Wednesday, March 01, 2023

Awaiting bags

sono da più di un'ora in attesa della valigia a Heathrow, non siamo in tanti ed evidentemente molti viaggiatori avevano scelto di usare solo bagagli a mani o trolley, alquanto saggiamente pare. abbiamo chiesto info e ci hanno detto che può servire "up to one hour", c'è traffico, non hanno consegnato ancora nulla. ok, ma l'ora è passata, anche al nastro trasportatore gira la testa a furia di mulinare come una trottola senza senso e, francamente, non so se andare in centro all'hotel e amen, riempiendo i moduli e sperando che la valigia me la portino loro o attendere ancora un po' che se poi il bagaglio arriva è una rogna di meno.

stamattina era andato tutto bene, partenza regolare, volo come un biliardo, parlo con Walter seduto di fianco, tratti inconsueti con occhi azzurri, capelli rossi rasati sulle tempie e microscopico chignon, barba rossa pure quella ben curata, sulla trentacinquina. scambiamo due parole quando la hostess ci chiede nuts or cookies and coffee or tea, ma a un certo punto mi chiede che cosa faccio e gli dico che insegno matematica o, meglio, computational something a economia, modelli ad agenti e viene fuori che è un consulente "informatico" perito elettronico laureato in psicologia, in trasferta per una convention coi compagni di lavoro che riempiono la fila del BA 597. lavorano con PMI, ne analizzano i processi, studiano interfacciamenti con i sistemi gestionali della ditta e li modificano o personalizzano per renderli adeguati alle loro necessità, se serve fanno il debug anche dei processi cognitivi e mentali dei clienti e del titolare, indicano cose che fanno ma non dovrebbero fare o cose che vanno fatte mentre per ora mancano all'appello, sono dei consulenti indipendenti, Walter ispira fiducia, giusto ritmo nel raccontare, mostra passione e concede spaziature per l'interlocutore, cerco da sempre di fare lo stesso anche io, finisco per raccontargli anche qualcosa di modelli ad agenti, NetLogo e complessità. quando usciamo da tunnel al Terminal 5, saluto lui e i suoi colleghi e mi allunga un biglietto da visita, chapeau, è forse una cosa vintage ma non c'era altro verso e mi riprometto di mandargli un saluto...

ecco, sono le 11.07, 82 minuti dopo l'atteraggio e la mia valigia Spalding, vagamente sfinita ma munita di cintura di sicurezza contenitiva a combinazione a 4 cifre, ancora ferma al settaggio di fabbrica ``0000'', è arrivata, la raccolgo dal nastro e via verso il controllo automatico del passaporto elettronico.

cammino e trovo la Piccadilly line, chiacchiero con uno che supervisiona gli ingressi, qui è tutto self-service, barriere che si aprono col touch, cancelli automatici, dozzine di biglietterie "credit cards only", pare che non vogliano farti parlare con nessuno, suggerendo di fatto un ognun per sè che per certi versi è vagamente triste e mi ricorda i luddisti che in questo paese combattevano contro i posti di lavoro rubati dalla modernità e dalle innovazioni. sicuro, non è che tutti gli umani che ti parlano dalle biglietterie siano fenomeni di simpatia ma questo è bravo, più o meno della mia età, pur col rischio di sbagliare di un decennio visto che è un indiano, (del subcontinente non un apache!) ma magari è londinese da tre generazioni! il suo inglese è aperto, speziato, col giusto ritmo e comprensibile fino all'ultima sillaba. mi spiega come usare la Oister card e, forse, com fare una foto dell'estratto conto per rendere conto a Sara e all'amministrazione di unive che ho usato i mezzi pubblici. partiamo alle 11.25 e adesso sarà un lunga galoppata su vagoni efficienti e un po' frusti fino a Russel Square, nel cuore di Bloomsbury.


già, mi sono ricordato che, oltre al Britsh, al Charles Dickens musuem e al Postal museum, tutti posti che voglio andare a vedere o rivedere, Bloomsbury è la patria di Keynes. non ne avevo consapevolezza prima, ma in quello scrigno delle meraviglie ripieno di ogni ben di Dio che è il mio zainetto, c'è un fascio di fogli, stampati in un generoso corpo 12, col libro di Justyn Walsh, "Keynes and the Market", una storia sul mirabolante talento finanziario di Maynard, uno che lascio in eredità 30 milioni di euro odierni anche se se n'è andato a soli 63 anni. Intanto "Mind the gap" a Hounslow East è un audio-meme che mi riporta alla giovinezza, quando s'imparava l'inglese minimale, quello da Robinson Crusoe catapultati in una Londra che prima o abbiamo tutti sognato di visitare usando fieramente le nostre belle frasi scolastiche.

In aereo mi sono letto introduzione e primo capitolo del libro, che ripercorre un po' la biografia di Keynes, che è stato artefice e ha subito l'influenza di quel coacervo di artisti e fuori di testa, con con Virgina Woolf e altri che a Bloosmbury, a loro modo, rivoluzionarono i tempi vittoriani che volgevano al termine, anche per gli effetti di due guerre mondiali che il secolo breve ci ha portato e che tanto hanno dato da scrivere a Keynes.

sarà una buona lettura, molto adatta al genius loci, Walsh scrive in un inglese witty e sofisticato, obbligandomi a segnare due-tre parole a pagina che mi riprometto di studiare, vocabolario alla mano, non appena ritrovo internet, visto che voglio capire bene il senso e gustare anche la ricchezza di una lingua spinta oltre le 300 solite parole che usiamo frequantemente ma che asciugano la capacità di esprimersi in quella che per molti, e sicuramente per me, resta una lingua aliena più che straniera.

Russel Square, memorizzo che ci ho messo un'ora per quando tornerò indietro, resisto alla tentazione di andare a vedere la piazza alberata e giro a destra, cerco i Coram Fields, navigando uno dei pochi posti di Londra in cui sono orientato senza mappa e senza google grazie a soggiorni ormai sfocati al Penn Club che sta in una qualche laterale della piazza e all'Imperial Hotel. poche centinaia di metri dopo trovo il Goodenough College, entro, chiedo, mi confermano che quella in cui mi trovo è il college che ospita gli studenti e che l'albergo aggregato sta pochi civici più in là. 

Sono in un angolo bello e tranquillo di questa tentacolare metropoli, per una volta quando esco dalla strana stazione della metro non ho nemmeno pensato "come mai è tutto così veloce a Londra?'', la città oggi viaggia a ritmo normale, per una volta in sicnrono col grigiore del cielo nuvoloso. Let's go!

ps. è probabile che questo post che ho scritto (calembour: post scriptum, no?), in realtà, sia una lettera a Cesira e ripercorrendo la nostra storia mi vien voglia di scrivere per me, (per chi bazzica questi post) e specialmente per lei quello che capita in questi giorni. Bye Bye, my love!


