la matematica e i suoi rho, sigma, epsilon, delta... E poi di isole ``grandi'' ce ne sono solo 12 ma in periferia (guardando il mondo da Bologna tutto è in Persiceto) ci sono scogli e isolotti di strepitosa bellezza e in grande numero.

Mi restano negli occhi le visite del 4 agosto nei pressi di Lipsi: ormeggiamo a fianco di faraglioni mozzafiato, ci vado a nuoto con le pinne, che mi danno sempre l'impressione di essermi tramutato in delfino, e poi restiamo spiaggiati in balia di questa bellezza sperduta ed esagerata, fra acqua azzurra, rocce bianche, sole e spruzzi. Nello stesso giorno andiamo in gommone a vedere le grotte a Makronisi. Il tratto di mare che separa il caicco dal posto non sembra un granché ma il vento ci rema un po' contro e alla fine anche captain Musa si sarà lavato da cima a fondo nonostante ci sappia fare ed eviti le onde di traverso più alte. Nuoto fino alla grotta e anche questo è un posto di fascino funambolico e straniante, specie se galleggi di fronte a questa meraviglia senza smettere di mulinare le gambe per la corrente. Alla fine me ne torno in gommone dove mi pare di avere più controllo e meno fifa anche se la vista non è come esserci dentro.




If we catch. Gli ospiti della Kaya Güneri III sono in parte ben collaudati. 8 dei 12 passeggeri stavano a bordo nella circumnavigazione della penisola Datcha di tre anni fa, se siete curiosi potete trovarvi il resoconto qualche bloggata fa, quando solcavamo le acque turche da Fethiye a Bodrum. Oltre a me e Cesira, completano il gruppo ``anziani'' Carlotta, Anna, William e Marua. La lista include anche diverse potenze della natura di 18 o 19 anni, li cito ma ne parlo dopo: Clemente, Alessandro, Giorgio, Maria Vittoria, John e Beatrice.

I nuovi arrivati sono persone scoppiettanti, di origini libanese e palestinese, con cui parliamo prevalentemente in inglese. È inevitable che i discorsi parino anche sulla situazione politica del medio-oriente esteso (ci ficchiamo dentro anche l'Egitto a un certo punto), eterno calderone in ebollizione e generatore di instabilità geopolitiche. Parliamo di Palestina (di quella che fu, di quelle che trovi ora, di quella che spariamo un giorno sarà a fianco degli altri paese dell'area) e ovviamente discutiamo della situazione turca e del fenomeno Erdogan il sultano, scampato a un golpe che ad alcuni sembra una pagliacciata. Ma onestamente non ci si capisce molto nemmeno stando a pochi chilometri da Marmaris dove pare sia iniziato tutto. Oggi leggo su Wikipedia che:
Il tentativo di rovesciamento del potere ha portato alla morte di 290 persone e al ferimento di altre 1440. I dati forniti dal Governo riportano inoltre che, alla conclusione dell'evento, sono stati arrestati 2893 golpisti e 2745 giudici sono stati rimossi dall'incarico dall'Alto Consiglio. 
Cosa c'entrano i giudici? Aggiungo che Erdogan ha licenziato in tronco migliaia di insegnanti e docenti, sembra un repulisti bello e buono. Sono cose serie ma in questo contesto sto divagando e mi fermo qui...

L'equipaggio della barca è formato da captain Musa, pezzo d'uomo con occhi verdi, calma olimpica e decisa, madre di Kos, papà turco, moglie inglese, pescatore d'inverno e diportista estivo a noleggio, tre figli fra i 16 e i 19 anni; Hakan si occupa principalmente dei servizi ai passeggeri e alla fine lo coinvolgeremo nella costruzione di un cubo SOMA con origami colorati modulari (ok, in barca si fanno anche cose non banali, oltre che spantegare con bagni, sessioni di sole, bagni, libri, bagni, chiacchiere, tante chiacchiere e bagni… se siete interessati cercate moduli di Sonobe sul web o guardate questa pagina per maggiore dettagli sull'invenzione di Piet Hein); Mehemet fa il cuoco, è lo stesso di tre anni fa e produce manicaretti per una dozzina di persone in due metri quadri di cucina. Parla poco, sorride poco, ha anche l'esclusiva della gestione dell'ancora ed è evidente che gode di enorme fiducia da parte del capitano che ce l'ha sempre seduto a fianco o a prua nei pezzi di navigazione lunghi o negli approdi fastidiosi. Quando chiedo a Musa qualcosa di lui, mi dice che lavora su questa barca da 9 anni, fa solo la stagione estiva, poi saluta e arrivederci. A conti fatti, Musa fa il capitano da 17 anni e degli ultimi 10 passati sul timone della Kaya Güneri ben 9 erano in compagnia di Mehemet e dei suoi piatti. Non sorprende che abbiano un'intesa secca e profonda e che non servano nemmeno tante parole; l'ultimo membro dell'equipaggio è la molla umana Gosgursh (chissà mai se ci avrò imbroccato, è una parola mezza impronunciabile e dopo una ricerca su una lista di nomi turchi maschili potrebbe essere Gündüz).  Dimostra forse 18 anni, asciutto e scattante, occhi bassi, in inglese dice solo ``thank you'' e ``good morning''. Si occupa di fissare le due corde che assieme all'ancora tengono fisso il caicco e gli impediscono di muoversi e beccheggiare. Per farlo deve spesso saltare dal dinghy o dalla speed boat sui massi della costa, agganciare una cima e tornare a bordo del barchino senza esserserlo fatto scappare. Non è semplice, pare a me, ma lui lo fa in havaianas, tanto per renderlo un filino interessante.


Tutti i nostri marinai ci stanno simpatici per i motivi diversi che ho brevemente delineato ma forse, come da copione, è Musa quello che acchiappa di più, anche perché sparlocchia in inglese (e secondo me lo capisce molto di più di quello che fa credere quando ad esempio gli chiediamo di Erdogan e lui non si sbottona nemmeno sotto tortura). Il capitano ha un modo forte di rispondere no problem o maybe alle domande. Maybe vuol dire parecchie cose, partendo da ``no'' o ``no, non rompere'' per arrivare a ``non lo so ma potrebbe essere'' o ``non si sa mai ma ci proveremo'' o anche a un ``si'' appena un filino screziato dall'incertezza nel domani. Notate la finesse, maybe non è mai la stessa cosa e abbiamo capito bene bene l'antifona solo quando in procinto di andare a pesca gli abbiamo chiesto se avremo mangiato polipi a cena. Lui ha evitato il solito maybe e si è spinto in un disinvolto ``Octopus? If we catch…'' (che è in un certo senso la stessa cosa). Da allora, abbiamo realizzato che la frase gronda di profondità (lasciate perdere il folpo!) e va bene in altri contesti di importanza variegata a seconda dell'eta. Un esempio? Alla domanda "Come andrà l'abbordaggio delle ragazze sul lungomare?" si dovrebbe rispondere: "dipende, if we catch…"

Generation unknown. Il titolo da ``Doctor who'' allude all'impressione che mi ha fatto stare a contatto di gomito con 5 giovani che hanno più o meno l'eta di alcuni dei miei studenti più junior. Ho imparato un mucchio di cose guardando, come dico io in modalità ornitologo, quello che fanno e dicono. Ad esempio, so che esistono le sorelle Kardashian, sobrie signorine accollate che col sudore della fronte combattono per un quarto d'ora di celebrità da anni. E adesso sono aggiornato anche sullo stupefacente video ``Anaconda'' di Nicki Minaj. Pensavo di sapere tutto sulle curve dopo aver studiato la cicloide, soprannominata ``la bella Elena della geometria''. Ma devo ammettere che sono rimasto colpito da questa schiva signorina, ballerina per diletto, morigerata, flessuosa a dir poco e sempre attenta a usare un linguaggio appropriato (ad esempio, ``Oh my gosh, look at her butt'' è solo una delle perle, di gran lunga la meno esplicita, del periodare filosofico sui massimi sistemi che trovate nel testo…) Sono cose belle!

I giovani, un po' definiti un po' autoproclamati nativi digitali, stanno agganciati al cellulare per ore. Fioi, ma cosa fate con quel video, non vi pare di perdervi anche un pezz(ettin)o di mondo vero? Vedo che Facebook sta perdendo quota (ma resiste), Twitter non cagato nemmeno di striscio, va molto Whatsapp, snappachatta è in crescita. Ho visto che si mandano messaggi vocali al posto degli sms, mi hanno detto che fanno prima che digitare. Ho capito, guardando loro, perché senza una wifi sei fregato e mi sono detto che sono i consumatori di domani (che è già oggi a dir la verità) e che le major hanno fatto bene a investire continuamente in pubblicità online, servizi sempre diversi, app, trick-e-track vari che a me non sembrano ancora veri strumenti di produttività. Ma io sono io e, appunto, sono ``anziano''.


