Tuesday, March 07, 2023

London roller coaster

Com'è forse ovvio, dato che mi capita in ogni viaggio, Londra comincia a sfrangiarsi in una serie di esperienze diverse, che io attribuisco alla città ma che in realtà sono legate alle cose che faccio, alle persone con cui interagisco e alle suggestioni e immagini che mi si parano davanti. Oggi è giorno di riunioni con il vice-dean for internationalization, seminario e, infine, tre ore di lezioni al corso di NetLogo e agent-based models che tengo agli studenti del PhD di City.

Partiamo proprio da City. Va bene che non è un'università di punta ma nonostante G mantenga un'invidiabile serenità di fondo, avverto un'aria un po' troppo mesta fra altri colleghi, spesso esageratamente presi a notare le difficoltà e a vagheggiare una mitologica superiorità organizzativa, finanziaria o culturale di altre istituzioni. Lo sappiamo bene che il giardino del vicino è sempre più verde, eppure qui si auto-descrivono come un'aiuola spelacchiata infestata dalla gramigna in confronto ai giardini di Versailles nel loro massimo splendore. è un rosario di problemi e sofferenze: la vita è cara, viaggiare coi mezzi pubblici ancora di più (figurarsi con la macchina), il tempo necessario per raggiungere l'ufficio supera spesso l'ora, di affitto è meglio non parlarne, "non mi posso permettere una casa in centro", "non si riesce a trovare una sistemazione decente", "servono migliaia di sterline al mese, come può farcela un neo-assunto?", "anche la periferia è inarrivabile" e così via. ci manca solo un'epidemia! (ehm, questa non dovevo scriverla, dopo il triennio che abbiamo passato). intendiamoci, varie cose sono vere e Anna, la figlia del mio prof di matematica che mi ha  serendipitosamente invitato a pranzo domenica, le paga sul serio 1800 sterline al mese (ma lavora alla City, che è spesso oscuro oggetto di desiderio dei miei colleghi). È un pianto greco che m'intristisce, una sempiterna lamentatio, sempre a trovare scuse per corridoi e uffici vuoti dato che i colleghi per sparagnare evitano di venire, sempre a sognare di cambiare università, per prendere di più, per avere studenti migliori mentre i loro sono tutti BAME (Black Asian Middle-East), per potersi permettere una casa, financo per potersi permettere una vita dato che questa, nella descrizione che ne fanno, è una via crucis lastricata di rogne e fastidi e rotture di palle.

Non è la prima volta che menziono questo distopico stato mentale sul blog. la vulgata consueta descrive le università estere come paesi dei balocchi, dove scorre latte accademico e dolce come il miele è il copioso finanziamento. poi parli con i colleghi e, insomma insomma, ti viene il sospetto che non sia tutt'oro quello che sbrilluccica. in uno stridente contrasto, chi lavora qui spesso si sente in una trincea di povertà, scazzamento, delusione, desiderio di darsela a gambe levate verso dipartimenti più piccoli e in città più a misura d'uomo. 

Fa storia a parte anche l'ossessione per i ranking, le classifiche, quegli elenchi che dicono che uno è bravo, al top, l'altro a mezza via, e il terzo, francamente, 'na ciofeca. qui tutti favoleggiano di UCL, i cugini ricchi, "là sì che mi piacerebbe lavorare...", loro hanno ranking, paghe, strutture, studenti migliori, brillano come stelle nella notte in cui pare piombato il tuo datore di lavoro. I pasdaran del ranking li conosco bene, ce ne sono di totalmente imbevuti anche a Ca' Foscari o nel mio dipartimento, con alcuni di loro rischi che nemmeno ti guardino se confessi di venire da un'università "cattiva" o di aver collaborato con colleghi che hanno provenienze mediocri, men che peones! a ma pare uno strano mondo per vari motivi: uno è che l'educazione serve appunto per discernere le cazzate dalle cose serie, la sostanza dalle apparenze, e dovrebbe insegnarti che giudicare una persona o un'istituzione o uno studente richiede tempo e finezza, non basta un'occhiata, un'annusatina o un ranking stilato da uno che qualcosa sa e molto ignora od omette. proprio perché ci hanno addestrato per anni dovremmo essere in grado di andarci coi piedi di piombo, provare ad andare in profondità, non applicare il "se non ha il look, non cook" alla carlona. e poi, questa mania classificatoria chiaramente gli intasa il cervello: questo quartiere è 16% più caro di quest'altro, un appartamento in zona 3 della metro fa schifo (ma chi lo ha detto?), per fare il pendolare ci potrei mettere 13 minuti di meno, mi secca pagare il 23.5% di council tax e se abitassi altrove... nel tentativo di ottimizzare, questa gente si rovina la vita architettando escamotages un po' pirla, talmente protesi a migliorare una vita che forse avranno in futuro da ridursi a sputtanare senza pietà la vita che stanno vivendo qui e ora. 

sempre a proposito di università, sono stato alla mitica LSE (London School of Economics, che gronda fama e galloni, per quel che mi riguarda fin dai tempi in cui Popper ci lavorava). ho seguito la presentazione di un libro scritto da due colleghi italiani sui problemi dell'Italia, con un focus su mancanza di meritocrazia e sui motivi che ci hanno portato al declino economico. il volume, edito dal Mulino, bello e ben documentato, era commentato oltre che dagli autori anche da altri "italiani" che lavorano in UK e da un esponente della fondazione Bruno Leoni. ora, sapevo bene che la LSE è una delle principali trincee del liberalismo economico: poca spesa pubblica (anzi. meglio niente!), deregulation, concorrenza spinta, animal spirits e entrepreneurship a tutta manetta e massimo laissez faire (l'approccio che ritiene che il mercato bisogna lasciarlo fare senza inutili orpelli e controlli, e alla fine le cose andranno meglio per tutti). si può discutere, ma va bene così, è la LSE baby! eppure, nella discussione sono rimasto colpito dalla virulenza degli argomenti, specie portati avanti dagli "italiani" che lavorano all'estero e che sono stati molto più estremi degli stessi autori del libro. evvai a dire che l'Italia è tutto un magna-magna, inefficienza e clientelismo, che il declino è colpa della mafia, dei sindacati, della chiesa, del fascismo che in fondo era socialismo (?), tutti indistintamente colpevoli di non aver mai abbracciato l'ideologia liberista, W la Thatcher!, gente che ha rovinato un paese da anni, decenni, secoli. sì, perché a un certo punto, una salta fuori con l'osservazione ovvia (per lei) che la colpa originale risale alle corporazioni medievali, gruppi di lavoratori che si univano, progenitrici degli attuali sindacati e corruttrici delle menti degli operai che a partire dai secoli bui hanno cominciato a coltivare idee strane, diritti, salvaguardie, agitazioni... mi ha sorpreso questo fare di tutta un'erba (libero-mercatista) un fascio! e queste critiche, quasi rancorose, venivano principalmente da chi in Italia è nato e magari ci ha studiato e poi è venuto qui a combattere con le tasse, i disagi, i prezzi troppo alti, a vivere in quelle lande desolate della zona 3 e 4, infestate da proletari nulla tenenti e meno facenti. a un certo punto, mi sono alzato, ho pensato che ci siamo tenuti fin troppe serpi in seno, quando è troppo è troppo, fortuna mi è venuta fame e sono andato a mangiare nella mensa universitaria del Goodenough!

