Sunday, November 01, 2020

Gnocchi di zucca: ricetta bellunese

INGREDIENTI

zucca "santa" 
farina 00 
sale 
uova 
ragù di carne 
burro e salvia 
parmigiano

Quando facciamo gli gnocchi le dosi sono sempre abbondanti perchè la pastella può essere usata anche il giorno dopo. Con una zucca grande (2.1 kg di polpa cotta) si ottengono circa 10 porzioni di gnocchi. 

Tagliare la zucca a metà e poi a spicchi, togliere semi e filamenti, disporre i pezzi nella pentola, aggiungere acqua e sale, coprire con il coperchio e lessare bene la zucca. E' importante non mettere molta acqua nella pentola per non inumidire troppo la polpa: circa 5 cm d'acqua dovrebbe essere sufficiente, controllare che verso fine cottura il fondo della pentola sia quasi asciutto, altrimenti versare fuori l'acqua avanzata prima di completare la cottura. 


Disporre la zucca cotta sul ripiano e, ancora calda, togliere con un cucchiaio la polpa dalla buccia e raccoglierla in una terrina. Pesare la terrina vuota e poi pesare la terrina piena di polpa di zucca. Ogni 700 gr di polpa servono 230 gr circa di farina e 1 (uno) uovo intero. 



Mescolare la farina alla polpa un po' alla volta, aggiungere uovo e ancora farina se serve, fino ad ottenere una pastella densa, morbida e un po' granulosa. 


Far bollire l'acqua salata in una pentola, raccogliere mezzo cucchiaio di pastella alla volta e versarlo nell'acqua bollente. Ricoprire di gnocchi tutto il fondo della pentola e poi lasciare che da soli si stacchino dal fondo e risalgano in superficie. Lasciarli bollire ancora un minuto e poi scolarli bene con un mestolo forato. Riporli in un contenitore al caldo e ripetere l'operazione con il resto della pastella o fino ad ottenere la quantità di gnocchi desiderata. 





Versare gli gnocchi nei piatti riscaldati e condire a piacere con ragù di carne o con burro fuso e salvia. Spolverare con abbondante parmigiano grattugiato.
Gnocchi con burro, salvia e parmigiano.

Gnocchi con ragù e parmigiano


Santi, tour dei cimiteri e affetti

Questo è un post antico o almeno avrebbe dovuto esserlo dato che da decenni in questa stagione dell'anno partiamo per questo pellegrinaggio che ha quasi smesso di essere triste. L'autunno è spesso screziato di colori fiammeggianti e giornate dal clima mite e di tersa luminosità. Io l'ho imparata dalla mia famiglia bellunese questa processione per luoghi, paesi, tombe: un fiore per persona, una fronda di pino, una magnolia verde, quest'anno anche rami d'ulivo con i frutti bruniti (sorridendo ci siamo detti in un caso che avrebbe potuto prendersi uno spritz con l'oliva...)

La mia versione trevigiana bazzicava poco i cimiteri, ho sempre visto mio papà andarci relativamente di rado e sempre con una tranquillità contagiosa: non era mancanza di rispetto né oblio, la vita va avanti e le persone si scavano il loro cunicolo carsico dentro di te e nulla di tutto ciò è intaccato se li vai a trovare una volta l'anno o un po' di più o un po' di meno. Magari le cose adesso sono cambiate e, come forse accade a tutti, le partenze si accumulano, i lutti ti tolgono affetti, presenze e magari incrinano la fiducia, in me istintiva e diretta, di durare per sempre, a mo' di ventenne sempreverde. Ne è seguita una maggiore frequenza di passaggi che servono anche a rompere la lontananza, alimentare i ricordi e diluire a poco a poco quel nodo che ti prende certe volte.

Partiamo da Salvarosa, Iride e Vittorio vicino alla Motta, lasciamo un'orchidea nella tomba di famiglia. Poi Riese, guardo il ghiaino bianco (che è stato oggetto di pareri vari), salutiamo Carlo dolcemente con tre "eterno riposo".  Lasciamo un fiore anche a Bruno e Gina, in una nicchia dietro all'altare sui cui in altri momenti si sarebbero celebrate le funzioni, e salutiamo Benedetto e Amalia, uno in alto e l'altra in basso quasi a ricordarne le altezze estreme.

Subito dopo pranzo con la station verso Vallà, frazione che entra nel tour per la prima volta 9 anni dopo. A volte serve tempo per trovare la misura giusta, rosa rossa legata con un nastrino alla lucina elettrica, con tanto di "tirante" per farla stare dritta. Rino si sarà fatto due risate: "femene!" Osservo che numerosissime tombe, in modo un po' monotono, portano l'iscrizione "I tuoi cari". Bella ma, penso, anche un filo scontata.

Alle 13.37 la Peugeout se ne va liscia liscia verso la Val Belluna, portando un borsone di fiori e tutto l'occorrente, con Luciana non siamo mai dilettanti allo sbaraglio: forbice "da bruscar", forbicina, nastro, cubo di spugna, un fascio di fiori e il "verde" che è necessario per ornare le composizioni. Ho sempre trovato questa organizzazione imponente e precisa, quasi professionale: un ricordo per tutti e tutto quel che serve per lasciarlo e inserirlo nel contesto, incontrando quello che c'è e inserendosi con garbo nei mazzi di parenti o figli che, quando presenti hanno una, "precedenza d'anima" che è sempre rispettata.


Lentiai ha un cimitero bellissimo, il Pizzoc e il Pizzocchett sovrastano il camposanto e, sull'altro lato, una distesa di verde, il funabolico campanile di Santa Maria Assunta e, dietro, la pedemontana e i "bosch". Sarebbe il numero uno ma io ho visto anche il cimitero di Alano di Piave (non quest'anno...) che pare un'astronave sul punto di decollare, in cima a una colina, perfetto per consentire a chi ci passa di spaziare tutto intorno. Ho pensato spesso che in posti come questi (aggiungeteci anche Waverley in capo al mondo, per fare onore al titolo del blog) è forse meno duro riposare per l'eternità. Bortolo e Cesira stanno fianco a fianco da parecchi anni, tre rose, crisantemine, rametto d'ulivo, nastro. Sono i padroni di casa, onorato di ritrovarvi come da molti, moltissimi anni, tanto che quasi sono vostro nipote anche io!

 Le lapidi intorno e le loro iscrizioni hanno la loro vivacità: "Emigrato a lungo oltre i mari ora riposa vicino ai suoi cari Ervin Tecla" o tramandano glorie come "Dec di due medaglie d'argento" o "Cavaliere di Vittorio Veneto", giustamente rammentando dove siamo e cosa c'è stato a pochi km da qui. La semplice iscrizione "I tuoi cari", che in pianura và per la maggiore, è rara e vedo lame di luce come "L'alba ti porterà sempre un pensiero di tua moglie" e anche "Mamma nel tuo gran cuore viveva il nostro cuore", oltre che più sobri "Con dolore la sorella Adalgisa" o "Ricordandoti i nipoti". E poi dicono che i montanari sono persone dure!



Questo tour di ricordi, rispetto e testimonianza continua visitando Gianna ("siamo cresciute insieme" dice Luciana al figlio che sta spazzando la tomba di marmo grigia), zii che forse ho intravisto quasi trent'anni fa, Dario, Isetta, Ruggero, il ricordo di Ivo,  Cesare col cappello da bersagliere, la nonna Maria...

Non è un giorno triste e lo concludiamo in equilibrio sul filo dell'amarcord da Garbujo a Feltre che è un posto inciso nella nostra storia. La pasticceria fondata nel 1882 ci ha ospitato in modo non banale in momenti che ormai tendono ad essere avvolti nel (nostro) mito. Gli anni passano ma tanto resta e siamo contenti di avere fatto anche questo viaggio, ora che Luciana sta meglio, in un giorno a prima vista dolente e in un periodo infestato e forse non semplice. Su e giù per la Val Belluna e per molti altri sentieri di vita.