Ho imparato anche da Alessandro che l'app di Ryan Air con Passbook mi consente di non stampare più la carta d'imbarco. Questo è utile, uno smart phone al posto di web, stampante, foglio di carta, chapeau; li ho anche sentiti vigili e orientati, capaci di fare considerazioni e battute taglienti su noi grandi e sull'autorità. Gli auguro, fra qualche anno, di essere impermeabili alle boiate e alle pressioni e che, spiccando il volo, si gustino le cose che da due millenni ci rendono saggi, profondi e dispensatori di umanità. E se proprio volete, lasciate pure perdere l'anaconda: 36 anni fa Donatella Rettore, nata a Castelfranco Veneto (Casteo, fra amici), senza bisogno di mostrare né lato B né altre auliche frattaglie, cantava ``Kobra'', cercatelo su youtube e poi guardatevi le parole di cui vi lascio un esempio:
Il kobra non è un vampiro
ma una lama un sospiro
che diventa un impero
quando vedo te
Nicki, stai manza e mangia la nostra polvere, la classe non è acqua!

Civiltà. Con singolare contrasto che spero perdonerete salto di palo (pun intended) in frasca per ricordare che, in quest'angolo apparentemente sperduto d'Egeo, abbiamo visto luoghi carichi di fascino, in cui si è formata quella che chiamiamo civiltà occidentale. A Patmos, dominato dal grandioso monastero di S. Giovanni, c'è la grotta dove S. Giovanni Evangelista, folgorato dalla divinità, scrive quel testo potente e oscuro che è l'Apocalisse. Mi è venuta voglia di rileggerla, magari adesso ho l'età per provare a capire qualche versetto.



Mi restano negli occhi anche le immagini dell'Asclepeion di Kos, la patria d'Ippocrate che è il fondatore della medicina contemporanea. Le rovine del tempio-ospedale, costruito dopo la morte del maestro, sono potenti e ci siamo arrivati prima delle 9.00 quando non c'era anima viva, col pulmino Wolkswagen che ci ha accompagnato nell'ultimo giorno. È un posto pieno di fascino e bellezza, anche ambientale. Vi lascio il suono delle cicale che frinivano il 6 Agosto 2016.




Buona lettura. Ogni estate (se hai tempo e adrenalina) si porta qualche libro e, if we catch, sono anche di buona qualità. Ho letto ``Where you go is not who'll be'', una riflessione sul sistema universitario USA e sulla sua ossessione per i rankings e le ricette, quelle to-do-lists che dovrebbero portare al successo. Le considerazioni di Frank Bruni richiamano con forza l'esigenza di scovare le passioni che ti bruciano dentro prima di aderire ai canoni del buon soldatino-studente che finirà dove tutti si aspettano. Molte frasi sono state scariche elettriche anche perché fresco reduce dall'incontro con gli studenti di Harvard, bravi ragazzi per definizione, alla Ca' Foscari-Harvard Summer School. Credo che ci scriverò un post e con questa speranziella mi fermo qui.

Sono arrivato anche a metà di ``Io sono vivo, voi siete morti'' di Carrere. È la storia dello scrittore di fantascienza Philip Dick e ho trovato fin da subito interessante leggere due cose in una: Emmanuel Carrere, scrittore, scrive di Dick e non si capisce mai del tutto chi sta parlando di chi, in una sovrapposizione di piani vagamente destabilizzante. D'altra parte, questo Dick era un ben strano soggetto, parecchio fuori di testa, una sanguisuga affettiva, ai confini della malattia mentale, troppe pillole e chissà che altro, pessimista cosmico, claustrofobico… Ma perché leggi sta roba, non hai rogne che basta? Vedete, è una storia lunghetta. Intanto la biografia mi ha fatto ricordare che avevo letto nei miei roaring twenties ``Ma gli androidi sognano pecore elettriche?'', notevole, coi suoi legami col test di Turing. E poi Carrere sa come tessere le fila delle vite altrui, vedi Limonov, e la sua scrittura effervescente è in grado di riprenderti tutte le volte che le schifezze esistenziali di Dick stanno per tracimare. Mi sono pure fatto una cultura di ideos kosmos e koiné kosmos che ho trovato serendipitosamente adeguata ai luoghi.

Anche se non è un libro, ho riscoperto pure il backgammon, partite balneari e minitornei a gogo. È un gioco bello bello bello, che avevo praticato decenni fa e che miscela benissimo abilità e fortuna. Mi è parso una metafora della vita in cui giocarsi bene le proprie carte può non bastare senza quel pizzico di fortuna che discrimina spesso i successi dalla mediocrità o dai disastri. Nella vita come nel backgammon, l'importante è non fermarsi e giocare ancora.

Il precedente mi sembra un frasone perfettamente consono al mood para-antropologico di turista per caso di questo blog e magari è ora di darci un taglio. Auguro ai miei 4 lettori di fare viaggi simili, nel corpo e nella mente (si, dopo la Rettore ho avuto pure l'ardire di evocare il sempiterno Julio Iglesias…)


Saturday, July 09, 2016

Interessi: sottozero, "non sia mai" o 12%?

Per me e per tutti gli anni passano senza requie ma i miei studenti "restano" sempre ventenni (poco più, poco meno a seconda dei casi). È bellissimo poter attingere a questa perenne riserva di energia e curiosità ma mi rendo conto che quello che pare normale alla soglia dei 50 anni non collima necessariamente con quello che sentono e hanno sperimentato i giovani. Per farvi un esempio, di recente ho menzionato Steve jobs in un saluto rivolto a dei diciassettenni, dando per scontato che fosse per loro la stessa figura leggendaria che è per me. Poi mi hanno fatto notare che è morto 5 anni fa, quando chi ascoltava aveva 12 anni: orpo, non è chiaro che sappiano chi è o che gli attribuiscano quel ruolo di innovatore estremo e guru senza macchia e senza paura che tendo, con qualche luce e ombra, a riconoscergli io.

Mi soffermo su una cosa un po' più tecnica e che pure mostra l'enorme (?) differenza che c'è fra la mia e la loro generazione. Pensate per un attimo ai tassi d'interesse, la remunerazione che normalmente ti dovrebbero dare in cambio dei  risparmi (non fate i difficili, so che ci sono milioni di tassi, a seconda dello strumento finanziario, del rischio...): quale sarebbe il tasso giusto? Se la domanda vi pare mal posta, pace e bene! Lo so anche io ma i miei studenti mi sorprendono perché pensano che sia normale che i tassi siano prossimi a zero poiché nella vita che loro ricordano non hanno visto che questo. As esempio, in una recente discussione di tesi, hanno sostenuto che incassare il 2.63% l'anno non è male mentre a me, istintivamente, fa attorcigliare le budella: ti pare che io ti do i miei soldi per una miseria simile? 2.63%? Ma se non mi prendo nemmeno uno spritz con gli interessi di fine anno! (ok, se lo volete sapere, a me pare sensato che un bond, deposito o simili paghi dal 5% al 7% e ovviamente di più in presenza di  rischio paese, emittente, valutario... è econometria da quattro schei di quel che sento dentro e non sto minimizzando nessuna verosimiglianza).

In realtà, gli studenti hanno ragione. Anzi, più che ragione! Il Sole 24 Ore documenta da tempo che un'enorme parte dei titoli di stato europei hanno rendimenti negativi: devi pagare l'emittente per lasciargli i soldi per 3, 5 o 10 anni. È vero, non ci posso fare nulla, ma a me vien solo da dire "siete fuori di testa!"
Meno male (!?) che in Italia solo il 22% dei titoli... è da delirio.
Mi sono riproposto di fare qualcosa per convincere gli studenti che pochi anni fa le cose erano diverse ma prima di fornire un mirabolante esempio, ricordo un'altra cosa interessante. In effetti per secoli l'interesse giusto era zero. Punto. Nessun interesse! Banalizzando un po', gli interessi erano sterco del demonio, somme che crescevano senza limiti e senza misura, sfidando la grandezza del padreterno, sulle spalle dei soldi veri e di chi se li guadagnava col sudore della fronte. Ergo, l'uomo devoto non li voleva gli interessi, peccato mortale, o provava a fare affari coi nostri fratelli maggiori per sgravarsi la coscienza... Pensavo che questo approccio fosse superato ma poi leggo questa grande storia su NPR. Raccontano con dovizia di dettagli che alcuni cittadini americani e islamici osservanti richiedono alla loro banca di stare alla larga dagli interessi. Nel pezzo si dice che in un certo senso è impossibile persino fare un mutuo con questi clienti: un mutuo, anche sulla prima casa, funziona intrinsecamente perché paghi rate che includono interessi, a me pareva perfettamente ok, ma a pensarci bene si capisce che è proibito e che non si può... Certo, resta il problema di farsi una casa e ci sono soluzioni (non semplici) rispettose della volontà divina. Non dovreste pensare che sia una stranezza islamica, se guardate le cose un po' sub specie aeternitatis, anche noi cristiani eravamo uguali!