Friday, February 24, 2023

Passaporto e chiudo!

oggi mi sono fatto 8 km a piedi per ritirare il mio passaporto. alla fine ce l'ho fatta, novello Forrest Gump sulla strada dei malfunzionamenti della pubblica amministrazione ma anche della buona volontà dei dipendenti della Polizia di Stato. È da novembre che provo a rinnovare il glorioso passaporto, scaduto nel 2015, che mi ha portato in Australia tre volte, ma il primo appuntamento utile che ero riuscito a prenotare è il 25 luglio, distante quasi 9 mesi, nonostante numerosi tentativi, SPID e partecipazioni alla roulette online del venerdi alle ore 13.00, quando vengono messi a disposizione i posti liberatesi nella settimana successiva. il problema è che quei posti sono pochissimi, il server s'impalla già a partire dalle 12.55 per l'evidente sovraccarico generato da decine e decine di persone che provano ad anticipare gli appuntamenti "regolari", è una voragine di clic dei desperados cui serve il passaporto molto prima dell'estate. una volta ho pure visto un'appuntamento utile ma il tempo di cliccare e di attendre che la pagina reagisse e tutto era scomparso come una chimera perché evidentemente qualcun'altro mi aveva soffiato lo slot per un amen.

solo oggi ho realizzato che andare in questura, nella zona Appiani in semi periferia di Treviso, è un percorso lungo 2 km, google maps non sbaglia e io me la sono sempre fatta a piedi. a fare i conti per bene, poi, altro che 8 km: a dicembre vado in esplorazione in questura di persona la prima volta, chiedo info all'ingresso, mi dicono che se tutto va male (appunto!) posso mandare email 20-30 giorni prima della partenza, "non lo faccia ora, manca troppo tempo e l'email verrebbe ignorata", curioso modo di gestire la congestione suggerendo di chiedere un intervento urgente a patto di non farlo troppo presto. va bene, me la metto via e sono 2+2 = 4 km per chiedere info.

un venerdi dei primi di febbraio, dopo il rituale tentativo sul web e aver tentato di chiamare ininterrottamente un numero sempre occupato dalle 12.00 alle 13.00, scrivo un bell'email, lo mando in pec all'ufficio, allego la missione autorizzata a Londra, mando il biglietto d'areo, "mi fate la carità di farmi partire il primo marzo?"

ecco, qui c'è un cambio di ritmo nella storia: il giorno successivo alle 15.00, è un sabato, mi chiamano dalla questura e un poliziotto si scusa proponendomi un appuntamento per il 14 febbraio. rileggete perché è degno di nota: in 24 ore hanno risposto, di sabato, hanno preso in carico la cosa, let's go! vai con la preparazione delle carte, riempio il modulo, dati personali e tutto il resto, compro la marca da bollo da una settantina di euro, pago il conto corrente, altri 40 euro e rotti, mi faccio in stazione le foto tessere con look rigorosamente da serial killer senza riflessi sull'occhiale da vista, ci lavoro un'altra mezza giornata. ma il 14 sono pronto alle ore 10.00.

devo salire al terzo piano dove la signora Maria sbriga una serie lunghissima di appuntamenti d'emergenza, mentre i "normali", quelli che hanno prenotato un appuntamento sul web mesi e mesi fa, attendono agli sportelli del piano terra. al terzo piano è una simpatica gazzarra, nessuno sa bene cosa fare e dove attendere, pare che siamo tutti convocati alla stessa ora, non sappiamo bene chi è arrivato prima o l'ordine della coda e avanti despacito fino alle 12.30, 2 ore e mezza di bivacco "nell'androne" dove ci sono parecchie sedie per i passaportisti. io sono ben preparato, mi ascolto puntata dopo puntata di uno strepitoso podcast originale di Rai PlaySound, "Io ero il milanese" di Mauro Pescio, sull'incredibile storia di un rapinatore di banche che si fa decine di anni di galera inseguendo il sogno della bella vita con fatica, voi pensate pure quel che vi pare, ma anche i banditi e i latitanti hanno i loro fastidi.

Maria è sotto pressione, un mucchio di persone senza podcast sono innervosite e in trepida attesa, lei capta certamente qualche discussione per il turno e riesce, nodimento, a stare sul pezzo con quel tocco di nonchalance da impiegata tosta, forse non sarà un fulmine di guerra, ma lavora senza fermarsi, parla agli utenti, dà loro un po' di confidenza, con me risulta perfino gentile e mi trovo a ringraziarla per quello che che fa in questa babele un po' confusa di appuntamenti, aggiustamenti e rattoppi. mi prende le impronte, mi chiede se voglio tenere il vecchio passaporto come suovenir e, sul più bello, mi dice: "non abbiamo più libretti, quando parte?", "il primo di marzo", "puo passare a prendre il passaporto venerdi 24?". evvai, altri 10 giorni di attesa! la guardo incuriosito, avevo sentito quando all'utente precedente aveva detto che tengono qualche libretto di riserva in un cassetto speciale, per le urgenze veramente tali. ci penso su, ha ragione lei, parto fra 15 giorni, urgente non sono e cancerogeno nemmeno, decido che è ok e la ringrazio, "a venerdi prossimo", "saluti. avanti il prossimo". in tutto fanno altri 4 km e ammetto che ho i miei motivi per camminare, diciamo che è una passeggiata di salute e anche voi dovreste camminare 5 ore a settimana, settanta euro a parte è quasi un peccato che il passaporto non scada una volta al mese!

oggi è il gran giorno, 24 febbraio, data in cui cade l'anniversario del criminale attacco russo all'Ucraina. ma è anche il giorno in cui giulivo e rilassato a 2 km da casa, salgo al secondo piano della questura alle 10.00. cercano il mio passaporto in una cassettiera portadocumenti, non c'è; cercano in un altro pacco "sfuso", non c'è. il poliziotto mi dice "Maria mi ha dato quelli recenti stamane, se il suo non c'è vuol dire che non me l'ha dato". Già, è consecutio o sfiga? "Provi a salire al terzo piano e a chiedere alla Maria". Non riesco nemmeno ad incavolarmi, questa questura ha un che di pacificante, tutti sono tranquilli (loro, non noi utenti), i dipendenti non perdono le staffe, fanno le cose che possono fare, chiedono se non sanno o non possono fare, i compiti restano in ordine, se c'è da andare al terzo piano si va, non hanno il fisico palestrato, anzi si vede qualche panzetta nei signori di mezza età, sono statali, un filo burocrati all'apparenza, ma lavorano e basta.

ascensore, terzo piano, m'intrufolo fra un passaporto e l'altro, di straforo, nell'ufficio di Maria, mi riconosce, "Pellizzari? mi scusi ma non abbiamo i libretti", non faccio una piega e non le ricordo nemmeno che so del cassetto magico e ormai anche io rischio di essere tassativamente urgente e non un finto-urgente, "può passare lunedi?", devo averla guardata un filo strano perché rilancia subito con "quando parte?, "primo marzo", pensa un attimo: "può passre oggi alltre alle tre?" Adesso capite perché oggi fanno 8 km? (2+2)x2, non c'è glicemia che tenga a questa vita da caballo, ma ne approfitto e tornando a casa verso le 11.00 mi prendo pure un caffè Illy da Casellato in Borgo Cavour.

alle tre, processionalmente motivato da altri due km di strada, chiedo di Maria in portineria. lo spinotto me la indica mentre, in un cappotto bianco, sta rientrando dal pranzo, panino o simili. siamo quasi in confidenza, mi dice che non ha ancora fatto il mio passaporto ma mi chiede se posso aspettare un attimo che ci prova, lo fa in un modo che va bene, le dico che è ok e le offro di tornare lunedi mattina se per caso la cosa le riesce meglio. "Comunque, posso salire con lei al terzo?".  Sta con noi anche un ragazzo che mi guarda e, fattosi coraggio, mi dice "lei è stato i mio prof di computational tools", come d'ordinanza gli dico "scusami, siete in troppi in quel corso perché possa riconoscervi", ma è un dialogo simpatico, chiedo che cosa fa, si laurea fra poco con una tesi sull'insider trading, Maria sorride e commenta "ma come? prof e studente? che coincidenza!"

stampa il passaporto, esce dal suo ufficio e mi dice che "manca il dirigente". e già, mi pareva che mancava qualcosa, "sono in riunione da questa mattina... ma mi lasci telefonare che forse ce n'è uno che può firmare". in effetti, arriva un signore, magliocino blu scuro tirato un filo su a mostrare la maglietta della salute sotto, ma è venerdi pomeriggio ed è lui che appone la firma sul mio documento. guardo le foto appese al terzo piano, Albino Luciani sullo sfondo e un poliziotto che fa il picchetto, la vecchia sede della Questura in Palazzo Barea in via Carlo Alberto, la Giulia verdastra dei film e qualche faccia dura dei servizi d'ordine. quasi m'intenerisco vedendo queste icone visive ma Maria mi strappa dal sogno e, brandendo il mio passaporto, mi dice "ecco, controlli i dati'' e io con scrupolo verifico doppia elle e doppia zeta, data di nascita e mi pare che sia tutto a posto. "Grazie" e porgo la mano a questa signora sulla cinquantina, presumo, carnagione scura scura, capelli e occhi neri, non è Lolita Lo Bosco ma tanticchia viene dal Sud. Mi sorprendo a dirlo, ma sono grato alla Polizia perché ha fatto e ci ha messo una pezza e io ho il documento con 4 giorni d'anticipo sul check-in. gli ultimi due kilometri in direzione centro sono un trionfo, ho quasi consumato un paio di scarpe ma sono pur sempre scampoli peripatetici di soddisfazione.