L'ingresso di "sua maestà" London School of Economics a Aldwych 

un altro inevitabile passaggio londinese è legato alla pioggia che finalmente mi sono beccato come da copione. ieri sera, all'uscita dall'ufficio, piovigginava. qui, in generale, la cosa non è presa sul serio e c'era il solito via vai di gente in strada, tutti regolarmente senza ombrello, e di fronte a questo cattivo esempio mi sono tirato su il cappuccio sul berretto di lana e avanti come se niente fosse mi sono diretto al Sainsbury's Local che si trova di fronte al Rhind building per comprare qualcosa per pasti veloci e colazioni. finita la spesa ho ripreso a camminare, non rendendomi conto subito, protetto com'ero dal doppio strato di coperture, che adesso pioveva di brutto, come te la molla qui, senza grandi gioccioloni ma fitta fitta e fina fina. non ci potevo fare nulla, ma sono arrivato in camera inumidito per benino e ho messo a rotazione sul termosifone giaccone e poi tutto quello che avevo indosso, guanti e berretto incluso. l'indomani mi sono comprato un ombrellino pieghevole, prevedono pioggia da qui alla fine della settimana, ogni santo giorno, è meglio che mi arrenda e che mi attrezzi alla bisogna.

forse noi italiani siamo incorreggibili e, per una volta, ho deciso di andare a mangiare nell'unico ristorante "esterno" che mi hanno consigliato al Goodenough, abbandonando la mensa aziendale che finora mi ha sempre rifocillato, salvo i rari casi in cui ero incastrato per bene in ufficio e non potevo che accodarmi agli altri colleghi con la tristissima vaschetta comprata al take away. ieri sera sono andato al "Ciao Bella" a poche centinaia di metri da dove dormo, trattoria italiana, alle pareti foto della Loren, Sordi, la Lollobrigida e il maresciallo Vittorio De Sica, Totò, Audrey Hepburn e Gregory Peck in Vespa in vacanza a Roma, Mastroianni... Potenza delle immagini! non avevo prenotato e non avevano posto ma poi, visto che le cameriere parlavano fra loro in italiano, attacco anche io con "nemmeno se faccio in fretta?" capiscono che sono dei "nostri" e, pochi secondi di parlottamento dopo, mi liberano un tavolo da 5, con l'intesa che glielo ritorno in meno di un'ora (che mi basta e m'avanza alla grande con la perenne fame che mi ritrovo). il locale è accogliente, caldo, familiare e rumoroso senza essere molesto, ordino un minestrone bello caldo, un bicchiere di vino delle Marche sfuso, pollo alla diavola con verdura, chiedendo di avere fagiolini e spinaci al posto del contorno di patate. sono tutti molto gentili, mi gusto il minestrone, il pollo è fatto bene e me lo portano con le patate (ma come? non eravamo d'accordo altrimenti?) prima che avessi il tempo di parlare  la cameriera se ne accorge e poco dopo mi porta di sua iniziativa due piattini a parte con generose porzioni di fagiolini e spinaci, "questi li offre la casa", e mi finisco il pollo in un sano tripudio di verdurine rinforzato dalle aggiunte. sono stato bene, sentimentalmente più vicino a casa (i titolari erano di Napoli ma sempre casa è, in un certo senso). alla fine, resto solo un po' sorpreso del conto, fanno 43 sterline che non è poco! non mi sono nemmeno sforzato di capire, può anche darsi che abbiano sbagliato, e non volevo rovinare il momento. ma ho pensato che è 5 volte quello che spendo al cafè della casa dello studente. non mi azzardo a confrontare due cose diverse ma il canyon che separa i costi delle due opzioni è tale che perfino la saudade culinaria di casa, per così dire, lascia spazio a qualche sano dubbio di opportunità. W il bel paese sempre e comunque! 


ps. Il 9 marzo sono andato a "Luce e limoni", evidentemente perseverare non ha senso o non sono stato fortunato, ecco quello che con solenne understatement ho lasciato su una recensione di google maps:

Perhaps I was expecting too much and added the third star after I have seen other better reviews. I felt food was ok, average quality and taste, but in no way unforgettable, i had rigatoni with tomato, aubergines and ricotta" and fish with potato puree + 1 glass of wine and S Pellegrino sparkling water (2 courses). A few other details, where sometimes lie insights, prompted me to think that there is space to improve: light was too feeble, the menu was xeroxed and so pale that it was barely visible... I paid over 55 pounds and, even though I may not yet be entirely accustomed to London prices, I felt it was definitely more than what would be fair.  

Saturday, March 04, 2023

Goodenough? Parecchio!

sono le 8.50 e mi sono seduto su una delle sedie imbottite della biblioteca del Goodenough College, cuoio verde e borchie, schienale dritto, a suggerire una posizione corretta, è sabato mattina e siamo solo in due, io e una ragazza castano chiara, composta e concentrata, manco a dirlo accomodata in un posto che sembra il ``suo'', visto la naturalezza con cui ha disposto appunti, evidenziatore, libri e ha appoggiato zaino e giubbotto in una poltrona li vicino. quando si alza noto che porta un abito di lana viola, aderente e lungo fino ai polpacci, che lascia intravedere le forme, ha in mano una tazza, la cosa mi tranquilizza dato che anche io ero entrato, col dubbio di fare una cosa illegale, col mio Earl Gray al latte che mi ero preso dopo la colazione. spesso nelle biblioteche il consumo di bevande e cibi è vietato ma nella Charles Parsons Library and Reading Room sembra consentito e mi accingo, sipping my tea, a cambiare il piano che prevedeva che sistemassi le slides per il seminario di martedi prossimo. Enough is enough e dopo giorni in cui resto ``incantato'' dalla sistemazione alberghiero-studentesca di questa trasferta, la vista di questa biblioteca, classica, vittoriana, quiet and shining come i portalampade sfavillanti di ottone dorato, accogliente e austera nello stesso tempo, mi ha fatto cambiare idea: il post è sul Goodenough!


Il bel "bugnato" delle pareti esterne del Goodenough e, sopra, la biblioteca.

Tecnicamente il mio alloggio è al Goodenough Hotel, Mecklenburgh Square, avevo prenotato con grande anticipo approfittando dei prezzi scontati del Black Friday deal. Non è una sistemazione a buon mercato ma, per dire, pago anche meno di quanto mi era servito per dormire a Milano in occasione di una conferenza, siamo sui 150 euro/notte. La camera è una singola, un po' piccolina, pulitissima e ben attrezzata (ad esempio, ci sono phon e bollitore fornito di bustine di caffè e filtri per il the e carta intestata per scrivere lettere, una sciccheria d'altri tempi!). La dimensione ridotta della stanza è l'unico difetto, sono in una dependance staccata, al civico 25, è proprio un altro palazzo dove ci sono solo camere, senza alcuna reception. all'ingresso ci si sente avvolti dalla generosa temperature tipica delle case inglesi, trattenuta dalla spessa moquette in ottimo stato, che quasi consente ai passi di rimbalzare e profuma lievemente di pulito. io sono al terzo piano, e dopo le prime due rampe su una scala ampia, m'inerpico secco su una scalette più stretta e attorcigliata, arrivo sempre alla mia porta, 533, con un filetto di fiatone e con i muscoli delle gambe che iniziano a pompare.

mi sposto su un altro tavolo, dagli enormi finestroni della biblioteca compare pure il sole, merce non del tutto ovvia in questa città, il soffitto sarà alto 8-9 metri, fresh air per fresh minds, speriamo. è entrata un'altra ragazza, borsa di stoffa LSE, maniche corte, è ora seduta a due sedie da me, ``am I too noisy?'' le chiedo, per essere certo che il ticchettio sulla tastiera non la infastidisca, ma risponde che è tutto ok. la ragazza in viola nel frattempo è uscita con un ragazzo mediterraneo, con bella barba, che è venuto a prenderla e le ha dato un bacio.

quella simpatica carogna dell'allarme per il glucosio in salita mi avvisa che è ora di farsi due passi: anche se mi ero limitato a una fetta di toast, c'era da aspettarselo dopo pork sausage, mushrooms, bacon, fried egg e tazzone di caffè. let's go! conosco bene la zona e faccio un giretto artificiosamente lungo per Brunswick Square e i campetti da calcio per bambini di Coram Fields. quando rientro la glicemia è a 150, ben dentro i binari in cui dev'essere, e forse questa strategia peripatetica, oltre a tutto il resto, snebbia i pensieri e riattiva la circolazione.

io abito all'hotel ma la Mecklenburgh Square è riempita dall'enorme mole del Goodenough College, che si chiama ``London House''. è una casa dello studente, piena di storia che potete leggere sul sito, sembra nella mia immaginazione il castello di Hogwarth (potenza delle icone, visto che non ho ancora letto la saga del maghetto). Un plastico in biblioteca mostra la struttura, con ampio cortile interno, dove risiedono non so quanti studenti e dove, se voglio, posso venire a fare colazione e a pranzare. non c'è una mensa vera e propria ma il Freddie's Cafè serve allo scopo, ed è frequentato anche dagli studenti che fanno colazione pure loro o mangiano al self-service for lunch and dinner. il metodico che è in me ha immediatamente eletto questo posto a fonte di nutrimento eliminando il problema di cosa mangiare in una città alimentarmente piena di stranezze, cineserie, fusioni più o meno probabili, pastrocci tanto succulenti alla vista quanto indecifrabili al gusto, una wunderkammer orientaleggiante di sapori e ingredienti (e per chi fa conta-carboidrati, my goodnees, è un incubo). da Freddie's invece, vedi 3-4 cose calde, te le scegli, due contorni serviti, oppure un solo side e una salad fai da te quanto te ne pare. io sono venuto a mangiare qui tutte (dicesi tutte!) le volte che potevo anche perché con 8.50 pounds prezzo fisso spendo meno che dalla Marisa. se proprio sono in the mood mi prendo pure la birra, alternando la pinta e la mezza pinta di Camden Pale, una birretta moderna e londinese, fruttata e divertente che rischia di diventare d'ordinanza finché sono qui. E se proprio ve la devo dire tutta, segnatevi il posto: all'ingresso basta dire che vi stanno facendo la camera e vi hanno mandato dall'hotel, guardate questo castello delle meraviglie, entrate da Freddie's con nonchalance e dite che siete member, ``I am at the hotel'', scegliete il piatto e siete già della famiglia 8.5 sterling! dimenticavo, la birra si paga a parte...