Ma allora perché penso (cioè sento, ce l'ho inscritto nel DNA) che il tasso giusto sia molto più alto? Ovviamente, basterebbe guardarsi le serie storiche o scaricare i dati. Provo però ad essere convincente alla vecchia maniera, mostrandovi un vero buono postale fruttifero emesso nel 1997. Si tratta più o meno della data di nascita di alcuni dei miei studenti: se la mamma avesse regalto al neonato il buono che vedete sotto, questo diciannovenne incasserebbe ormai da 5 anni il 9%.

Scaricate l'immagine e ingranditela: la qualità dovrebbe essere tale da apprezzare i dettagli e il timbro.

Trovo questo residuato storico interessante per vari motivi:
  • in un'epoca di smaterializzazione, vedere un bel pezzo di carta con scritto "lire centomila" fa tenerezza;
  • mostra che esistono investimenti a lunga gittata (20 anni), è un sano antidoto alla miopia da breve termine che ci attanaglia;
  • gli interessi sono specificati in un timbro, sembra fantascienza: c'è scritto dal primo al quinto anno 5.5%; dal sesto al decimo 6.5% e così via per giungere al 9% dal sedicesimo al ventesimo anno;
  • in senso relativo, non sono bruscolini: quel buono dal valore facciale di circa 50 euro oggi vale circa 160 euro. 
  • ho visto analoghi buoni, emessi qualche anno prima del 1997, con tassi che arrivano al 12% composto negli ultimi 5 anni, con la clausola che dal 21esimo al 30esimo il tasso rimaneva al 12 (ma in capitalizzazione semplice).
In questo tempo tristo e anoressico da rendimenti nulli o negativi, prendere il 9 (o il 12%) pare un sogno che consentirebbe pure di mettere da parte un soldino per la vecchiaia e la sospirata pensione. E ai miei studenti ricordo con affetto che tutto ciò accadeva meno di vent'anni fa e che... a volte ritornano!

Thursday, April 21, 2016

SPQRui

I sentori forti e umidi della notte mi accompagnano fino al treno delle 5.36 diretto a Roma via Mestre per la terza puntata del corso CRUI sul management universitario nel III millennio. Mi godo la passeggiata, trolley minimale e zainetto coll'air, per un viaggio light e tecnico, poco più che su e giù da Piazza Rondanini, come fosse la porta dell'orto con qualche inciso di famigliarità: la sede, quella zona di Roma, il baracchino dei panini, l'Osteria del Sostegno, se riesco.

Roma: esco dal corso CRUI alle 17.25, per le 17.50 sono in albergo, passando per i fori accanto alle statue di Traiano e Cesare; alle 18.10 sono in S. Pietro in Vincoli, con le due catene con cui S. Pietro fu incatenato a Gerusalemme e a Roma; poi c'è il Mosè di Michelangelo. Spendo 1 + 1 euro per illuminare la statua e 2 euro per la storia della chiesa. Prima di uscire fotografo uno dei due altari letalmente lugubri della navata sinistra, con una morte falciatrice di buon auspicio (mortacci tua!).

Mosè di Michelangelo a S. Pietro in Vincoli.

Poi mi dirigo verso S Maria Maggiore e via via m'immergo nel degrado che s'irraggia da Termini: strade scalcinate, buche, bottiglie, negozi balordi, extra comunitari, molto extra e poco comunitari, sporco, manifesti di Casapound, furgoni scarabocchiati con lo spray. Non mi sento del tutto a mio agio finché cerco "La mensa di Bacco": il posto me l'ha suggerito la ventenne che fa da receptionist in questo strano Hotel Centro Cavour, con le stanze disseminate in un palazzo, che per raggiungerle devi andare sulle scale e salire un altro piano insieme ai condomini… la ragazza mi aveva detto che lei, se dovesse mangiare fuori, mangerebbe proprio alla "mensa", dove si mangia benissimo. Beh, non era roba cattiva e i camerieri erano a posto: camicie pulite, sorriso e professionalità. Ma mangiare bene è un po' un'altra storia, certo la digestione è andata bene e forse ho assorbito la negatività della zona. Comunque, su questioni culinarie, non mi fiderò più di questi ventenni che vanno a mangiare in trattorie che magari saranno anche oasi di pace in un carnaio ma evidentemente non sanno che cosa dicono (speriamo che migliorino col tempo, ma i consigli "romani" di Claudia sono meglio 100 volte!)


Mi resta negli occhi l'elegante lettering marziale e romano di Casapound. A pochi metri di distanza, come nemesi e perenne memento per questi sedicenti maschioni dell'ultradestra, ci sono i baracchini dei nepalesi che vendono borse di pelle e qualsiasi altra razza che commercia in qualsiasi altra cosa.

Si rafforza sempre più il piano di puntare la sveglia alle 6.30, anzi l'ho già puntata, per andare a vedere S. Maria Maggiore, che apre alle 7.00 come mi ha detto la signora del negozio di souvenir. Lo spinotto dei carabinieri che non mi ha lasciato entrare perché erano le 18.55, a dir la verità, mi aveva detto che avrebbero aperto alle 9.00. "Ma ci saranno funzioni, no?". Forse non capisce di che funzioni parlo: "No, alle 9.00''. Senza fede che non sei altro, domani alle 7.00 vediamo chi ha ragione!


Il giorno seguente, alle sette del mattino di una giornata luminosa, Roma mi pare diversa e le stesse strade sfiancate che la sera prima mi avevano impressionato per degrado adesso almeno sono "pulite" in mezzo all'aria tersa, pur in presenza delle stesse bottiglie, bidoni straboccanti, taniche di olio di semi di girasole, motorini impolverati cui sono stati tolti e rivenduti i pezzi di ricambio buoni, "parcheggiati" da qui all'eternità nei pressi dei garages. Arrivo a S. Maria Maggiore che fiammeggia colpita dal sole basso e diagonale, passo ai metal detector e guardo i soldati che controllano le vecchiette e le suorine che vanno a messa prima.


La chiesa è un'astronave di bellezza, pare di decollare fra mosaici e oro alle pareti e sul soffitto. Roma è un posto di contrasti, in cui si passa da un estremo all'altro superando una porta. Illumino le pareti della navata con la macchinetta, 1 euro, e mi godo i miei due minuti di accecante visuale sulle meraviglie della chiesa.
Mosaici del pavimento di S. Maria Maggiore.
Esco e annuso l'aria in cerca di una buona colazione, vecchio refrain della mia vita, ereditato dalla parte migliore di me. Un indizio che portava in via Leonina lo avevo trovato sul web e percorro una laterale di Via Cavour. Invece trovo "Er caffettiere", fiuto che è il posto buono, c'è l'insegna "Illy" ed è zeppo di gente che esce dalla metro Cavour. È un posto in cui, di colpo, sparisce il marasma esterno e quella sensazione sottile di non essere da nessuna parte che ti prende quando sei vicino alle stazioni, fra indiani assonnati, cinesi strani, italiani logori, e ti senti in un posto col suo senso. Claudia serve i clienti e ordina i caffè/cappuccini al suo collega, "Ciao Terè, come stai?" Ecco, siamo tornati al mondo, all'armonia della caffetteria, un luogo dove qualcuno riconosce qualcun altro, Claudia saluta questa bella signora mora mora sulla trentina, in salute, truccata e sorridente. Mi danno uno strepitoso cappuccio con un cornetto al cioccolato di pasticceria che mi rimette in squadra. Finisce bene, anche in Piazza della Suburra che pure ha un nome evocativo che potrebbe portare male e, per altro, s'inserisce benissimo nel contesto urbano sgarrupato della zona. "Er caffettiere", comunque, è una meraviglia!