Saturday, January 21, 2023

Arsenale Biennale Carnevale!

Chiudo la giornata sul treno delle 17.43 per Belluno. Oggi è evidentemente un glory day! Sapevo che sarei partito lentamente con pratiche, email varie e stesura di rapporti di valutazione per studenti PhD, per prendere poi abbrivio col seminario di Claudio e Maria, a metà fra la presentazione e il brain-storming per dare forma a paper ancora in cerca della loro strada.

Forse è sempre stato così o forse io sono ingenuo ma ho l'impressione che pubblicare un paper sia diventata cosa diversa da rendere pubblico quello che hai studiato o capito. Sempre più, forse in modo ancor più accentuato nelle discipline manageriali, si tratta in realtà di trovare il modo di raccontare una storia che s'incaselli nella nicchia giusta, infilandosi per linguaggio, aspettative della comunità scientifica e momento storico, fra i paper che colgono lo zeitgest. È strano, ma pare veramente che il contenuto sia ai confini dell'irrilevanza e che ciò che conta sia il progetto, l'intelaiatura, l'esercizio che mostra che hai letto gli altri paper cogliendone la forma e lo stile ma, appunto, sotto il vestito cosa c'è? Forse niente o forse poco per dare senso a mesi di lavoro, passati in gran parte a posizionarsi e a cercare di capire come procurarsi il consenso di editorial board e di revisori che mi sembrano troppo leziosi e pericolosamente autoreferenziali. I racconti di Claudio e Maria sono interessanti e mi spiace che la ricerca del fenomeno rilucente nasconda fin troppo il noumeno scabro e di valore.

Ma il bello non è ancora iniziato. Da Marisa, tanto per provocare la venezianità di Vanda, la nostra magmatica cuoca, le chiedo qual è la strada migliore per l'Arsenale. Dovete sapere che il posto è all'estremo opposto della città, in pieno Castello dove, se non c'è la Biennale, si spingono solo le aquile o quanti esplorano zone remote e antiche della città. Vanda trasecola e con la consueta verve mi dice "ma te si mato? xe lontan...". Le dico che forse ci vorranno un 40 minuti (ma so che ne servono meno, a Venezia da un punto all'altro non servono mai più di 30 minuti a piedi; e se ne servono di più basta camminare più veloci e non prendere mai il vaporetto!).  Giulia è più serafica e mi dice, con ragione da vendere, che è una bella giornata, "'ndando par Santa Maria Formosa te ghe meti meza ora" . Già, la solita mezz'ora. È sempre così, il veneziano tipico prima ti dice che il tal posto è lontano, irraggiungibile, manco fosse in Dalmazia. Poi lo stesso, o un altro che subentra, mulina mentalmente qualche secondo e l'itinerario giusto, la calle diagonale e non scontata, il modo per tagliare la lunghezza e ridurre il numero di ponti, beh, lo trova sempre concludendo che "lontan" significa "meza ora, ma in vaporeto te ghe meti de pì". Ci potete scommettere, la litania geodetica "ma te si mato?" finisce sempre in "meza ora"!



Parto dal Ponte dei Tre Archi alle 15.30, direzione Campo dea Tana, sede della leggendaria Biennale. Ci vado per vedere, con un sopralluogo in un magazzino soppalcato di uno dei posti più fascinosi al mondo, che tutto quello che ci serve per il Carnevale dei Ragazzi sia in ordine. Da anni, con Biennale Education, ISTAT e Istituto Veneto di Lettere, Scienze ed Arti, facciamo laboratori di Cubo Soma, costruendo e disfando figure varie con questo tangram matematico e tridimensionale che fu inventato da Piet Hein. Lo chiamiamo "Divertimento al cubo" e anche quest'anno giocheremo con le 5 fortunate classi che si prenoteranno.

Google maps mi dice che ci metterò 31 minuti, la "meza ora" di Mountain View, ovvio! Come sempre il tragitto di google disegna degli arabeschi impensabili, per calle strette e vasi di comunicazione ignoti agli stessi veneziani. Non sono nuovi a questi tour scaleni: una volta, in macchina, per andare a prendere delle cassette di nocepesche da Pierluigi nei pressi di Ravenna, Google mi fece visitare borghi lunari della pianura padana, restando sempre nei tempi e impreziosendo il viaggio con scorci e piadinerie di paese che mai avrei visto sfrecciando in A 14 o, in alternativa, sacramentando sul freno con gli occhi sul tachimetro per evitare le molteplici trappole tese dagli autovelox sulla Romea, che se la conosci la eviti sempre (anche per la collezione di contravvenzioni che finisci comunque per beccare!)

Passo per luoghi inconsueti e corti sconte, Campo San Lorenzo, supero Salizada dei Greci, vedo i merli dell'Arsenale, quel castello che è visivamente strano in una Venezia luminosa in cui non t'aspetti una fortezza. Le previsioni dicevano che mi sarei preso scrosci di pioggia e vento e ghiaccio. In realtà, la pioggia non s'avvicina mai e pazienza per il vento freddo che ingrossa i canali. Si aprono sprazzi d'azzurro terso, striati di arancio e porpora, è una bella giornata, il tramonto si avvicina, una specie di enrosadira lagunare vira i colori del marmo bianco e della pietra d'Istria verso un rosa marittimo. È uno spettacolo.



L'Arsenale, la macchina produttiva più grande dei suoi tempi, capace di sfornare galee e navigli a ritmi impensabili per i tempi, a servizio della serenissima e dei suoi domini quando una bella fetta di Mediterraneo era veneziana. L'Arsenale impressiona sempre per la scala, i capannoni sono enormi, le corderie così lunghe da consentire si stendere centinaia di metri di corde e gomene da intrecciare. Forse capita anche a voi, se andate a visitare la Biennale di rimanere egualmente affascinati dalle opere esposte e dall'ambiente industriale Anzi, spesso a me capita di gustare di più il luogo che quello che gli artisti hanno fatto, che talvolta è oscuro e complicato ma è la Biennale Baby! 

L'Arsenale d'inverno è ancora più suggestivo nella sua vastità desertificata, dall'ingresso camminiamo quasi dieci minuti per raggiungere il deposito, nei presso del padiglione Italia. Bisogna attraversare uno degli spazi "pubblici" più grandi d'Europa, decine di migliaia di metri quadri di aree e ambienti a disposizione per le mostre e le attività della Biennale che proprio l'anno scorso ha battuto ogni record per biglietti venduti. In estate le migliaia visitatori riescono, se non a riempire d'umanità, a punteggiare di presenze la grandiosità dei bacini e delle tese; m'immagino anche come deve essere la fase d'allestimento delle Biennali, quella che non vedi mai, quando evidentemente decine di operai mettono in opera, sistemano, predispongono fari, strutture, installano prese elettriche, stendono cavi, inchiodano assi, ronzano spigendo carriole, svolgono piccole riparazioni... Ma oggi, siamo in tre: il portiere nella sua giacca di pompiere aziendale: "Il deposito è troppo lontano e devo presidiare l'ingresso, vi ho già acceso le luci. Quando uscite tirate giù l'interruttore nel quadro a sinistra e rimettete a posto il lucchetto"; io e Caterina che lavora nel settore education della Biennale completiamo il terzetto.