Anche Elisabetta e Filippo sono venuti in visita...

Il college trasuda quella good old England, vittoriana, o forse elisabettiana, che la mia generazione ha studiato sui libri e nelle lezioni d'inglese (non so che cosa pensino i miei studenti, chiederò), tutto è cool Britannia here e mi pare di essere a Oxford e Cambridge (dove non sono mai stato seriamente). ho scattato una marea di foto, sperando forse di catturare l'anima istituzionale e civilized di un posto austero come questo, dove si formano generazioni di studenti, poi cittadini, poi civil servant (e anche lestofanti, non tutte le ciambelle escono col buco).

l'altro ieri sera, poi, quando sono arrivato per cenare, Freddie's era deserto, panico, keep calm, ``they serve the dinner in the Great Hall'' mi dice una coppia di anziani signori british che si avvia lungo una scala. li seguo e capito in una meraviglia di salone delle feste, con un pianoforte a coda e una dozzina di grandi tavolati dove si siedono studenti e ospiti dell'albergo, dopo che si sono riempiti il vassoio alla tavola calda self-service, accurata come al solito e posizionata in una stanza all'estremità del salone. uno, penso che l'ho scampata e che mangerò anche stasera; due, ``ma dove sono capitato?'' con il naso all'insù a guardare le volte l'orologio a stucco con fregi dorati e doppia serie di lancette, una per l'ora di Londra e una per quella di qualche fuso sperduto dell'impero britannico; guardo anche i sobri ritratti dei presidenti del college e tre, facciamoci coraggio e andiamo a mangiare! finisco, per prendere alquanto irrituali tacos con cavolfiore impanato, patate fritte e insalata + pezzetto di pane ``trafugato'', visto che in teoria era possibile abbinarlo solo alla soup.

Una veduta della Great Hall, dove si tengono eventi, balli e ci si trova per pranzo e cena, di tanto in tanto.

mentre mangio penso che questa cosa qui, qualsiasi cosa sia, il college, il salone, i secoli di storia, sono la rappresentazione della quintessenza dell'università di prestigio inglese, quella in cui gli studenti erano nobili e avevano fatto le superiori a Eton, la comunità dei fellow sorseggiava porto e fumava il sigaro, dove qualche Keynes amministrava fondi e gestiva donazioni ed eredità per assicurare all'istituzione i mezzi per fornire un livello simile di educazione e, diremmo ora, di servizi. troppo lirico? sì, è probabile: il Goodenough non è il King's, parva set apta mihi, eppure credo che l'idea sia la stessa: gli studenti, ora come allora, non diventeranno tutti Churchill o Byron, ma sperimenteranno un modo di studiare e vivere l'università che è diverso dal nostro, dove pure io ho conosciuto in altri modi persone, strumenti di indagine e opere dell'intelletto che mi hanno incendiato e reso quello che sono.

All'altro capo della Great Hall: ora di Londre e ora dell'Impero (!)

conto le persone in biblioteca, siamo saliti a 8, ci saranno 80 posti, spaziature e ossigenazioni sono assicurate, io sto bene, un filo di rimorso per le slides (recupererò...) ma sento un bel calduccio e realizzo che mi sono seduto vicino a una nicchia dove un termosifone di ghisa fa il suo benedetto dovere. ho scoperto la Library oggi, a tre giorni dal mio arrivo, e credo che non la mollerò facilmente fino a sabato prossimo quando tornerò a casa. avevo fatto lo stesso anche di recente a Palermo quando ero stato in un'altra casa dello studente, a S. Giovanni degli Eremiti, e anche là avevo finito per stare nell'aula studio, diversa e magnifica pure quella, per ore.

per concludere, anche questo avviso appeso alla porta, mi sembra mirabile: ``Library opening hours. The library is open 24 hours. Your librarians, Carolyne and Tamar''

Wednesday, March 01, 2023

Awaiting bags

sono da più di un'ora in attesa della valigia a Heathrow, non siamo in tanti ed evidentemente molti viaggiatori avevano scelto di usare solo bagagli a mani o trolley, alquanto saggiamente pare. abbiamo chiesto info e ci hanno detto che può servire "up to one hour", c'è traffico, non hanno consegnato ancora nulla. ok, ma l'ora è passata, anche al nastro trasportatore gira la testa a furia di mulinare come una trottola senza senso e, francamente, non so se andare in centro all'hotel e amen, riempiendo i moduli e sperando che la valigia me la portino loro o attendere ancora un po' che se poi il bagaglio arriva è una rogna di meno.

stamattina era andato tutto bene, partenza regolare, volo come un biliardo, parlo con Walter seduto di fianco, tratti inconsueti con occhi azzurri, capelli rossi rasati sulle tempie e microscopico chignon, barba rossa pure quella ben curata, sulla trentacinquina. scambiamo due parole quando la hostess ci chiede nuts or cookies and coffee or tea, ma a un certo punto mi chiede che cosa faccio e gli dico che insegno matematica o, meglio, computational something a economia, modelli ad agenti e viene fuori che è un consulente "informatico" perito elettronico laureato in psicologia, in trasferta per una convention coi compagni di lavoro che riempiono la fila del BA 597. lavorano con PMI, ne analizzano i processi, studiano interfacciamenti con i sistemi gestionali della ditta e li modificano o personalizzano per renderli adeguati alle loro necessità, se serve fanno il debug anche dei processi cognitivi e mentali dei clienti e del titolare, indicano cose che fanno ma non dovrebbero fare o cose che vanno fatte mentre per ora mancano all'appello, sono dei consulenti indipendenti, Walter ispira fiducia, giusto ritmo nel raccontare, mostra passione e concede spaziature per l'interlocutore, cerco da sempre di fare lo stesso anche io, finisco per raccontargli anche qualcosa di modelli ad agenti, NetLogo e complessità. quando usciamo da tunnel al Terminal 5, saluto lui e i suoi colleghi e mi allunga un biglietto da visita, chapeau, è forse una cosa vintage ma non c'era altro verso e mi riprometto di mandargli un saluto...

ecco, sono le 11.07, 82 minuti dopo l'atteraggio e la mia valigia Spalding, vagamente sfinita ma munita di cintura di sicurezza contenitiva a combinazione a 4 cifre, ancora ferma al settaggio di fabbrica ``0000'', è arrivata, la raccolgo dal nastro e via verso il controllo automatico del passaporto elettronico.

cammino e trovo la Piccadilly line, chiacchiero con uno che supervisiona gli ingressi, qui è tutto self-service, barriere che si aprono col touch, cancelli automatici, dozzine di biglietterie "credit cards only", pare che non vogliano farti parlare con nessuno, suggerendo di fatto un ognun per sè che per certi versi è vagamente triste e mi ricorda i luddisti che in questo paese combattevano contro i posti di lavoro rubati dalla modernità e dalle innovazioni. sicuro, non è che tutti gli umani che ti parlano dalle biglietterie siano fenomeni di simpatia ma questo è bravo, più o meno della mia età, pur col rischio di sbagliare di un decennio visto che è un indiano, (del subcontinente non un apache!) ma magari è londinese da tre generazioni! il suo inglese è aperto, speziato, col giusto ritmo e comprensibile fino all'ultima sillaba. mi spiega come usare la Oister card e, forse, com fare una foto dell'estratto conto per rendere conto a Sara e all'amministrazione di unive che ho usato i mezzi pubblici. partiamo alle 11.25 e adesso sarà un lunga galoppata su vagoni efficienti e un po' frusti fino a Russel Square, nel cuore di Bloomsbury.


già, mi sono ricordato che, oltre al Britsh, al Charles Dickens musuem e al Postal museum, tutti posti che voglio andare a vedere o rivedere, Bloomsbury è la patria di Keynes. non ne avevo consapevolezza prima, ma in quello scrigno delle meraviglie ripieno di ogni ben di Dio che è il mio zainetto, c'è un fascio di fogli, stampati in un generoso corpo 12, col libro di Justyn Walsh, "Keynes and the Market", una storia sul mirabolante talento finanziario di Maynard, uno che lascio in eredità 30 milioni di euro odierni anche se se n'è andato a soli 63 anni. Intanto "Mind the gap" a Hounslow East è un audio-meme che mi riporta alla giovinezza, quando s'imparava l'inglese minimale, quello da Robinson Crusoe catapultati in una Londra che prima o abbiamo tutti sognato di visitare usando fieramente le nostre belle frasi scolastiche.