Piazza della Suburra per un buon caffè e… pure i sorrisi delle studentesse!
Decido di farmela a piedi da Cavour al Pantheon, la mattinata è fresca e solare e Roma ammaliatrice continua ad incantarmi. Cammino sui Fori Imperiali, questa volta dal lato di Nerva mentre ieri avevo sfilato a fianco del foro di Traiano. Per uno di campagna, è tutto di una bellezza hors categorie, manca il fiato proprio come quando fai le salite in bicicletta tanto è bella l'area e sono suggestive le rovine.

Giù per Via delle Botteghe Oscure, ritrovo Largo di Torre Argentina che resta uno dei posti più "nostri" di Roma, poi Pantheon e altro caffettino alla Tazza d'Oro. Sono poco più di due gocce ma mentre scrivo questo post in Piazza Rondanini ho ancora quel bel gusto fra il forte e l'amaro in bocca. È un buon momento per chiudere, fra poco mi rituffo in un'apnea di norme, strategie e sistema paese. Arrivederci Roma.

Saturday, March 26, 2016

E morte non avrà dominio

sabato santo, post inaspettato, mentre sono in pausa pranzo dal ciclo di pulizia, un po' pulisco casa ma un po' ramazzo il mio mondo dalle scorie di troppe intensità locali e piccole battaglie che diventano però smisurate per la voglia di (stra)fare e l'ossessione per la qualità, nel tentativo di abbattere i miei multini a vento dopo aver spinto il ronzino a grande velocità per tanto tempo.

il triangolo si chiude quando sento una bellissima puntata di "Passioni" su Radio3, che ragiona sulla poesia e su quanto sia insensato pretendere di capirla.  più che una figura geometrica mi sento di contemplare un personale corto circuito di cuore e cervello, di scienza e anima.  forse il punto di partenza è la bellissima "La misura del mondo'' di Azzura D'Agostino, letta qualche giorno fa.
In matematica non sono brava.
Perdo il conto delle foglie dei rami
e per le stelle ogni volta ricomincio da capo.
Non riesco a misurare il salto delle cavallette
e non so la formula per il perimetro delle nuvole.
Il calcolo di quanta neve sia caduta mi sfugge
e anche di quanta ne possa reggere un filo d'erba.
La somma dei passi per arrivare al mare non mi riesce
e mi chiedo se per il ritorno devo fare una sottrazione.
Ho diviso il numero dei semi per i frutti
il risultato è una nuova foresta e ne avanza qualcuno.
Se moltiplico le giornate di sole per quelle di pioggia
ottengo più di sette stagioni e non so quante settimane.
La matematica mi confonde. Come misura del mondo è strana.
Per quanti conti si facciano qualcosa non torna mai pari.
Due finestre fanno una vista? quattro muri sono una casa?
Noi siamo i nostri centimetri, chili, litri? quanto pesa un segreto?
quanto misura una risata? e l'area del cuore come si calcola?
È evidente che la parte più profonda di me non è d'accordo: una delle poche cose che capisco è la matematica.  eppure è altrettando adamantino che la D'Agostino ha ragione e per giorni mi sono portato dentro questa antitesi un po' bislacca, fra purezza di visione e confusione della realtà, con quei versi che mi ricordano i sorrisi del Gatto di Chesire.  Razionalizzando anche troppo, la poesia evidenzia un conflitto fra modello e oggetto del modello: tanto è elegante l'uno quanto è sfocato l'altro.

Da http://www.verascienza.com/wp-content/uploads/2014/08/stregatto.jpg
Poi, a caso, oggi sbatto sulla trasmissione di Davide Rondoni, "La poesia dei vivi", Radio3, 26/03/2016:
  Molto spesso le poesie non si capiscono
  ogni tanto me lo dicono:
  le poesie, specie quelle contemporanee, non si capiscono
  un tempo provavo a spiegare un po'
  ma adesso prendo una strada più veloce.
  Perché lei sua moglie la capisce? i suoi figli li capisce?
  La guerra in Iraq l'ha capita? Qui non capiamo niente
  e bisogna capire solo le poesie?
  Cosa vuol dire veramente capire?
  ...
  Pensiamo forse che capire una persona sia, dopo 5 minuti
  o 5 anni o forse 50, guardarla negli occhi e dire
  "io ti ho capito, non hai più sorprese per me
  non hai più nulla da dirmi, non mi sorprenderai mai più?''
  Pensiamo che sia questo capire?
  Pensiamo che capire sia definire --de finis, mettere dei confini--
  ...
  Mentre invece no: le poesie, come le persone, non si capiscono.
  Si comprendono, cioè si prendono con te
  e per tutta la vita ti parleranno, ti stupiranno, ti faranno dei casini
  ti metteranno in questione, ti faranno dei problemi.
  Non è che Dante l'abbiamo capito, Dante continua a parlarci
  e anche la persona che ami, con cui stai, che hai sposato
  continua a parlarti a sorprenderti. Se non ti sorprende più, è
  finito tutto.
  ...
  Gli uomini sono fatti così: non si capiscono, al massimo si
  comprendono, si portano con te.
ho trascritto un po' al volo, dopo aver scaricato l'mp3 a futura memoria (DownloadHelper sempre sia lodato). mi è venuto di scrivere come se fosse poesia e invece è prosa recitata in radio ma tant'è. ho riascoltato questa bella voce e queste frasi dense a saporite che mi illuminavano sui motivi per cui non capivo la D'Agostino.  e di colpo, invece ho "capito" tutto e mi è venuta voglia di un post, mentre spero che a voi venga la voglia di sentire questo strepitoso podcast.

forse volevo tenere vivo il legame fra matematica, comprensione, poesia e canto del mondo; forse sono solo in debito di post per le troppe cose da fare, in crisi da astinenza da diario e uso il blog come metadone. di colpo, Rondoni prende un'altra piega e mi racconta coi suoi ospiti perché la poesia è vita, la metrica è controllo, coincidenza d'opposti, matematica dappertutto, "è la misura che ci consente di conoscere lo smisurato", sembra Lebesgue!  ma nella vigilia di Pasqua rimbomba in radio la potenza del verso di Dylan Thomas
  "E morte non avrà dominio"
Rondoni riattacca con "La poesia è dei vivi, è una passione dei vivi, perché fa vivere di più, non nel senso di durata, ma più intensamente…" Racconta che la partita non è fra vita e morte ma fra amore e morte e "morte non avrà dominio". 
  Benché impazziscano saranno sani di mente,
  Benché sprofondino in mare risaliranno a galla,
  Benché gli amanti si perdano l’amore sarà salvo;
  E morte non avrà dominio.
per quanto siano giorni strani, col loro fardello di negromanti fanatici e sanguinari, è nuovamente primavera, domani l'ora legale suona la carica e "morte non avrà dominio". Buona Pasqua.

Sunday, January 10, 2016

Le più belle letture del 2015

Rumino da qualche giorno sulle migliori cose che ho letto nel 2015 e di colpo vedo che l'anti-Steve, nientepopodimeno che Bill Gates, ha già scritto la sua classifica at gatesnotes, bella! Tuttavia, da consunto Mac evangelist mi dico che non sono figlio della serva (ehm, certo che rispetto a Gates...)  e il mio orgoglio ferito m'impone di mettere giù la lista che, a dir la verità, sognavo articolata in 5 libri e 5 articoli (scientifici).

Ci deve essere qualcosa di segnaletico nel fatto che dei 5 articoli non c'é traccia né in questo post né nella mia testa: articoli zero, nisba, quel che ricordo sono bellissimi spezzoni ma di articoli che ho letto prima del 2015 e che mi sono rimasti incastonati nella testa per chiarezza, lucidità e vision. Dicevo "segnaletico" perché un altro modo di interpretare questa assenza è prendere atto che nell'ultimo anno ho fatto di tutto e forse disfatto anche di più ma ho letto pochissima scienza: sarà colpa dell'elearning, della SIE, della sbornia di didattica... sarà meglio che mi dia una regolata e mi azzardo a dire che m'impegnerò di più e che troverete i 5 articoli nel post futuro "Le più belle letture del 2016". Quindi, stay tuned! [ma m'impaurisco da solo: se leggo tanti articoli da trovarne 5 di belli, quando mai mi resterà più il tempo per i libri?]