Monday, September 07, 2020

Taranto vagante

Fin troppo spesso a Taranto associ solo l'ILVA e il suo lungo e ancora irrisolto strascico di lavoro, riscatto, declino, inquinamento e sfacelo industriale, ambientale e sociale. Eppure è una città che ci è entrata nel cuore di straforo grazie a Claudia che, dopo aver soggiornato per tre anni a Treviso, ci ha dato le motivazioni per visitare la sua città per la terza volta.  E ormai capiamo a modo nostro questo posto di 200.000 abitanti che è l'unico angolo di Puglia che conosciamo civilmente fino al punto di sentirci un po' a casa.  E allora via con sprazzi e (alcuni) lazzi su questo viaggio di fine estate e fine covid, appena appena prima della ripartenza.

Sud. Rimango sempre affascinato dalla bellezza dei luoghi e della storia che li animano, Taranto è un portento inconsueto, con la sua città vecchia a metà fra lo spettacolare e il disfatto, un'acropoli magno-greca con palazzi nobiliari e cattedrali a pochi metri da ruderi cadenti, rivoli maleodoranti, scooter in perenne gimkana e un'umanità gagliarda, latitante ed inconsueta. Ma credo che questa sia anche una cifra di lettura di molta parte del meridione del paese: la contraddizione palese fra scorci bellissimi (d'arte, di storia, di umanità, di natura) e cumuli d'immondizia letterali o figurati che attendono di essere rimossi (e ad occhio attenderanno un bel po', non è questione recente che si risolve in un attimo). Tanto per fare un esempio, ecco il mar grande che affaccia sulla città e sul suo porto: verde, placido e brillante anche se siamo in pieno centro. Ma, se guardate in basso a sinistra, non sia mai che sulla stessa scalinata che ti porta a vederlo manchino lattine, bottiglie di plastica e altro pattume immancabilmente presente.

Siamo stati a vedere il Marta, lo stellare Museo ARcheologico (di) Taranto dal nome così femminile. Non era la prima volta ma in tempi di covid nel turno delle 10.00 in cui abbiamo prenotato noi 4 eravamo in tutto in 6, una sporca mezza dozzina di turisti in due piani e 25 sale di reperti da perdere gli occhi. La bellezza di un museo del genere visto in pace e solitudine è acuita a dismisura nella desertificazione e negli spazi ariosi e vuoti che potevano essere solcati sotto lo sguardo vigile dei custodi, che pure con un tocco quasi esotico di impalpabile burocrazia, si prodigavano a spiegare anche i dettagli della tomba dell'atleta e di altre meraviglie. Lo sapevate che i romani mandavano vasi di vetro colorati da Aquileia a Taranto? Poi uno si chiede ma da dove gli è venuta l'idea a Venini e agli altri di fare vasi quando poco meno di 2000 anni fa mandavano giù i prodotti e gli mancava solo Amazon.


Sopra: vaso in vetro di Aquileia al Marta. Sotto: vasi di Venini a Treviso.

Mare. In ordine di apparizione abbiamo visto Baia Serrone (bella ma nel complesso oscurata dalle altre due), spiaggia El Cohiba 59 a Marina di Pulsano e La Marée a Lama (frazione di Taranto). El Cohiba è una spiaggia bianca e cristallina con un mare ipnotico color del topazio che ha poco d'invidiare ai Caraibi (ve l'ho già detto, vero?, che volendo a 200 metri i mucchi di detriti delle case abusive ti ricordano che c'e sempre margine per migliorare). Il lido è una meraviglia e lo stabilimento ti accoglie come se tu fossi un pascià coi suoi ombrelloni rossi e la macchina havanera all'ingresso (chissà se era una Buick o una Cadillac...)

Per maggiori info: https://www.elcohiba59.it/

La Marée è a pochi km da Taranto ed è un prato verde a picco su un mare di scogli. Non avevo mai visto questa combinazione di erba, scogli e mare. Molti, o quasi tutti, gli avventori mi sembrano tarantini che si godono questo solarium in un angolo di rara forza visiva a pochi km dal centro. Ho fatto due bagni, anche con mare un po' mosso che idromassaggia il padano che è in me, abituato al massimo a qualche ondina a Porto S Margherita. Ci fermiamo fino al tramonto, lento, luminoso y final.


Il tramonto è del 4 settembre 2020, vedi anche https://www.lamaree.it/

Avremmo voluto vedere anche Punta Prosciutto e Punta della Suina, sia perché il porsel è parte della famiglia sia perché ci saremmo fatti un balletto imitandone uno che ci è piaciuto ma sto divagando e se restate sul pezzo capirete dopo...

Cibo. Non serve Wikileaks per rivelare che in Puglia si mangia bene, molto bene, benissimo e tanto, molto tanto e tantissimo. Noi ci siamo difesi e Claudia ci ha servito in questi pochi giorni cozze gratinate alla tarantina, riso patate e cozze (forse mi prendevano per i versi ma magari è diverso da patate riso e cozze...) e vai con linguine alle vongole e burratine, olive, stracciatella, focacce, frise al pomodoro, cacioricotta. In ordine sparso continuiamo con capperi fatti in casa (nel suo giardino, intendo) da Ornella, melanzane ripiene, fave e cicoria, Negramaro, pagnottelle e gli dei degli ingredienti siano clementi se mi dimentico di tutto e di più. Incredibile dictu, non abbiamo nemmeno esagerato tanto e, per dire, quand'eravamo al mare mi sono limitato a sobrie paste fredde coi pomodorini e dintorni. Un capitolo a parte però spetta a Lecce.

La domenica infatti abbiamo inforcato la fida Peugeout 208 a noleggio Goldcar e siamo andati a riempirci gli occhi del barocco più bello che io conosca, in una giornata calda fresca in cui si poteva passeggiare anche col sole a picco  senza squagliarsi l'ascella. Ebbene, sorvolo sfacciatamente su duomo e Santa Croce, e mi soffermo sui rustici di Alvino in Piazza S Oronzo (per chi ama il salato o, puta caso, se vi beccate un diabete tardivo) e sui suoi pasticciotti (crema e pistacchio, crema e limone e infine il capotribù crema e amarena; poi non ce l'hanno fatta più nemmeno le ragazze che in fatto di dolci sono delle mantidi!). Chiusura col caffè in ghiaccio e latte di mandorla. I (miei) gusti sono gusti ma questa storia del caffè in giaccio è una gran trovata, io l'ho preso ristretto di latte di mandorla e il macchiato, vagamente nordico e financo triste che prendo di solito, è diventato forte, freddo, intarsiato di spezie e dolcezza amarognola. Se siete amici, ve lo auguro e sennò che il Nescafé vi colga!

Ferzan. Il nome, anche se non proprio salviniano-longobardo, vi dovrebbe ricordare il regista turco-romano Ozpetek. Ma cosa c'entra la Puglia? Se non siete cinefili potreste non saperlo ma uno dei migliori lavori del Ferzan nazionale resta "Mine Vaganti''.  E il film, combinazione, è stato girato a Lecce. Per la prima volta in vita mia, seguendo i suggerimenti di Lorenzo e degli amici locali, ci siamo lanciati in un simpatico giro turistico al celluloide, cercando e trovando alcune scene del film cult del 2010.


Siamo nello stesso portone! (da "Mine Vaganti", 2010)

La scena finale, ad esempio, quella che mescola due generazioni, accostandole a  un funerale, è ambientata a pochi metri dal duomo. Abbiamo ritrovato la via e l'androne e ci siamo rivisti quelle immagini struggenti che forse, a modo loro, rimettono insieme le cose. O forse no. E se mi chiedete come facciamo ad essere sicuri, beh, mica siamo dilettanti allo sbaraglio: in un'altra scena ben ingrandita si vede un adesivo su un tubo copricavi e noi lo abbiamo ritrovato, tie! (pensateci bene, per favore, la prossima volta che buttate o incollate un pezzo di plastica dato che a distanza di 10 anni l'adesivo pare immutato, credo che non sia merito solo del clima secco di Lecce...)