Il luogo è magico di suo e il soppalco è pieno di ogni ben di Dio: pennarelli, fogli di carta, colle e cartoncini di ogni tipo e grammatura, materiale per laboratori di pittura, disegno, calligrafia, danza, teatro. Penso nitidamente che è il paese dei balocchi, un posto dove se pensi qualcosa, trovi il materiale per metterlo in pratica.

Vedo anche i tavoli da lavoro di legno bianco, con le loro sedie, accatastati nei grandi spazi, m'infilo i guanti di plastica quasi fossi un chirurgo prima di toccare oggetti e scatoloni in buon ordine ma, inevitabilmente, un filo impolverati dopo un anno di conservazione. I nostri materiali sono a posto, e gli scatoloni contengono in modo curiosamente ricorsivo altri scatoloni piegati in modo che le sei facce occupino poco posto. Li conto per verificare che siano almeno 27, qualcuno mostra qualche segno d'usura ma quest'anno non serve cambiarli.


Gli scatoloni da 60x60x60 ci servono da "cubetti" per costruire i "pezzi" di un grande puzzle 3D, il cubo Soma, assemblandone 27 come se fossero dei Lego. Viene fuori una cosa grande e a suo modo ingombrante, in cui qualche pezzo ha altezza che sfiora i due metri. Ma tutto ha la sua leggerezza, lo facciamo apposta con scatoloni cavi e nastro adesivo largo e robusto, in modo che i bambini possano trasportare i pezzi in piccoli gruppi di 2, 3 o 4, abbracciando e ruotando questi oggetti e accostandoli fino a quando compaiono forme che diventano "figure" e attori di una fiaba. Via via i pezzi del cubo Soma diventano un pozzo, un letto, una vasca da bagno, una sedia (pure pieghevole!), un tavolo, o un diamante, una porta/tunnel sotto cui sfiliamo orgogliosi e chi più ne ha più ne metta!  Caterina si ferma a controllare le dotazioni per altri laboratori, mi saluta dicendomi che ci rivedremo fra qualche giorno a Ca' Giustinian, sede delle attività carnevalesche. Mi avvio da solo verso l'uscita, riguardo la bombarda e la gigantesca gru Armstrong stagliarsi contro un cielo multicolore e ventoso. La gru simboleggia la transizione dell'Arsenale da serenissimo cantiere di navi di legno e galee a luogo di creazione di navigli di ferro di grande tonnellaggio per il neonato Regno d'Italia dopo il 1860
.

Richiudo il portone di Campo della Tana alle 17.00 e decido di farmela a piedi fino in stazione. Meza ora? Beh, non proprio, ma a passo di carica si può fare in 35/40 minuti e, nuovamente, google maps mi prende e mi porta via con la sua logica labirintica, infilando un perla dietro l'altra: posti che conosco, come Campo Santa Maria Formosa in cui vedo i bambini rientrare a casa con lo zainetto in spalla, sotto gli occhi delle mamme, e sfogarsi con corse che trasmettono una sognante contentezza saltellante. L'itinerario mi guida anche su altri luoghi, tanti, in cui mi dico "ma dove sono capitato?", quasi travolto dalla pittoresca meraviglia che si apre davanti a me in luoghi meno conosciuti. Riemergo in una Venezia più battuta all'altezza del Ponte dei Zogatoli e da quel punto in poi sono sentieri calcati decine di volte, spengo il navigatore e faccio sosta al Caffè del Doge in Strada nuova per un "rosso" e un tramezzino.

Grazie Arsenale e grazie Biennale per questa giornata di apparente retroguardia, fredda e traslucida, dentro ai capannoni depositati dalla storia in una città che riesce sempre a tirare fuori novità vecchie di secoli e che lega a modo suo le mie bizzarre passioni di origine matematiche e giochistiche e gli amici dell'ISTAT, Susi, Rina, Monica, che da decenni ormai non si tirano mai indietro e sprigionano forza e entusiasmo senza risparmio.


Thursday, December 08, 2022

Oh bej Oh bej

Corsi e ricorsi sul blog e stavolta tocca e ritocca a Milano, che è già apparsa in quelle che somigliano a vite diverse e parallele. Sono passati quasi 15 anni da quando viaggiando da un altro emisfero arrivai al Polimi per fare da commissario di concorso e anche un viaggio molto più recente è immerso in quella sfocatura di spazio-tempo pandemico in cui tutto si schiaccia in una nebulosa indistinta di miti sanitari, collettivi e personali, ricordi e esperienze ancora vivide eppure stranianti e quasi a latere.

Capitiamo a Milano con la scusa di andare a vedere la "fiera degli obei obei", di cui Cesira ha letto qua e là. C'è con noi anche Guillermo che è stato in visita a Treviso con ghirigori a Feltre, Vigevano e Torino. Un bel bagno di norte profundo! Per impreziosire il "solito" periodo nella Marca, abbiamo deciso di fare un giro insieme nella capitale morale, che lui non ha mai visto, e che continua per noi a stazionare fra una qualche diradata consuetudine (io ci sono stato anche a settembre 2022 per il Social Simulation Conference in Statale) e lo stupore ammirato per la metropoli e la sua poderosa vivacità.

Saliamo su Italo alle 8.31, la prima costa poco e mi hanno fatto pure uno sconto con qualche promozione. Come mi capita sempre più frequentemente, trovo il viaggio su Italo molto confortevole e, in sostanza, migliore di quanto offerto da Trenitalia, alla fine accumuliamo una ventina di minuti di ritardo e Milano ci accoglie con la cupola metallica della Stazione Centrale.

Vista dal giardino del Camplus Turro a Milano.

Dopo i trionfi recenti di Palermo e Catania, ho prenotato al Camplus anche a Milano, siamo in zona Turro e la struttura che ci accoglie è di ottima qualità (manca, forse, solo la bellezza del palazzo storico e della location che nel caso di Palermo, che ha la vista su S. Giovanni degli Eremiti, è eccezionale). Il personale è ferocemente gentile, anche stavolta si fanno in quattro per darmi un bollitore e mi prestano due filtri di té verde Twining, consentendoci di bere una bevanda calda e leggera la sera e la mattina, avendo riciclato il filtro in un paio di bicchieri diversi!). Il Camplus Turro è a 4 fermate da Lima sulla linea rossa della metro, a tiro di Centrale (che però sta su altra linea), rimiro questa parte sconosciuta della città, Milano è diversa in ogni angolo, e penso distintamente che è come Sydney che si reclamizzava come a "city of villages".

Il piano prevede di ripartire all'indomani alle 17.35, sempre Italo diretto a Treviso senza cambi, sarà un giorno e mezzo intenso, fatichiamo a tenere il passo di Guillermo che ne vuole vedere una più del diavolo, finiamo per stare in giro per tante ore, a me pare sempre un freddo boia, ma ci godiamo anche angoli mai visto e pure prospettive nuove di cose già annusate in alcune girovagate precedenti. 


Il castello Sforzesco è un highlight che vediamo all'imbrunire e ci accendono le luci coreograficamente pochi secondi dopo che siamo passati per il ponte levatoio. L'effetto è spettacolare e spero la prossima volta di vedere anche la Pietà Rondanini e quella biblioteca (o sala lettura che sia) visibile all'interno. 



Castello Sforzesco (verso le 17.00). Tutt'attorno ci sono le decine e decine di bancarella degli "Obei obei" 

Al ritorno camminiamo, in un tripudio di negozi, (grandi) marchi e parecchia folla fino a Sant'Ambrogio che rifulge nella festa del Santo e in cui stanno celebrando messa in rito ambrosiano fra nuvole d'incenso e grande partecipazione di fedeli e concelebranti. Evidentemente, il 7 dicembre, siamo nel posto giusto al momento giusto e, in effetti, la basilica rifulge di una bellezza medievale senza tempo. Il bar dell'oratorio è aperto, piatti caldi a disposizione per tutti in uno degli ombelichi della città.