Ma bando alle ciance e sotto coi 5 libri (in ordine vagamente temporale):

Meneghello Luigi, "I piccoli maestri", 1964. È semplicemente un gran libro, che mi ha fatto ridere fuori e sorridere dentro, riconciliandomi con quell'indefinibile straniante sensazione di sentirmi veneto senza sapere spiegare che cosa questo significhi in fondo in fondo. Dev'essere perché i bravi scrittori dicono meglio di te stesso quello che tu sei, te lo spiegano adesso anche se hanno scritto decenni fa e parlano della guerra partigiana nel bellunese e sul Grappa. Mi consento di citarne un pezzetto, che ricorda quanto fossero tempi complicati in modi che mi ricordano Gadda e il suo modo di decifrare la complessità di quel che ci circonda:

  Ora si era qua, ora là. Le cose sembravano le stesse, e invece
  cambiavano minuto per minuto. Questa insurrezione non è proprio
  autentica, riflettevo, ma nel suo piccolo nel suo imperfetto,
  riproduce certamente lo schema e l'andamento generale di queste
  cose. Ci sono forze impersonali in gioco, che si spostano come
  vortici in un fiume rapido, e ciascuno vortice sposta gli
  altri. Pare che manchi un centro, e invece se ne formano
  continuamente; chi riesce a tenersi in questi centri controlla tutto
  il resto. Si capiva che cos'è l'arte dei rivoluzionari da
  insurrezione; colpo d'occhio, tenersi in anticipo sulla corrente,
  riconoscere il centro dei vortici in arrivo.
Se siete tough, "che si legge taf",  e volete qualche commento in più potete leggere questo vecchio post. Ma è meglio se leggete Meneghello, va! 


Levi Primo, "Se questo è un uomo", 1958. L'ho letto in vacanza, roba da non credere, e mai avrei creduto che argomenti tanto dolorosi potessero essere raccontati con una chiarezza di spirito che rasenta l'ironia (o almeno questo ho percepito io di fronte a cose incredibili). Forse non c'è altro mezzo per raccontare un delirio di stupidità e odio nazista che usare, in qualche strano modo, una prosa aggraziata e secca, umana e ricca.

Don Lorenzo Milani, "Lettere di Don Lorenzo Milani priore di Barbiana", 1970. Ho preso in mano il volume di mio papà, ottava edizione del 1972, Arnoldo Mondadori Editore, 1200 lire, carta un po' ingiallita. Riposava tranquillo nello scaffale di archivio-riserva, quello dove si raccolgono i libri vecchi ma sempre validi, quelli che non hai cuore di liberartene anche se in mansarda ci si va di rado.

Don Milani è tanto duro quanto lineare, tanto combattivo quanto dolce e potente allo stesso tempo, si firma "tuo affezionatissimo, Lorenzo" dopo aver frustato verbalmente il destinatario (spesso a ragione). In un caso d'insonnia, ho riconquistato sonno (e sorriso) dopo che sono stato preso e portato via da una lettera in cui diceva che ti possono pure mandare in un buco di parrocchia con 90 anime e togliere dal commercio i libri che hai scritto, ma se te la prendi sbagli. Le lettere lasciano la voglia di essere un po' come lui, frizzante e sferzante insieme, ripieno di fede in Dio e negli studenti, con una traccia di genio e sregolatezza.

Ho anche trovato la radice di un concetto che amo e che mi è stato trasmesso dal mio amico e maestro Tony: si tratta di "duty of care". È la descrizione di quello che un docente dovrebbe fare: prendersi cura delle persone che gli sono affidate. Non è uno scherzo, è un dovere e non servono regolamenti e liste estenuanti di cose che non si possono fare. Si può e si deve fare quello che implementa il "duty of care", ad esempio arrivare preparati alle lezioni, fornire incoraggiamento, rispondere alle domande, aizzare le menti più brillanti, light a fire, come direbbe Yeats. E contemporaneamente, lo stesso identico dovere di cura impone, fra molte altre cose, di non insultare gli studenti con parole o atti, di non annegarli nel cinismo e nella disillusione, di non approfittare mai, fisicamente o psicologicamente, della posizione e del prestigio di docente. È semplice e difficile, duty of care, appunto. Ebbene, io pensavo che fosse una bella pensata anglosassone, di quelle che di tanto in tanto gli vengono stupendamente, ma poi ho letto Don Milani, che insegnava fra il 1954 e il 1966, e guardate quel che era appeso sulla porta della sua classe...
Bellissime foto della Scuola di Barbiana si possono vedere  in questa pagina di Alberto Sfoggia.
[Don Milani è molto più di un educatore e non ho che sfiorato la sua grandezza: io l'avevo conosciuto nel miei roaring twenties per le sue prese di posizione contro la guerra e "l'obbedienza non è più una virtù"]

Casati Roberto, "Contro il colonialismo digitale", 2013. Il libro di carta non è da buttare. Anzi, in estrema sintesi, è meglio ricordare che non è né sano né "normale" perdere tempo prezioso in tweet, chat, sms, touch, like, post (!) se questo va a discapito della lettura e della concentrazione, anche e soprattutto a scuola:
Ma la lettura è stata rubata. Dobbiamo ora capire quali conseguenze ci sono per chi legge, e come fare per riconquistarla.
Casati scrive bene, ragiona bene e argomenta anche meglio. Non se la prende con la paccottiglia che ci distrae in continuazione e ci ricorda (specie a me!) di tenere la barra dritta. Se mi perdonate l'auto blog-citazione, qualche altro pensiero sul tema l'ho scritto a Novembre.

Pirsig Robert, "L'arte della manutenzione della motocicletta", 1974. Questo è un volume estroso, mi avevano detto che era un cult, il che a volte è una iattura. Inizio a leggere e non lo mollo più sparandomi giovanilmente le 150 pagine finali in una lunga apnea domenicale. È un libro potente, che trasuda la mistica della Qualità, qualche seguace di Pirsig studia e ancora propone una Metaphysics of Quality (MOQ). È una storia di viaggio, su una moto, ed è anche un viaggio dentro le menti dei protagonisti a caccia di capire il mondo, cosa sono e cosa sono stati. L'enfasi sulla Qualità porta nel testo a sottolineare l'importanza di tenere a quel che si fa, che è un'idea non lontana da alcune espressioni da Don Milani:
E mi venne in mente che non esiste nessun manuale che parli del problema essenziale della manutenzione della motocicletta: tenere a quello che si fa. Questo è considerato di scarsa importanza, o viene dato per scontato. Durante questo viaggio credo che dovremmo pensarci un po' sopra, per vedere se questa strana separazione tra quello che l'uomo fa e quello che l'uomo è non potrebbe aiutarci a capire che cosa diavolo è andato storto in questo ventesimo secolo.
Poco importa se questo "tenerci" si applica ai cilindri della moto o ad altro. E in effetti poi parla anche di Università, con la "U" maiuscola:
La vera Università non ha un'ubicazione specifica. Non ha possedimenti, non paga stipendi e non riceve contributi materiali. La vera Università è una condizione mentale. È quella grande eredità del pensiero razionale che ci è stata tramandata attraverso i secoli e che non esiste in alcun luogo specifico; viene rinnovata attraverso i secoli da un corpo di adepti tradizionalmente insigniti del titolo di professori, ma nemmeno questo titolo fa parte della vera Università. Essa è il corpo della ragione stessa che si perpetua.
Non vi rovino la lettura, che a in certe tirate fra il platonico e l'aristotelico richiede stoicismo e disciplina, ne vale la pena (in finanza, in amore e in letteratura vale il "no pain no gain", no?)

Tuesday, December 01, 2015

Idee di università


Il tema di oggi è “l'idea di università'”... una parola! Il solo tentativo di mettere a fuoco con maggiore precisione l'argomento si infrange con la difficoltà di scegliere uno  fra i moltissimi aspetti che mi sembrano centrali quando si parla d'università oggi.

È forse questo il confuso nesso che mi fa tornare alla memoria Italo Calvino e le sue “Lezioni Americane”. In particolare, mi pare che la Molteplicità possa sintetizzare l'idea di università che discuterò brevemente in questa nota (senza la benché minima pretesa di rendere onore alla bellezza e profondità del testo di Calvino).


All'università oggi viene chiesto di tutto: oltre ai compiti tradizionali, istruzione superiore e costruzione di ricerca e sapere critico, sono richieste attività di terza missione, differenziazione e formazione specialistica. Non che agire su molti fronti sia in sé una novità: al buon docente veniva un tempo richiesto di svolgere con brillantezza compiti didattici, organizzativi e di ricerca che, a ben guardare, potrebbero domandare attitudini e preparazione differenziate, non sempre reperibili nei medesimi soggetti. Eppure, adesso serve di più, di meglio, per molti più studenti/utenti che in passato, con personale in numero inferiore e risorse ridotte e tagliate di continuo.

E chi se la può permettere questa Molteplicità?