Poi abbiamo ritrovato e rifatto anche altre scene e una era proprio dove mi bevevo il caffè con ghiaccio e latte di mandorla al bar in Piazza S Oronzo (attualmente il locale si chiama "Tentazioni", decimetro più, decimetro meno a fianco a noi c'erano Riccardo Scamarcio ed Ennio Fantastichini). Per concludere, se vi vedete questo balletto forse capirete perchè magari a Punta della Suina prima o poi ci faccio un salto. Hello stranger, you are a danger!



Titoli di coda: caffè e cornetti con e senza crema e amarena proudly sponsored by "The first", Via Di Palma 58; pizza a "Rossodisera", Via Emilia 219 (anche se ce le avete messe in tavola a mezzanotte con una prenotazioni alle dieci); boarding by Claudia and lodging at "Hydra" appartamento, Corso Umberto I; parcheggio a pagamento (non) offerto da Comune di Taranto!

Sunday, July 19, 2020

Redentore 2020

Nella terza domenica di luglio in cui lentamente srotoliamo fuori dalla pandemia decidiamo di andare al Redentore, questa festa veneziana di mezza estate celebre per i fuochi che illuminano il bacino di S. Marco. In realtà, la decisione di recarci a Venezia nasce proprio dalla rarefazione di quest'anno: i fuochi sono stati rimandati per evitare assembramenti e il solito assalto turistico all'arma bianca; evidentemente, il flusso di persone dirette in città è ridotto e lascia lo spazio di camminare e respirare in pace, assaporando la citta, in una serata fresca e avvolgente col cielo screziato di nuvole. È quasi strano, ma molto bello, ritrovare una città abitata e non assediata, vivibile senza essere ingestibile e, se può essere possibile, "normale" pur nell'eccitazione vaga di una festa cara ai veneziani come poche altre.


Nel 1576, in piena epidemia di peste, il Senato della Repubblica fa voto alla divinità di erigere una chiesa quando il contagio, che pare abbia falciato un abitante su tre, si sarà affilevolito. Su disegno di Palladio, che è proto, architetto capo della città, si comincia a costruire nel 1577 e il 20 luglio dello stesso anno c'è la solenne processione sul ponte di barche che ancora oggi, a distanza di più di 4 secoli,  consente di superare il canale della Giudecca. Per la prima volta cammino sul ponte, che oscilla e beccheggia quando passano le barche, sono suggestionato dal ripetersi di fatti, come le epidemie, che si sono verificate tante volte, cogliendoci sempre più o meno impreparati. I veneziani, meno di un secolo dopo, eressero nel 1630 S. Maria della Salute per aver liberato la città dalla peste nera, nuovamente come segno di gratitudine. Con le dovute differenze e qualche netta similitudine, siamo ancora qui. Allora, voti e costruzioni di Basilche; oggi, mascherine, soluzione idroalcolica, distanziamento sociale, (forse) Recovery Fund, diversamente e identicamente inermi e sgomenti di fronte alla malattia:
Santissimo Redentore, oggi, ritorniamo con tutto il cuore a Te: Affidiamo a Te i nostri beni spirituali e materiali, le nostre attività che ci consentono di vivere insieme ai nostri familiari con dignità e onestà. Rendici saggi e generosi nell’affrontare le sofferenze di un male insidioso ed invisibile, che oggi le scienze mediche, con le loro sole forze, non riescono ancora a debellare. Illumina le menti e guida la ricerca!   
Sono le parole del Patriarca Moraglia, pronunciate proprio nella chiesa del Redentore lo scorso 8 marzo, il testo completo lo trovate qui: "ritorniamo", "saggi e generosi", "illumina le menti e guida la ricerca", ora come allora in corsi e ricorsi che non t'aspetti. I frati cappuccini accolgono tutti, coda, gel antisettico, si entra a sx, si esce a dx, chiesa piena e allo stesso tempo vuota per i posti lasciati liberi a creare una scacchiera di spazi che distanzia ma non annulla la vicinanza di chi da secoli ringrazia e prega che questa porcheria si sfoghi senza ulteriore danno. Penso allo stridore di stare lontani per evitare il contagio e, allo stesso tempo, alla necessità di essere prossimi gli uni agli altri per fare fronte agli eventi, una corda tesa al punto giusto: insieme, sì, ma bando allo "scambiatevi un segno di pace". Ricordo anche il celebrante che riesce, con voce e gestualità magnetica, a mettersi in contatto anche quando recita formule che in altre circostanze potrebbero suonare abitudinarie e, per dire, ci saluta con la leggera irritualità di un "glorificate Dio e onorate gli uomini con la vostra vita e andate in pace". È bello l'augurio di essere in grado di farsi onore a vantaggio dei propri simili!


Accendiamo una candela e torniamo sulla riva, decidendo di andare verso le Zitelle. Il morale, mio e della gente che ci circonda, è alto, una vaga spensieratezza tiene a distanza i cattivi pensieri, i veneziani si godono quasi col petto in fuori questa festa tutta loro in cui imbandiscono i tavoli, portano lasagne e altro ben di Dio nei contenitori di plastica, si prendono l'umido dolce e tiepido della sera mentre passano le barche musicali con loro carico di patchanka e ska che mi ricordano gli immortali Pitura Freska, il loro sound venessian e i testi italo-dialettali ironici e un po' d'antan.   

Superiamo i Tre Oci e miracolosamente troviamo un tavolino libero in riva di fronte alla Salute. Birrette, tramezzini, un club sandwich diviso in due e caffè. Ci costa 29 euro (che non è poco ma nemmeno un'estorsione...),  siamo in canal, un tedesco direbbe "come Dio in Francia", tramonto sulla laguna, arlecchino di colori e bagno (!?) di folla, veci e giovani, molti in piedi con la birra da mezzo nel bicchiere di plastica, chiacchiere e sorrisi che mi sembrano un antidoto alla tristezza che ci ha impolverato l'anima in questi mesi. Anche l'ostello della gioventù, a due passi, ha organizzato una specie di party nello spazio stretto che separa l'acqua e la facciata quadrettata. Forse non c'è sempre il metro d'ordinanza ma non vedo nemmeno grandi trasgressioni e appiccicamenti.

Ci spingiamo "dentro" la Giudecca, che per me è ignota tal quale la Bessarabia (a proposito, dov'è?), camminiamo fra i condomini, i giardini, i ragazzetti che corrono vicino al centro civico, raggiungiamo la laguna sull'altro lato, di fronte al Lido e San Clemente, San Servolo e il suo biancore sulla sinistra. Penso nitidamente che la Giudecca pare quasi un piccolo paradiso stasera, pacifica, fuori dai casini  e adagiata nella morbidezza di un imbrunire di festa. Ma so anche, me lo dicono tutti, che è un posto tutt'altro che semplice, con la sua scontrosità e a suo modo in culo al mondo come altre periferie lagunari.

Alè, è ora di tornare a prendere il treno, già ne avevamo perso uno all'andata, quando ci aveva chiuso le porte in faccia e beffardamente era sfilato lento e inesorabile (a volte la sfiga o 10 secondi fanno una gran differenza). Ponte di barche all'incontrario, Zattere e Ca' Foscari, Frari e via, con passo marziale e romano perché errare è umano ma riperdere il treno sarebbe, se non diabolico, psicanalitico! Arriviamo con un-minuto-sessanta-secondi di vantaggio, riusciamo anche a non salire nelle prime carrozze, dove come sempre i passeggeri si stipano inutilmente, lasciando praterie di sedili in testa al treno. Con le FFSS è stato un pareggio ma in fondo tutto ha la sua serendipity. Perso il treno, ponte di barche, club sandwich, lieve ipoglicemia, tramonto e preso il treno al volo!