Il giorno successivo, in pieno ponte, decidiamo di andare a vedere il MUDEC in zona Porta Genova. Nuovamente, è una Milano diversa da quella che ho presente (Moscova, Fatebenefratelli e via via su per Duomo, Statale, Centrale, Via Sarpi-China town...), case popolari, ex stabilimenti e capannoni enormi, migliaia di metri cubi di (ex?) industrie. Mi pare una città più normale, non c'è una vetrina ad ogni passo e anzi, sembra commercialmente desertificata in un modo inapettato. Il MUDEC sta nell'area Ansaldo, si può vedere la collezione permanente ma offrono anche una mostra di Robert Capa e una sui tesori di Machu Picchu e sulle maschere d'oro incaiche. Per qualche motivo mi torna in mente mio papà e la sua passione per le mostre storiche artistiche culturali e penso che lui non avrebbe avuto dubbi. Travolto da questo flash molto personale, mi tuffo fra i riti dell'impero Inca, miscela animista di adorazione degli elementi, acqua, sole, terra, sacrifici umani di poveri cristi che (da morti!) diventavano divinità dopo che gli avevano strappato il cuore. È un'arte potente, antica, stilizzata, rimasta nascosta per secoli dopo che anche i conquistadores spagnoli se n'erano dimenticati consegnandola all'oblio generale seguito alla caduta dell'impero (Machu Pichu è stata "riscoperta" nel 1911 e da allora è visitata da un numero enorme di persone, nell'ultimo anno un milione).

Maschera cerimoniale inca (dalla mostra sui tesori di Machu Picchu al MUDEC)

Tram per piazza del Duomo dove, strano ma vero, incontriamo due amici in trasferta che arrivano da Taranto e Castelfranco. Il mondo è veramente un panuelo se il caso riannoda alcuni fili in questo modo. Rivediamo Claudia e Paolo, pezzi da 90 della nostra storia vicina e lontana, sono tutti e due in città seguendo walks of life diverse ma siamo contenti di ritrovarli in gran forma in questa mattinata di festa.

Effetti speciali, cascata di luci e dinamismo  a "La Rinascente" in Piazza Duomo

Non so se sono pronto a consigliarvi "Da Oscar", in una traversa di corso Buenos Aires a pochi passi da Porta Venezia. Si mangia civilmente (roba dritta no frills e via), la posizione ha il suo senso, il costo è accettabile visto che siamo in pieno centro, chiaramente proprietario e locale si sono costruti nei decenni il loro bacino d'attrazione che include autoctoni di Lombardia e di mezz'altra Italia, turisti occasionali e foresti come noi con qualche aggancio. Penso che è un posto "milanese", aggettivo che forse tendo ad associare a qualsiasi cosa efficiente e tetragona più della media, non privo del multicolore charme figlio del proprietario (calabrese?) quasi fuori servizio dopo quarant'anni di attività, del cameriere boliviano con accento della Bovisa e di altri ragazzi meridionali che danno una mano a portare piatti, posate e bottiglie ai tavoli. Le pareti sono ricoperte di quadri e memorabilia, spesso della grandezza degli ex-voto. Noto subito il ritratto di Mussolini, "il duce" secondo la scarna didascalia in stampatello sulla cornice bianca. Gia mi pare borderline appendere zio Benito in un locale ma poi sulla carta dei vini leggo "Sangiovese di Predappio" e osservo la dedica manoscritta di Romano Mussolini: "A ricordo di un italiano che amò sempre la sua patria". Ma decché? Riguardo la selva di quadretti e ci vedo troppe cazzate, troppi trofei della "Folgore", paccottiglia linguistica da quattro soldi come "molti nemici, molto onore" e "meglio vivere un giorno da leoni che 100 da pecora". In quelli che prima avevo definito ex-voto c'e troppa nostalgia per la  retorica bolsa degli uomini che a taluni sembrano forti, ma che invece è gentaglia che ha massacrato questo paese e la libertà di chi ci viveva. Ma decido pavidamente di non rovinarni la giornata e mangio la mia carbonara, buona, e il mio pezzo di cotoletta alla milanese (ce n'hanno portato una porzione enorme, buonina). Sorvolo e non commento oltre, è solo un blog e anche altri milanesi illustri si sono turati il naso (ma è un'altra storia, lo so bene).


A un certo punto arriva "Da Oscar" anche un musico saxofonista... Qui sopra il patchwork demenziale che adorna il locale con Alberto Sordi, avvicinato al duce, a Elvis e molto altro.

Siamo all'epilogo e, dopo aver consegnato una cassettina di radicchio precoce da un kg e tre bottiglie di prosecco a Claudia, camminiamo nuovamente fino al Duomo e, alle 16.00, via a recuperare i bagagli a Turro e, poi, Centrale. Metro o non metro, anche se non perdiamo tempo e siamo "milanesi", ci lavoriamo più di un'ora a raggiungere la terza carrozza del binario 12.

E gli obei? Già, dimenticavo! È una fiera, un mercatino di cianfrusaglie gastronomiche, regalini e soprammobili natalizi, a me pare la versione lumbard di quello che si può vedere a Merano, Sterzing, Monaco e in decine di altri posti. Va bene così e sono contento che siano bej e che ci abbiano dato la mezza scusa di tornare a Milano.       

Monday, October 31, 2022

Buongiorno Regione!

Parlo in diretta su Rai3, nel contenitore della testata regionale "Buongiorno Regione'' che va in onda alle 7.30, con rassegna stampa e commento alle notizie pricipali del giorno. La redazione coglie l'occasione della Giornata Mondiale del Risparmio per ragionare di capacità di spesa, situazione economica ed educazione finanziaria. Sono temi interessanti che mi coinvolgono molto ma oggi mi soffermo sull'esperienza legata al programma in diretta (presso la sede della rai di Palazzo Lavia).

Verso lo studio, poco dopo l'alba.

La conduttrice, Federica, mi ha chiesto di arrivare 15 minuti prima dell'inizio per scambiare altre due parole dopo la breve chiacchierata telefonica di venerdì. All'ingresso mi accoglie la curatrice del programma, Patrizia, sbrigo le formalità fornendo le mie generalità e salgo gli ampi scaloni del palazzo con vista laterale sulla chiesa di S. Lucia. Ricorda con affetto i tempi di Ca' Foscari, quando studiava filosofia, cita Severino e io annoto metalmente di quanto prestigio ancora godano "di luce riflessa" i professori. Speriamo di meritarcelo! Di fronte allo studio, mi prende in carico un tecnico stagno e gentile, "sarò il tuo pigmalione'', mi microfona, mi fa provare la sedia girevole che tende a ruotare vorticosamente, provano livelli audio e inquadratura.

Il tesserino se lo riprendono ma chiedo di fare una foto "miliare", ognuno ha i suoi piccoli grandi cippi!

Forse scrivo tutto questo per ricordare a me stesso quanta preparazione sia necessaria per la produzione di (buona) qualità: servono tempo, attenzione ai dettagli e persone che aiutano... Serve un protocollo, tutti fanno quel che ha senso, la scaletta riporta ogni singolo spezzone dei 30 minuti di programa (che coinvolgeranno me solo per 4). Ne traggo la considerazione (un po' ovvia un po' no) che qualsiasi cosa andrebbe preparata bene, che sia una lezione, un articolo o una scampagnata. Occorre l'''arte della manuntenzione della motocicletta''! È un'arte perché qualcosa può andare storto, non è scienza esatta. Ma la preparazione riduce il rischio di casini, impappinamenti, pause varie e attutisce gli effetti dei micro-capitomboli sempre in agguato.