In aereo mi sono letto introduzione e primo capitolo del libro, che ripercorre un po' la biografia di Keynes, che è stato artefice e ha subito l'influenza di quel coacervo di artisti e fuori di testa, con con Virgina Woolf e altri che a Bloosmbury, a loro modo, rivoluzionarono i tempi vittoriani che volgevano al termine, anche per gli effetti di due guerre mondiali che il secolo breve ci ha portato e che tanto hanno dato da scrivere a Keynes.

sarà una buona lettura, molto adatta al genius loci, Walsh scrive in un inglese witty e sofisticato, obbligandomi a segnare due-tre parole a pagina che mi riprometto di studiare, vocabolario alla mano, non appena ritrovo internet, visto che voglio capire bene il senso e gustare anche la ricchezza di una lingua spinta oltre le 300 solite parole che usiamo frequantemente ma che asciugano la capacità di esprimersi in quella che per molti, e sicuramente per me, resta una lingua aliena più che straniera.

Russel Square, memorizzo che ci ho messo un'ora per quando tornerò indietro, resisto alla tentazione di andare a vedere la piazza alberata e giro a destra, cerco i Coram Fields, navigando uno dei pochi posti di Londra in cui sono orientato senza mappa e senza google grazie a soggiorni ormai sfocati al Penn Club che sta in una qualche laterale della piazza e all'Imperial Hotel. poche centinaia di metri dopo trovo il Goodenough College, entro, chiedo, mi confermano che quella in cui mi trovo è il college che ospita gli studenti e che l'albergo aggregato sta pochi civici più in là. 

Sono in un angolo bello e tranquillo di questa tentacolare metropoli, per una volta quando esco dalla strana stazione della metro non ho nemmeno pensato "come mai è tutto così veloce a Londra?'', la città oggi viaggia a ritmo normale, per una volta in sicnrono col grigiore del cielo nuvoloso. Let's go!

ps. è probabile che questo post che ho scritto (calembour: post scriptum, no?), in realtà, sia una lettera a Cesira e ripercorrendo la nostra storia mi vien voglia di scrivere per me, (per chi bazzica questi post) e specialmente per lei quello che capita in questi giorni. Bye Bye, my love!


Friday, February 24, 2023

Passaporto e chiudo!

oggi mi sono fatto 8 km a piedi per ritirare il mio passaporto. alla fine ce l'ho fatta, novello Forrest Gump sulla strada dei malfunzionamenti della pubblica amministrazione ma anche della buona volontà dei dipendenti della Polizia di Stato. È da novembre che provo a rinnovare il glorioso passaporto, scaduto nel 2015, che mi ha portato in Australia tre volte, ma il primo appuntamento utile che ero riuscito a prenotare è il 25 luglio, distante quasi 9 mesi, nonostante numerosi tentativi, SPID e partecipazioni alla roulette online del venerdi alle ore 13.00, quando vengono messi a disposizione i posti liberatesi nella settimana successiva. il problema è che quei posti sono pochissimi, il server s'impalla già a partire dalle 12.55 per l'evidente sovraccarico generato da decine e decine di persone che provano ad anticipare gli appuntamenti "regolari", è una voragine di clic dei desperados cui serve il passaporto molto prima dell'estate. una volta ho pure visto un'appuntamento utile ma il tempo di cliccare e di attendre che la pagina reagisse e tutto era scomparso come una chimera perché evidentemente qualcun'altro mi aveva soffiato lo slot per un amen.

solo oggi ho realizzato che andare in questura, nella zona Appiani in semi periferia di Treviso, è un percorso lungo 2 km, google maps non sbaglia e io me la sono sempre fatta a piedi. a fare i conti per bene, poi, altro che 8 km: a dicembre vado in esplorazione in questura di persona la prima volta, chiedo info all'ingresso, mi dicono che se tutto va male (appunto!) posso mandare email 20-30 giorni prima della partenza, "non lo faccia ora, manca troppo tempo e l'email verrebbe ignorata", curioso modo di gestire la congestione suggerendo di chiedere un intervento urgente a patto di non farlo troppo presto. va bene, me la metto via e sono 2+2 = 4 km per chiedere info.

un venerdi dei primi di febbraio, dopo il rituale tentativo sul web e aver tentato di chiamare ininterrottamente un numero sempre occupato dalle 12.00 alle 13.00, scrivo un bell'email, lo mando in pec all'ufficio, allego la missione autorizzata a Londra, mando il biglietto d'areo, "mi fate la carità di farmi partire il primo marzo?"

ecco, qui c'è un cambio di ritmo nella storia: il giorno successivo alle 15.00, è un sabato, mi chiamano dalla questura e un poliziotto si scusa proponendomi un appuntamento per il 14 febbraio. rileggete perché è degno di nota: in 24 ore hanno risposto, di sabato, hanno preso in carico la cosa, let's go! vai con la preparazione delle carte, riempio il modulo, dati personali e tutto il resto, compro la marca da bollo da una settantina di euro, pago il conto corrente, altri 40 euro e rotti, mi faccio in stazione le foto tessere con look rigorosamente da serial killer senza riflessi sull'occhiale da vista, ci lavoro un'altra mezza giornata. ma il 14 sono pronto alle ore 10.00.

devo salire al terzo piano dove la signora Maria sbriga una serie lunghissima di appuntamenti d'emergenza, mentre i "normali", quelli che hanno prenotato un appuntamento sul web mesi e mesi fa, attendono agli sportelli del piano terra. al terzo piano è una simpatica gazzarra, nessuno sa bene cosa fare e dove attendere, pare che siamo tutti convocati alla stessa ora, non sappiamo bene chi è arrivato prima o l'ordine della coda e avanti despacito fino alle 12.30, 2 ore e mezza di bivacco "nell'androne" dove ci sono parecchie sedie per i passaportisti. io sono ben preparato, mi ascolto puntata dopo puntata di uno strepitoso podcast originale di Rai PlaySound, "Io ero il milanese" di Mauro Pescio, sull'incredibile storia di un rapinatore di banche che si fa decine di anni di galera inseguendo il sogno della bella vita con fatica, voi pensate pure quel che vi pare, ma anche i banditi e i latitanti hanno i loro fastidi.

Maria è sotto pressione, un mucchio di persone senza podcast sono innervosite e in trepida attesa, lei capta certamente qualche discussione per il turno e riesce, nodimento, a stare sul pezzo con quel tocco di nonchalance da impiegata tosta, forse non sarà un fulmine di guerra, ma lavora senza fermarsi, parla agli utenti, dà loro un po' di confidenza, con me risulta perfino gentile e mi trovo a ringraziarla per quello che che fa in questa babele un po' confusa di appuntamenti, aggiustamenti e rattoppi. mi prende le impronte, mi chiede se voglio tenere il vecchio passaporto come suovenir e, sul più bello, mi dice: "non abbiamo più libretti, quando parte?", "il primo di marzo", "puo passare a prendre il passaporto venerdi 24?". evvai, altri 10 giorni di attesa! la guardo incuriosito, avevo sentito quando all'utente precedente aveva detto che tengono qualche libretto di riserva in un cassetto speciale, per le urgenze veramente tali. ci penso su, ha ragione lei, parto fra 15 giorni, urgente non sono e cancerogeno nemmeno, decido che è ok e la ringrazio, "a venerdi prossimo", "saluti. avanti il prossimo". in tutto fanno altri 4 km e ammetto che ho i miei motivi per camminare, diciamo che è una passeggiata di salute e anche voi dovreste camminare 5 ore a settimana, settanta euro a parte è quasi un peccato che il passaporto non scada una volta al mese!