PS. In ordine di apparizione: Andrea e la moglie Sabina (sul ponte); Elena ed Enrico (sul ponte!); Federico, studente di Financial Literacy che ora, oltre che lingue orientali, si guarda Bloomberg ogni mattina (sul treno di ritorno).

Saturday, April 25, 2020

Didattica a distanza, davvero andrà bene?

Da un po' di tempo seguo con interesse le notizie sulla Didattica a Distanza (DaD) in quest'emergenza da covid-19 e i vari filoni in cui si è incamminato il dibattito. Capisco la retorica del "facciamoci forza", a colpi di #lascuolanonsiferma, la ritengo sempre molto più utile di chi assume toni catastrofisti e spara ad alzo zero su tutto quel che si fa. Eppure mi pare che troppo spesso le analisi di questo momento manchino di elementi essenziali e perdano di vista, a cavallo di questa o quella urgenza, alcuni punti fondamentali. In questo mi accodo al recente appello formulato dall'Accademia della Crusca, che sente "il dovere di intervenire sui rischi di una cattiva interpretazione delle nuove modalità d’urgenza connesse soprattutto con l’insegnamento a distanza".

Erogare didattica di qualità in questo momento è assolutamente necessario, sia nella scuola dell'obbligo che, salendo di livello, a livello universitario. Un primo aspetto utile è capire quanto sia difficile fornire lo stesso ammontare orario di didattica e un'efficacia paragonabile a quanto si faceva prima: parlo di ore di lezione e capacità di assimilare contenuti veicolati tramite video collegamenti vari. Un campione molto piccolo, ma forse indicativo, di vicini e amici mi racconta che le figlie iscritte alla scuola media possono lavorare forse due-tre ore al giorno in collegamento, il resto sono compiti per casa da svolgere in autonomia. Sottolineo che i genitori, quelli che se lo possono permettere naturalmente, sono spesso impegnatissimi a seguire e motivare gli studenti a continuare a lavorare in queste condizioni dilatate e strane. Io stesso ho aiutato mio nipote a preparare una verifica di matematica per il liceo scientifico, constatando quanto questo periodo abbia reso esile la frequenza delle lezioni e indebolito quel collegamento con i compagni, i professori e la materia che rende fluido l'uso di concetti e tecniche apprese anche solo qualche settimana fa. Inoltre, tanto per darvi un'idea, ho sperimentato cosa vuol dire insegnare con certe piattaforme. Nello specifico ho usato Zoom, la killer application del momento e, pur non essendo un analfabeta digitale, mi sono scontrato con difficoltà insospettate nell'insegnamento della mia materia. Può darsi che in altre discipline le cose vadano meglio per motivi strutturali (forse non serve scrivere su una "lavagna", forse basta parlare, forse...) ma quello che ho dovuto fare per ripassare i logaritmi lo vedete sotto.

Scrivere col mouse sulla "lavagna" di Zoom non è una passeggiata e, con fatica, ho scribacchiato geroglifici forse leggibili che spero siano meglio di niente... Ma la lezione sarebbe stata un'altra cosa (e, chiaramente, se avessi avuto una tavoletta grafica e chissà che altri ausili tecnologici avrei lavorato meglio: ma quanti insegnanti e studenti possono accedere a queste risorse? Una riflessione su come essere inclusivi è quella di Chiara Saraceno su https://www.lavoce.info/).

Le cose all'università potrebbero non essere dissimili anche per altri motivi. Insegno un corso di "Financial literacy" incluso in un minor destinato a studenti di lettere, lingue e scienze, nel tentativo di fornire ai non addetti ai lavori (quali dovrebbero essere invece gli studenti di economia) competenze di cittadinanza economica e risparmio di grande utilità pratica anche a chi per mestiere non si occuperà di finanza d'assalto e investimenti. L'occasione è utile per capire quel che si fa di DaD in diversi ambiti disciplinari. Gli studenti mi riferiscono che, a seconda dei casi, c'è di tutto: chi fa lezioni in diretta streaming con una serie di programmi diversi e una processione di "mi sentite? mi vedete? spegnete i microfoni! accendete il video! aspetta che mi ricollego..."; chi assegna solo compiti per casa, "leggete da x a y, capitolo z", fine della lezione, sic!; chi registra brevi video o commenti di slides powerpoint pieni di elenchi puntati e, in qualche caso, una lezione da 90 minuti è sostituita da 15-20 minuti di materiale; e c'è sempre il bandito che non fa proprio nulla (c'era anche prima, nulla di nuovo sotto il sole) Va bene, #lascuolanonsiferma, meglio avanti anche piano che indietro tutta ma ci vuole attenzione e credo che sovente sia un #lascuolafaquelchepuo di cui pure vado fiero. In ogni caso, la sana proposta di recuperare un po' di tempo d'aula in estate, alle superiori e all'università, meriterebbe di essere messa in pratica, anche se constato che ritornare in spiaggia sembra obbiettivo molto più importante!

Un secondo tema riguarda gli esami. Paolo Giordano ha sottolineato in un bel pezzo sul Corriere quanto la maturità sia una tappa esistenziale di grande importanza psicologica e un rito di passaggio per i giovani che escono dalle superiori. Concordo con la proposta di valorizzare la prova e non "avvilirla" in un collegamento a schermo (proviamoci, anche se le circostanze non sono semplici). Antonio Polito ricorda il valore, per grandi e piccini, di tornare a scuola almeno per chiudere questo tranche de vie e salutare gli amici:
Dal Corriere della Sera del 25 aprile 2020 e https://twitter.com/antoniopolito1/status/1253910160386527232
Poi ci sono gli esami universitari che sono problematici per le enormi difficoltà di garantire l'integrità della procedura e la privacy delle parti. Non è un lusso: "integrità" vuol dire, banalmente, che non si copia all'esame (anche se lo si può fare in molti modi).  Questa è una cosa seria e richiede attenzione: è evidente che in un esame online diventa arduo anche solo identificare un candidato (io stesso, in presenza di poca banda, ho faticato a leggere solo nome e cognome su un'immagine sgranata e fluttuante di una carta d'identità esibita a video; più che un'identificazione è stato un viaggio onirico nell'immaginazione). È altrettando evidente che la verve italica si sbizzarisce immediatamente nell'escogitare i modi più ingegnosi per "fregare" il sistema e abbondano aneddoti di claque di suggeritori nascoste alla telecamera, chat "sotto" il collegamento, whatsapp e batterie di telefoni aggiuntivi per l'"aiutino", enclopedie Treccani tenute sulle ginocchia che tanto non si vedono, post-it a profusione incollati sul bordo del monitor... Si possono anche usare trucchi più techno e raramente ho visto tanto interesse per tecniche come il "docking" o applicazioni come TeamViewer, che consentono di manovrare un computer a distanza. Tutto ciò sarebbe pure esilarante se non fosse triste ed allarmante. La nostra scuola avrà anche tanti difetti ma dovremmo esigere che la misurazione dei risultati ottenuti e il premio allo sforzo fatto fossero solidi, attribuibili a un singolo ben indentificato e non a vantaggio dei furbetti.

Una "soluzione", utilizzata anche in prestigiose università estere, è quella di sostituire un esame con la scrittura di un saggio breve open-book che può essere consegnato dopo qualche settimana, con garanzia di voto minimo. Il senso della cosa mi sfugge pericolosamente: mi dite quale studente intelligente perde il suo tempo a studiare se di fatto è in vigore un "liberi tutti" come questo? In altri casi, le proposte sono quasi più idiote e si basano sull'idea futurista di sterilizzare i rischi con la velocità: se diamo poco tempo allo studente, quest'utimo faticherà di più a copiare e, quindi, rimpiazziamo uno scritto di analisi matematica o anatomia patologica che durava due ore e 20 minuti, con un test a crocette da 20 minuti (sono esempi realistici). Bello, no? Avremo non più patologi o analisti ma... velocisti! Lo vorreste un medico, ma anche un consulente finanziario o un ingegnere, che ha fatto gli esami in questo modo? Sempre ammesso e non concesso che li abbia fatti lui e non il gruppo di autoaiuto di amici e colleghi su whatsapp che lavorava per lui durante l'appello (a pagamento?) In ogni caso che senso ha questa sveltezza? Vogliamo Mennea delle crocette e Speedy Gonzales della ricerca su google oppure futuri professionisti competenti sui fatti, capaci di ragionare se gli dai il tempo di farlo e di produrre analisi sensate e ponderate?