Credo che l'innovazione tecnologica possa e debba essere utilizzata per rendere le nostre università molteplici e in grado di affrontare le impegnative sfide che ci vengono proposte. Non mi soffermerò sui modi in cui tecnologia e software stiano incidendo nei processi amministrativi, di raccolta dati e controllo/gestione degli atenei. Certamente, l'impiego comune di pacchetti come U-GOV o Esse3 ha portato anche miglioramenti (oltre che inenarrabili sofferenze...) Ritengo che l'innovazione in ambito didattico abbia un potenziale enorme e largamente non ancora sfruttato.

Mi riferisco in particolare alla crescente diffusione in ambito internazionale di pratiche didattiche che si potrebbero genericamente definire con i termini multimediali o elearning. Per dare un'idea, penso a corsi MOOC (Massive Open Online Courses), flipped lectures (“lezioni capovolte”), insegnamenti a distanza, master executive, corsi d'aggiornamento...

Un ateneo molteplice dovrebbe forse attrezzarsi per consentire ai propri docenti di accedere facilmente alla possibilità di creare prodotti didattici in video o multimediali, aperti a tutti ed erogati sul web, anche in lingua straniera. Evitando alcuni flop clamorosi del passato e disastri pedagogici, come filmare le lezioni in presenza, le attività sarebbero basate su:

  • brevi video da 8-12 minuti di durata;
  • quiz e materiali di autovalutazione;
  • assistenza e tutoraggio online da parte di personale esperto sia di questioni tecniche-informatiche sia disciplinari;
  • presidio di forum, blog e canali social. 

Alcuni di voi potranno intravedere in questa lista una descrizione di quello che è un buon MOOC. Ma si dovrebbe aspirare a qualcosa di più generale. I materiali video, multimediali e veicolati via web dovrebbero essere una commodity. Leggo sul dizionario la definizione di commodity:
a useful or valuable thing, such as water or time.
Potrei tradurre in italiano come “bene di largo consumo”, di basso costo e di grande potenzialità. In ambito agricolo, ad esempio, il termine commodity si riferisce a materie prime come i cereali, che oltre ad essere molto diffusi, si prestano alla creazione di molteplici altri prodotti finiti o semilavorati.

La capacità di produrre video e materiali didattici multimediali di alta qualità mette in condizione di miscelare questi oggetti in modi diversi:

  • per creare corsi online o MOOC a costi ridotti (con organizzazione adeguata); 
  • per riconoscere crediti a chi ne ha titolo (persone in regola con iscrizione e tasse) previo  esame in presenza con accertamento di identità;
  • per parificare in ingresso gli studenti, fornendo competenze di base non ancora possedute;
  • per fornire in modo riutilizzabile ed efficiente competenze molto specialistiche destinate a numeri di utenti così bassi da rendere poco pratica l'erogazione di corsi.
  • come supporto a lezioni in presenza, fornendo la possibilità di discutere i video/materiali già visionati/studiati, o attivare forme di didattica non standard (brainstorming, lavori di gruppo, flipped lectures...);
  • per promuovere processi d'internazionalizzazione (se i prodotti sono in qualche lingua veicolare);
  • per presentare pillole di ricerca e didattica al grande pubblico, imprenditori, pensionati.

Ci si può chiedere come sia possibile che un video possa svolgere tutte queste funzioni contemporaneamente: pensate, per fissare le idee e cavalcare l'attualità, a un video sul trattato di Schengen. Come può essere usato per un corso online ma anche in presenza, per studenti del master e per i pensionati? Credo che la risposta sia proprio nella sua natura di commodity, di blocchetto di un Lego che non può prescindere dagli altri mattoncini con cui l'università lo circonda.

  • Gli utenti di un MOOC sul Diritto Europeo erogato interamente online usufruiscono del video e rispondono a semplici quiz. La conoscenza acquisita è, forse, di base e volatile e la persona che ha seguito il corso riceve un semplice attestato di frequenza senza nessun valore legale.
  • Gli studenti regolarmente iscritti usufruiscono del video (a monte) e lo usano come base per una lezione tradizionale (a valle). Il docente, facendo leva su quanto già fatto, può spingere l'analisi a fondo e un esame finale certifica competenze riconosciute con crediti formativi.
  • L'avvocato, il professionista o l'imprenditore che da molto tempo non rinnova il suo bagaglio di nozioni, usa il video in corsi di formazione che prevedono anche discussioni di gruppo e/o panel con esperti. Una verifica finale concorre a certificare che i requisiti di aggiornamento richiesti dalla legge sono stati assolti. 
  • ...

Sono solo esempi ma questa idea di università consente agli atenei di cavalcare le possibilità offerte dalla tecnologia, di continuare a esprimere programmazione didattica di alta qualità, di servire il territorio consentendo agli operatori economici di sapere quel che si crea in accademia, di trarre benefici dalle conoscenze diffuse nei dipartimenti e di riutilizzare spunti, idee e competenze adattandoli ai propri bisogni con flessibilità.
Dicevamo: a useful or valuable thing, such as water or time. Potremmo sintetizzare in:
Le commodity multimediali sono l'acqua e il tempo: ingredienti semplici e preziosi per gli atenei che sanno utilizzarli per creare prodotti formativi ben progettati e “molteplici”.
Rileggo i brevi titoli delle lezioni calviniane: oltre a Molteplicità ci sono Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità. Nella prefazione leggo che sono “alcuni valori letterari da conservare nel prossimo millennio”.
Con eccessivo ardire credo che le commodity multimediali di cui abbiamo parlato per l'università di domani potrebbero essere interpretate secondo canoni simili, “oggetti didattici da progettare per il prossimo decennio”, si parva licet.

[ Testo di una nota presentata al convegno IDEE DI UNIVERSITÀ E STRATEGIE DEGLI ATENEI ITALIANI, organizzato dal centro GEO, 30 novembre - 1 dicembre 2015, Roma, http://www.congressi.unisi.it/geo2015/ ]

Sunday, November 22, 2015

Produttività digitale, una settimana di cattivi pensieri


Rifletto da un po' di tempo sulla rivoluzione digitale che, per dirla con Patti Bravo, ``mi fa girar come fossi una bambola'': spesso sono letteralmente estasiato dalle possibilità della tecnologia, dall'adrenalina che scorre sui social e dal trip che mi porta via quando programmo e posso raggiungere con un codice quel nirvana di soddisfazione che forse solo arte, amore e matematica sanno dare. Allo stesso tempo constato con una qualche apprensione che siamo avvinghiati come tossici tristi all'idea, distribuita a piene mani ovunque, che smart, digital e online siano necessarie e vitali come l'aria che respiriamo. Scusa, spetta n'atimo...

Tutto questo ci rende più produttivi? È una questione dibattuta fra gli economisti (che, a dirla tutta dibattono tutto senza requie!) ma leggo su ``Italia Digitale'' (supplemento Corriere della Sera, 20/11/2015) che in un decennio la produttività attribuibile al progresso tecnico è aumentata dello 0.3% annuo, ma è calata dello 0.7% nel 2014. Per riassumere un po' grossolanamente: forse questa sbornia tecno-IT aumenta il PIL di uno zero-virgola e per dirla con l'autore Massimo Sideri:
La grande promessa dell'impatto della tecnologia sulla produttività generale è tutt'altro che da ritenersi un dato acquisito.
Ieri sono stato alla mia filiale Unicredit, di cui sono cliente da almeno 20 anni. Dovevo ordinare una carta di credito Flexia che rimpiazza (forse) la CartaSi in modo da farmi risparmiare 10 euro a semestre di fee. Visto che c'ero, ho anche aggiornato la MIFID. La tecnologia ormai straripa in una banca: hanno fatto fuori migliaia di dipendenti e chiuso filiali, ti devi fare tutto online: ``è semplice'', ti dicono, clicca qua, clicca là. Ma io non ero riuscito a trovarlo questo link, dato che bisognava ravanare dentro menù esoterici e il primo e unico link in evidenza con scritto ``Aggiorna la tua MIFID'' ti portava unicamente al suggerimento di recarsi in banca... Sarà anche un problema d'interfaccia fatta male, di interazione web-utente del menga e così via, ma io me la sono dovuta incartare e ho risposto in presenza e alla vecchia maniera alle domandine MIFID sul rischio finanziario che tollero.