oggi è il gran giorno, 24 febbraio, data in cui cade l'anniversario del criminale attacco russo all'Ucraina. ma è anche il giorno in cui giulivo e rilassato a 2 km da casa, salgo al secondo piano della questura alle 10.00. cercano il mio passaporto in una cassettiera portadocumenti, non c'è; cercano in un altro pacco "sfuso", non c'è. il poliziotto mi dice "Maria mi ha dato quelli recenti stamane, se il suo non c'è vuol dire che non me l'ha dato". Già, è consecutio o sfiga? "Provi a salire al terzo piano e a chiedere alla Maria". Non riesco nemmeno ad incavolarmi, questa questura ha un che di pacificante, tutti sono tranquilli (loro, non noi utenti), i dipendenti non perdono le staffe, fanno le cose che possono fare, chiedono se non sanno o non possono fare, i compiti restano in ordine, se c'è da andare al terzo piano si va, non hanno il fisico palestrato, anzi si vede qualche panzetta nei signori di mezza età, sono statali, un filo burocrati all'apparenza, ma lavorano e basta.

ascensore, terzo piano, m'intrufolo fra un passaporto e l'altro, di straforo, nell'ufficio di Maria, mi riconosce, "Pellizzari? mi scusi ma non abbiamo i libretti", non faccio una piega e non le ricordo nemmeno che so del cassetto magico e ormai anche io rischio di essere tassativamente urgente e non un finto-urgente, "può passare lunedi?", devo averla guardata un filo strano perché rilancia subito con "quando parte?, "primo marzo", pensa un attimo: "può passre oggi alltre alle tre?" Adesso capite perché oggi fanno 8 km? (2+2)x2, non c'è glicemia che tenga a questa vita da caballo, ma ne approfitto e tornando a casa verso le 11.00 mi prendo pure un caffè Illy da Casellato in Borgo Cavour.

alle tre, processionalmente motivato da altri due km di strada, chiedo di Maria in portineria. lo spinotto me la indica mentre, in un cappotto bianco, sta rientrando dal pranzo, panino o simili. siamo quasi in confidenza, mi dice che non ha ancora fatto il mio passaporto ma mi chiede se posso aspettare un attimo che ci prova, lo fa in un modo che va bene, le dico che è ok e le offro di tornare lunedi mattina se per caso la cosa le riesce meglio. "Comunque, posso salire con lei al terzo?".  Sta con noi anche un ragazzo che mi guarda e, fattosi coraggio, mi dice "lei è stato i mio prof di computational tools", come d'ordinanza gli dico "scusami, siete in troppi in quel corso perché possa riconoscervi", ma è un dialogo simpatico, chiedo che cosa fa, si laurea fra poco con una tesi sull'insider trading, Maria sorride e commenta "ma come? prof e studente? che coincidenza!"

stampa il passaporto, esce dal suo ufficio e mi dice che "manca il dirigente". e già, mi pareva che mancava qualcosa, "sono in riunione da questa mattina... ma mi lasci telefonare che forse ce n'è uno che può firmare". in effetti, arriva un signore, magliocino blu scuro tirato un filo su a mostrare la maglietta della salute sotto, ma è venerdi pomeriggio ed è lui che appone la firma sul mio documento. guardo le foto appese al terzo piano, Albino Luciani sullo sfondo e un poliziotto che fa il picchetto, la vecchia sede della Questura in Palazzo Barea in via Carlo Alberto, la Giulia verdastra dei film e qualche faccia dura dei servizi d'ordine. quasi m'intenerisco vedendo queste icone visive ma Maria mi strappa dal sogno e, brandendo il mio passaporto, mi dice "ecco, controlli i dati'' e io con scrupolo verifico doppia elle e doppia zeta, data di nascita e mi pare che sia tutto a posto. "Grazie" e porgo la mano a questa signora sulla cinquantina, presumo, carnagione scura scura, capelli e occhi neri, non è Lolita Lo Bosco ma tanticchia viene dal Sud. Mi sorprendo a dirlo, ma sono grato alla Polizia perché ha fatto e ci ha messo una pezza e io ho il documento con 4 giorni d'anticipo sul check-in. gli ultimi due kilometri in direzione centro sono un trionfo, ho quasi consumato un paio di scarpe ma sono pur sempre scampoli peripatetici di soddisfazione.



Saturday, January 21, 2023

Arsenale Biennale Carnevale!

Chiudo la giornata sul treno delle 17.43 per Belluno. Oggi è evidentemente un glory day! Sapevo che sarei partito lentamente con pratiche, email varie e stesura di rapporti di valutazione per studenti PhD, per prendere poi abbrivio col seminario di Claudio e Maria, a metà fra la presentazione e il brain-storming per dare forma a paper ancora in cerca della loro strada.

Forse è sempre stato così o forse io sono ingenuo ma ho l'impressione che pubblicare un paper sia diventata cosa diversa da rendere pubblico quello che hai studiato o capito. Sempre più, forse in modo ancor più accentuato nelle discipline manageriali, si tratta in realtà di trovare il modo di raccontare una storia che s'incaselli nella nicchia giusta, infilandosi per linguaggio, aspettative della comunità scientifica e momento storico, fra i paper che colgono lo zeitgest. È strano, ma pare veramente che il contenuto sia ai confini dell'irrilevanza e che ciò che conta sia il progetto, l'intelaiatura, l'esercizio che mostra che hai letto gli altri paper cogliendone la forma e lo stile ma, appunto, sotto il vestito cosa c'è? Forse niente o forse poco per dare senso a mesi di lavoro, passati in gran parte a posizionarsi e a cercare di capire come procurarsi il consenso di editorial board e di revisori che mi sembrano troppo leziosi e pericolosamente autoreferenziali. I racconti di Claudio e Maria sono interessanti e mi spiace che la ricerca del fenomeno rilucente nasconda fin troppo il noumeno scabro e di valore.

Ma il bello non è ancora iniziato. Da Marisa, tanto per provocare la venezianità di Vanda, la nostra magmatica cuoca, le chiedo qual è la strada migliore per l'Arsenale. Dovete sapere che il posto è all'estremo opposto della città, in pieno Castello dove, se non c'è la Biennale, si spingono solo le aquile o quanti esplorano zone remote e antiche della città. Vanda trasecola e con la consueta verve mi dice "ma te si mato? xe lontan...". Le dico che forse ci vorranno un 40 minuti (ma so che ne servono meno, a Venezia da un punto all'altro non servono mai più di 30 minuti a piedi; e se ne servono di più basta camminare più veloci e non prendere mai il vaporetto!).  Giulia è più serafica e mi dice, con ragione da vendere, che è una bella giornata, "'ndando par Santa Maria Formosa te ghe meti meza ora" . Già, la solita mezz'ora. È sempre così, il veneziano tipico prima ti dice che il tal posto è lontano, irraggiungibile, manco fosse in Dalmazia. Poi lo stesso, o un altro che subentra, mulina mentalmente qualche secondo e l'itinerario giusto, la calle diagonale e non scontata, il modo per tagliare la lunghezza e ridurre il numero di ponti, beh, lo trova sempre concludendo che "lontan" significa "meza ora, ma in vaporeto te ghe meti de pì". Ci potete scommettere, la litania geodetica "ma te si mato?" finisce sempre in "meza ora"!



Parto dal Ponte dei Tre Archi alle 15.30, direzione Campo dea Tana, sede della leggendaria Biennale. Ci vado per vedere, con un sopralluogo in un magazzino soppalcato di uno dei posti più fascinosi al mondo, che tutto quello che ci serve per il Carnevale dei Ragazzi sia in ordine. Da anni, con Biennale Education, ISTAT e Istituto Veneto di Lettere, Scienze ed Arti, facciamo laboratori di Cubo Soma, costruendo e disfando figure varie con questo tangram matematico e tridimensionale che fu inventato da Piet Hein. Lo chiamiamo "Divertimento al cubo" e anche quest'anno giocheremo con le 5 fortunate classi che si prenoteranno.

Google maps mi dice che ci metterò 31 minuti, la "meza ora" di Mountain View, ovvio! Come sempre il tragitto di google disegna degli arabeschi impensabili, per calle strette e vasi di comunicazione ignoti agli stessi veneziani. Non sono nuovi a questi tour scaleni: una volta, in macchina, per andare a prendere delle cassette di nocepesche da Pierluigi nei pressi di Ravenna, Google mi fece visitare borghi lunari della pianura padana, restando sempre nei tempi e impreziosendo il viaggio con scorci e piadinerie di paese che mai avrei visto sfrecciando in A 14 o, in alternativa, sacramentando sul freno con gli occhi sul tachimetro per evitare le molteplici trappole tese dagli autovelox sulla Romea, che se la conosci la eviti sempre (anche per la collezione di contravvenzioni che finisci comunque per beccare!)