Proprio sulle modalità d'esame si innesta anche un rinnovato interesse per le questioni relative alla privacy. Alcuni sistemi di sorveglianza automatica (in inglese, machine proctoring) registrano audio, video e schermo dello studente in modo che si possa (provare a) verificare se ha barato. Di colpo, e a mio avviso troppo strumentalmente, si sono levate voci sulla pericolosità di filmare gli studenti e sui pericoli di raccogliere dati personali. Non importa se i sistemi rispettano le regole del GDPR, se i dati sono accessibili solo al docente per le sole finalità connesse all'esame, se vengono cancellati come da normativa dopo qualche settimana, se gli atenei firmano un DPA (data protection agreement) col fornitore del servizio e se gli utenti prendono visione di un informativa dettagliata. Non importa. "Se si registra, l'esame così non si può fare" è la frase spesso pronunciata da docenti e rappresentanti degli studenti, gli stessi magari che due minuti prima hanno fatto il check-in su Foursquare, rivelando la loro posizione urbi et (anche agli) orbi, o concedono a dozzine di app il saccheggio sistematico dei loro dati senza che le tutele siano minimamente paragonabili. Non sono insensibile alle preocupazioni relative all'uso e all'abuso dei dati, servono ovviamente cautele e discernimento, vedete questo pezzo scoppiettante di Filippomaria Pontani.


La protezione della privacy però non si ottiene inibendo la raccolta di dati e l'adozione della tecnologia quando questa è utile (si pensi ad esempio al potenziale in ambito sanitario o all'utilità di tracciare i contagiati in situazioni come quella che stiamo vivendo). La privacy si tutela invece, come previsto da una legislazione intelligente, concordando le regole con chi raccoglie i dati, imponendogli un uso ben determinato delle informazioni, il divieto di diffusione e la conservazione per un tempo limitato con garanzie di sicurezza. A volte, mi pare, si perde di vista l'obbiettivo finale, la correttezza della prova d'esame, e ci si sofferma sulla minuzia: ad esempio, hanno suscitato timore le tecniche di eye-tracking che questi sistemi applicano ai video per segnalare chi fra gli studenti volge troppo lo sguardo altrove e non guarda il monitor o il testo d'esame. Il ragionamento è che se guardi sempre da un'altra parte, forse stai cercando e ottenendo aiuti illeciti. Fatemi dire che, dopo aver sperimentato personalmente la cosa in 3500 esami sorvegliati da questi software, questo eye-tracking... non serve quasi a nulla! Ciascuno dei miei studenti aveva centinaia di segnalazioni automatiche del tipo "non guarda lo schermo" e, dopo qualche minuto di riflessione e di visione dei filmati, ho capito quello che sapevo da sempre: è perfettamente normale che uno che scrive a mano o su una tastieta durante un esame alzi gli occhi, si fermi, distolga lo sguardo, mugugni e dondoli la testa cercando le parole o facendo una somma a mente. Risultato? La segnalazione basata sull'eye-tracking, più che essere l'incarnazione del Grande Fratello mi è parsa uno slogan da marketing e di fatto è finita nel cestino, con buona pace della sbandierata intelligenza (?) artificiale che avrebbe dovuto scovare i reprobi. Ma ciò non toglie che "vedere" il comportamento e lo schermo di chi svolge la prova e sentire il suo audio fornisce qualche debole garanzia e offre uno strumento, in assenza di altro, per contestare eventuali azioni viscide e furberie.

[Dopo la pubblicazione del post, Antonella Scarfò ha scritto questo pezzo su Business Insider Italia. Ci sono considerazioni che forse completano quanto scritto qui]

Sunday, April 05, 2020

Proctorio e i nostri esami online

Questa domenica delle Palme è sardonicamente soleggiata e tiepida, bella da morire, ma tanto siamo in rigoroso regime di #iorestoacasa da Coronavirus. Non ce la possiamo godere questa domenica, ed è un'ulteriore piccola tortura cinese dopo settimane di clausura, dato che questa quarantena poseguirà ancora per un po'.
È anche il primo giorno in cui smaltisco i postumi da sbornia aggravata e continuata di lavoro per organizzare ed erogare quasi 3500 esami interamente online per i nostri studenti di Ca' Foscari. Abbiamo usato un sistema denominato Proctorio che registra video, audio, desktop e collegamenti internet dello studente, più svariate altre cose, per consentire di analizzare poi, con l'immancabile intelligenza artificiale, il comportamento del candidato e "beccare" i furbi che barano. Sorvolo su molti altri dettagli tecnici interessanti o magari ci torno in un altro post. [http://a-blog-from-sydney.blogspot.com/2020/04/didattica-distanza-davvero-andra-bene.html] Mi è giunta voce che questa sorta di "grande fratello" abbia suscitato attenzione e commenti anche fra i famigliari degli studenti, incuriositi dall'innovazione applicata forse per la prima volta in un'università italiana.

Mi soffermo invece su alcune pietre miliari emotive che sono state deposte su un percorso di due settimane in cui ho lavorato 10-12 ore e più al giorno, nei primi 7 per organizzare quel che serviva e nei secondi 7 per fare gli esami ed erogare supporto a studenti e colleghi.

Uno screen preso nelle fasi preparatorie dell'esame.
Uomini, mezz'uomini, ominicchi. Come sempre, le persone fanno la differenza e il resto sono fregole (va bene sia in veneto che in italiano). Come sempre alcuni uomini (e donne, vale anche per loro la categorizzazione mezze donne e donnicchie!) si ergono come giganti. Non saremmo andati da nessuna parte senza emmeti, solido compagno di avventura e campione di tenacia, lucidità, rigore, generosità, forza fisica e mentale, pazienza...  Il primo grazie spetta a te! Poi ci metto quanti hanno partecipato alla task-force "proctorio": giovani leonesse e leoni, dottorandi ed esterni arruolati in corsa ad aiutare i colleghi a preparare un esame con modalità mai viste prima e sprigionare una forza trascinante per giorni. Il clima che si è creato è stato contagioso, un controvirus buono che ci ha infettato di brutto, dandoci la forza di stare ore e ore al computer guardando e scrivendo, nello stesso tempo, whatsapp, email, chat, fogli di calcolo, GMeets in un flow di adrenalina un po' addictive  da cui stento a riprendermi. Grazie ragazzi! Namaste, letteralmente "saluto la divinità che è in voi", grazie perché da ora, tutte le volte che me ne dimenticherò, potrò credere che sono in ottime mani se vi prenderete cura del mondo. Grazie, e scusate se scordo qualcuno, cieffe, emmeMbi, giesse, effeSbi, elleesse, gierre, erreenne, ici, ellebi, ciesse...