Ancora più interessante è stato il processo di richiesta della carta. Si segue una serie di schermate e forse è un deja-vù: mi scusi la rete è lenta, c'è l'aggiornamento del software, stamattina la rete è veramente più lenta del solito, non accetta la data, ``non importa, adesso forzo la procedura''... Sono abituato, lo siete probabilmente anche voi, aspetto con stoica pazienza che la mia consulente, ad occhio almeno 55 anni d'età, chiami la Mara, collega più giovane sulla quarantina e più informaticamente sgaggia. Al di là di alcune considerazioni sul digital gap delle generazioni più anziane - pensiero lancinante: mica mi manca tanto tanto ai 55 - la Mara fa progressi ma non siamo diventati schegge. E poi arriva il clou: ``la vuole la foto sulla carta?'' Beh, perché no? È una misura di sicurezza in più, se ti fregano la carta magari non riescono ad usarla nei locali mangiando a ufo, ve lo meritate ladri che non siete altro! Consegno docile la mia carta d'identità, con l'orrenda foto d'ordinanza di cui vado fiero, in cui sembro un serial killer di quelli crudeli e non pentito, e attendo che in un altro ufficio usino lo scanner. Il tempo passa, alla prima bancaria si aggiunge la Mara, il tempo passa. Dopo un po' scendo e vedo tre persone armeggiare sullo scanner, il tempo passa: 20 minuti x 3 persone = 1 ora, w la produttività! Però la Mara ha una marcia in più e avrà il mio sempiterno rispetto per aver staccato lo scanner USB dal computer della collega e averlo trasportato sul suo PC (lo avrei fatto anche io: ci sono tonnellate di casi documentati di apparecchiature non funzionanti su un computer per motivi del tutto ignoti che funzionano come pallettoni sul computer a fianco, del tutto identico a quello recalcitrante). In effetti, lo scanner funziona e Mara vede finalmente la mia faccia.

È fatta, no? Niet, messaggio d'errore: ``i colori sono innaturali'', ma va va... Toglie la carta dall'astuccio plasticato: risulto sempre innaturale; Mara prova con una cartellina di plastica lievemente opaca, lo trovo geniale, tipo effetto calza-flou di Berlusconi: ma purtroppo sono ``innaturale'' un'altra volta; prova pure ad acquisire la foto in bianco/nero: passo da ``innaturale'' a ``troppo ombre sul viso''. Mi sto per incazzare, è mattina e non ho bevuto un goccio di vino che sia uno! Mara è piegata ma non vinta e chiama il collega trentenne (e smanettone) che prova a cambiare i settaggi dello scanner: più contrasto, troppe ombre, meno luminosità, troppe ombre, va a ramengo, troppe ombre innaturali... poi di colpo, ripete la scannata due volte con lo stesso settaggio e, voilà, la foto va bene. Io e Mara gli chiediamo adoranti: ``ma cos'hai fatto?''. Sapete già la risposta: non ha fatto niente, la prima volta ero ombroso e innaturale, la seconda andavo bene anche se ero identico alla prima, io e i settaggi. La finisco qui ma non vi nascondo che la vicenda mi ha lasciato dei dubbi sulla produttività degli operatori di un primario gruppo bancario italiano e del suo po-po di IT e dei milioni che ci hanno speso. Un'ora in tre-quattro persone per una richiesta di carta Flexia o poco più. Certo, si può anche pensare che dipenda dal mio look da serial killer ma credo che tutti abbiano esperienze di quegli inutili, frequenti e sfiancanti combattimenti con i computer che ti fanno perdere tempo e quel che è più importante, pazienza e concentrazione.

Questa esondazione di gadget tecno-touch mi lascia perplesso anche in campo educativo: se non hai una LIM sei una merduccia; senza youtube rasenti il trash; online, connected, MOOC sono placche d'acciaio onnipresenti nella corazza di discorsi e documenti che sento e leggo in ogni momento. Senza la tua dose intravena di digital sei onestamente un figlio di NN e ti rimproverano anche di non voler andare in comunità. Se sapete chi sono forse condividete l'idea che chi scrive non è un luddista che aborrisce le tastiere: passo le mie giornate pestando tasti, adesso ho pure un Iphone con Google calendar, tweetto come un uselet, se non sai R (http://cran.r-project.org/) ti guardo male. Eppure mi chiedo se non sia il caso di rimettere le cose a posto e di smettere di confondere i mezzi coi fini: educare è il fine e lo si può fare in molti modi, bene o male; le tecnologie (LIM, video, Ipad...) sono strumenti che, come tali, possono essere usati male (è facile!) o bene (questo è molto meno semplice). Roberto Casati e il suo bel libro ``Contro il colonialismo digitale'' dice le cose con acume e competenza: i nativi digitali non esistono, la lettura (e aggiungo io, la buona scuola) va difesa dalla miriade di distrazioni a portata di touch. Lo vorreste voi come collaboratore o impiegato un drago del tweet compulsivo o del like multiplo, e whatsappatore frenetico? Non è meglio se ha imparato per bene alcuni concetti base del lavoro che fa, se li applica con accuratezza e concentrazione e se mette competenze diverse dal ``dito sfiorante'' nel suo bagaglio culturale?
Roberto Casati, "Contro il colonialismo digitale", Laterza
Ho sperimentato personalmente la mostruosa intensità didattica che può scorrere nelle vene di studenti e docenti quando l'interazione è mediata e moltiplicata dalla tecnologia. Ma credo ferinamente che non è questione legata al mezzo in sé: i buoni docenti incatenano l'attenzione degli studenti in presenza o online, ci possono essere differenze e sfumature ma la didattica di qualità non dipende dalla modalità d'erogazione e non necessita di LIM, ipad, video, bric e brac e altre amenità. Ho scritto non necessita, gli strumenti usati bene sono utili e a volte utilissimi ma è evidente (a me) che una buona bistecca me la posso mangiare anche a morsi e resta buona e che un buon coltello da cucina aiuta (ma non mi sogno di pensare che è meglio della bistecca).

Sto leggendo ``The organized mind'' di Daniel Levitin, è stato uno studenti di Amos Tverksy, premio nobel per l'economia. Racconta belle storie (quelle che se sei chic le chiami case studies), dice cose sane, dice (lo ripetono tutti da anni) che il cervello odia il multitasking e che le nostre capacità cognitive possono essere aiutate con saggezza delegando alcuni compiti intellettuali ad altro fuori da noi (la segretaria se ce l'avete, liste delle cose da fare, computer). Questo consente di migliorare l'organizzazione del pensiero, ridurre le distrazioni, controllare l'ansia da prestazione (intellettuale, la sessuale è un'altra storia!). Consente specialmente di lasciare che il cervello sia focalizzato su una cosa per volta, consente di esserci con la testa che è cosa difficile da fare fra app, like, smart-phone, sms, email a grappolo... In fondo, è una lezione antica che rasenta il precetto yoga di essere presenti a sè stessi nel momento in cui serve. A me vien in mente anche una versione mindfulness-like di Marx e della sua alienazione: avete presente i colleghi che a un seminario, consultano la posta e, contemporaneamente, messaggiano? In teoria sono li a fianco a te e pare che ascoltino ma non trovo esempio migliore di ``alienato'': sono altrove, la loro testa è fuori. Il che non vuol ancora dire che sono fuori di testa ma non ci manca molto...


Come ulteriore variazione sul tema, "La lettura" di oggi 22/11/2015 ha un pezzo sull'insegnante migliore del mondo (si, c'è scritto così: sono americani, portate pazienza, lo devono chiamare "Global Teacher Prize"). Io m'immagino una rampante collega iperconnessa, super-tecno, connection-savior che fa fare ai suoi studenti geek cose mai viste con le LIM, Ipad e wiki di cui parlavamo prima. Invece, Nancie Atwell di digital pare non avere nulla: una strepitosa signora coi capelli bianchi, china ad ascoltare i suoi studenti in un centro rurale di 1200 abitanti, in qualche pancia d'America:  
I get to demonstrate what is possible, teach what is useful, establish conditions that invite engagement, support the hard work of literary reading and writing, and enjoy the kinds of relationships with adolescents that drew me to education in the first place.
La sua filosofia è semplice, dice ai bimbi di leggere quello che gli pare, sperimenta e sedimenta metodi didattici nuovi, senza tecnologia digitale. Alla fine questi si leggono 40, quaranta?, libri l'anno. Ha vinto un milione di dollari (come Zio Paperone), li investirà nella sua scuola. Evvai, finalmente avranno la banda larga, o no? "Dobbiamo fare alcuni lavori e sistemerò i caloriferi". Si studia male al freddo del Maine, pazienza per i megabit e i touch-screen. Sono contento per i suoi alunni ma in fondo in fondo Nancie scalda il cuore anche a me.