Passo per luoghi inconsueti e corti sconte, Campo San Lorenzo, supero Salizada dei Greci, vedo i merli dell'Arsenale, quel castello che è visivamente strano in una Venezia luminosa in cui non t'aspetti una fortezza. Le previsioni dicevano che mi sarei preso scrosci di pioggia e vento e ghiaccio. In realtà, la pioggia non s'avvicina mai e pazienza per il vento freddo che ingrossa i canali. Si aprono sprazzi d'azzurro terso, striati di arancio e porpora, è una bella giornata, il tramonto si avvicina, una specie di enrosadira lagunare vira i colori del marmo bianco e della pietra d'Istria verso un rosa marittimo. È uno spettacolo.



L'Arsenale, la macchina produttiva più grande dei suoi tempi, capace di sfornare galee e navigli a ritmi impensabili per i tempi, a servizio della serenissima e dei suoi domini quando una bella fetta di Mediterraneo era veneziana. L'Arsenale impressiona sempre per la scala, i capannoni sono enormi, le corderie così lunghe da consentire si stendere centinaia di metri di corde e gomene da intrecciare. Forse capita anche a voi, se andate a visitare la Biennale di rimanere egualmente affascinati dalle opere esposte e dall'ambiente industriale Anzi, spesso a me capita di gustare di più il luogo che quello che gli artisti hanno fatto, che talvolta è oscuro e complicato ma è la Biennale Baby! 

L'Arsenale d'inverno è ancora più suggestivo nella sua vastità desertificata, dall'ingresso camminiamo quasi dieci minuti per raggiungere il deposito, nei presso del padiglione Italia. Bisogna attraversare uno degli spazi "pubblici" più grandi d'Europa, decine di migliaia di metri quadri di aree e ambienti a disposizione per le mostre e le attività della Biennale che proprio l'anno scorso ha battuto ogni record per biglietti venduti. In estate le migliaia visitatori riescono, se non a riempire d'umanità, a punteggiare di presenze la grandiosità dei bacini e delle tese; m'immagino anche come deve essere la fase d'allestimento delle Biennali, quella che non vedi mai, quando evidentemente decine di operai mettono in opera, sistemano, predispongono fari, strutture, installano prese elettriche, stendono cavi, inchiodano assi, ronzano spigendo carriole, svolgono piccole riparazioni... Ma oggi, siamo in tre: il portiere nella sua giacca di pompiere aziendale: "Il deposito è troppo lontano e devo presidiare l'ingresso, vi ho già acceso le luci. Quando uscite tirate giù l'interruttore nel quadro a sinistra e rimettete a posto il lucchetto"; io e Caterina che lavora nel settore education della Biennale completiamo il terzetto.



Il luogo è magico di suo e il soppalco è pieno di ogni ben di Dio: pennarelli, fogli di carta, colle e cartoncini di ogni tipo e grammatura, materiale per laboratori di pittura, disegno, calligrafia, danza, teatro. Penso nitidamente che è il paese dei balocchi, un posto dove se pensi qualcosa, trovi il materiale per metterlo in pratica.

Vedo anche i tavoli da lavoro di legno bianco, con le loro sedie, accatastati nei grandi spazi, m'infilo i guanti di plastica quasi fossi un chirurgo prima di toccare oggetti e scatoloni in buon ordine ma, inevitabilmente, un filo impolverati dopo un anno di conservazione. I nostri materiali sono a posto, e gli scatoloni contengono in modo curiosamente ricorsivo altri scatoloni piegati in modo che le sei facce occupino poco posto. Li conto per verificare che siano almeno 27, qualcuno mostra qualche segno d'usura ma quest'anno non serve cambiarli.


Gli scatoloni da 60x60x60 ci servono da "cubetti" per costruire i "pezzi" di un grande puzzle 3D, il cubo Soma, assemblandone 27 come se fossero dei Lego. Viene fuori una cosa grande e a suo modo ingombrante, in cui qualche pezzo ha altezza che sfiora i due metri. Ma tutto ha la sua leggerezza, lo facciamo apposta con scatoloni cavi e nastro adesivo largo e robusto, in modo che i bambini possano trasportare i pezzi in piccoli gruppi di 2, 3 o 4, abbracciando e ruotando questi oggetti e accostandoli fino a quando compaiono forme che diventano "figure" e attori di una fiaba. Via via i pezzi del cubo Soma diventano un pozzo, un letto, una vasca da bagno, una sedia (pure pieghevole!), un tavolo, o un diamante, una porta/tunnel sotto cui sfiliamo orgogliosi e chi più ne ha più ne metta!  Caterina si ferma a controllare le dotazioni per altri laboratori, mi saluta dicendomi che ci rivedremo fra qualche giorno a Ca' Giustinian, sede delle attività carnevalesche. Mi avvio da solo verso l'uscita, riguardo la bombarda e la gigantesca gru Armstrong stagliarsi contro un cielo multicolore e ventoso. La gru simboleggia la transizione dell'Arsenale da serenissimo cantiere di navi di legno e galee a luogo di creazione di navigli di ferro di grande tonnellaggio per il neonato Regno d'Italia dopo il 1860
.

Richiudo il portone di Campo della Tana alle 17.00 e decido di farmela a piedi fino in stazione. Meza ora? Beh, non proprio, ma a passo di carica si può fare in 35/40 minuti e, nuovamente, google maps mi prende e mi porta via con la sua logica labirintica, infilando un perla dietro l'altra: posti che conosco, come Campo Santa Maria Formosa in cui vedo i bambini rientrare a casa con lo zainetto in spalla, sotto gli occhi delle mamme, e sfogarsi con corse che trasmettono una sognante contentezza saltellante. L'itinerario mi guida anche su altri luoghi, tanti, in cui mi dico "ma dove sono capitato?", quasi travolto dalla pittoresca meraviglia che si apre davanti a me in luoghi meno conosciuti. Riemergo in una Venezia più battuta all'altezza del Ponte dei Zogatoli e da quel punto in poi sono sentieri calcati decine di volte, spengo il navigatore e faccio sosta al Caffè del Doge in Strada nuova per un "rosso" e un tramezzino.

Grazie Arsenale e grazie Biennale per questa giornata di apparente retroguardia, fredda e traslucida, dentro ai capannoni depositati dalla storia in una città che riesce sempre a tirare fuori novità vecchie di secoli e che lega a modo suo le mie bizzarre passioni di origine matematiche e giochistiche e gli amici dell'ISTAT, Susi, Rina, Monica, che da decenni ormai non si tirano mai indietro e sprigionano forza e entusiasmo senza risparmio.


Thursday, December 08, 2022

Oh bej Oh bej

Corsi e ricorsi sul blog e stavolta tocca e ritocca a Milano, che è già apparsa in quelle che somigliano a vite diverse e parallele. Sono passati quasi 15 anni da quando viaggiando da un altro emisfero arrivai al Polimi per fare da commissario di concorso e anche un viaggio molto più recente è immerso in quella sfocatura di spazio-tempo pandemico in cui tutto si schiaccia in una nebulosa indistinta di miti sanitari, collettivi e personali, ricordi e esperienze ancora vivide eppure stranianti e quasi a latere.

Capitiamo a Milano con la scusa di andare a vedere la "fiera degli obei obei", di cui Cesira ha letto qua e là. C'è con noi anche Guillermo che è stato in visita a Treviso con ghirigori a Feltre, Vigevano e Torino. Un bel bagno di norte profundo! Per impreziosire il "solito" periodo nella Marca, abbiamo deciso di fare un giro insieme nella capitale morale, che lui non ha mai visto, e che continua per noi a stazionare fra una qualche diradata consuetudine (io ci sono stato anche a settembre 2022 per il Social Simulation Conference in Statale) e lo stupore ammirato per la metropoli e la sua poderosa vivacità.

Saliamo su Italo alle 8.31, la prima costa poco e mi hanno fatto pure uno sconto con qualche promozione. Come mi capita sempre più frequentemente, trovo il viaggio su Italo molto confortevole e, in sostanza, migliore di quanto offerto da Trenitalia, alla fine accumuliamo una ventina di minuti di ritardo e Milano ci accoglie con la cupola metallica della Stazione Centrale.

Vista dal giardino del Camplus Turro a Milano.

Dopo i trionfi recenti di Palermo e Catania, ho prenotato al Camplus anche a Milano, siamo in zona Turro e la struttura che ci accoglie è di ottima qualità (manca, forse, solo la bellezza del palazzo storico e della location che nel caso di Palermo, che ha la vista su S. Giovanni degli Eremiti, è eccezionale). Il personale è ferocemente gentile, anche stavolta si fanno in quattro per darmi un bollitore e mi prestano due filtri di té verde Twining, consentendoci di bere una bevanda calda e leggera la sera e la mattina, avendo riciclato il filtro in un paio di bicchieri diversi!). Il Camplus Turro è a 4 fermate da Lima sulla linea rossa della metro, a tiro di Centrale (che però sta su altra linea), rimiro questa parte sconosciuta della città, Milano è diversa in ogni angolo, e penso distintamente che è come Sydney che si reclamizzava come a "city of villages".