Osservo tutti questi professionisti all'opera: Federica legge e rilegge la scaletta, mi ripete l'andamento previsto del mio intervento, si sistema più volte la camicietta bianca e l'asola nera e vistosa che la abbellisce, trucco accurato, fondo tinta quanto basta. Quando parla, nell'arco della sua mezz'ora, usa riempitivi sì e no due volte ("cioè'', "in qualche modo'', "insomma'') e non allunga mai le parole (gli ``eeeehm'' che sono tanto comuni quanto bruttini). Scandisce le parole con cura marmorea, a me pare forse fin troppo, ma è di chiarezza adamatina evitando scorciatoie fonetiche (ad esempio, inserisce le giuste "fessure", spazio-"uno''-spazio e non "un'' appiccicato alle parole precedente e seguente senza ritmo).

Anche Lucia, in attesa di leggere a discreta velocità varie notizie, è tesa al punto giusto. Scioglie la mascella, beve un sorso per ammorbirdire la gola e quel filo di tosse che la infastidisce, stira i muscoli facciali con piccole boccacce, lieve massaggio agli zigomi, un occhio alla scaletta e via. Assorbo un filo della sottile ansia che si porta dentro, anche se deve aver fatto queste apparizioni decine di volte. Riccardo, physique du role, è il meteo-man e ripete il discorso a voce bassa, memorizzando "l'alta pressione si è spostata... non abbiamo segnalazioni dal centro previsioni mareee...'', concentrato e attento.

Clicca qui per vedere il programma (intorno al minuto 16)

L'impressione che ne traggo è che tengono al loro lavoro e per farlo bene serve adrenalina alta al punto giusto. Dopo l'intervento in diretta, in cui mi pare di essere andato benino, mi fanno un'intervista per avere delle immagini "ferme'' per qualche estratto da mandare al TG delle 14.00. Scambio due parole con Federica e Riccardo, lo studio si è completamente svuotato, la testata regionale ha le sue pause durante il giorno. Da casa a casa dalle 5.30 alle 9.30, grazie al treno delle 8.43. Let's go!

Saturday, October 15, 2022

Palermo Plus

Alle 10.25 vedo le fronde del banano nel giardino della chiesa di S. Giovanni degli Eremiti, il mio alloggio sta esattamente dirimpetto, sono arrivato a destinazione. Sveglia  alle 4.30, Treviso S Pancrazio - Camplus porta a porta in 5 ore e 10 minuti, mettendo assieme le tessere del viaggio: 30 minuti in FIAT 500 per raggiungere il Marco Polo, i soliti 50 minuti un po' ansiogeni in aeroporto, un'ora e 15 di aereo, Punta Raisi Falcone e Borsellino, tira molla tambara e ritira il bagaglio, aspetta che il taxi sharing si riempia di altri 6 passeggeri con le loro storie, arrivo all'incrocio fra Via Roma e Corso Vittorio Emanuele e so che devo camminare per una decina di minuti.

Con Palermo mi sintonizzo sempre subito, anche con la meteorologia. Nuvoloni neri stazionavano sul mare ma lasciavano che lame di sole s'insinuassero sulla pista, il furgone sfreccia sull'autostrada, lasciando intravedere la costa sulla sinistra, comincio a sentire l'accento a là Ficarra e Picone, con le a allungate. 

Cesira mi telefona e mi dice che ho pure fatto la simpatica cazzata di lasciare a casa le chiavi della valigia Spalding vinta coi punti del rifornimento decenni fa. E l'avevo chiusa! Bene, valigia chiusa a serramanico su un marciapiedi del centro: mi sfiora l'idea di comprarmi biancheria e vestiario per 7 giorni... Mi dico che sono mona, e tanto, sia per la dimenticanza che per avere pensato una simile stupidata. Poi, appena all'inizio di corso Vittorio leggo "Keep calm e futtitenni". Se non è un'illuminazione poco ci manca. A Palermo ci deve essere un modo per aprire una valigia: è chiusa a chiave, ok, ma lo è in modo un po' ornamentale, come si usava con quelle valigie dei punti che hanno serrature di plastica che servono più che altro a fare la faccia dura per incutere più paura! Entro in un negozio di cianfrusaglie indiane, "devo farti una domanda un po' strana..." e chiedo aiuto, avete idee... c'è una ferramenta in giro? Sì, torna su Via Roma, poi lascia passare via Venezia e gira sù in Via Napoli, c'è una ferramenta. È vicinissima, decido di andarci, trovo la premiata "Non Solo Elettricita" di Ciminna Claudio: dico al commesso "devo farti una domanda un po' strana... ho scordato le chiavi, si riesce ad aprire questa valigia?". Il giovanotto, alto e sveglio non fa il difficile, capisce che la valigia è mia, prova con una chiave che non gira, mi dice "la devo forzare", "va bene", e con un cacciavite fa ruotare il tamburo (in realtà senza forzare nulla, la potro riusare senza problemi). Fulgido esempio di come (alcune) serrature non servano a niente!  Alè, sono salvo e contento in meno di 10 minuti, conteggiando il tempo di arrivare in ferramenta. Dietro al bancone ci sono due persone, "quanti vi devo?", non vogliono un euro, insisto, si schermiscono, "posso almeno offrirvi un caffè al bar qui accanto?", no, non serve, no... Ma nel frattempo era entrato un altro cliente che dice ai commessi "e dai, accettate!", ringraziano e chiedono due macchiati!

Google maps mostra (quasi) sempre tutto, compresi i bar con le mezze dosi.

Con la mia valigia appena "scassinata" con dolcezza, entro trionfante nel bar lontano 10 metri, ordino un macchiato per me, anche per dimenticarmi di quel caffelatte "medium or large" bevuto a Venezia all'alba. Il piccolo banco è affollato, un cliente chiede se si può avere mezza barchetta alla mortadella che sta sull'espositore, il barista dice di no, "a chi la do poi l'altra metà?". Capisco bene la richiesta, anche io per motivi vari apprezzo le porzioni piccole, ti prendi il gusto senza grane glicemiche, un coup de foudre papillare e via. Stavolta però salto nella conversazione, "l'altra metà la prendo io!". L'attimo di curiosità che invade il locale dura tre lunghi secondi, sei avventori mi guardano sorpresi, evidentemente il mio accento si fa notare non poco in centro a Palermo e chissà cosa si son chiesti sui ghirigori che poratano un veneto in un bar tosto senza alcun appeal turistico. Ma è fatta, il barista sorridente capitola e chiede "la devo tagliaaare per lungo o per laargo?", il signore esagera: "a volte, io ne chiederei anche un quarto!". E io  "ma è dura trovarne altre tre!". Pago 4 euro e 10, inclusi la mezza barchetta e i due macchiati che di lì a poco saranno portati ai ragazzi della ferramenta. Mi fa lo sconto, "4 euro", senza scontrino, è una cosa bella...

Quello che vedo dalla mia finestra, compresa l'ombra delle tenda...  in pieno complesso Arabo-Normanno a due passi da Palazzo dei Normanni.

Sono al Camplus di Via dei Benedettini, dalla finestra ammiro la struttura di S. Giovanni degli Eremiti e non solo il giardino, una meraviglia che visiterò nei prossimi giorni! Sono stato in strutture simili anche altrove e mi sono sempre trovato benissimo (ad esempio, lunga vita al Camplus di Catania in via Monsignor Ventimiglia), mi sento un pascià e fra poco provo la "mensa" interna, mi attendono turisti, strani soggetti come me in trasferta sabbatica, didattica e scientifica e studenti, tutti presenti nel variopinto ventaglio di ospiti. Mi devo mettere a lavorare, finendo di preparare il (mini) corso su NetLogo e agent-based per il dottorandi di unipa e provando a smaltire la slavina di email che attendono risposta da giorni e settimane. Questo post finisce qui, W Palermo, mi godo il caldo e avanti col resto!