Saturday, October 31, 2015

Museo Bailo

Post veloce per sottolineare un highlight della città che ha di recente bloccato il traffico per la sua (ri)inaugurazione dopo 12 anni di chiusura e quasi 5 anni di lavori.

Siamo stati a vedere il Museo Bailo di Treviso, in una sfolgorante giornata d'autunno, curiosi di vedere per la prima volta le collezioni che contiene. C'è molta trevigianità in Arturo Martini e Gino Rossi e negli altri artisti che comunque solcavano l'europa da Parigi a Monaco per vedere e odorare gli esperimenti artistici di un mondo che viaggiava a folle velocità verso la prima guerra mondiale.

La facciata esterna e la tersa luminosità interna.
Non sono per nulla esperto ma leggo nei pannelli di Arturo Martini e della sua Ca' Pesaro, quando per un periodo l'ombelico del mondo era là. E ci sono le opere, belle, stranianti, anche paurose come una maternità arpia, e insieme dolci e inquietanti.


In alto un gesso di Martini, elegantemente valorizzato da una fascia metallica dorata. Sotto, la versione di Ca' Pesaro a Venezia.
Resta nella memoria anche la forza visionaria e fauve di Gino Rossi, che finì i suoi anni in manicomio dopo aver illuminato il mondo coi colori e con l'amico Martini.

"Paesaggio Asolano" di Gino Rossi. Si vede la chiesetta di Monfumo, edificio familiare a tutti coloro che transitano per i colli.
Il museo in sé è anche una bellezza architettonica che ha valorizzato il convento degli Scalzi e i suoi chiostri. Le finestre disegnano dei De Chirico e i dettagli sono illuminanti, ampie vetrate, grate metalliche e placche d'acciao vivo. Bentornato Bailo!



Un De Chirico fatto in casa, preziose immagini dell'enorme lavoro di  remise en forme del museo e un dettaglio della porta d'ingresso.

Sunday, October 18, 2015

Tutti gli uomini del presidente


Mi godo da giorni, a mo' d'ornitologo, una frenetica attività all'ex-macello. There is something in the air, gran parecio, chiacchiere fra i passanti e molti lavori manuali. Arriva a compimento dopo 19 anni il restauro del Mulino Passuello, il grande S. Giobbe è finito: un lavorone da 19.000 metri quadri, in uno dei luoghi simbolo di questa città screziata di tante cose, inclusi edifici d'archeologia industriale che avevano perfino solleticato i progetti di Le Courbusier.


Abbiamo il mulino, dove si spostano in prevalenza i colleghi giuristi; abbiamo il giardino, dove gli studenti potranno "riposare durante le lezioni" come dice con involontaria comicità la Nuova; abbiamo una biblioteca sfolgorante di luci, volumi e collezioni. Abbiamo tutto... eppure oso trafugare proditoriamente un leggendario pezzo di Bubola, che ho sempre e solo dedicato a Cesira, per provare a colmare una mia inconsolabile e acuta sensazione di mancanza:

E mi trascino la notte e il giorno come un fantasma di bar in bar
bevendo birra, tossendo lacrime sfidando la forza di gravità
con un bicchiere sopra la testa ed una voce dentro di me
che mi ripete, che mi ricorda
che non ho niente se non ho te
molto di niente se non ho te


Potranno mai perdonarmi Bubola (e, specialmente, Cesira!) per questo accostamento? Non ho niente se non ho te, non ho niente se non ho il presidente!

Infatti, come sapete, girava la voce che sarebbe arrivato anche lui, his majesty the king e presidente del consiglio Matteo Renzi. Da giorni ammiravo squadre di lavoratori intervenire con la carriola nel corridoio di S. Giobbe per sistemare la pavimentazione. È stato bello vederli rifare le boiacature fra le pietre d'Istria, cazzuola e via dove c'era più bisogno. Io posso anche pensare che hanno dato, come diremmo dalle mie parti,  na passada dove passa el prete, a macchie di leopardo e allestendo piccoli micro-cantieri. Ma è lo stesso, hanno anche rifatto gli intonaci, anche questi a scacchiera, un pezzetto malandato si, un altro in forma migliore, no. Una lodevole spending review estetica ancor prima che finanziaria: si fa solo quel poco che serve a migliorare tanto l'immagine, il resto della salsedine è evidentemente del maligno.

Microcantiere per pavimentazione e sistemazione locali/intonaci/ quel che serve...
E io che per anni avevo pensato che fosse una cosa ex-democristiana d'altri tempi: prima delle elezioni, che le vincevano sempre loro, comunque si dava un'asfaltata veloce alle stradelle (ve lo ricordate il macadam?) e si cambiavano le lampadine ai lampioni per migliorare la sicurezza notturna. Insomma si metteva a posto. Da noi hanno lavato perfino i vetri, l'ultima volta che io ricordavo simili "pulizie di primavera" risale alla Gelmini! Devo ammettere che questi democristiani erano renziani ante litteram? Forse si, se si giudica dai lavori pubblici che si dispiegano per l'arrivo dei potenti o in occasione degli appuntamenti elettorali. E aggiungo comunque che, se questo è l'effetto, vale la pena invitarli più spesso i politici: una volta Renzi e rifacciamo la pavimentazione; una volta, che ne so, la Boldrini e sistemiamo gli intonaci; poi sotto con Grasso e via di questo passo: gli edifici restano perle d'arredo urbano e i locali sempre sbiancati di fresco.

È stato bello anche attendere trepidanti in aula magna che arrivasse il Renzi: brusii, chiacchiere, tweet. La solita e sempre interessante fenomenologia di chi sta in piedi "in corridoio", in apparenza lì per caso, a conversare leggiadro come a un high tea, ferocemente in vista. Tanti colleghi, tanti politici, molte uniformi, carabinieri in divisa di gala con un pennacchio così bello da fare vacillare anche un obiettore come me!

Poi arriva il presidente e noi di CF partiamo con gli effetti speciali: giù le luci e show di muscoli multimediali con video a tutto schermo, Carmina burana ad alto volume in una lingua che non ho capito ma di grande effetto, immagini oleografiche di una Venezia visivamente rapitrice e sotto-titoli che, appunto, sotto-lineano i "1000 follower", i "10000 studenti", i "100000 metri quadri", i "1000000 di euro investiti"... Eddai che scherzo, non mi prendete alle lettera, serve per dare l'idea!

Effetti speciali, Rettore, Brugnaro, Donazzan... noi si ballava sui tavoli con Renzi in platea!
Adesso, per due righe, smetto di scherzare: veramente sembravamo una super-potenza accademica e sentivo l'orgoglio istituzionale di aver contribuito un cin a fare un campus di paurosa bellezza. Harvard, MIT, Sorbonne e atenei foresti tutti: mangiate pure la nostra polvere! "Il futuro è qui!", come recita il titolo di chiusura del video. Poi parlano il rettore Bugliesi, discorso bene in campana; si passa la parola alla Donazzan che m'impressiona positivamente perché evita la polemica leghista e le riesce pure di usare con deliziosa ironia l'aggettivo "sereno", che resterà per sempre renzianamente appropriato; poi anche Brugnaro si difende con onore parlando a braccio e, pure a lui, mi tocca obtorto collo dargli dei punti dato che assolve il ruolo con la professionalità degna della fascia di sindaco che indossa.

Poi, Renzi: parla bene, camicia bianca d'ordinanza e tenue tocco di colore con cravatta celeste, eye contact. Dice molte cose, dice che è stato sindaco anche lui e che "il governo farà la sua parte", Brugnaro chiama l'applauso che la platea concede. Dice che "bisogna fare uscire l'università dal perimetro della pubblica amministrazione": bello, brutto o speriamo ben?  E poi, perché "il perimetro"? Hai qualcosa contro "l'area della pubblica amministrazione"? Scusate, fisima matematica! Dice tante cose, le dice bene, le dice con energia, in fondo suona la carica per tutti e dice che ascolteranno le voci che vorranno interloquire e poi faranno quello che c'è da fare (ahi, ahi... vedo la sinistra PD in un nuovo incubo!)
Tutto curato, il centrotavola pare un merletto di Burano!

Ok, la festa è finita. Mentre Renzi va in visita io passo per l'ufficio e preparo con cura l'imboscata al buffet (mise en place curata, camerieri in gran tiro giacca nera elegante, cibo bello da vedere ma, come dire, etereo al punto che devo fare parecchi giri).

Ripenso al titolo del post:  non mi deludere ancora, presidente, non finirmi nella discarica della storia come un Nixon qualsiasi...

BEC: un fior di biblioteca (source)