Il piano prevede di ripartire all'indomani alle 17.35, sempre Italo diretto a Treviso senza cambi, sarà un giorno e mezzo intenso, fatichiamo a tenere il passo di Guillermo che ne vuole vedere una più del diavolo, finiamo per stare in giro per tante ore, a me pare sempre un freddo boia, ma ci godiamo anche angoli mai visto e pure prospettive nuove di cose già annusate in alcune girovagate precedenti. 


Il castello Sforzesco è un highlight che vediamo all'imbrunire e ci accendono le luci coreograficamente pochi secondi dopo che siamo passati per il ponte levatoio. L'effetto è spettacolare e spero la prossima volta di vedere anche la Pietà Rondanini e quella biblioteca (o sala lettura che sia) visibile all'interno. 



Castello Sforzesco (verso le 17.00). Tutt'attorno ci sono le decine e decine di bancarella degli "Obei obei" 

Al ritorno camminiamo, in un tripudio di negozi, (grandi) marchi e parecchia folla fino a Sant'Ambrogio che rifulge nella festa del Santo e in cui stanno celebrando messa in rito ambrosiano fra nuvole d'incenso e grande partecipazione di fedeli e concelebranti. Evidentemente, il 7 dicembre, siamo nel posto giusto al momento giusto e, in effetti, la basilica rifulge di una bellezza medievale senza tempo. Il bar dell'oratorio è aperto, piatti caldi a disposizione per tutti in uno degli ombelichi della città.



Il giorno successivo, in pieno ponte, decidiamo di andare a vedere il MUDEC in zona Porta Genova. Nuovamente, è una Milano diversa da quella che ho presente (Moscova, Fatebenefratelli e via via su per Duomo, Statale, Centrale, Via Sarpi-China town...), case popolari, ex stabilimenti e capannoni enormi, migliaia di metri cubi di (ex?) industrie. Mi pare una città più normale, non c'è una vetrina ad ogni passo e anzi, sembra commercialmente desertificata in un modo inapettato. Il MUDEC sta nell'area Ansaldo, si può vedere la collezione permanente ma offrono anche una mostra di Robert Capa e una sui tesori di Machu Picchu e sulle maschere d'oro incaiche. Per qualche motivo mi torna in mente mio papà e la sua passione per le mostre storiche artistiche culturali e penso che lui non avrebbe avuto dubbi. Travolto da questo flash molto personale, mi tuffo fra i riti dell'impero Inca, miscela animista di adorazione degli elementi, acqua, sole, terra, sacrifici umani di poveri cristi che (da morti!) diventavano divinità dopo che gli avevano strappato il cuore. È un'arte potente, antica, stilizzata, rimasta nascosta per secoli dopo che anche i conquistadores spagnoli se n'erano dimenticati consegnandola all'oblio generale seguito alla caduta dell'impero (Machu Pichu è stata "riscoperta" nel 1911 e da allora è visitata da un numero enorme di persone, nell'ultimo anno un milione).

Maschera cerimoniale inca (dalla mostra sui tesori di Machu Picchu al MUDEC)

Tram per piazza del Duomo dove, strano ma vero, incontriamo due amici in trasferta che arrivano da Taranto e Castelfranco. Il mondo è veramente un panuelo se il caso riannoda alcuni fili in questo modo. Rivediamo Claudia e Paolo, pezzi da 90 della nostra storia vicina e lontana, sono tutti e due in città seguendo walks of life diverse ma siamo contenti di ritrovarli in gran forma in questa mattinata di festa.

Effetti speciali, cascata di luci e dinamismo  a "La Rinascente" in Piazza Duomo

Non so se sono pronto a consigliarvi "Da Oscar", in una traversa di corso Buenos Aires a pochi passi da Porta Venezia. Si mangia civilmente (roba dritta no frills e via), la posizione ha il suo senso, il costo è accettabile visto che siamo in pieno centro, chiaramente proprietario e locale si sono costruti nei decenni il loro bacino d'attrazione che include autoctoni di Lombardia e di mezz'altra Italia, turisti occasionali e foresti come noi con qualche aggancio. Penso che è un posto "milanese", aggettivo che forse tendo ad associare a qualsiasi cosa efficiente e tetragona più della media, non privo del multicolore charme figlio del proprietario (calabrese?) quasi fuori servizio dopo quarant'anni di attività, del cameriere boliviano con accento della Bovisa e di altri ragazzi meridionali che danno una mano a portare piatti, posate e bottiglie ai tavoli. Le pareti sono ricoperte di quadri e memorabilia, spesso della grandezza degli ex-voto. Noto subito il ritratto di Mussolini, "il duce" secondo la scarna didascalia in stampatello sulla cornice bianca. Gia mi pare borderline appendere zio Benito in un locale ma poi sulla carta dei vini leggo "Sangiovese di Predappio" e osservo la dedica manoscritta di Romano Mussolini: "A ricordo di un italiano che amò sempre la sua patria". Ma decché? Riguardo la selva di quadretti e ci vedo troppe cazzate, troppi trofei della "Folgore", paccottiglia linguistica da quattro soldi come "molti nemici, molto onore" e "meglio vivere un giorno da leoni che 100 da pecora". In quelli che prima avevo definito ex-voto c'e troppa nostalgia per la  retorica bolsa degli uomini che a taluni sembrano forti, ma che invece è gentaglia che ha massacrato questo paese e la libertà di chi ci viveva. Ma decido pavidamente di non rovinarni la giornata e mangio la mia carbonara, buona, e il mio pezzo di cotoletta alla milanese (ce n'hanno portato una porzione enorme, buonina). Sorvolo e non commento oltre, è solo un blog e anche altri milanesi illustri si sono turati il naso (ma è un'altra storia, lo so bene).


A un certo punto arriva "Da Oscar" anche un musico saxofonista... Qui sopra il patchwork demenziale che adorna il locale con Alberto Sordi, avvicinato al duce, a Elvis e molto altro.

Siamo all'epilogo e, dopo aver consegnato una cassettina di radicchio precoce da un kg e tre bottiglie di prosecco a Claudia, camminiamo nuovamente fino al Duomo e, alle 16.00, via a recuperare i bagagli a Turro e, poi, Centrale. Metro o non metro, anche se non perdiamo tempo e siamo "milanesi", ci lavoriamo più di un'ora a raggiungere la terza carrozza del binario 12.

E gli obei? Già, dimenticavo! È una fiera, un mercatino di cianfrusaglie gastronomiche, regalini e soprammobili natalizi, a me pare la versione lumbard di quello che si può vedere a Merano, Sterzing, Monaco e in decine di altri posti. Va bene così e sono contento che siano bej e che ci abbiano dato la mezza scusa di tornare a Milano.       

Monday, October 31, 2022

Buongiorno Regione!

Parlo in diretta su Rai3, nel contenitore della testata regionale "Buongiorno Regione'' che va in onda alle 7.30, con rassegna stampa e commento alle notizie pricipali del giorno. La redazione coglie l'occasione della Giornata Mondiale del Risparmio per ragionare di capacità di spesa, situazione economica ed educazione finanziaria. Sono temi interessanti che mi coinvolgono molto ma oggi mi soffermo sull'esperienza legata al programma in diretta (presso la sede della rai di Palazzo Lavia).

Verso lo studio, poco dopo l'alba.

La conduttrice, Federica, mi ha chiesto di arrivare 15 minuti prima dell'inizio per scambiare altre due parole dopo la breve chiacchierata telefonica di venerdì. All'ingresso mi accoglie la curatrice del programma, Patrizia, sbrigo le formalità fornendo le mie generalità e salgo gli ampi scaloni del palazzo con vista laterale sulla chiesa di S. Lucia. Ricorda con affetto i tempi di Ca' Foscari, quando studiava filosofia, cita Severino e io annoto metalmente di quanto prestigio ancora godano "di luce riflessa" i professori. Speriamo di meritarcelo! Di fronte allo studio, mi prende in carico un tecnico stagno e gentile, "sarò il tuo pigmalione'', mi microfona, mi fa provare la sedia girevole che tende a ruotare vorticosamente, provano livelli audio e inquadratura.

Il tesserino se lo riprendono ma chiedo di fare una foto "miliare", ognuno ha i suoi piccoli grandi cippi!