Saturday, June 25, 2022

Catanetna!

22.
Esco alle 9.15 dalla casa dello studente ben colazionato e mi dirigo in centro verso il duomo. Via Ventimiglia ha una sua strana centralità a Catania e si collega facilmente alla centuriazione romana e ai tracciati delle strade principali e rettilinee (come corso Sicilia, corso Italia, Via Etnea, Via Garibaldi, corso Vittorio Emanuele). La temperatura è alta, ma al mattino si resiste bene, anche perché ho appena abbandonato un ambiente sanamente refrigerato come il palazzo che mi ospita. Sento fin da subito un odor vago e via via sempre più intenso d'immondizia, capto anche brandelli di conversazioni dei passati che si domandano come mai non passino a raccogliere il materiale. Non sembrano nemmeno tanto indignati, percepisco una qualche forma d'ineluttabilità pattumesca, che ci vuoi fare? Giriamoci intorno e aspiriamo l'aria del mattino che odora di marciume (poi Alessio mi racconterà che è un'eterogenesi dei fini, tutta colpa della raccolta differenziata, iniziata senza che l'Azienda di servizi fosse pronta con conseguente debacle e sedimentazione di quintali di sacchetti e altro).  

Ci sono rivoli di "acqua" un po' ovunque e spesso ti piove in testa perché gli scarichi dei numerosi condizionatori sono dappertutto, spesso imbruttendo ulteriormente facciate che altrimenti avrebbeo pure una loro arcana bellezza decadente e un po' acciaccata. In qualche caso, l'acqua è raccolta nei grandi bottiglioni di plastica che riforniscono i distributori degli uffici, almeno così non si creano pozzanghere e fiumicciattoli sui marciapiedi che spesso sono molto stretti e consentono il passaggio a stento di due persone che si devono inzaccherare per forza.

Arrivo al duomo, godendomi quel po' ombra caratteristica e spessa che staziona in permanenza in edifici secolari come questi, la cappella di sant'Agata rifulge di luce che entra diretta in una vetrata gialla. Intuisco poco o nulla dello spazio architettonico tanto è forte l'effetto di controluce feroce che mi impedisce di cogliere altro che una grande giallo e un profondissimo nero.



Capisco anche perchè la puzza andava aumentando e via via insaporendosi man mano che mi avvicinavo al duomo. L'immondizia capillarmente sparsa nelle vie fa sempre la sua parte ma adesso trionfa il mercato del pesce, uno spettacolo visuale ed olfattivo pittoresco e vociante, con tanto di persone che assistono allo show da una specie di balaustra. Scorza dura e abbronzata, vedo gente ruspante che annaffia cassette, bidoni e contenitori improbabili pieni zeppi di pesce di ogni tipo, stivaloni, fiumi di acqua per provare, senza gran successo, a tenere fresco questo ben di dio, turisti che fanno le foto, una coriandolata di ombrellini multicolori provano a fare ombra formando una specie di toldo di grande cromaticità ed efficacia alquanto incerta e simile a quella dei litri di acqua fresca sversati sull'asfalto. I turisti sono affascinati, io francamete ho pensato allo SPISAL e all'HACCP e ho doverosamente ringraziato il mio sistema immunitario che solitamente mi consente di mangiare di tutto "dead or alive" senza pagare dazio (anche se qualche magagnetta forse nell'ultimo lustro l'ho avuta...) Gironzolo felice e leggo anche ben curiose frasi sui cartelli delle bancarelle che occupano diverse strade, cose fascinose e quasi esotiche dalle nostre parti come "Qui si può pagare con carta reddito di cittadinanza". Viaggiare apre sempre nuovi orizzonti e non fate gli spiritosi!

Un'altra inquadratura at https://twitter.com/paolopellizzari/status/1540706823686172675

Il cartello recita: "Qui si può pagare con carta reddito di cittadinanza"

Ok, per oggi ho fatto il mio, inversione a U, pranzo veloce al Cavaliere e direzione WEHIA (Workshop on Economic Heterogenous Interacting Agents), dalle 14.00 iniziamo a discutere di economia e di modelli vagamente eterodossi in cui gli agenti economici (io, te, noi, voi, tutti...) sono diversi e interagiscono fra di loro producendo (anche) gran confusione e qualche problema ma arrangiandosi pure molto meglio di come sembrerebbe secondo teorie molto razionali ed equilibristiche che vanno di gran moda nei posti chic. Ma questa è un'altra storia!

Alla sera cena sociale a Palazzo Manganelli Paternò Borghese, la raffica di nomi la dice lunga sulla famglia proprietaria di questo fastoso edificio in via Antonino di Sangiuliano. Torno che è quasi mezzanotte e, udite udite, quelli della raccolta dei rifiuti stanno sbancando una delle tante muraglie di spazzattura vicino a casa, portandosi via cumuli di sacchi e lasciando una nuvola di fetore (che permane bella stagna anche se la fonte se n'è andata.) 



24. 
Finiamo con le presentazioni verso le 15.00, veloce passaggio in Camplus per rinfrescarmi dai 36 gradi e mi preparo per la gita "rapida" sull'Etna. Appuntamento in via Garibaldi 39, siamo in 8, la nostra guida è Roberto. Occhiali spessi come i miei, chiacchiera di tutto e parla quell'inglese bello aperto che, in fondo in fondo, lo capisce salvo parole episodiche anche uno swahili. Con noi fra i veci ci sono Andrea, Simone, Mitja, Alba è in mezzo e fra i giovani annoveriamo Daniele, Violeta e Hector. Già, abbiamo a bordo anche tre adolescenti curiosi, entusiasti, sempre pieni di fame, gente che mette allegria e va più delle Duracell! Oltre che il Mongibello, mons jebel, la montagna delle montagne, saranno i protagonisti del pomeriggio. Per dirne una, Violeta (madrilena, credo quattordicenne) in pochi mesi ha imparato l'italiano guardando i film, youtube e leggendo libri (pare anche i "Malavoglia", da paura!) Snocciola congiuntivi e condizionali, parla e domanda senza macchia e senza paura. Stiamo insieme 5 ore e, forse, la pizzico solo quando chiede a Roberto "se è agradabile vivere a Catania". Agradabile, che non è nemmeno lo spagnolo agradable e siamo a distanza infinitesima da gradevole, fenomenale!

Roberto ci racconta tutto di crateri, lapilli, bombe, lava flow, eruzioni, disastri mancati e disastri riusciti, eruzione del 1669 e terremoto caterpillare del 1693 (che a dir la verità non fu colpa dell'Etna). Ha un modo avvolgente e cordiale di dirci le cose, intriso di scienza, simpatia e passione, Violeta se la cava pure in inglese: "cosa vuol dire flat?" e "cosa vuol dire basement?" e poco altro!

Sul bordo del cratere spento nei pressi del rifugio "Sapienza"

Il fiore della saponaria, pinata che vive solo qui e che venire usata per... fare il sapone!

Ci spostiamo in una valle che sa quasi di Slovenia duecento metri sotto il Sapienza. Nero, sfumature di nero, verde e sfumature di verde ovunque, i tafani mi morsicano nei pochi minuti in cui si scatenano quando sta per scendere il sole. Roberto ha portato arancini e una bottiglia di vino rosso per fare una merenda mentre guardiamo un tramonto in stile savana. L'Etna è una meraviglia e mi ripropongo di trovare un'altra occasione per assaporare di più e di meglio.