A costo di suonare sgradevole, però, una menzione la meritano anche mezz'uomini e ominicchi vari (e Sciascia, a dir la verità, si spinge anche più in là...) Colleghi, papaveri e altri se la sono anche tirata o hanno mandato messaggi o fatto telefonate a vario titolo svergognate. Sì, sin verguenza. Siamo passati da "io ho tante cose da fare e stacco alle 17.00" (ma quali cose, se non hai fatto na beata minchia e, per altro, non hai Stakanov di soprannome) a "se volete andate avanti ma io ve l'avevo detto che..." e giù una lista di avvisi, caveat, criticità, potenziali disastri, meteoriti diretti sul pianeta terra, "database colpiti dalle richieste di randomizzazione" (!?), armageddon incombenti! Sono solo esempi ma, senza rancore,  non posso non ricordare la fatica di digerire queste osservazioni burocratiche, contabili, intrise del sindacalismo peggiore: "non è mio compito", "è (troppo) lavoro...", "fra poco stacco" detto a gente che alle 17.00 aveva già lavorato 9 ore (al netto della pausa pranzo, quando non abbiamo dovuto accontentarci di sbranare un panino di fronte al video) e ne aveva forse altre 8 davanti. Siete pesanti, siete peggio dei gatti attaccati ai maroni quando tirate il sasso e nascondete il brasso, sempre a cautelarvi con le liste delle sfighe possibili, attento a questo, attento a quello, attento a tutto. Quando ero lucido provavo a dire, "mi servono soluzioni, non problemi" ma non sempre, mi sono reso conto, sono riuscito a fare breccia nel nerume organizzativo e nella landa desertica di certi entusiasmi di facciata gelidi come il trionfo della morte. Mia moglie mi ricorda che anche io sono una bella testa dura e che m'incazzo troppo quando mi contrariano. Ok, chiedo scusa sinceramente: magari ho percepito male, scusate se vorrei vedervi volare alti e progressivi, incoraggianti piuttosto che tristemente realisti e micragnosi, sono un agonista e vedere o immaginare nemici è il mio modo di caricarmi a dovere. E quindi torno alle cose belle. A volte basta un email di siciliana sottigliezza e degregorianetà per fare il pieno di ottani e ripartire a pieno carburatore:
Ma Nino non aver paura di sbagliare un esame a distanza
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un professore
Un professore lo vedi dal coraggio
Dall'altruismo e dalla fantasia.
Grazie a te e a tutti gli altri che ci hanno scritto.

Grazie anche a una grande donna, emmebi, che ha sempre tenuto le sue forti ali ben aperte a coprirci con garbo e a un certo punto, quando io e emmeti eravamo forse pronti a gettare la spugna a metà della prima settimana, assediati dai distinguo e asfissiati dai portapegola, ha suonato la carica e detto "avanti", con forza e con una risata contagiosa e squillante. Questo vento ha spazzato via i dubbi e da quel momento in poi abbiamo dimenticato le piccolezze e le domande assurde come ("ma siete veramente convinti e sereni?", va' in mona, va'...)

Ansia. L'emergenza e le circostanze hanno messo tutti in difficoltà. L'ateneo in prima battuta aveva detto e comunicato agli studenti che gli esami sarebbero stati rimandati a fine aprile o inizi di maggio. Pareva che fosse possibile, ma una settimana dopo è arrivato il dietrofront del rettore: gli esami si fanno tutti e subito! Gasp. Forse non c'era alternativa ma l'onda d'ansia collettiva è stata uno tsunami in cui molti studenti hanno rischiato d'annegare, comprensibilmente preoccupati dall'accelerazione e dall'incertezza su tempi e modalità d'esame. Decine di email, anche strane, cose come "ma io dovevo fare questo e quello... andare qui e qua... non potete fare esami così e colà". Scusa, ciccio, scusa se c'è una pandemia, siamo sprangati in casa per evitare di intasare ospedali e rianimazioni dove centinaia di pazienti e medici si giocano la vita. Scusami tanto se salta un viaggio: ma scherzi o sei sotto shock? Poi ci è arrivata questa lettera, è stato bello leggerla e mi auguro sia servita a incoraggiare tutti e a mettere le cose nella giusta prospettiva.



Anche i colleghi a volte trasudavano paura e smarrimento, con continue richieste di precisione svizzera e dettagli sui tempi e modi e chissà che altro, alla caccia di sicurezze intempestive e risposte quando a stento riuscivamo a navigare in un mare di domande e dubbi.  Leggo che comunicare i rischi è un'arte e pochi enti, persone e politici ne sono usiciti bene. I disastri social, le frasi del menga e le debacle mediatiche si possono citare a dozzine. Ho provato a trasmettere empatia abbinata ai numeri, amici solidi e tetragoni che secondo me sdrammatizzano e riportano coi piedi per terra. Dicevo, a me prima che ai colleghi, lasciate perdere il caso singolo incrostato dolorosamente di problemi e di difficlle soluzione; dimenticatevi di pensare che se succede questo e quest'altro saremo in merda alta (con un francesismo di origine veneziana); guardate le centinaia di esami svolti, prendetevi come esempio il 96% di successi per correggere lo strabismo che vi fa vedere un 4% di grane che sembrano il 400%! Anche negli esami "normali", quelli asburgici vecchio stampo, in cui si fa tutto a manina e con l'illusione di controllare ogni cosa, ci sono casi di svariata umanità che vanno gestiti con professionalità e finezza; dimentichiamoci, per favore, che si possa fare tutto su internet come (e, anzi, meglio) di come lo facevamo prima. Prendiamoci il buono della tecnologia senza che i fastidi insiti in ogni strumento siano il benchmark con cui valutiamo quello che abbiamo fatto.

L'ansia nostra invece ce la siamo curata da soli nel gruppo di sostegno che è stato il call center (o help line telefonica che dir si voglia), istituito per dare supporto in diretta a tutti gli studenti che chiamavano lo 041 2347190. Oltre 600 telefonate in 6 giorni, prendendo in carico persone perse nelle pagine web, disperse fra le videocamere e cosparse di panico. Chiunque sia stato "di turno", a volte dalle 9.00 alle 21.00, ha confessato che si è trattato di un'esperienza unica, in cui era palpabile il tentativo di noi operatori di "salvare", facendo fare l'esame, anche chi era impanicato, aveva problemi tecnici fra il grave e il comico o addirittura sperava di procedere anche quando aveva una connessione così slow che non si riusciva nemmeno a fare uno speed test... Vari studenti hanno ritelefonato a esame finito per ringraziare dell'aiuto, galvanizzando l'intera squadra che esultava fra le chat e le chiamate come se, quasi talmudianamente, salvandone uno avessimo salvato il mondo... Ecco, di fronte all'ansia trasmessa da questi giorni frenetici e alla tensione di centinaia di esaminandi e colleghi, combattere a cornetta nuda contro i problemi ci ha presi e ci ha portato via, relativizzando le paure e consentendo di arrivare a sera sfiniti ma contenti del gran gruzzolo di problemi risolti e anche consci del fatto che i pochi "sommersi" sarebbero stati comunque esaminati in seguito dai loro docenti.




Lo scampanio di Santa Rita (quella dei miracoli impossibili, mica bagatelle!) mi sveglia e mi consiglia di finirla così. Sono belle le campane in questi giorni di navigazione in mari ignoti, àncore sonore forti e gradite in attesa di tornare a sentirle di nuovo all'aria aperta.

Tuesday, February 25, 2020

Milano è la mia terra

Arrivo in stazione Centrale con mezz'ora di anticipo, è una giornata grigia e tiepidina eppure pare di essere al polo con parecchie persone con sciarpe tirate su fin sul naso, baveri alzati, perfino una fascia da tennis Diadora per i capelli a "proteggere" naso e bocca. Dubito che serva a qualcosa contro le droplets dell'influenza, ma di sicuro uno si fa un'auto-sniffata di forfora grandiosa. Milano, myland, in questi giorni frenetici e, in un certo senso, epici. Giorni in cui la psicosi da sindrome influenzale da coronavirus ha lasciato il segno qui e nel natio Veneto. Ma andiamo con ordine.