Forse scrivo tutto questo per ricordare a me stesso quanta preparazione sia necessaria per la produzione di (buona) qualità: servono tempo, attenzione ai dettagli e persone che aiutano... Serve un protocollo, tutti fanno quel che ha senso, la scaletta riporta ogni singolo spezzone dei 30 minuti di programa (che coinvolgeranno me solo per 4). Ne traggo la considerazione (un po' ovvia un po' no) che qualsiasi cosa andrebbe preparata bene, che sia una lezione, un articolo o una scampagnata. Occorre l'''arte della manuntenzione della motocicletta''! È un'arte perché qualcosa può andare storto, non è scienza esatta. Ma la preparazione riduce il rischio di casini, impappinamenti, pause varie e attutisce gli effetti dei micro-capitomboli sempre in agguato.


Osservo tutti questi professionisti all'opera: Federica legge e rilegge la scaletta, mi ripete l'andamento previsto del mio intervento, si sistema più volte la camicietta bianca e l'asola nera e vistosa che la abbellisce, trucco accurato, fondo tinta quanto basta. Quando parla, nell'arco della sua mezz'ora, usa riempitivi sì e no due volte ("cioè'', "in qualche modo'', "insomma'') e non allunga mai le parole (gli ``eeeehm'' che sono tanto comuni quanto bruttini). Scandisce le parole con cura marmorea, a me pare forse fin troppo, ma è di chiarezza adamatina evitando scorciatoie fonetiche (ad esempio, inserisce le giuste "fessure", spazio-"uno''-spazio e non "un'' appiccicato alle parole precedente e seguente senza ritmo).

Anche Lucia, in attesa di leggere a discreta velocità varie notizie, è tesa al punto giusto. Scioglie la mascella, beve un sorso per ammorbirdire la gola e quel filo di tosse che la infastidisce, stira i muscoli facciali con piccole boccacce, lieve massaggio agli zigomi, un occhio alla scaletta e via. Assorbo un filo della sottile ansia che si porta dentro, anche se deve aver fatto queste apparizioni decine di volte. Riccardo, physique du role, è il meteo-man e ripete il discorso a voce bassa, memorizzando "l'alta pressione si è spostata... non abbiamo segnalazioni dal centro previsioni mareee...'', concentrato e attento.

Clicca qui per vedere il programma (intorno al minuto 16)

L'impressione che ne traggo è che tengono al loro lavoro e per farlo bene serve adrenalina alta al punto giusto. Dopo l'intervento in diretta, in cui mi pare di essere andato benino, mi fanno un'intervista per avere delle immagini "ferme'' per qualche estratto da mandare al TG delle 14.00. Scambio due parole con Federica e Riccardo, lo studio si è completamente svuotato, la testata regionale ha le sue pause durante il giorno. Da casa a casa dalle 5.30 alle 9.30, grazie al treno delle 8.43. Let's go!

Saturday, October 15, 2022

Palermo Plus

Alle 10.25 vedo le fronde del banano nel giardino della chiesa di S. Giovanni degli Eremiti, il mio alloggio sta esattamente dirimpetto, sono arrivato a destinazione. Sveglia  alle 4.30, Treviso S Pancrazio - Camplus porta a porta in 5 ore e 10 minuti, mettendo assieme le tessere del viaggio: 30 minuti in FIAT 500 per raggiungere il Marco Polo, i soliti 50 minuti un po' ansiogeni in aeroporto, un'ora e 15 di aereo, Punta Raisi Falcone e Borsellino, tira molla tambara e ritira il bagaglio, aspetta che il taxi sharing si riempia di altri 6 passeggeri con le loro storie, arrivo all'incrocio fra Via Roma e Corso Vittorio Emanuele e so che devo camminare per una decina di minuti.

Con Palermo mi sintonizzo sempre subito, anche con la meteorologia. Nuvoloni neri stazionavano sul mare ma lasciavano che lame di sole s'insinuassero sulla pista, il furgone sfreccia sull'autostrada, lasciando intravedere la costa sulla sinistra, comincio a sentire l'accento a là Ficarra e Picone, con le a allungate. 

Cesira mi telefona e mi dice che ho pure fatto la simpatica cazzata di lasciare a casa le chiavi della valigia Spalding vinta coi punti del rifornimento decenni fa. E l'avevo chiusa! Bene, valigia chiusa a serramanico su un marciapiedi del centro: mi sfiora l'idea di comprarmi biancheria e vestiario per 7 giorni... Mi dico che sono mona, e tanto, sia per la dimenticanza che per avere pensato una simile stupidata. Poi, appena all'inizio di corso Vittorio leggo "Keep calm e futtitenni". Se non è un'illuminazione poco ci manca. A Palermo ci deve essere un modo per aprire una valigia: è chiusa a chiave, ok, ma lo è in modo un po' ornamentale, come si usava con quelle valigie dei punti che hanno serrature di plastica che servono più che altro a fare la faccia dura per incutere più paura! Entro in un negozio di cianfrusaglie indiane, "devo farti una domanda un po' strana..." e chiedo aiuto, avete idee... c'è una ferramenta in giro? Sì, torna su Via Roma, poi lascia passare via Venezia e gira sù in Via Napoli, c'è una ferramenta. È vicinissima, decido di andarci, trovo la premiata "Non Solo Elettricita" di Ciminna Claudio: dico al commesso "devo farti una domanda un po' strana... ho scordato le chiavi, si riesce ad aprire questa valigia?". Il giovanotto, alto e sveglio non fa il difficile, capisce che la valigia è mia, prova con una chiave che non gira, mi dice "la devo forzare", "va bene", e con un cacciavite fa ruotare il tamburo (in realtà senza forzare nulla, la potro riusare senza problemi). Fulgido esempio di come (alcune) serrature non servano a niente!  Alè, sono salvo e contento in meno di 10 minuti, conteggiando il tempo di arrivare in ferramenta. Dietro al bancone ci sono due persone, "quanti vi devo?", non vogliono un euro, insisto, si schermiscono, "posso almeno offrirvi un caffè al bar qui accanto?", no, non serve, no... Ma nel frattempo era entrato un altro cliente che dice ai commessi "e dai, accettate!", ringraziano e chiedono due macchiati!

Google maps mostra (quasi) sempre tutto, compresi i bar con le mezze dosi.

Con la mia valigia appena "scassinata" con dolcezza, entro trionfante nel bar lontano 10 metri, ordino un macchiato per me, anche per dimenticarmi di quel caffelatte "medium or large" bevuto a Venezia all'alba. Il piccolo banco è affollato, un cliente chiede se si può avere mezza barchetta alla mortadella che sta sull'espositore, il barista dice di no, "a chi la do poi l'altra metà?". Capisco bene la richiesta, anche io per motivi vari apprezzo le porzioni piccole, ti prendi il gusto senza grane glicemiche, un coup de foudre papillare e via. Stavolta però salto nella conversazione, "l'altra metà la prendo io!". L'attimo di curiosità che invade il locale dura tre lunghi secondi, sei avventori mi guardano sorpresi, evidentemente il mio accento si fa notare non poco in centro a Palermo e chissà cosa si son chiesti sui ghirigori che poratano un veneto in un bar tosto senza alcun appeal turistico. Ma è fatta, il barista sorridente capitola e chiede "la devo tagliaaare per lungo o per laargo?", il signore esagera: "a volte, io ne chiederei anche un quarto!". E io  "ma è dura trovarne altre tre!". Pago 4 euro e 10, inclusi la mezza barchetta e i due macchiati che di lì a poco saranno portati ai ragazzi della ferramenta. Mi fa lo sconto, "4 euro", senza scontrino, è una cosa bella...

Quello che vedo dalla mia finestra, compresa l'ombra delle tenda...  in pieno complesso Arabo-Normanno a due passi da Palazzo dei Normanni.

Sono al Camplus di Via dei Benedettini, dalla finestra ammiro la struttura di S. Giovanni degli Eremiti e non solo il giardino, una meraviglia che visiterò nei prossimi giorni! Sono stato in strutture simili anche altrove e mi sono sempre trovato benissimo (ad esempio, lunga vita al Camplus di Catania in via Monsignor Ventimiglia), mi sento un pascià e fra poco provo la "mensa" interna, mi attendono turisti, strani soggetti come me in trasferta sabbatica, didattica e scientifica e studenti, tutti presenti nel variopinto ventaglio di ospiti. Mi devo mettere a lavorare, finendo di preparare il (mini) corso su NetLogo e agent-based per il dottorandi di unipa e provando a smaltire la slavina di email che attendono risposta da giorni e settimane. Questo post finisce qui, W Palermo, mi godo il caldo e avanti col resto!