25.
La mensa della casa dello studente è chiusa il sabato e faccio colazione al Bar Fiorenza, consumo una siciliana fritta con acciuga e cappuccino (embe?), con vista sulla terra di nessuno dei pargheggi Ventimiglia-Repubblica, non è un posto chic ma sto seduto su uno dei due tavolini di ferro del marciapiedi, non avevo voglia di fare strada a caccia di finesse. In attesa del primo pomeriggio e di prendere l'Alibus per l'aeroporto di Fontanarossa, decido di andare a vedere il monastero benedettino di S Nicolò l'Arena e Sant'Agata al Carcere. La prima visita guidata inizia alle 10.00, pesto sulle gambe lungo la salita di via Sangiuliano, bordata di oleandri in fiore che spandono in aria una striscia di profumo caratteristico e pungente, tenue in apparenza ma deciso al punto  da cancellare l'endemica puzza di scoasse (a memoria è uno dei pochi punti in città in cui il profumo prevale sul resto).    

Il monastero è uno spettacolo, vi auguro di vederlo prima o poi. La nostra guida è Giovanni, ci  racconta secoli di storia (due domus romane, un salvataggio in extremis dall'eruzione con muri di lava che si sono accumulati su due lati, la ricostruzione dopo il terremoto e l'uso dei locali come aule scolastiche e palestre fino alla fine degli anni '70). Il complesso è stato recuperato dopo un lavoro mirabile dell'architetto Giancarlo De Carlo e io, ancora una volta dopo la Biblioteca Battiferri ad Urbino, trovo bellissime le idee messe in opera in biblioteca (ponti/strutture rimovibili e la possibilità, letteralmente, di studiare sopra le domus romane). 

 
Dettaglio della scala che porta al giadino dei novizi, elicoidale, una sfoglia ardita di cemento per salire sulla colata lavica.

Il chiostro interno "originale"

Sceso a Piazza Stesicoro provo a vedere se la chiesa di Sant'Agata al Carcere è aperta, non ho grandi speranze alle 12.30 ma invece ci trovo Alfonso che mi attende e che a modico prezzo mi guida in modo personalizzato. La cristiana Agata, giovane donna della nobiltà romana catanese, non ne vuole sapere di abiurare per ottenere il libellus, la certificazione che serviva per non avere noie religiose. Finisce martire nel 251, dopo tormenti crudeli (stranamente, non è la prima volta che il blog contiene storie di ragazze coraggiose). Alfonso contstualizza tutto, il palazzo pretorio e le sue carceri che digradano sull'anfiteatro, la crisi del tardo impero romano, il tentativo di rimuovere il "problema" dei cristiani, le mura spagnole, il culto agatino e la festa che la devozione popolare tributa alla santa con le candelore ogni febbraio. 

La finestra del carcere di Sant'Agata.

Arrivederci Catania! Mi appresto a prendere un volo Ryanair, tuffandomi in quella cajenna assembrata di gente con poche mascherine che è l'aeroporto, tutti in piedi in lunghi serpentoni in attesa degli imbarchi senza spazio e pochi posti a sedere. Alè!




Tuesday, June 21, 2022

Catania

Sono a Catania e questo torna ad essere un blog di viaggio e non solo perché sono a 1308 km da casa, come dice il fido google maps, ma perché vivo giorni di movimenti cerebrali vari, forse enfatizzati dal peculiare stato d'animo che il distacco itinerante dalla "normalità'' mi procura. Avrei voluto scrivere un pezzo su Ryanair e la sua fenomenologia, su come i capi della compagnia, trattano noi clienti e i loro dipendenti, o su come noi e loro ci facciamo trattare o su come resistiamo tetragoni e ci caviamo soddisfazioni rivoltando la frittata.

Ma poi sono stato ripreso da Catania, città secca, con la sua durezza, e meno amata dell'opulenta ed esagerata Palermo. Dico ripreso perché, hard-disk alla mano, mi rendo conto che sono stato qui a un AMASES "solo'' 6 anni fa. Correva il 2016 e io e Alessandro raccontavamo, con delle slides bellissime, una ve la mostro sotto, una storia di realismo che provava a smontare le pretese intellettualoidi e razionaliste di certa economia. Ci abbiamo anche stampato un paper, se volete lo potete pure leggere. Sei anni non sono nemmeno un'era geologica, eppure era un tempo mitico, prima che accadessero tante cose, personali, accademiche, esistenziali. Non pensate di cavarvela: dov'eravate 6 anni fa? Che cosa pensavate? O, meglio, chi eravate nel 2016, prima di una lista in cui potete mettere quel che vi pare ma che include una pandemia, una guerra, una promozione, solenni incazzature, manciate di neuroni che se vanno in baby-pensione senza consenso, piccoli e grandi successi, anche qualche vendemia di saggezza e capacità di fare uso di quella cosa strana che è l'esperienza, che arriva quasi sempre quasi fuori tempo massimo? (e vai col resto, fratture, insuline, gamme-convergenze e chi più ne ha più ne metta).


A poco a poco, il mio cervello si è messo ad accostare tessere, corso Italia non era una strada qualsiasi di qualche città del Sud ma riprendeva vita, Via Ventimiglia è tornata ad essere quella strada tanto importante quanto lunatica e indomabile, dove in pochi passi vedi lo squallore di un centro urbano devastato e i galloni dei palazzi e delle boutique. Mi sono ri-orientato, traguardando corso Sicilia e piazza Stesicoro e cronometrando il tempo che mi servirà per arrivare in università domani. In un calore gagliardo ma meno soffocante che da noi, ho visto di tutto: barboni, tanti, un po' in carne ed ossa un po' intuiti vedendo i pacchi di stracci e i materassi sudici dove dormiranno, coi portici che li ripareranno dall'umidità del porto che sta a un kilometro di distanza; ho visto mucchi d'immondizia, tanti, in troppi angoli di strada, a fianco delle bouganville, a pochi metri da dove, poi, la strada si faceva quasi chic e vagamente milanese; puzzavano pure quei mucchi, non è una gran idea lasciar macerare tutta sta roba a 35 gradi sotto il sole, obbligando i pedoni a zigzagare per schivare le zaffate peggiori nei punti veramente ostruiti.

Buogaville, scoasse a volontà e materasso perché non manchi nulla.

Ci sono le missionarie della carità di  Madre Teresa di Calcutta e in qualche tratto la cità pare proprio averne bisogno

Catania è una citta che mi piace, nera come la pece, scabra come le sue pietre e i suoi molti immigrati, oscura e diametrale per un polentone in libera uscita. Ho visto aprirsi sotto il livello di calpestio le solite rovine latine, e mi sono sentito a casa, nel modo strano un cui può esserlo un padano in Sicilia guardando un anfiteatro romano (ma se è per quello mi sento anche magno-greco e longobardo, c'è poco da fare).

Sono stato a mangiare alla Trattoria del Cavaliere in via Paternò, sotto un metafisico gazebo quasi sicuramente abusivo col suo telaio di travi di ferro enormi, all'ombra dell'ultimo sole della sera del solstizio. Ho mangiato bene, farfalle al salmone, fettina di cavallo (abbondante, morbida e sugosa nella cottura leggera), 1 litro di Ferrarelle, vino della casa, un ottimo espresso che ancora adesso vivifica i miei polpastrelli sulla tastiera. Ho speso 19,5 euro, quando le mie stime ronzavano sui 28. Di solito ci prendo abbastanza ma nel profondo sud anche i prezzi hanno le loro dinamiche.



Mi restano negli occhi la sposa che usciva da San Biagio in Sant'Agata alla Fornace, truccata e all'apparenza di giovanezza lancinante. E il palazzo brutalista che chiude Piazza delle Repubblica, uno strano oggetto in un contesto che abbina assurdamente modernità di cemento armato e sfacelo di buchi pieni di rovine grandi come piazze. 


Dimenticavo, come sei anni fa io sto al Camplus D'Aragona, un'oasi di pace in cui condivido con gli studenti una semplicità che mi snebbia. Il palazzo, appunto in Via Monsignor Ventimiglia, è uno di quelli che "tiene su la zona" e galleggia su questo magma urbano e umano. E domani parliamo, a modo nostro, di diversità al Workshop of Economics with Heterogenous Interacting Agents (WEHIA 2022).