FBF. Luciana è al FBF da una decina di giorni seguita dall'equipe di Antonio che combatte una pericardite cronica relativamente rara come nessun altro sa fare in Italia (e certamente non sanno fare in alcuni ospedali dalle nostre parti, dove vari medici sono terrorizzati e reagiscono proponendo misure invasive che non servono a nulla). Qui abbiamo trovato un fine perlage di competenze tecniche di prima classe, empatia ai confini della realtà e efficienza. Sono partiti immediatamente con farmaci sperimentali con nomi battaglieri da valchiria come Anakirna e per poco Luciana non finiva in un trial denominato Raphsody, dove si somministra il rinolacept, un'anakirna "potenziata" che pare il non plus ultra dell'antifiammatorio. Al FBF si respira aria buona (ehm, strano da dire in questi giorni sospettosi in cui pare che tutto sia ammorbato e si respira piano, quasi ad evitare di fare il pieno), il morale è alto, il reparto è colorato e concede viste dei campetti di calcetto di via Moscova da un lato, e sulla torre di Unicredit dall'altro. Luigi percorre km su e giù per i corridoi e porta scritto sulle spalle "Sono Luigi. Se mi perdo riportatemi al piano del FBF". Fanno il lavoro, lo fanno bene, credo abbiano assorbito lo stile diretto e cordiale di Antonio. Da lui, pur senza conoscerlo, ho imparato molto: credevo di essere bravino con gli studenti, offrendo supporto, chiamate telefoniche, flessibilità ma non c'è proprio storia: lui risponde agli email di notte e qualche volta in pochi minuti, manda whatsapp ai pazienti e ai familiari anche durante i weekend, ti avvolge quasi a suggerire che è sempre (quasi) tutto ok. Mi ricorderò di questa mirabolante apertura le prossime volte che la prima reazione vorrebbe essere, anche comprensibilmente, di fastidio di fronte a richieste varie, talvolta fuori luogo e fuori tempo. D'altra parte, per mettere giù due frasi di questo periodo, ``la pazienza cura tutto'' e, da Gandhi, "perdere la pazienza vuol dire perdere la battaglia". Grazie Antonio per questa lezione e per aver rimesso Luciana in carreggiata.

Short let. Stavolta scegliamo con airbnb in zona chinatown. Al momento della prenotazione, che era incredibilmente meno di una settimana fa e già sembra che sia passata un'eternità, quasi non sapevo che c'era chinatown a Milano, non collocavo via Nicolini su nessuna mappa mentale o geografica e la psicosi da COVID-19 non aveva ancora insabbiato del tutto gli ingranaggi della potente macchina economica del nord Italia. Lala, una collega di cui vado fiero e che mi pizzica sempre quando twitto da Milano, mi ha accolto con la consueta arguzia e verve online, facendomi sentire a mio agio. In qualche frangente, mentre provavo la bella senzazione di camminare per via Paolo Sarpi, con le sue vetrine bilingui, mi è parso di stare dentro l'occhio di un ciclone. A poco a poco però tutta la vitalità della zona si è quasi interamente spenta, un po' per colpa delle ordinanze che hanno imposto di chiudere i bar e altri locali alle 18.00 ma, soprattutto, per la decisione volontaria e collettiva dei connazionali di origine cinese di chiudere le serrande, cercando di tranquilizzare "gli altri" ed evitare contatti con non si sa chi. Ho trovato questa scelta così responsabile e piena di senso civico da oscurare tutti quelli che straparlando hanno seminato paura, razzisimo e intolleranza.



Salvini, per dire, avrebbe fatto meglio a prendere esempio, chiudendo la serranda e l'account twitter per qualche giorno, invece di spargere deliranti proclami sulla necessità di paralizzare un paese, buttare a mare gli immigrati, paventare un armageddon dando la colpa al governo pur di raccattare i voti di 4 odiatori non lontani dalla sociopatia. Su altro fronte, è stato adrenalico e quasi animato da una soprannaturale vitalità immobiliare anche l'approccio all'appartamento, collocato in un complesso nuovo di zecca, una specie di enorme corte chiusa cui si affacciano diversi condomini di bel design moderno e "milanese". Forse le signore delle pulize avevano fretta, ma il pavimento di gres grigio-beige impietosamente mostrava qualche macchia e impronta e alcuni dettagli indicavano una certa qual approssimazione. Insomma, sporco incancrenito non era ma, forse, Mastro Lindo non sarebbe rimasto folgorato. Bene, abbiamo chiesto in prima battuta che venissero a dare una ritoccata, fatto; poi, replica per chiedere che sistemassero lo scarico del lavandino che impiegava 20 minuti per svuotarsi, fatto anche quello nel secondo giorno. Mi soffermo su questi particolari per dire che le cose possono anche partire così così ma poi, con serietà, si sistemano. Ed è solo l'inizio. Il terzo giorno (che, come sappiamo, ha bei quarti di nobilità fin dai tempi biblici...) ci chiudiamo fuori da casa lasciando le chiavi nella toppa. Era da un decennio che non facevamo questa minchionata che rende potenzialmente difficile aprire la porta anche se si recupera un secondo mazzo. Comunque, mi faccio una passeggiata fin presso la Galleria Vittorio Emanuele e recupero questo mazzo di riserva, tutti mi dicono che non ci sono problemi anche se provo a ripetere che l'altra chiave ostruiva la toppa. Ritorno stringendo il mazzo salvifico nella tasca, per essere certo di non perderlo, ma questo stato di riacquisita tranquillità dura poco. In effetti la chiave non va fino in fondo e non gira, nonstante tentativi e sacramenti vari. Ritelefono ail'host, che mi parla in un italiano screziato di cinese, "è un problema... prova con una carta... il portocino blindato costa 3500 euro e se chiamo un fabbro..." Panico, altro che coronavirus: 3500 euro??? Ma cos'è questa storia della carta?


"Prova con la carta, accostandola al pomello" e tenta di farmi vedere cosa fare in una videochiamata whatsapp. Io capisco poco o nulla, credo che la maniglia sia come quelle di certi alberghi che percepiscono il chip di una carta, ma non è così e penso che è una follia che la mia carta di credito, col mio chip, apra una porta blindata di Milano grazie e qualche forma di domotica sconosciuta a noi polentoni. "No, no così! Le mando un video..." Credeteci o meno, mi guardo il video e capisco che la carta serve per "scassinare" la porta (comprendo anche sempre meglio che le immagini valgono più di mille parole, una cosa che dico sempre anche a lezione quando insegno a fare i grafici). Istruito dal video (ecco il link), imbraccio la mia carta del supermercato PAM (che non ha nemmeno il chip) e al secondo tentativo la infilo esattamente all'altezza giusta, facendo scattare il nottolino e aprendo la porta. Il vostro umile blogger adesso sa aprire un portocino rinforzato lombardo con una semplice carta PAM di ottima qualità e rigidezza, veramente perfetta. E io che pensavo che servisse per gli sconti e le offerte. Prendetemi pure per i fondelli, è vero che "era aperto" e non ce l'avrei mai fatta senza video e se non fosse rimasta la chiave dentro. Ma poi, entusiasmato, ho fatto delle prove, ci ho messo 5 secondi scarsi, tutto sta nel sapere l'altezza dove infilare la carta. Per concludere sappiate che ci ho pensato seriamente prima di mettere il link al video ma poi mi sono convinto che è meglio sapere le cose, anche quelle brutte, visto che comunque i malviventi ne sanno più di noi; bisogna sempre chiudere con due giri di chiave sennò quei bellissimi portoncini pieni di sbarre di ferro si aprono di fronte al primo ganassa che passa; infine, guardatevi bene anche dai professori e da chi ha in portafoglio una carta PAM di prima classe (nel senso che è fatta di plastica robusta, ma secondo me basta e avanza anche la carta Venezia).

W la libertà di stampa! Milano è la città di Indro Montanelli, sommo epigono di quella milanesità che io ho imparato a rispettare da piccolo, quando mio papà, inflessibilmente, iniziava la giornata col controcorrente del "il Giornale''. poi siamo passati al Corriere, altro simbolo della Milano austera, analitica e sobria che tutti vorremmo perché intanto  "il Giornale" era passato dalle stelle alle stalle, dilapidando un'eredità morale che avrebbe meritato miglior sorte. Fotografo la statua di Montanelli, che sta nei giardini a lui intitolati non lontano dal FBF, ha sulle ginocchia una Lettera 22: certo che qui i simboli dell'Italia di cui andare fieri non mancano. O almeno così pare a un campagnolo in libera uscita nella metropoli. A un certo punto, passeggiando per via Solferino ho realizzato che ero nella via del quotidiano più letto d'Italia. A dir la verità, ho visto l'insegna del Corriere e ho smesso di chiedermi ripetutamente ``ma perché mi ricordo di questa via Solferino?''



È stato istruttivo vedere i giornali parlare di quello che stava accadendo. Questo è solo un blog e non mi dilungherò troppo in analisi che lascio ad altri ma ho visto i danni di titoli che evocano la parola strage in relazione a un'influenza.


W la libera stampa, certo, ma ci costa anche caro avere "giornalisti" che terrorizzano i deboli di cuore e di spirito. Guardatevi le prime pagine di "Libero"e "il Giornale" di questi giorni: io sono rimasto di sasso. Mentre tutti provavano a contenere l'ansia, mantenere lucidità e approntare al meglio misure varie (anche se personalmente le reputo eccessive), questi titoli buttano taniche di napalm sul fuoco, riaccendendo le nostre paure peggiori, fomentando teorie del complotto e facendo strame della realtà.



Devo dire che anche il Corriere, che pure brilla per aplomb e suona la carica dell'impegno e della responsabilità ogni giorno, a volte mi è sembrato un filo troppo angosciante: a tutta pagina, "Altri 4 morti ma i focolai sono gli stessi", oggi 25 febbraio. Ok, 4 morti, ma leggendo bene le pagine interne si scopre che sono purtroppo anziani spesso ultra-ottantenni, con gravi problemi di salute pregressi, in dialisi o già in rianimazione per infarto. Siamo sicuri che parliamo di sindrome influenzale? O meglio, è veramente allarmante o sorprendente sapere che persone dalla salute così compromessa non ce l'abbiano fatta dopo aver contratto un'influenza insidiosa? Io ero a Milano in questi giorni e, proprio per andare a prendere il mazzo di chiavi di scorta, sono passato per la Galleria Vittorio Emanuele vedendo decine di persone senza mascherina e qualcuno che la portava. Non è esattamente la sensazione che dà la foto, spettacolare nella sua grandangolarità, che campeggia in prima pagina e credo che il lettore di Voghera possa immaginarsi torme di turisti mascher(in)ati o trascinati in barella e flebo via dallo struscio di via Monte Napoleone dove sono caduti in preda a influenza fulminante... Più o meno sulla stessa linea, leggo che nei supermercati gli scaffali sono vuoti dopo che qualcuno ha fatto incetta di acqua e beni di prima necessità, immagino dopo aver letto a colazione "Libero" e "il Giornale". Va bene, ci sta pure. Ma io sono stato in centro per quattro giorni e il mio Carrefour aperto 7/24 aveva gli scaffali traboccanti di tutto quello che un umano, anche tendente al gourmet, può volere. Capisco la necessita di fare notizia e, in effetti, scrivere "Gli scaffali sono pieni come al solito" non è una gran novità ma mi riprometto di rifletterci due volte quando vedo la prossima volta una foto da Wuhan desertificata: non intendo minimizzare, ma le notizie sono brandelli di realtà che non colgono il tutto, né potrebbero a dir la verità, sono faretti che illuminano un angolo e, forse, rendono meno visibili per contrasto altre cose che pure stanno intorno. Di sicuro, sempre più, abbiamo bisogno di libera stampa, anche di "Libero" e "il Giornale" e di buoni giornalisti che evidentemente però sono merce rara in certe testate.

Casa. Arrivo a Treviso alle 14.45, dopo questa tirata milanese allietata, pur nella mestizia virale di questi giorni, dagli spaghetti "semplici" e buonissimi di Eataly e dai chiffari salati di "Panarello" fra Corso Garibaldi e Moscova. Grazie anche a voi per aver aiutato a farci sentire Myland quasi come casa nostra.

PS. Lala, ci sono stato da "Parigi Dolci" in via Messina ma i ravioli li proverò un'atra volta! Anche lui era dignitosamente chiuso "per ferie". Chapeau.



Sunday, January 05, 2020

Complex coloring and contour levels

I was recently fascinated by the illustration taken from the leaflet https://www.maa.org/sites/default/files/pdf/Mathhorizons/pdfs/ColoringPage_MH_Nov17.pdf

I knew that complex functions could be colored in mesmerizing ways but the little book by Julie Barnes, William Kreahling, and Beth Schaubroeck, “Coloring book of complex function repesentation”, MAA Press, 2017, explores new avenues and, say, I never realized that contour lines could be used to obtain beautiful images. Moreover, I teach students how to draw contour curves of two dimensional functions like \(f(x,y)\) and thought this could be a funny example (though, it is really another story when you tweak functions of the complex plane in itself.) Hence, I bought the book (actually, I got it out of the bonus points awarded by writing reviews on Mathscinet) and decided to give R a try. Take the function \[ f(x)=z^2-\frac{0.6}z, \] where \(z\in\mathbb{C}\) and consider 6 nested applications of the function with itself \[ f^6(z)=f(f(f(f(f(f(z)))))):=f6(z). \] (don’t ask me how the authors found that, the book provides plenty of insights and I do not want to spoil all the fun!) Of course, \(f6(z)\) is a complex number and we are going to plot the \(z\)’s such that the real part of \(f6(z)\) is null. In other words, we plot the zero-contour level of \(\Re (f6)\) on the rectangle \([-0.85,1.35\times [-1.4,1.4]\) of the complex plane. If you prefer, we want to find the complex points that are mapped to the imaginary axis after 6 applications of \(f\). The standard (so to say!) way to plot contour lines in is to use outer and contour. This time, I’m not plotting \(f(x,y)\) where \(x,y\) are two real numbers but I’ll compute \(f6(x+i\ y)\), where \(z=x+i\ y\):
fz <- function(z) z^2-0.6/z
fz6 <-function(z) fz(fz(fz(fz(fz(fz(z))))))
f6 <- function(x,y) fz6(x+1i*y)
x <- seq(-0.85,1.35,len=1001)
y <- seq(-1.4,1.4,len=1001)
m <- outer(x,y,f6) # this is a matrix of complex numbers
contour(x,y,Re(m),levels=c(0),drawlabels=F,axes=F) 
# Re(m) takes the real parts
I was pretty much happy of the work: a few lines of code fill the matrix \(m\) with all the complex values of \(f6\) for all \(x+i\ y\) (\(x\) and \(y\) are taken from the sequences). Then, a contour on the real part of the matrix is displaying this marvel, if you share my enthusiasm… I decided to tamper a bit with the filling of the contours using colors and, in so doing, showing how to extract the points contained in all in all the (possibly many) components of contour lines:
cl <- contourLines(x,y,Re(m),levels=0)
pal <- topo.colors(48)
contour(x,y,Re(m),levels=c(0),drawlabels=F,axes=F)
for(i in 1:length(cl)) polygon(cl[[i]]$x,cl[[i]]$y,col=pal[i %% 12+1])
The variable cl is a list with the points of all the components of the zero-level contours and pal is a palette of colors (you can unleash your imagination and change palette). Then a for loop fills with different shades every single contour in I decided to use this and other variations to send Christmas cards to friends and relatives. I love math and (also) wrote the complex function \(f(z)\) on the card but really felt the pictures were nice and needed no complexity (!) at all to be enjoyed. The picture that originates all the story is related to another complex function and displays three contours at one time. Easy as a piece of cake:
fz <- function(z) z^3+(-0.2+0.11*1i)/z^3
fz3 <-function(z) fz(fz(fz(z)))
f3 <- function(x,y) fz3(x+1i*y)
x <- seq(-1.08,1.08,len=1001)
y <- seq(-1.3,1.3,len=1001)
m <- outer(x,y,f3) # this is a matrix of complex numbers
contour(x,y,Re(m),levels=c(-2,0,2),drawlabels=F,axes=F) 
# Re(m) takes the real parts
Have a colorful (and not that complex) new yeaR!